cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee

Leggete “Pensiero stupendo”, di Gavino Angius

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Avevamo annunciato la pubblicazione del racconto di Gavino Angius qualche giorno fa in questo post, anticipando anche la biografia dell’autore.

copAdesso aggiungiamo che il racconto è tratto da una raccolta che porta lo stesso titolo, Pensiero stupendo (Edizioni AM&D, Cagliari 2009), di cui riportiamo il risvolto di copertina:

“Dieci racconti: bottegaie e prìncipi del foro, ristoratori e politici, tossicomani e professori universitari, generali e
galeotti, pittrici e tombaroli, le cui storie si intrecciano, si fondono, dando vita a una babele di voci. Paesini di
provincia enigmatici come le città e la città una disordinata costellazione di paesi microscopici. C’è di tutto in
questi dieci racconti scelti, filtrati, selezionati. Un museo di macerie allestito con i resti dell’identità personale,
della consuetudine familiare, delle convenzioni sociali, di quanto sopravvive della civiltà occidentale in una
colonia dimenticata dai colonizzatori. Il tutto per un ipotetico lettore paziente quanto basta, complice, se si
vuole, disposto a lasciarsi divertire.”

S VERO 5

S VERO 26Con Pensiero stupendo si comincia ad andare al mare, ma la gita è agrodolce. Perché il ristoratore Su Rei, ambiguo sovrano bifronte, il professore universitario suo amico d’infanzia, il ragazzo con la sciarpa di seta, una peste inodore e qualche inopinata rivelazione stanno insieme nell’alone caldo di un’estate sarda ma a volte sono difficili da digerire, pur con tutto il bianco fresco che circola tra le parole vetrose di Angius. A voi.

PENSIERO STUPENDO

He collects acquaintances. It is delicate work.

Joseph Conrad

 

Il tecnico più alto riavvolge un cavo elettrico, intanto mugola un motivetto snervato che si perde nello sciabordio della spiaggia. Mosse da sonnambulo, sicure nella notte. Avanguardie di maestrale, rivoli d’aria più fresca mulinano nella pasta dell’afa. Il tecnico sguscia sotto l’ala dello spiovente di canne, fuori della chiazza del proiettore. Inciampa nella soglia, mugola ancora il motivo su una nota sola fra lo strisciare di sedie rimosse. Altri tecnici, formiche affannate, smontano le casse degli amplificatori, sfilano col carico sulle spalle, neri e ciechi contro l’anfiteatro di luci della costa che pulsano drogate.

Su Rei, il Re, come lo chiamano, sprizza gioia e sudore che gli brillano sulla faccia da mascherone. Sfinito, commosso, ruscella chiacchiere, e dire che saranno almeno le quattro del mattino. Mi ha preso a braccetto, pilotandomi a sedere sull’angolo della piattaforma d’assi che punta verso la battigia, nella penombra che le piccole onde rischiarano di lampi iridati. In mezzo a noi una bottiglia piena di liquido bruno.

Il Calypso è il baretto di moda quest’estate, mi dicono, uno dei cento bungalows di travi e canniccio disseminati lungo la spiaggia pigra, falso-tropicale, che abbiamo qui. Oasi dov’è bello fermarti giocando a fare il nomade, dopo il bagno e prima d’incolonnarti in macchina verso casa. Perché dietro la spiaggia che ci rammollisce con i suoi vapori corre il viale asfaltato. Semafori, villini, è già città. A mezzogiorno il traffico è peggio che in centro, furgoni tram sirene d’ambulanza. Anche se ci sono palme ibischi e mangrovie, anche se per strada puoi girare seminudo con l’asciugamano sulla spalla.

“Due uomini e una bottiglia, professore” dice su Rei “e su scurìu della notte, e possiamo dire la verità.” Siamo come fratelli di sangue, lui ristoratore famoso, cucina e dà da mangiare agli esseri umani, io più modestamente insegno all’università. Ci unisce un’amicizia carsica, che rispunta ogni tanto: da bambini abitavamo sotto la stessa verticale, io figlio unico in cima al palazzo, lui figlio della portinaia, nel sottano con sette fratelli.

