cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee

Editing collettivo 1: Simone Lisi

1 Commento

Quello che segue è il primo testo della serie

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L’autore è Simone Lisi: di seguito la sua biografia.

Fiorentino, classe 1985. Nel 2001 viene premiato  dal Gabinetto Vieusseux di Firenze per Racconto d’inverno. Nel 2009 Marcos y Marcos di Milano pubblica in un’antologia il suo racconto breve Tifone o breve storia dei coinquilini di Joseph. Laureato in filosofia, scrive una tesi sul Castello di Franz Kafka, ottenendo il massimo dei voti.

Ha vissuto a Madrid, a Siviglia e nell’isola di Malta per ragioni di studio e per ragioni sentimentali. Al momento svolge un lavoro di cui non è data sapere la natura, e che se vorrà ci spiegherà lui medesimo.

ousmane sall c. aloha-africa.blogspot.it

Il danzatore senegalese Ousmane Sall. Courtesy aloha-africa.blogspot.it

Il ritmo sotterraneo del racconto è questo.

Leggete, valutate, criticate, evidenziate proponete, riscrivete: si apra il Grande esperimento di editing collettivo.

Tornando a casa

o come divenni scrittore

 

Simone Lisi

 

Faccio la strada per tornare a casa con Nati e Camille. In realtà l’allungo, la strada, ché loro vanno in Triana mentre io già ero arrivato.

L’allungo e le espadrillas, che a noi italiani suonano così spagnole, ma che qui le chiamano esparco, mi si impregnano d’acqua perché lavano le strade, la notte, a Siviglia e le suole sono di corda, che poi quando arriverò a casa – giacché a un certo punto si torna anche a casa – saranno dure e pesanti per tutta l’acqua che hanno assorbito semplicemente andando.

Diciamo che se allungo la strada per casa non è tanto per la storia delle scarpe che diventano dure e pesanti perché si impregnano di acqua – questo non rende affatto la passeggiata piacevole –, e non allungo la strada per il semplice fatto che non ho voglia di tornare a casa – che un altro giorno finisca – e nemmeno per un semplice fatto di galanteria o perché voglio finire con una delle due o le due insieme. Il fatto è piuttosto dovuto alle condizioni strutturali di questa ennesima vuelta, ritorno, a casa dopo una sera quasi essenzialmente inutile o senza alcun senso. Il fatto è che a fare la strada non siamo in tre, ma in cinque.

C’è con noi un tale del Burkina Faso, no, non è vero, è banalmente del Senegal, ma poi nemmeno troppo banale questo Senegal, lo è solo in termini percentuali. A ogni modo il tale si chiama in qualche modo che però a noi europei deve risultare impronunciabile e quindi si fa solo chiamare Jimi e noi ora lo chiameremo Jimi. Quindi Jimi fa la strada con noi, con me, con Nati e con Camille.

Jimi l’abbiamo raccattato dalle parti di Alameda, anzi lui si è attaccato, ché aveva conosciuto Camille qualche notte prima e se la voleva fojare, scopare. Banalmente. Perché Camille è bionda e francese e si sbronza e finisce a letto con uomini di cui poi non si ricorda più. E giustamente Jimi vuole essere uno fra i tanti, o forse uno diverso dai tanti, per questa Camille bionda francese che si sbronza e poi finisce a fojare con uomini di cui nemmeno si ricorda. Banalmente. E così si stava seduti in Alameda – prima – e si andava – poi – sempre con Jimi che a volte metteva una canzone sul cellulare, che la sentissimo bene, ed era il tormentone dell’estate, Danza Kuduro, una canzone molto brutta, per ballare, e in effetti ballava, ballava alla sua maniera africana.

C’erano anche state delle divergenze, fra noi europei e Jimi, non proprio noi ma fra un’altra amica di Camille e Jimi. L’amica di Camille, che si chiama Valentin ed è della Bretagna, alla richiesta di Jimi di farsi una sigaretta aveva detto, sì, venga, ma poi lui, Jimi, aveva provato a rubargli il fumo che lei, Valentin, teneva nel tabacco. Lei era stata sorprendente, maschile senza dubbio, nella sua maniera di scagliarsi contro di lui, con la giustizia dalla sua parte, ignorando le sue scuse, sono negro, sono del Senegal, noi del Senegal non ruberemmo mai del fumo per la semplice ragione che fumiamo solo erba, ma erano chiaramente delle cazzate e lo sapevamo noi, lo sapeva lei e lo sapeva lui. A ogni modo le cose si erano un po’ smorzate, e dopo le urla non era successo niente. Alle tre ce ne eravamo semplicemente andati.

E lui, Jimi, ci aveva seguiti. Perché, diceva, non sapeva dove dormire, perché, diceva, viveva in un pueblo fuori Siviglia, perché insomma, Camille si era scopata mezza Siviglia e non si vedeva perché non poteva per favore trombarsi anche Jimi.

