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Come si fa una tesi di laurea: il sequel, da Fulvio Cervini

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tesi e malintesi cop

Tesi e malintesi non è solo una guida alla redazione della tesi di laurea: è una sorta di prontuario in 105 voci ordinate alfabeticamente che mostra allo studente gli errori da evitare e i fattori di cui tenere conto in vista della conclusione del percorso di studi.

Fulvio Cervini è capace di trattare con leggerezza argomenti complessi; in questo utile condensato di norme e indicazioni profonde tutta la sua esperienza di docente e di studioso, spaziando da amene note sull’abbigliamento da tenere in seduta di laurea alle regole per la compilazione di una bibliografia; si cimenta coraggiosamente con la definizione di ciò che è cultura, ma anche con la netiquette da osservare nelle comunicazioni via mail tra allievo e professore.

Il manuale diventa in alcune parti anche una piccola scuola di scrittura, in cui le parti che mi paiono più utili sono quelle dedicate alla chiarezza, al monito contro l’oscurità e l’involuzione. Cervini sa bene chi sono i suoi interlocutori (sentiamo, a proposito di discorsi confezionati nella consapevolezza della natura dei destinatari, Bice Mortara Garavelli a proposito di Aristotele, nei suoi Preliminari al Manuale di retorica: “Aristotele […] aveva orientato sull’uditorio le tecniche della persuasione. Il rapporto con gli altri implica conoscenza; il trovare il modo più adatto per farsi capire implica partecipazione, l’adeguamento del discorso al destinatario […], richiede simpatia umana, capacità di mettersi dal punto di vista dell’altro, di sentire il polso della situazione.”): mette in campo un rigore ragionevole; fornisce indicazioni pratiche e chiare sulla tesi, da lui definita punto di partenza che, se correttamente congegnato, potrà essere fonte di incroci e collegamenti per una comprensione sempre più ampia delle istanze legate al suo argomento.

Il professore invita alla sobrietà, all’approfondimento, alla precisione e al rispetto delle norme fondamentali del ricercare – avvisando anche sui pericoli dell’esclusivo ricercare sul web e auspicando una integrazione fattiva tra rete e biblioteche fisiche – e del presentare i frutti delle proprie ricerche: il suo libro è senz’altro un faro affidabile per gli studenti al lavoro, ma presenta anche parti che risulteranno utili a chi scrive tout court.

Un plauso va anche all’attivissimo editore, Felici di Pisa, che in un catalogo dalle numerosissime voci pubblica Fulvio Cervini, Marco Malvaldi, Andrea Carlo Cappi ma anche esordienti, cui è dedicata una parte dell’attività editoriale.

Fulvio Cervini, Tesi e malintesi. Piccolo dizionario ad uso dei laureandi, Felici Editore, Ghezzano (Pisa) 2012, 276 pagine, 12 euro (ottimamente spesi)

Adesso facciamo parlare l’autore. Ad alcuni estratti premettiamo l’elenco delle voci trattate nel volume, lungo ma utile per capire come lo stesso è impostato.

 

A.A.A. cercasi relatore; Abbigliamento; Abbreviazioni; Anni del capitano (gli); Anoressia (e bulimia); Antilingua; Argomentare; Argomento; Attacco; Autobiografia; Autorevolezza / Autorità; Baratto (tra docente e studente); Bayard, Pierre; Bibliografia; Biblioteca (questa sconosciuta); Bucky Katt; Caratteri speciali; Carte scoperte Casa (metafora della); Casi umani; Citazioni; Conclusioni; Confezione della tesi; Confronti; Correlatore; Correzioni (del relatore); Corsivo; Cultura; Decanter; Dediche; Dichiarazione (dell’argomento); Didascalie; Discussione; Dizionario; Dubbio metodologico (e quiz televisivo); Eco, Umberto; Esibizionismo; Etica; Farina (del proprio, o altrui, sacco); Farsi capire; Fonti; Fotocopie; Frasi fatte; Fretta; Frontespizio: Galateo (nella discussione); Galateo elettronico; Illustrazioni; Imparzialità (dello storico); Indice; Internet; Intervista; La Palice; Latino; Lavori in corso; Leggere; Linguaggio; Luoghi comuni; Maiuscole/minuscole; Massimi sistemi; Memoria; Metafore; Metodo; Mole; Nani (sulle spalle dei giganti); Nomi e cognomi; Note; Originalità; Paradigma indiziario; Plagio; Polemica; Posta elettronica (e-mail;) Powerpoint; Pubblico (della discussione); Punteggiatura; Punti di vista; Reality; Refuso; Ricetta (metafora della); Ricevimento; Rilke, Rainer Maria; Ringraziamenti; Scheda; Schema; Sciatteria; Scontato; Scopiazzare; Sigle e acronimi; Sitografia (e altre grafie); Sms; Sopralluoghi; Stile; Stupidità; Taboo; Tempo; Termini in lingua straniera; Titoli originali; Titolo; Toponimi; Traduzioni; Umiltà; Votazione; Wikipedia; Wittgenstein, Ludwig

Dall’introduzione

[…] Oggi capita spesso, a chi insegna nell’università, di ricevere una mail di questo tenore (magari accompagnata da anacoluti e sviste grammaticali): “Salve, prof. Non so cosa mettere nel terzo capitolo. Potrebbe darmi qualche indicazione?”. Che non esprime soltanto ingenuità o scarsa intraprendenza, ma soprattutto smarrimento e soggezione nei riguardi di un oggetto – la tesi – nel frattempo diventato misterioso e infido come un pianeta proibito.