“Hai fatto felice il ragazzo” devo incensarlo. Ci tiene, ed è anche la verità, “era da tanto che non lo sentivamo cantare. E poi, gli amici.”

“Gli amici, sì. Ma di amico, amico vero, ce n’è uno solo” si punta il collo della bottiglia contro il vello del petto, sotto la croce egizia d’oro “senz’offesa per te, professore. Ma beviamocene uno, sennò non è cosa.” Sa d’erbe amare, di penitenza, di medicinale, il liquore nei bicchierini. Non ricordo quanto e che cosa ho bevuto durante la festa, fra i pasticcini di Mavì, gl’involtini di melanzane di Tonino, il cuscus piccante di Fahti e Sharifa e la spaghettata di mezzanotte cucinata fra i vapori d’un pentolone infernale da su Rei in persona, scalzo e frenetico, che ancheggia davanti al fornello, vecchio bagascione, e suda tracannando birra, e spedisce Renzino, Giugiù, Vanessa, chi gli capita a tiro, che gli portino subito i tocchi di pescespada la rucola il tabasco. Cibo che si fa carne e sangue e torna alla terra in sudore, lacrime, deiezioni.

Il ragazzo, invece.

Il ragazzo domina la festa sprofondato fin dal principio in un seggiolone di vimini, trono issato in bilico su due casse di birra giusto di fronte al palco. Sciarpa di seta intorno alla gola e un bicchiere in mano, di tanto in tanto si bagna le labbra stirate e riarse. Galleggia privo di peso sul tifone di musiche mentre sul palco si alternano trii e quartetti, orge di chitarre sciamannate e scagliose, dischi grattugiati. Nel bel mezzo su Rei medesimo sale a cantare Granada, suo cavallo di battaglia, con frementi trilli d’ugola, e poi ancora bassi e batterie, treccine rasta e creste punk iridate. Una festa col meglio del meglio che puoi trovare in città. Per il ragazzo questo e altro. Offre su Rei.

S’è ammalato l’anno scorso, il ragazzo. Ricoveri misteriosi all’estero, Svizzera o Inghilterra, sparito fra l’esorcismo delle mezze verità rigirate come carte false, tonsille, linfonodi, qualcosa al fegato, no, sono i polmoni, e ancora ghiandole e febbri e tremori. Depressione, analisi, un fabulare a onde, che rimesta e intorbidisce. Mi ha telefonato a natale, un rito, è mio figlioccio e porta il mio nome di battesimo. Auguri esitanti, con una voce che svaniva, lo stesso soffio metallico vacuo e alonato dei rumori di fondo del telefono. Dov’era? Svizzera? America? Quand’è tornato qui, verso aprile, subito un altro ricovero, reparto infettivi, che cosa c’entra con la gola o i polmoni, altre parole e carte false, e l’hanno dimesso, alla fine, due settimane fa, più magro ancora, come fatto d’aria, la faccia pennellata d’ombre verdi e viola, sciarpa al collo in pieno agosto.

Sono andato a trovarlo a casa sua, l’appartamentino che il padre gli ha comprato nel quartiere Castello, con l’abbaino a vetri sui tetti a dente di sega delle case vecchie addossate come pecore all’ombra. Ogni spazio è misurato fino alla soffocazione, in questa città che si vanta dei suoi sette colli. Li conosco troppo bene, suo padre e sua madre. L’appartamento ammobiliato con gli oggetti dei suoi desideri, servito da una donna a ore, libero per gli amici, lo unisce ai genitori come un altro, infrangibile cordone ombelicale. Appartengono alla razza di quelli che non si limitano ad accontentare i desideri dei figli, li prevengono, silenziosi, a gara fra di loro.

