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parigi feuilleton 5: fine prima di una flamboyante appendice

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Parigi feuilleton 5, 28 dicembre 2012

Mollezze – Saint-Germain-des-Prés: dove si manifesta il ghigno spaventoso di un cameriere del Flore e si consuma il secondo e ultimo crimine – Serendipity e sinagoghe

Identificavo la gioventù con la disperazione e la disperazione con il colore nero. Mi vestivo di nero dalla testa ai piedi. Mi comprai due paia di occhiali, due paia identici, di cui non avevo assolutamente bisogno, me li comprai per sembrare più intellettuale. E mi misi a fumare la pipa, perché trovavo (forse influenzato dalle fotografie di Jean-Paul Sartre al Café de Flore) che risultasse più interessante che aspirare un paio di boccate da una semplice sigaretta.

Enrique Vila-Matas, Parigi non finisce mai, Feltrinelli, Milano 2006

Verso il ’42, il proprietario del Flore, Paul Boubal – che aveva comperato il glorioso caffè del Secondo Impero poco prima della guerra, e vi aveva installato, nell’era glaciale dell’Occupazione, una grandiosa stufa – aveva visto approdare un signore strabico, con un cappotto di falsa pelliccia e una pipa di erica, che si era sistemato a un tavolino dall’apertura a mezzogiorno, e dal pomeriggio alla chiusura. Poi era arrivato con una signora, grande e seria come un’istitutrice; ma si insediavano in tavoli diversi, e scrivevano tutto il tempo. Boubal aveva notato che la signora cercava di arrivare all’apertura, per sistemarsi al posto migliore, accanto ai tubi della stufa. Passarono molti mesi prima che Boubal riuscisse a sapere, da una telefonata, il nome di quel bizzarro signore quieto, col calamaio davanti al posto della consumazione, e poi l’identità della signora di aspetto piacente, che scriveva diligentemente in mezzo alle ordinazioni dei camerieri, Pascal e Jean, detto Descartes. Da allora, durante i bombardamenti, quando il caffè si vuotava, gli amanuensi venivano fatti ritirare al piano superiore, perché il lavoro doveva continuare – Boubal non immaginava che si trattava di bombe filosofiche e teatrali che avrebbero trasformato il mondo. Dopo cena, i due ricevevano gli amici. A Boubal ci volle un po’ di tempo per capire che Sartre e Simone de Beauvoir stavano per far entrare il suo caffè nel mito.

Boris Vian, La Parigi degli esistenzialisti. Manuale di Saint-Germain-des-Prés, Editori Riuniti, Roma 1998

Il programma di questa mattina (andare in visita alla Cité du Cinéma, dove tra l’altro il benemerito Luc Besson tiene corsi di cinema gratuiti per allievi dai 18 ai 25 anni, cui si può accedere anche senza diploma) si scioglie mentre indulgiamo al sonno, al piacere di starsene poco vestite nella stanza-nido dell’Hôtel de l’Est, ai dramas su Arirang. Optiamo con tutta calma per Saint-Germain-des-Prés. Il quartiere è troppo affollato e la giornata fredda e livida, ma noi fendiamo il boulevard per una piacevole causa: andare al Flore e cercare di immaginare come doveva essere trascorrervi del tempo all’epoca di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir (vuole immaginarlo anche l’adolescentina, che di recente ha letto La nausea e Una donna spezzata, distruggendo due Einaudi che conservavo con cura da circa vent’anni. Ma tant’è, la cultura deve circolare, ho pensato mentre lottavo contro la tentazione di farle del male vedendo lo stato dei miei poveri libri). Dopo una breve coda entriamo nel tempio, introdotte da un buttadentro fintamente affabile. Ci serve un cameriere con un naso poderoso, congestionato, percorso da orribili venuzze. È raffreddato e avrebbe bisogno di soffiarsi il naso, ma preferisce tirare in dentro i muchi; nel farlo produce rumori raccapriccianti e l’impressione che qualche goccia dell’esiziale fluido possa trasferirsi da quell’organo formidabile a uno dei nostri piatti. Il cameriere è brusco, frettoloso, fortemente maleducato.