E così si andava verso casa, o meglio, Nati e Camille verso le loro case trianere, Jimi le seguiva e io le accompagnavo per proteggerle dall’uomo nero, anche se dopo un po’ era risultato evidente che io non ero in grado di proteggere nessuno e loro si difendevano forse meglio da sole. Ma già, qualcuno potrebbe dire (ma chi?) che avevo parlato di cinque persone e, a ora, i personaggi sono quattro, i personaggi di questo ritorno a casa. Ed è vero, eravamo cinque.

Perché poi è spuntato un tipo sulla quarantina che ha cominciato a seguirci. All’inizio non era chiaro, si è solo avvicinato a Nati e l’ha salutata, ciao, come ti chiami, e poi è sparito, poi ricomparso. Era uno vestito per bene, avrebbe potuto essere un impiegato, un po’ stempiato, poi abbiamo capito che era un maniaco sessuale e che si stava toccando il cazzo e faceva dei versi. A me non spaventava, mi faceva riflettere e dicevo alle ragazze che era inoffensivo, ma Nati, che fa la psicologa, diceva per niente, che poteva trombarsi i morti uno così. È tornato ad avvicinarsi a noi, il maniaco, e io e il nero, Jimi, siamo intervenuti, più lui in effetti, dicendogli Venga, vattene. E lui se ne andava ma poi ogni volta doveva per forza avvicinarsi di nuovo, come se fosse più forte il desiderio di farci vedere il cazzo che il rischio di prendere dei calci in bocca e in culo. E all’altezza di Plaza del Duque è sparito un’altra volta, stavolta davvero, in un angolo dove ho immaginato che sia finalmente venuto, per terra, sui muri, su qualsiasi cosa ci fosse e libero è tornato a casa. Noi abbiamo continuato parlando del più e del meno. E il maniaco già era passato e Jimi continuava ad argomentare su qualcosa che ora non ricordo.

Siamo alla fase in cui le mie espadrillas-esparco sono mezzate e pesanti e quasi di cartone e il maniaco già è passato e si va con Jimi verso Triana. Io allora chiedevo a Camille se mi vendeva una cannetta della buonanotte, ché avevo finito le scorte, e lei mi diceva sì, Venga, te la regalo, ma io le ripetevo vendere perché sapevo che poi anche Jimi avrebbe voluto la sua cannetta e le cose si sarebbero complicate ancora di più di quanto già non lo fossero e di quanto ci fosse bisogno. E Jimi allora mi diceva, Venga, non preferisci fumare tutti e quattro insieme, su un letto, a casa di Camille? Rispondevo che no, che non sono capace di fumare in compagnia e lui mi guardava storto. Allora ho capito che ero il suo cavallo di Troia per entrare in quella casa, ma io dicevo la verità, che fumo solo da solo, che per me fumare è un atto individualistico. Ma Jimi era furbo e capiva il mio gioco, che purtroppo non è nemmeno un gioco, che volevo andarmene e vaffanculo, ma senza di me lui in quella casa non c’entrava e diceva che aveva un amico suo, italiano, casualmente, che era impazzito a fumarsi le canne da solo. E che fumare in quattro sul lettone di Camille sarebbe stato davvero perfetto, ma io non me lo sognavo neanche lontanamente di andare a casa di Camille a fumare sul lettone. E allora gli ho detto, ascoltami, è che c’è una cosa che non sai, c’è una cosa che non ti ho detto. E l’ho detto: la cosa che non ti ho detto, Jimi, amico mio, è che sono scrittore ed è per questo che fumo, comunque da solo, perché mi aiuta nella scrittura, nel mio processo creativo. Solo questo. E lui ha capito o ha intuito o non ha capito che fa lo stesso, e mi ha detto solo “Ok”.

A Puerta de Jerez mi sono congedato dalla compagnia che ero stanco tutto insieme dopo aver chiesto alle ragazze se erano tranquille, se pensavano di potersi proteggere da sole, riflettendo sempre sul cavallo di Troia, e ho fatto un pezzo di strada senza voltarmi, con andatura tranquilla, e girato l’angolo, tolto le mie espadrillas-esparco pesanti come cemento, ho cominciato a correre, a correre nella notte sivigliana, temendo che Jimi mi seguisse. E ho corso come un pazzo senza voltarmi indietro fino a che non sono arrivato dietro la Cattedrale e solo allora ho rimesso le scarpe pesanti e sono tornato a un’andatura quasi normale, borghese.

Ma a ogni modo, anche se così, anche se mi faceva male la milza per la corsa, anche se l’avevo detto a un Jimi-danza-Kuduro qualunque, e per scherzo, l’avevo detto, che ero scrittore, ed ero felice.

 

One thought on “Editing collettivo 1: Simone Lisi

  1. Presenta a tratti segni di una scrittura ancora acerba ma Se non altro per un 85 ha già una bella forza xome penna

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