D’istinto cerco l’odore della malattia, una peste così deve puzzare per forza, me l’hanno insegnato i libri: Manzoni, Camus, e invece è frigida, asettica. Mandasse odore, sarebbe più umana. Durante la mia visita il ragazzo ha seguitato a guardare con un occhio solo il televisore acceso, mentre mi rispondeva, educato, con un balletto di frasi e notizie vere ma inutili. Un girotondo intorno alla peste.

Ma la peste ha fatto le sue conquiste, anche senz’appuntare bandierine colorate sulle mappe evanescenti del ragazzo, il virus lo invade con le sue legioni, si sostituisce a lui, ne lascia intatto l’involucro, solo un po’ disseccato, crepato, mi gioca lo scherzo di mascherarsi dentro la sua spoglia vuota. Solo dopo un quarto d’ora mi accorgo che lo spettacolo in TV è il video d’un festival di San Remo di forse dieci anni fa. Lui ha azzerato l’audio, i cantanti boccheggiano senza emettere suono, strani pesci d’acquario. Ha cancellato la voce umana, lui, il cantante.

Ci scherzavamo su questa passione, sua madre, suo padre, noi amici di famiglia, a cinque anni scimmiottava davanti allo specchio un cantante di allora, non ne ricordo il nome. Poi, adolescente, il primo gruppo, la band, come la chiamava, i piccoli locali notturni, i concorsi per dilettanti. L’ho avuta anch’io la band, ai miei tempi, un mito, si suonava negli scantinati, capelli lunghi sul collo e jeans stracciati, la trasgressione, figurati la band, alla batteria Rino Brigas che adesso mi è diventato un principe del foro, Stefano Dore, con quella bocca che sembrava una coppia di prugne sfatte cantava, figurati, adesso è onorevole. Abbiamo appeso al chiodo chitarre, microfoni e trasgressione, come si deve, come si può.

Per il ragazzo, nessun chiodo da appenderci la voce. Voleva arrivare fino in fondo. E allora avanti coi festival, anche quelli una specie di esame universitario, di concorso di abilitazione, farti riconoscere uomo dalla tribù, per farti capire che sei cresciuto c’è sempre qualche bella cerimonia dove ti limano a crudo gl’incisivi o devi camminare su un letto di carboni ardenti.

Era arrivato primo in tanti concorsi minori, poi secondo, terzo, quarto in quelli più importanti, e c’erano sempre un gatto e una volpe indaffaratissimi a fargli balenare davanti agli occhi la prospettiva del disco. Poi il miraggio del disco s’allontanava, il sole argenteo pieno di musica scompariva fra telefonate e i fax, i rinvii e le attese, e il ragazzo componeva altre canzoni strimpellando il pianoforte di casa con due dita. Canzoni troppo melodiche per essere rock, troppo irregolari per essere melodiche, le gonfiava con torrenti di parole. Ma non era mai stato bravissimo con le parole, fin da quando lo aiutavo a fare i compiti e mi guardava, inceppato nel tema o nella versione di latino, più intento alla mia faccia che alle parole. Avevano un modo di guardarmi in faccia, lui e sua madre, come se l’esistenza dell’universo dipendesse dall’incresparsi delle mie rughe. Nella sua voce si avvertiva già, lontano e indistinto, il soffio al quale s’è ridotta adesso, e forse ha ragione lui, un cantante non è una voce ma una bocca, la bocca muta e spalancata del video.

“Era innamorato di te, coglione, fin da bambino”, mi ha rivelato su Rei anni dopo, nella saletta riservata del suo ristorante, irrorandomi di sughetto l’astice alla catalana. Il ragazzo, nel frattempo, era ormai cresciuto e volato via. S’era innamorato sempre degli uomini sbagliati, il ragazzo, incominciando da me professore miope e distratto che non m’ero mai accorto dei suoi sentimenti. Mando giù mezzo bicchiere di vino bianco fresco e digerisco la notizia di quest’amore impensabile, di quest’amore sghembo, come ho sempre digerito tutto, il profitto e la perdita, l’esaltazione e l’abisso. Struzzo dei sentimenti, buona digestione. Sarà per questo che mi sono fidanzato solo una volta, a lungo, con una collega giovane, bella, geniale, devota e forse noiosa. Un lungo fidanzamento inamidato, e niente alla fine, né matrimonio, né festival di voci nuove né passeggiata sui carboni ardenti.