20059113753long nez300pixDi Jean-Paul e Simone, al Flore, non c’è traccia: in vece della loro aura l’iperottimizzazione dello spazio, con tavolini così vicini gli uni agli altri da impedire i movimenti; americani, giapponesi, cinesi, russi ansiosi di spendere cinque euro per un café; una immensa rigidità nel servizio (“L’uovo al tegamino, nel piatto con bacon, si potrebbe avere invece strapazzato?” “No”; “Potremmo avere del vino in un calice?” “No”: il tutto senza la minima spiegazione o mostra di vergogna), una velocità nel servizio dovuta all’evidente desiderio di velocità nell’avvicendamento dei clienti. Tutto questo non poteva rimanere impunito: per questo ho deciso che una delle poche attrattive residue del locale, il menù che riportava qualche noticina storica, doveva essere mio. Per trafugarlo mi sono servita della complicità della minorenne: approfittando della momentanea distrazione del cameriere, che ci aveva lasciato due delle preziose pubblicazioni, ne facciamo scivolare una sotto la tovaglietta. Quando torna a raccattare l’altra, che avevamo lasciato in bella vista sul tavolo, il concitato cameriere non si accorge di nulla; facciamo pertanto scivolare il maltolto dal temporaneo nascondiglio alla mia borsa.

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E insomma, dopo la deludentissima esperienza chiediamo il conto, che arriva in un lampo e viene pagato con estrema precisione, ottanta centesimi compresi. Nessuna di quelle sgradevoli persone meritava una mancia, al massimo una denuncia per omesso sartrismo. Accortosi dell’oltraggiosa assenza di regalie, il cameriere mi fa notare sardonicamente che ho contato il denaro molto bene. Al mio “oui, monsieur”, laconico ma denso di sottintesi, assisto a un fenomeno che per qualche secondo mi ipnotizza: il volto del cameriere si atteggia a una furia terribile, un cambio di espressione repentino che mi fa pensare alla scena di un film horror in cui una persona apparentemente normale si tramuta inopinatamente in un mostro. Uscite finalmente dal luogo di nequizie torniamo a immergerci in Saint Germain, ma con scarsa voglia. Riaccompagno all’hotel l’adolescentina che desidera starsene un po’ a pensare ai casi suoi e decido di uscire di nuovo per esplorare un poco le vicinanze. Dopo qualche ricerca infruttuosa di una sinagoga mi risolvo a chiedere informazioni a una coppia di passanti, che però non ne sa nulla; si ferma accanto a noi un anziano gentiluomo in cappotto scuro con canna da passeggio che mi si rivolge con gentilezza: “Madame, posso accompagnarla io: sono di strada e sto andando alla moschea”. La sinagoghetta di quartiere cui mi conduce è nascosta al di là di un insospettabile, dimesso portoncino. Non c’è polizia e mi lasciano entrare senza controllarmi. Un affabile signore mi chiede da dove io venga e mi racconta che la sinagoga, allestita da appena trent’anni, è un edificio di servizio nato per soddisfare le necessità di culto degli ebrei del quartiere.  Ben altra cosa, mi spiega, è la synagogue Nazareth di rue Notre Dame de Nazareth, dove decide di accompagnarmi.

documentAl nostro arrivo la porta si schiude su un interno maestoso, pieno di luce. Nei primi banchi sulla sinistra è riunito un gruppo di ragazzi ai quali un rabbino sta spiegando qualcosa. Mentre torniamo il mio cicerone mi racconta molte cose del suo quartiere, lo stesso del nostro hotel, nel quale vive da trent’anni. Ci separiamo da perfetti sconosciuti: durante lo shabbat non può prendere biglietti da visita né darne. Non saprò mai come si chiama, ma lo ringrazio molto per la passeggiata, per l’invito, per avermi messo un po’ di tempo a disposizione. Con questo incontro termina in molta bellezza il Parigi feuilleton. Rimane unicamente un’appendice, il cui scenario è l’aeroporto Charles De Gaulle, il 29 dicembre 2012.

2 thoughts on “parigi feuilleton 5: fine prima di una flamboyante appendice

  1. C’è sempre un po’ di malinconia quando qualcosa finisce, io poi sono già malinconico di natura,.Comunque grazie per questo feuilleton parigino. E’ stato bello.

  2. un feuilleton s t r e p i t o s o.
    mi rammarico di non esserci stato, a passeggiare con te.

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