Questo libro ovviamente non può dire agli studenti cosa mettere nella tesi, proprio perché sono loro a doversi prendere la responsabilità di quel che scrivono. Ma vorrebbe suggerire qualche spunto per combattere lo smarrimento; e dunque aiutarli a riempire il terzo capitolo, e il primo e il secondo e tutti gli altri. E soprattutto a pensarli. Elaborare una tesi non è solo questione di scrittura. La scrittura è la manifestazione ultima di un processo di ricerca e di maturazione che comprende molte fasi e molti livelli, in cui bisogna sapersi muovere con avvedutezza e sensibilità. […] Pensiamo così che sia utile un nuovo vademecum. Non tanto un manuale di scrittura scientifica – ce ne sono già di ottimi – quanto un piccolo strumento che aiuti studenti (e docenti) a capire quel che stanno facendo. E li aiuti non soltanto a scrivere, ma a organizzare e argomentare il pensiero, a misurarsi tanto con i libri che con le persone. A superare, insomma, l’ossessione tutta contemporanea per l’“immagine” e la “comunicazione”, e riguadagnare un certo rapporto con la “sostanza”. […]

Dalla voce “Attacco”, utili osservazioni sull’incipit

Da intendere in senso letterario e musicale, piuttosto che militare o sportivo. Non si parla qui di fanterie o centravanti, ma più modestamente del modo migliore di cominciare la tesi, o un capitolo di essa. Per chiarirci le idee, partiremo da quel che a modesto giudizio di chi scrive è il più bell’attacco di un libro di storia dell’arte, o almeno il più suggestivo tra quelli da lui conosciuti (forse perché non sembra l’incipit di un libro di storia dell’arte, giudicate voi):

“Dopo trenta salve si dovevano lasciar raffreddare i cannoni. Fu forse per questo motivo che Constantijn Huygens credette di udire il canto degli usignoli sopra il frastuono dell’artiglieria.”

Così comincia Gli occhi di Rembrandt di Simon Schama, nell’edizione Mondadori, Milano 2000 (ed. or. Rembrandt’s Eyes, 1999): una serissima biografia del grande artista olandese del secolo XVII scritta da uno storico che esibisce un gusto per la narrazione proprio di un romanziere. Tanto da aprire il racconto con la descrizionedi un assedio.

Se la tesi in cui vi siete cimentati è una tesi biografica, un po’ di vivacità narrativa certo non guasta; ma, per carità, guardatevi dall’iniziare (e proseguire) una tesi in questo modo (a meno che non stiate scrivendo una tesi su Rembrandt visto da Schama, e vogliate iniziarecon una citazione virgolettata). […]

Dalla voce “Biblioteca (questa sconosciuta), sul lavoro di leggere e rileggere

[…] Si tratta invero anche di saper vivere una biblioteca. Che non è soltanto un deposito di libri, dove ci si avventura occasionalmente per fare fotocopie o prendere libri in prestito. Ma deve essere pure e soprattutto un’officina di lavoro, dove i libri si consultano e si comparano. Ciò vale anche per le biblioteche private di ciascuno di noi. E deve valere anche per chi trascorre buona parte della giornata alla tastiera di un computer. Persino tra persone di media cultura, è ancora invalsa l’idea che i libri si debbano leggere da cima a fondo, e che una volta letto un libro non si debba più riaprire; e lo stesso per i film guardati, i dischi ascoltati, i musei visitati, le città attraversate (“Parigi? L’ho già vista. Ci sono stato tre giorni vent’anni fa”). Ma non c’è libro che non tolleri – e anzi non chieda – di essere riaperto. Perché la nostra possibilità di costruire conoscenza è misurata dalla nostra capacità di tornare criticamente su quel che abbiamo letto, di riprendere ciò che abbiamo assimilato; oppure, semplicemente, di attingere nuove informazioni da un repertorio anche già familiare, e poi riprenderle e rielaborarle in altro modo. I libri si aprono e si riaprono. E magari alcuni giacciono per anni sui nostri scaffali in attesa di essere addirittura aperti per la prima volta. Altro luogo comune del senso comune bibliografico è infatti che i libri acquisiti debbano essere letti tutti e subito. Esso non accetta che i libri servano a disegnare mappe del sapere in funzione di un itinerario della conoscenza che sta al ricercatore delineare. E delinearlo significa soprattutto muoversi tra i libri. Anche disponendoli sul pavimento, come a tracciare un bacino fluviale o un albero genealogico, raccontando storie di connessioni e parallelismi. Questo in genere non si può fare in una biblioteca pubblica, ma in quella di casa nostra può essere stimolante, propositivo e liberatorio. Fare una tesi vuol dire anche cambiare disposizione ai libri che abbiamo trovato, costituendo nuovi raggruppamenti e dunque una nuova biblioteca orientativa. Anche rovesciarli sul tavolo o sul pavimento, farne delle pile o delle sequenze. Purché i libri siano connessi, perché senza connessione non c’è tesi.