Non ero attrezzato per capire i sentimenti d’un ragazzo. E poi, racconta su Rei scodellandomi il pesce San Pietro allo zafferano, il ragazzo s’è innamorato di Saturnino, giocatore di pallone, uno sfigatissimo, riserva da una vita in una squadra di provincia, sì, anche i calciatori.

Degli altri amori sapevo, di Marianetto Secchi noto Marilino, che lo faceva per soldi, e poi ancora a Roma d’un australiano biondo, giocatore di tennis e di scacchi, Clive di nome. Per lui aveva composto canzoni, né belle né brutte come tutte le altre.

Era stato pure l’amante del Rei. Non deve stupire, a uno come il ragazzo, su Rei può piacere, e a su Rei piacciono i ragazzi. Forse anche lui deve digerire qualcosa, la moglie impellicciata, il figlio maschio col Maserati dall’età di diciott’anni, la figlia slavata tutta casa e parrocchia. Non ditemi che non è vero, la moglie e quattro figli servono, parole sue, per mandare avanti i due ristoranti la sala giochi il supermarket e la boutique d’articoli sportivi. Una potenza, su Rei, una multinazionale di commerci e pettegolezzi, di bilanci d’imbriagheras. Uomo benedetto da una saggezza ancestrale che risiede tra il ventre e il basso ventre, ragiona come un greco antico, anche se ha fatto solo la seconda media, la vita sta nella carne giovane, ragazze o ragazzi, che differenza c’è, la vita vera, la varietà, la carne, toccare la carne porta bene, mica toccare legno o ferro.

E chi sono io per dire di no a uno come lui, capace di allargarsi, di annettersi sempre nuovi domini, nella larghezza è la sua profondità, affari sesso e cucina e adesso questa bottiglia profumata e severa.

Su Rei propone un brindisi alla luna, io la non vedo, dev’essere proprio dietro la mia testa, aureola che non merito.

Facile arrivare al finale. L’australiano biondo, così roseo e fresco e sbarbato – l’ho visto in fotografia, torace bombato nella maglietta bianca, un tennista degli anni Cinquanta – ha contagiato al ragazzo la sua peste, poi è tornato in Australia a morire. Australia, unico posto della terra dove non andrei mai, mi dicono: “Australia” e vedo un deserto popolato d’uomini grandi e grossi, tutti maschi – chissà dove nascondono le donne – dai gesti esagerati, come se dovessero riempire il troppo spazio che hanno a disposizione. Brutto posto pure per morirci. Altro bicchierino. Che strane idee mi mette in testa su Rei.

Il liquore sembra più dolce, adesso, acuisce l’attenzione. Il tecnico alto ripassa, aureolato dalle luci dei paesi costieri, la marea sotto il soffio leggero del maestrale va alzandosi, non più di due dita, i fondali qui sono bassissimi, fa il rumore d’un cane che lappa.

Pensiero stupendo

Nasce un poco strisciando

Inseminato, posseduto dalla canzone, il tecnico tormenta i due versi facili, quintessenza di tutto. Denti stretti, esse che sibilano troppo, cadenza del centro dell’isola, pausata, montanara, le parole si difendono. Canzonette, nostri proverbi, enigmi, scongiuri.

S’è conficcata in testa pure a lui, che sente musica per mestiere. Come avrebbe potuto non farlo, tutti hanno finito col cantare a squarciagola quando il ragazzo è salito sul palco e ha attaccato.

