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Ragazze incompiute: Marta Pastorino, “Il primo gesto”

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Il gesto cui allude il titolo è l’abbraccio, “il primo gesto che l’essere umano riceve quando viene al mondo” – quello che Anna, ventiduenne in fuga dalla famiglia, badante per caso e altrettanto per caso incinta, non compirà quando partorisce un figlio che non vuole né vedere né toccare, concepito con uno sconosciuto a una festa.

Il romanzo di Marta Pastorino inizia con una morte e con una nascita. Due eventi marcatamente fisici, così come su una prevalenza di fisico si gioca l’intera narrazione dell’autrice genovese.

Anna è nata in una famiglia delusa: le aspirazioni agonistiche del padre, nuotatore rinunciatario, si sono tradotte meccanicamente, nel suo approccio di educatore, da una parte nell’imposizione ai due figli di attività che implicano disciplina, dall’altra nella consapevole negazione ad Anna e suo fratello di cose anche molto piccole il cui mancato ottenimento dovrà rafforzare nei bambini la convinzione che nella vita nulla è facile e che è bene essere preparati alle delusioni. C’è poi una madre edipica, che nutre un’evidente predilezione per il figlio maschio – molto ben rappresentata nel ricordo di un pasto somministrato dalla donna al fratello di Anna. La smodata vocazione al nutrimento induce la madre a conservare per il figlio i bocconi migliori, in una scena che mette i brividi: “Gli passava le dita tra i capelli e lo accarezzava. Poi sceglieva la bistecca più grande, abbrustolita sulla stufa, e gliela metteva nel piatto” (p. 111).

La madre di Anna è convinta che il ragazzo abbia dovuto rinunciare a molto per la necessità familiare di mantenere Anna agli studi di veterinaria – una scelta di facoltà in cui è ribadita la fisicità di un romanzo che stilla umori: urina, feci, sudore, mucose, il sangue del parto, l’evacuazione difficile di Maria, la vecchia cui Anna fa da badante; e poi aglio e fritto, odori stranieri onnipresenti nella casa di Ramona, giovane donna delle pulizie con madre e figlio al seguito che ha offerto una casa e un lavoro alla giovane puerpera; i dolori provocati in Giovanni, amatissimo nipote di Maria e ballerino a sette anni, dall’acido lattico e dall’educazione innaturale del corpo che esige la danza classica.

In seguito alle accuse della madre in difesa del figlio, perciò, Anna abbandona la sua casa, si cerca un lavoro ed entra casualmente nella famiglia di Maria, condividendone la cucina, il letto, il bagno, le miserie di un corpo decadente. Qui, quando Anna ci narra del corpo estenuato di Maria, la quasi laconicità di Pastorino – che scrive in uno stile sempre piano, fondamentalmente depressivo caratteristico dell’intero libro – aiuta molto a convogliare le emozioni: la sua protagonista osserva, disseziona, ci riferisce con calma, ci suscita partecipazione.

Percorre il carattere di Anna una vena di sostanziale passività: nel corso di questa vicenda in cui tutto implode, la ragazza galleggia costantemente sulle cose senza ancorarvisi in profondità, si abbandona al flusso degli eventi senza decidere mai nulla, se non il rifiuto di farsi carico di un altro essere umano – il cui concepimento è avvenuto, ancora una volta, in risposta passiva alla richiesta di uno sconosciuto. Sta nelle famiglie degli altri senza riuscire a renderle un succedaneo della propria.

Morta la sua assistita, Anna intraprende il suo viaggio alla ricerca di Giovanni, che troverà maestro in una scuola di danza “sensibile”, opposta alla classica poiché accompagna il corpo senza cercare di domarlo.

È in Giovanni che Anna troverà il suo primo gesto, nell’abbraccio salvifico somministratole in un bosco, in un momento di fusione con la natura. “Quando mi sono rialzata, e lui anche, ho visto foglie e terra sul suo corpo, addosso ai suoi vestiti, mi sono guardata, ho passato una mano sui capelli e mi sono messa a ridere” (p. 180). Questa, nel corso del libro, sarà la prima e ultima volta che Anna ride.

 Non convince molto, dopo lo scioglimento della vicenda seguìto al colloquio tra Anna e Giovanni, l’urgenza di Anna di cercare la madre di Ramona, questa donna conservatrice e giudicante che disapprova la relazione intrattenuta da sua figlia con un uomo che non è il padre di suo nipote, rimasto al paese: “A lei potevo raccontare quello che mi era successo, a lei potevo donare la mia confessione.

Mi sarei seduta di fronte, e le avrei parlato del mio bambino, le avrei raccontato di come l’ho partorito in modo inaspettato, in un giorno di luglio, degli occhi della morta spalancati davanti ai miei, mentre l’ostetrica mi diceva: ‘Ecco, sta uscendo, è andata’.

Avrei potuto farle sapere che non ero pronta, che ero terrorizzata” (p. 183).

Non convince questo scarto all’indietro, nel finale, come se Anna credesse di potersi riscattare solo confessando di aver sbagliato a rifiutare suo figlio, come se si sentisse assolta solo riconoscendo di aver soffocato innaturalmente il proprio istinto materno: questo suo ricercare la pacificazione attraverso la confessione a una donna cui attribuisce una saggezza che consiste nell’attaccamento oltranzistico alle proprie radici. La donna semplice cui Anna consegna il suo senso di colpa è in qualche modo una donna legata, ancora una volta, a una natura cui tendere, che in qualche modo esime dall’azione concreta.

Facciamo un esercizio e immaginiamo un finale diverso. Altre sarebbero state le implicazioni di un’assunzione di responsabilità su sé stessi a tutto tondo: in fondo è meno verosimile che una ragazza molto giovane desideri davvero tenere un bambino concepito per caso con uomo mai visto prima che non figurarsi una ragazza riluttante a cominciare un percorso materno che verosimilmente la limiterà per buona parte della vita.

Alla fine del racconto ci si ritrova invece in una sorta di asfissia circolare: “Finirò i soldi presto, ma non importa, qualcosa accadrà nel frattempo, forse un giorno riprenderò il treno, farò il tragitto a ritroso, arriverò sotto casa di Maria, entrerò al bar lì vicino a ordinare un succo di frutta, e troverò ancora una volta la ragazza bionda che mi aveva invitato a uscire e, di nuovo, parteciperò con lei alla prossima festa” (p. 183). La vicenda torna su sé stessa, priva di uno sbocco più deciso: il lettore intuisce che Anna, ancora una volta, si abbandonerà all’imprevisto, scegliendo, tra la disciplina del progetto e il libero flusso delle cose, una sua danza sensibile.

Marta Pastorino, Il primo gesto, Mondadori, Milano 2013, 192 pagine, 17 euro

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