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Vertigine della lista: Chiara Gamberale, “Quattro etti d’amore, grazie”

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Abbiamo un indice che è in sé una lista della spesa. Abbiamo i titoli dei capitoli che riprendono le prime parole del testo, come nella Donna della domenica di Fruttero e Lucentini. Abbiamo dei capitoli che cominciano immancabilmente con una lista della spesa. A monte e a valle del libro abbiamo le considerazioni di una cassiera, che comincia elencando i prodotti comprati dai suoi clienti, redigendo una lista ulteriore, penne rigate e fiducia, carta igienica e piccoli momenti di piacere, e la verità che sta tra i mandarini e l’ammorbidente: “la verità, però anche no”. Ci ritorneremo, poiché nella vita dei personaggi di Quattro etti quello della verità è un nodo ineludibile.

 

Lo scenario: due donne, ciascuna con una lista della spesa che riflette il proprio modo di essere e l’organizzazione della propria vita, si incontrano periodicamente al supermercato vicino a casa e si spiano, ciascuna volendo essere l’altra.

 

Erica lavora in banca, è sposata con il solido Michele, ha due bambini che coinvolge nella preparazione di torte e una madre assai più vivace di lei che vive a Formentera con il suo toyboy; si è iscritta di recente a Facebook, dove ha ritrovato un gruppo di compagni del liceo, con cui desidera molto riallacciare i rapporti. Può tuttavia usare il computer molto di rado e non per molto tempo, risucchiata come è dalle cose da fare, che per una moglie e madre desiderosa di essere all’altezza non finiscono mai. Gamberale offre uno squarcio molto chiaro dello stato di tensione e di angoscia causato dal bambino-vampiro, cui è impossibile sottrarsi e che divora qualsiasi tentativo di affrancamento sia pure temporaneo. Un giorno Erica è collegata a Facebook e sta tentando di rispondere a un messaggio, continuamente interrotta dalle richieste del figlio piccolo. Cerca di coinvolgere per un aiuto la figlia maggiore, che non se ne dà per inteso.

 

“‘Viola, vieni subito a prendere tuo fratello!’ Provo a imitare il tono di Michele, quando smette di scherzare e si capisce benissimo che vuole davvero che i bambini facciano quello che gli ordina di fare.

Dalla camera di Viola nessun rumore.

Gu adesso mi guarda, non dice più niente. […]

‘Acccccua’ frigna.

Acqua: vuole bere. Vuole bere! Perfetto. E col suo mezzo metro il frigo non può aprirselo da solo, non può prendersi dalla credenza il bicchiere di plastica a forma di Winnie the Pooh. Certo che non può.

‘Tieni, amore mio.’

Torno a sedermi. Ricomincio da capo:

– Ragazzi, ma siete incredibil…

‘Ancora.’

‘Gu, ora basta, porca puttana!’

Aiuto.

Sono stata io? […]

Gu è qui adesso, è addosso, la mamma non ha urlato, la mamma le parolacce non le conosce neanche, lui lo sa, e infatti mica si è messo a piangere, anzi ride: appende le manine ai cerchietti d’oro che ho alle orecchie, tira. E ride.

‘Amore, piano’ dico.

Questa sì, ecco, la riconosco, è la mia voce: la voce sua.

Mi tolgo gli orecchini, li consegno a lui, sono suoi: sono sua.”

(pp. 19-21)

 

Erica conduce una tranquilla vita in balìa: del timore del giudizio di Michele, che disdegna i social network e considera sciocca l’attività che vi si svolge; del giudizio di sua madre, che la giudica convenzionale e dipendente; dalle necessità dei figli, cui subordina costantemente le proprie. Redige liste della spesa molto accurate, spesso specificando le marche dei prodotti da acquistare. Ingredienti che devono essere combinati per costituire un piatto, che implicano il lavoro ulteriore dell’elaborazione.

 

Tea è l’attrice protagonista della serie televisiva preferita di Erica, Testa o Cuore. Le sue liste della spesa sono molto spartane: gelati, lattine di birra, pizza surgelata. Cose che per essere mangiate non necessitano di ulteriore elaborazione. Tea è sposata con Riccardo, suo ex docente, autore di teatro e attore. Figlia di genitori che a suo parere l’hanno troppo amata – tanto che in rivolta contro questa eccessiva facilità delle cose si mette a rubare portafogli altrui –, Tea trova nel più anziano Riccardo quell’illusorio senso di protezione che può arrivare dalla supposta maggiore esperienza di un altro, insieme con quell’amore per le cose inconsuete e quella capacità di rispondere a domande apparentemente irricevibili come “Ci pensi mai al retro del cielo?”. Tea ha sempre cercato qualcuno che prendesse sul serio questa sua domanda, trovandolo solo in Riccardo.