“Un tributo”, annuncia piegando il collo di lato “a un’icona vivente”, e con queste parole solenni sentite chissà dove, autorizzate da chissà chi, non c’è più la sua voce sfarinata, l’infezione, i linfonodi, e neanche la foschia che sale da Marina Piccola sotto i picchi gemelli della Sella del Diavolo, e neppure le luci addomesticate dei faretti.

Ancora una canzone, una delle sue, né brutta né bella, con Sammy dietro le tastiere che fa di no con la testa, chissà che cosa s’è fumato, sorride agli angeli, e Christian Peddis il batterista che tenta di mantenere il ritmo sui binari. Una canzone appesa via l’altra, un poco tutte uguali, le canzoni dei dischi mai fatti, dei provini rinviati, lui in mezzo al grande spot del faro in camicia e pantaloni bianchi, aggrappato come un naufrago al microfono che gli hanno sistemato troppo in alto.

La notte è maledettamente lunga, sfrangiata ai bordi come un’ameba. Dopo l’ultima canzone, già arrochito, stremato, pallido sotto il trucco – altri verdi e violetti, e paillettes, opera di Mirella, non lo diresti mai, così grassa e sciatta, come ci sa fare con ombretti e fard – gli applausi e i cori, e su Rei sul palco, scalzo e con la camicia aperta sulla pancia, in controcanto il magico sax di Ricky Barbusi. E ancora, tutti in coro:

 

Pensiero stupendo

Nasce un poco strisciando

A cappella, inno di trance salmo penitenziale o anàtema contro tutto ciò ch’è fuori e tutto ciò ch’è dentro, il ragazzo, il nostro ragazzo, il povero frocetto impestato, tenuto per mano in un girotondo di vivi e quasi vivi, redenti e dannati, morali e immorali, regolari e devianti, nel fumo del ghiaccio secco del pentolone e delle canne, nell’ubriachezza mai molesta dei vermentini e degli añejo nueve años.

Ho cantato anch’io, mi sono sbozzolato nella musica, padre altamente putativo del ragazzo, del nostro frocetto, dice con tenerezza su Rei. Mamma e papà, quelli biologici, anagrafici, erano impresentabili in un posto del genere – hanno mandato canestrate di fiori e champagne, che li rappresentano meglio di quanto possa fare io. Non so Vittorio, il padre, ma Virginia, la madre, sarebbe pure venuta, mimetizzata sotto uno dei suoi grandi cappelli e avrebbe cantato anche lei, stringendomi la mano. Virginia. A volte penso che Vittorio sia un di più, Virginia avrebbe dovuto mettere al mondo il ragazzo per partenogenesi.

Bravo invece su Rei, che in questo basso fondale melmoso ci sguazza e ha sposato cielo e inferno, organizzando la festa con i migliori amici suoi e del ragazzo, amici di tutti, musicanti imitatori e cuochi, spacciatori e parrucchieri, intellettuali e checche, checche intellettuali, in un tripudio di pettorali palestrati e tacchi a spillo, stracci e lustrini, e con la sua bottiglia profumata di vecchia farmacia mi riempie ancora il bicchiere. L’alcol regola le distanze meglio d’ogni luce.

Uno e bino, su Rei, strabordante incubatoio di mille iniziative, due ristoranti, un negozio di articoli sportivi, perfino una fabbrichetta di barche da diporto: provvede ai piaceri naturali e non necessari, a quelli non naturali e necessari, ma forse mi sto imbrogliando e allora giù con un altro bicchierino di quest’elisir ambrato e infernale. Bevi professore, che più bevi e più su Rei ringiovanisce sotto i tuoi occhi, e magari anche tu ringiovanisci sotto i suoi. Su Rei, che da ragazzo voleva fare l’attore, non ci si crede vedendolo adesso, ma era belloccio, coi capelli ondulati e gli occhi sempre un po’ umidi.

