cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee

Andrea Carlo Cappi: eclettico, vitale, poco dark

1 Commento

“cose da libri” intervista lo scrittore milanese

K6

A.A. Il 3 febbraio scorso, passeggiando su Facebook, mi sono imbattuta in questo suo post:

“L’inarrestabile macchina per scrivere rilegge con attenzione (ma anche segreto compiacimento) il suo nuovo romanzo prima di ritrasformarsi nell’infaticabile macchina per tradurre.”

Alla mia richiesta di qualche  anticipazione lei rispose:

“Incipit: ‘Sentì battere dodici rintocchi. Riaprì gli occhi, senza sapere quanto tempo fosse passato da quando li aveva chiusi.’ Altro per ora non posso rivelare.”

E quando le chiesi dell’editore:

“Non so ancora con certezza l’editore, né se e quando uscirà! Ma dovevo assolutamente scriverlo ora, altrimenti sarebbe andato perduto.”

Quest’ultima risposta, che di fatto verte sull’urgenza creativa, mi è piaciuta moltissimo. Mi ha fatto pensare alla prolificità di altri giallisti/noiristi, a partire dagli esempi classici di Simenon e Scerbanenco. Come nasce l’idea di un libro di Cappi? Come sceglie i nomi dei personaggi? Qual è il tempo medio di stesura di un suo romanzo?

A.C.C. L’idea di un libro nasce da mille spunti. Articoli di giornale, vicende scoperte mentre mi documentavo per un altro romanzo o semplicemente il fatto che i personaggi di una storia  precedente si rifiutano di scomparire una volta concluso il libro e reclamano una nuova avventura. Questo vale sia per i miei personaggi originali, in particolare per quelli del cosiddetto “K-verse”, ovvero l’universo in cui si muovono i personaggi di Nightshade, Medina e Sickrose (che escono soprattutto in edicola su Segretissimo Mondadori, a volte con il mio nome, a volta con lo pseudonimo François Torrent) sia per i personaggi altrui, in particolare per Diabolik & Eva Kant.

I nomi dei personaggi di solito sono legati al luogo e alle origini. Carlo Medina, per esempio, unisce il mio secondo nome di battesimo a un cognome tipicamente mediterraneo.

I tempi di stesura sono forsennatamente brevi (da tre settimane a due mesi), preceduti però da mesi o a volte anni di maturazione. Non che io sappia tutto del romanzo quando lo scrivo: scopro molti episodi e dettagli della vicenda solo in corso d’opera. Se sapessi tutto in anticipo, mi passerebbe la voglia di scrivere la storia. È anche il motivo per cui, quando ho un’idea, o riesco a scrivere subito, o è meglio che non ci pensi troppo, altrimenti mi si brucia. Unica eccezione: i sei mesi di lavoro per il saggio Le grandi spie, ma in quel caso si trattava di tirare le somme di materiale di documentazione raccolto in oltre trent’anni.

A.A. Mi interessa sapere quale sia, per lei, l’ABC del giallo, i testi fondanti da cui non si può prescindere. Come si è avvicinato al genere? Quali sono i consigli di lettura che darebbe a un giovane scrittore di thriller? Ci sono scrittori italiani che secondo lei potrebbero avere un posto sul comodino di un esordiente che volesse farsi le ossa? E a quali situazioni gli consiglierebbe di ispirarsi per cercare le storie da raccontare?

A.C.C. Di solito consiglio due testi apparentemente inconciliabili: Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, per imparare il rigore del genere giallo e il rispetto per il lettore anche nel momento in cui lo si inganna per poi coglierlo di sorpresa; e Piombo e sangue di Dashiell Hammett, per imparare come il noir realistico, la denuncia e il rigore narrativo si possano fondere felicemente. Ma in realtà mi sono avvicinato al genere – non solo al giallo ma a tutta la letteratura di genere – partendo dai film che ho visto quando avevo sei-sette anni: cito sempre Intrigo internazionale e Agente 007-Licenza di uccidere (il che spiega perché buona parte della mia produzione riguardi lo spionaggio e, appunto, gli intrighi internazionali) e lo spaghetti-western Vamos a matar, compañeros; e, in quello stesso periodo, dalla lettura di Salgari e dei fumetti di Diabolik e dei supereroi Marvel.