Dalla voce “Cultura”, dove se ne dà una definizione

[…] Per esaurire una discussione sul significato di cultura non basterebbero dieci tesi magistrali, né ovviamente questo libretto. Sulla sua stessa definizione potremmo aprire un dibattito infinito. Semplificando molto, si può definirla un incrocio tra coscienza storica e civile, sensibilità estetica e soprattutto maturità critica, ossia capacità di fare distinzioni e stabilire connessioni. La cultura è tale perché ripensa criticamente ciò che si vede, si legge o si ascolta. Il possesso di un cumulo di informazioni non è cultura, come non lo è (per quanto possa giovare) una memoria a prova di telequiz, magari esercitata su un solo argomento. Sapere tutto sulle raganelle, sull’oreficeria visigota o sulla storia del curling non è cultura. Lo è la creazione di una rete di collegamenti attraverso uno spettro molto vasto di informazioni, con la valorizzazione di alcune e l’oblio di altre. Essa attribuisce un senso all’agire dell’uomo saldandone il passato al futuro. La cultura non è un codice assimilato una volta per tutte, ma una metodica quotidiana conquista. Si costruisce dinamicamente attraverso la vita e lo studio, non conseguendo un titolo accademico o un’iniziazione esoterica. Il cliché mediatico dell’uomo colto è ancora spesso e volentieri ancorato a quello di Archimede Pitagorico o di Pico de’ Paperis: uno che sa già tutto senza studiare mai (e viene di solito consultato come fosse un’enciclopedia; ma è più facile che i problemi pratici vengano risolti da Qui, Quo e Qua). Cultura è innanzitutto ricerca […]

Dalla voce “Decanter”, o dell’ossigenazione della scrittura

[…] Anche la tesi deve infatti decantare e riposare, per prendersi tutta l’aria che le serve. La fretta può rovinarne il gusto e nascondere profumi e struttura che magari possiede, ma che non vengono valorizzati dal riposo e dall’attesa. Svolgere una ricerca e scrivere una tesi significa lasciar maturare molto le situazioni e le riflessioni, e dunque non essere precipitosi nello scrivere. Vero è che scrivere aiuta a chiarirsi le idee, ma prima di affrontare la pagina bianca è necessario essersi guardati molto intorno e aver letto altrettanto. E poi anche la scrittura ha bisogno di pause e di ossigeno. Dopo aver terminato un capitolo, conviene lasciarlo in sospeso per qualche giorno, e poi rileggerlo a freddo (meglio se primadi consegnarlo al relatore). Allora avrà il gusto del vino ossigenato. Perché nel frattempo si sarà ossigenato anche il suo autore, assumendo il punto di vista del lettore. Un testo lasciato da parte per qualche tempo appare in una luce più ferma, quando viene riletto.

Dalla voce “Internet”, o della necessità di integrazione

[…] Tra internet e una biblioteca c’è tuttavia una differenza fondamentale, che non consiste nelle rispettive dimensioni, ma nel filtraggio delle informazioni. Che nel secondo caso esiste, e nel primo no. Per entrare in una biblioteca, un testo deve avere raggiunto lo stadio di libro, deve cioè essere già passato attraverso una trafila editoriale che quasi sempre offre alcune garanzie di qualità. Inoltre la biblioteca lo ha catalogato trovandovi una sua collocazione in un sistema di conoscenze. Sul web chiunque può aprire una pagina e pubblicare istantaneamente qualunque cosa gli passi per la testa. Dunque la verifica dell’attendibilità dei siti deve essere sottoposta a verifiche ancor più scrupolose di quelle che riguardano i testi a stampa. Quando leggo una qualsivoglia informazione sul web, non solo devo sempre sapere chi parla, ma non posso mai accontentarmi. Siccome il web tende ad autoriprodursi, e i siti a copiarsi a vicenda, c’è sempre bisogno di trovare il riscontro di una notizia su parecchi siti diversi, facendo un lavoro di collazione delle fonti non troppo distante da quello che riguarda, per esempio, una mezza dozzina di cronisti medievali che parlano dello stesso evento. La verifica più efficace prevede comunque che non ci si fidi esclusivamente del web, ma che si tenti comunque un incrocio tra fonti cartacee e fonti digitali. Del resto, prima che una notizia falsa venga riconosciuta e smontata, non solo ha fatto il giro di tutta la rete, ma si è sedimentata in ogni caso. E c’è da star sicuri che un giorno o l’altro qualcuno la riprenderà. […]

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