Dopo che il ragazzo ha finito il suo numero, la passerella degli altri giullari. Mangiamo ancora, la magia ha bisogno di tartine e di bottiglie, di baci in bocca sudati e scie di profumo. Ma di tutte le magie della carne, nessuna ripete quella aerea, allusa delle voci. Niente più carne, solo il Pensiero stupendo, un volteggiare di poche particelle che s’attraggono e respingono, danzano sempre più rarefatte nel grande vuoto.

“E allora, su Rei?” compagnia che non stanca, parla sempre lui, e beve il doppio. Faccia segnata, azzurrina. Chi glie lo diceva, quando s’imbucava nei cinemini da sessanta lire per delle ore, a sognare d’essere Sean Connery e Clint Eastwood, , che sarebbe diventato padrone di destini?

Stronfia col naso: “Salute professore”, e diventa solenne, impettito. Adesso viene il pezzo forte, la storia vera del ragazzo storia già postuma.

“Li conosci Sandrino Canalis e Bebbetto Pala” una pausa per lasciarmi immaginare i due rappers di Sant’Elia, in arte Pakko e Arresoja, figli di deportati da un quartiere ghetto all’altro, inscatolati dalla nascita in case popolari sempre nuove.

Li ho visti esibirsi sul palco, tre ore fa, berrettini alla coatta e bandane variopinte e basi di tamburi come barili che rotolano, canzoni né meglio né peggio di quelle del ragazzo, stesse rime scontate, solo per essere moderni, per parlare al popolo, dare l’essenza della realtà qui un cazzo e là un vaffanculo, parole fisiologiche come cuore e amore. Il rap, musica civiltà industriale, da industria pesante, treni a vapore e velocipedi e operai, doveva nascere centocinquant’anni fa.

Su Rei, di suo, mi precisa che uno è frocio e l’altro no. Ma non è questo.

“Ti dicevo, quei due, Bebbetto più dell’altro, hanno ricominciato ad avvicinare il ragazzo quand’era ancora all’ospedale. Non so, non erano mai stati grandi amici, ma lui li accoglieva come se lo fossero, sai, nel giro della sfiga ci si ritrova, e poi lui ha un gusto per la gente strana” esclude, o include, se stesso. Continua, come dettando una testimonianza all’inquisitore che si porta dentro:

Li hanno visti gironzare intorno al padiglione degl’infettivi, quel casermone basso in mezzo alle trincee di terra smossa, cartelli di lavori in corso e ruspe e carriole e barriere di rete metallica ovunque, l’ospedale era prima un quartiere di caserme, una nebulosa di palazzine a due tre piani sparse per un vasto parco o giardino devastato, con vigilantes armati di pistola agl’ingressi, perché gl’infetti di quella malattia là o sono froci e puttane o sono tossici ladroni, e intorno all’ospedale c’è il quartiere storicamente più puttano tossico e ladrone della città. Andavano a trovare il ragazzo. “Insomma il ragazzo è ricco” aggiunge su Rei. Questo lo so, da amico di famiglia, compagno di scuola di suo padre, confidente di sua madre, fra tante linee di confine.

“Gli hanno chiesto soldi per produrre un disco. Un disco tutto loro, con la foto sulla copertina, pure” arrotonda le labbra sulle erre di produrre, come se parlasse di merda “produrre un disco, quei due, e il bello è che è vero, pare che ‘ste cazzate vanno forte, hai sentito i ragazzini come urlavano, s’è avvicinata la gente dagli altri baretti, a sentirli, hai visto, c’era pure il fans club loro, con gli striscioni neri, e allora ci vogliono soldi per produrre il disco e fare la promozione, passaggi in TV, non so, insomma. Sai quanto costa?” Fa una pausa, non immaginavo che se ne intendesse così tanto di dischi e rappers e passaggi in TV. Lascia cadere una cifra.

Che bella invenzione, la musica registrata, stored music, musica conservata in magazzino, come il grano il vino l’olio, per quando avrai fame e sete.