 

Così come Erica non è sempre e solo Erica, avendo consegnato porzioni della propria identità ai figli e al marito, in casa Tea non è mai Tea, avendo consegnato tutta la propria identità in cambio dell’accesso alla Casa degli Artisti, la dimora di Riccardo: in casa Tea è Wendy, l’amica di Peter Pan-Riccardo, colui che si aggrappa con pertinacia al mantenimento di un equilibrio sovvertito ormai da tempo e conservato mediante il ricatto: ogni volta che Tea manifesta desideri o intenzioni nuove, Riccardo la accusa di essere cresciuta, prefigurando un imminente abbandono. Al bambino-vampiro di Erica corrisponde il marito-vampiro di Tea. Entrambe subiscono un costante infiacchimento dovuto alla necessità di soddisfare le esigenze altrui.

 

Erica prova tremori adolescenziali chattando con uno dei suoi ex compagni di scuola; nulla di più, ma fatica enormemente a mantenere quella piccola vita parallela che si svolge nel virtuale. Immagina favolosi episodi d’amore in casa di Tea. Erica e Michele fanno ancora l’amore con piacere, un elemento che contribuisce all’equilibrio della coppia e forse trattiene Erica dal lasciarsi andare a pensieri di cambiamento.

“Le sue mani, sono soprattutto le sue mani. Quando mi si arrampicano addosso, promettono, ancora e sempre, che davvero vogliono me, riescono a farmi sentire proprio una specie di Tea Fidelibus: unica, ecco. Mi fanno sentire unica. Perché ho le gambe che ho, l’ombelico, il seno, il collo dei piedi. Semplicemente”.

(p. 97)

 

Tea e Riccardo non dormono più nello stesso letto da due anni:

 

“Com’è che il sesso se ne va dalle case, com’è che sparisce fra le cose?

Com’è che a due persone niente veniva più spontaneo che cercarsi e all’improvviso niente riesce più impensabile?

Chi è che spegne i corpi? La testa? Il cuore?

O si spengono da soli, cominciano loro, loro suggeriscono alla testa “è finita”, e poi convincono il cuore: è finita.

È finita?”

(p. 106)

 

Tea ha un amante, Anthony, una boccata d’aria fresca nella sua fisicità e nella sua “ingenuità” da mezzo californiano, che pur essendo totalmente disponibile per lei non durerà.

 

Tea lavora e con il suo lavoro mantiene anche Riccardo, che glielo rinfaccia.

 

Se guardassimo idealmente Erica e Tea dal marciapiede di fronte, supponendo che non chiudano mai le tende, potremmo approntare una seconda lettura della loro vicenda, al netto di qualunque coinvolgimento. Ed Erica diventerebbe una donna piuttosto incolore, dalla volontà fiacca, una piccola Bovary che si figura le vite fantasmagoriche degli altri ma meno disperatamente coraggiosam più ragionevole, più votata; e Tea – che accetta da Riccardo quell’assurdo soprannome, le sue scenate, le sue indifferenze e i suoi ritorni, senza vedere in lui l’artista di dubbia fama che ha superato la mezza età, che meschinamente la lascia non appena intravede un’opportunità migliore, cessando all’istante la patetica maschera da Peter Pan – apparrebbe come una persona che ha trovato più comodo praticare su sé stessa e accettare altrui forme di diminuzione quotidiana del suo essere e delle sue capacità.

 

In ogni caso, al di là della ricchezza e delle complessità delle dinamiche che informano i rapporti, e facendo salvo il contesto – non formalmente degradato, poiché stiamo pur sempre parlando di persone cui non manca nulla e che possono permettersi, come fa Tea, di prendersi delle pause di riflessione in Kenya –, forse non è del tutto peregrino affermare che esiste, nelle vite parallele di Erica e Tea, qualcosa che a volte sfiora il maltrattamento.

 

Un giorno Michele scopre Erica al computer:

 

“Non lo sento arrivare alle mie spalle.