A chiunque voglia scrivere, consiglio di leggere moltissimo prima di avventurarsi in un determinato filone. Se si vuole scrivere un bestseller bisogna avere una buona operazione di marketing alle spalle perché il libro sia acquistato da chi non è un lettore abituale e si sorprende facilmente, ma se si vuole scrivere un buon romanzo ci si deve confrontare con lettori più voraci ed esigenti.

Ormai in Italia gli esempi non mancano. Obbligatorio tenere sul comodino Milano calibro 9 di Scerbanenco e, tra gli scrittori attivi oggi, raccomanderei il Salgari dei nostri tempi, Stefano Di Marino alias Stephen Gunn (il nome con cui è noto al pubblico di Segretissimo Mondadori in edicola), che si ispira di continuo a quello che succede tanto nel mondo quanto nelle nostre città.

A.A. Ancora una domanda banale, ma assai appetibile per i feticisti della scrittura che seguono questo blog: ci descrive una sua giornata-tipo di autore? Dove scrive, quali testi di riferimento tiene a portata di mano, mangia o beve mentre scrive?

A.C.C. La mia giornata tipo da autore è molto simile a quella da traduttore. Mi sveglio il più presto possibile (scordatevi il concetto dello scrittore che dorme sino a tardi), accendo il computer, faccio colazione, risolvo le emergenze di posta elettronica mentre accendo il primo mezzo toscano della giornata e mi metto alla scrivania. Quando arrivo a un punto in cui non so esattamente come si risolva una situazione mi alzo a riflettere passeggiando per la casa. Ogni tanto ci sono brevi interruzioni per segnalare su Facebook qualcuno dei miei appuntamenti letterari e rispondere a nuovi messaggi di posta elettronica. Continuo a lavorare mentalmente anche durante gli intervalli per pranzo e cena. Talvolta la cena salta, se devo andare a una serata. Se rimango in casa, continuo a lavorare, a volte fino alle due o le tre del mattino, di solito con una bottiglia di vodka e un cartone di succo d’arancia a portata di mano.

A.A. Oltre che narratore e saggista lei è anche traduttore. Ci parla un poco di come si affrontano le questioni relative alla traduzione di genere? Quale è la fonte della terminologia? Quali sono, se ci sono, i suoi testi di riferimento (dizionari, glossari e simili)? Quanto conta, ai fini di una resa efficace nella lingua di arrivo, la capacità di invenzione personale del traduttore?

A.C.C. Anche nelle traduzioni mi occupo di opere diverse, dal giallo allo storico al fantastico al cosiddetto mainstream. Nel corso degli anni ho tenuto a portata di mano dizionari di gergo inglesi e spagnoli, testi su un’infinità di argomenti e in alcuni casi anche il Manuale dell’ingegnere. Internet è un grande aiuto per decifrare oscuri elementi di botanica – spesso problematici, se l’ambientazione è un paese lontano, perché non esiste un nome italiano che corrisponda alla pianta citata – piuttosto che riferimenti ad aspetti quotidiani (programmi televisivi, prodotti di ampio consumo, nomi di supermercati) che per il destinatario originale sono normali ma per il lettore italiano, come per il traduttore, possono essere del tutto misteriosi. Il mio obiettivo è rispettare il testo originale ma trascriverlo come se l’autore lo avesse pensato in lingua italiana, il che spesso significa non lasciarsi trascinare dalle costruzioni delle frasi nella lingua originale. L’inventiva personale, che non deve essere invasiva, ha il suo peso proprio per risolvere questi aspetti. Certo, ogni tanto capita di dover rendere in italiano i proverbiali “giochi di parole intraducibili”, che invece vanno tradotti lo stesso!

A.A. Sulla sua figura pubblica non grava di certo un’aura eccessivamente dark. Lei coniuga la sua attività di scrittore thriller con una vena di produzione erotica, racconti e poesie, dove probabilmente convoglia un evidente slancio vitalistico. Non ultimo, organizza regolarmente letture pubbliche molto piacevoli in compagnia di altri scrittori. È la convivenza costante con la parte buia di noi che le suscita questo desiderio di corpo e di vita? O la mia è una lettura troppo banale? Ci regala un paio di versi da una sua poesia piccante?