Vedo direttamente il mio portatile che vola, per il salotto.

Si schianta contro la finestra.

Spacca il vetro.

Finisce sul terrazzo.

O forse cade giù.

Sento solo il rumore che fa.

È il rumore più forte del mondo,

Ma ancora più forte Michele urla: ‘Ora basta, per dio’. E più forte ancora ripete: ‘Basta!’. Mai, mai l’ho visto così. Mai l’ho sentito. Mai: ‘Io rivoglio mia moglie. Rivoglio che i miei figli abbiano la loro madre. Rivoglio la nostra vita, cazzo”. […]

‘Che c’è? Che c’è, Erica? Tu non mi vedi più, non ci vedi più. Dov’è finita la donna che ho sposato? Chi è, questa deficiente che sa solo stare attaccata a quel maledetto coso?’

‘Michele’, riesco solo a dire: ‘Michele’.

‘Ti manca qualcosa? Che cazzo ti manca, Erica? Che cazzo vuoi?’

‘Michele.’

Esce di casa, sbatte la porta.

Ancora più forte di quanto ha urlato più forte del rumore più forte del mondo.

Rimango lì, sul divano, immobile.

‘Michele’ ripeto. ‘Michele.’”

(pp. 216-217)

 

Erica non reagirà. Di lì a poco la coppia si iscriverà a un corso di salsa e merengue.

 

Un giorno Tea chiede conto a Riccardo dell’interruzione dei loro rapporti sessuali:

 

 

 

“Ma ti senti? Dov’è finita la mia ragazzina sottomessa? Dove, la mia Wendy sognante? Con quella sì che era bello, fare l’amore, con quella aveva senso, per Dio. Ora guardati, guardati! Sei solo una starlet nevrotica che un giorno ha lavorato troppo, un altro ha litigato con la sua regista, un altro ancora ha bisogno di andare a letto presto perché si deve svegliare all’alba: lo faresti ammosciare a chiunque.”

(p. 107)

 

Erica rimarrà con Michele e Riccardo tornerà da Tea-Wendy.

 

C’è da chiedersi – chi scrive se lo chiede – cosa induca una giovane donna a rinunciare al minimo piacere di coltivare rapporti al di fuori della famiglia, cosa abbia impedito a Erica di rispondere a Michele, quando questi le distrugge il computer, “Come osi toccare le mie cose, come osi invadere un territorio che è mio”. E cosa induca Tea a riprendere i cocci di un vaso che si è rotto ormai parecchie volte, e sempre negli stessi punti.

 

Perché non fanno una scelta diversa? Erica perpetua la specie; Tea non ha figli ma perpetua ugualmente il percorso di cura cui molte donne si sentono sotto diverse forme destinate: in questo caso lei si riconferma badante di Riccardo. Per Erica niente decompressione serale su Facebook con gli amici di un tempo, per Tea niente reale riconoscimento del suo valore in famiglia.

 

Adesso torniamo alla verità inserita dalla cassiera nella lista iniziale: “la verità, però anche no”. Già, perché anche no? Perché eludere la possibilità, faticosa ma remunerativa, di recuperare la propria integrità, operazione per la quale la verità è un ingrediente necessario quanto le uova per gli spaghetti alla carbonara?

 

“Credono che l’esistenza che trascinano gli sia capitata come una dannazione: invece è esattamente l’unica che desiderano, l’unica adatta a loro. […]

Quanto pesa quello che siamo? E quello che non abbiamo?, sembrano chiedersi in continuazione, ma non se lo chiedono mai.”

(p. 238)

 

È il pensiero della cassiera del supermercato. Un pensiero che possiamo fare nostro: e dirci che forse serve tutto, anche gli antieroi.

 

Chiara Gamberale scava con efficacia nelle vite delle sue protagoniste e restituisce sulla pagina ciò che trova, infilandosi con abilità nei panni dell’una e dell’altra. Adotta un registro fondamentalmente implosivo, riflessivo, a tratti rassegnato; mostra una lucidità costantemente contaminata dall’emozione, che spesso insiste sull’intimistico, sull’iperfemminile. Tratto veniale, quest’ultimo, che non guasta un libro assai onesto.

 

 

Chiara Gamberale, Quattro etti d’amore, grazie, Mondadori, Milano 2013, 244 pagine, 17 euro, anche in ebook.

 

 

 

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