A.C.C. A parte vestirmi spesso di nero, tanto che un marchio di detersivo specializzato mi ha addirittura regalato due casse del prodotto dopo che ho presentato un ciclo di incontri sul noir sotto la sua sponsorizzazione, l’oscurità convive piacevolmente con la vitalità. Non per niente, nei periodi in cui non ho apparizioni pubbliche, mi rifugio in Spagna, dove lavoro davanti a una finestra con vista su una baia. Se non fossi costretto per questioni economiche a lavorare con orari insostenibili, passerei molto più tempo fuori casa e lavorerei solo di giorno, dedicandomi ad altro la sera. Il lato oscuro resta ineliminabile ma, per fortuna di parecchia gente, lo esprimo solo nella narrativa.

Un pizzico di erotismo è apparso spesso in quello che scrivevo ed è aumentato qualche anno fa, dopo che una fidanzata mi disse che a suo avviso non ce n’era abbastanza. Le poesie erotiche sono una scoperta recente, legate alla richiesta di un editore e al fatto che nel contempo, per la promozione del mio volumetto Rochester (Felici Editore), ho tradotto un paio di poesie licenziose del vero Rochester da leggere alle presentazioni. Anche le mie poesie sono in rima e tendenzialmente umoristiche. Un esempio:

 … E quelle che promettono l’erbetta,

ma nulla poi mi lasciano brucare,

si scordan che l’amore non aspetta,

non basta solo farmela annusare.

Non mi faranno spegnere il cervello

facendomi soltanto un po’ arrapare…

 Da un’antologia di autori vari, download gratuito su http://www.eroscultura.com

A.A. Non posso esimermi dal farle la mia personale, irrinunciabile domanda : che fine ha fatto il Cacciatore di Libri?

A.C.C. Visto che le sue vicende sono parallele alle mie, dal 2000 ha dovuto trovarsi attività (di poco) più remunerative, tant’è che nell’ultimo decennio ha vissuto solo tre avventure e, di queste, nessuna era propriamente legata alla caccia a un libro. Quando avrà qualcosa di nuovo da raccontare, suppongo che si farà vivo!

A.A. Desidero ringraziarla molto per il tempo che mi ha concesso: c’è un’ultima cosa che vuole dire ai lettori di “cose da libri”?

A.C.C. Sì. Visto che ora esiste anche il mercato degli ebook, consiglio di cercare il mio nome (e il mio pseudonimo François Torrent) nelle librerie online. Non solo ci sono edizioni digitali di miei libri usciti in libreria, alcuni dei quali non più reperibili su carta, ma anche novità assolute scritte proprio per questo nuovo mezzo.

Gli aspiranti thrilleristi che volessero approfondire i consigli di Cappi sul modo di avvicinarsi al genere possono consultare Elementi di tenebra. Manuale di scrittura thriller, edito da Alacrán nel 2005 e ancora disponibile su Amazon.

Una bio-bibliografia esauriente e attendibile, curata e aggiornata dallo stesso autore, si trova su Wikipedia, qui.

L’autore in persona, invece, si può incontrare il mercoledì sera all’Admiral Hotel di Milano, in via Domodossola 16, dove conduce con altri colleghi serate ad alta tensione all’insegna dell’ironia. Sul sito Borderfiction, di cui Cappi è direttore editoriale, sono reperibili tutte le informazioni sugli eventi all’Admiral e molto di più: articoli, rubriche, recensioni. Mi è piaciuto molto l’incipit di una recensione di Cappi a Per il sangue versato di Stefano Di Marino: “Premetto per onestà – come ha fatto lui stesso quando a sua volta ha recensito miei libri – che l’autore di cui sto per parlare è un amico. D’altra parte lo è diventato dopo che, parecchio tempo fa, ho cominciato a leggere ciò che scriveva su segnalazione di un signore che se ne intende, un certo Sergio ‘Alan’ D. Altieri, all’epoca già autore culto e oggi anche responsabile di collane quali Il Giallo Mondadori e Segretissimo”.

Mi pare di ritrovare qui tutto lo scrittore e l’uomo Cappi: un onesto, irresistibile, serissimo lazzarone.

Copyright Clara Stella

Copyright Clara Stella

One thought on “Andrea Carlo Cappi: eclettico, vitale, poco dark

  1. Non sono un esperto, ma perché tutti gli scrittori di noir si vestono da scrittori di noir con tanto di immancabile cappello? E poi, il toscano fa parte della divisa data in dotazione?

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