Ripeto la cifra, come un’eco distorta, sullo sciacquio che s’avvicina. Sono io che verso da bere, questa volta. Il denaro per me è un coefficiente letterario. Balzac, Dostoevskij. Ma non puoi essere debole col denaro, altrimenti scopri il culo. Specie con gli amici, in questa città dove si sta stretti come in gabbia e per forza bisogna chiamare amici tutti.

“A lui ne hanno chiesto soltanto la metà. E lui glie li ha dati. Cristo, dati sulla parola. Soldi di mamma e papà, soldi suoi. E se ne esce poi che immaginava che costasse così poco farsi un disco, se l’avesse pensato prima, di produrselo da sé, ma adesso è tardi, e gli ha detto bravi, bravi, magari mi fate sentire i provini. ” Su Rei è più cràstulo di dieci barbieri, per gusto e per destino. Non indovino chi gli abbia rivelato tanto lusso di dettagli, aspetto che se ne vanti.

“Me l’ha detto Bebbetto. E me l’ha confermato il ragazzo.”

“E allora?”

“E allora è una carognata. Se il ragazzo muore” si tocca il cavallo dei pantaloni, aggroppato, “se il ragazzo muore, mai sia, ed è quello che Bebbetto spera, non deve ridargli i soldi indietro. Potrà passare un sei mesi, un anno, ma poi il ragazzo muore, sicuro che muore, miracoli non ne fabbricano più. Eccola qui, la carognata. Hanno studiato il gioco sul tempo che gli ci vuole a morire. L’altra metà glie l’ho voluta dare io, ma mica muoio domani. E non dico per i soldi, che con quelli mi ci pulisco il culo” adesso gorgheggia, su Rei. Per la stessa cifra, professore, mi dico, processioni di studenti imbecilli lezioni scazzate esami e tesi di laurea, notti col mal di testa, sigarette e tosse. I soldi salvano solo chi è battezzato in loro nome.

“Magari sei tu che muori domani, su Rei.” Lo dico senz’averci pensato. Che grande coraggiosa verità.

“Ma ci vuoi rientrare in sette palmi nel buco che ti ha partorito, che cazzo vai dicendo!” l’idea della morte, della sua morte alla quale non penserebbe mai, gli dà una botta di taglio fra capo e collo, a tradimento. Siamo qui, affogati nella notte che non porta consiglio, su un assito umido, io magro e scricchiolante, grigio non solo di capelli e barba, i jeans che mi tormentano, il capo più moderno che possiedo, lui con quei quattro riccioli lunghissimi riportati, a un passo dall’apoplessia, che cova certo diabete e colesterolo, e ictus e gangrena. Diventiamo vecchi senza imparare come si fa.

“Allora hai fatto scommessa, su Rei.”

“A me piacciono le scommesse che vinco. Stasera, per esempio, guarda che tròppara di gente t’ho radunato, amici miei, soldi miei, l’ho affittato io il locale, telefonate mie, camerieri miei, caghineris e normali, bascarramini de portu e professori, non so se mi sono capito, e indossatrici, e due giornalisti e pure un assessore, vi ho trattati ad arselle nere di Marceddì. A morire no, che c’è sempre tempo, e non ci scommetto” la mano scende di nuovo alla coglia, ma con un filo d’esitazione. Ragionevole vigliaccheria, buon senso, anch’io ne sono pieno, ma devo contraddirlo, l’añejo nueve años mi sospinge, che sia il destino distillato?

La festa è finita, come quando passata la befana smonti l’albero e i doni sono già un po’ usurati, la cintura che ti ha regalato tua sorella ha il cuoio già aggrinzito, i libri che ti sei comprato da te facendoli però impacchettare con carta rossa e fiocchetti hanno già il taglio sciupato.

Anche qui la festa è finita, e camerieri giudiziosi come formichine portano via nella penombra i sacchi dell’immondezza. Sarà l’idea dell’immondezza che mi suggerisce una risposta:

“Il ragazzo ne sa più di te. Metti che per miracolo non muore. Ha fatto un’azione da uomo, uomo, m’intendi, piacerebbe anche a te che si dicesse che su Rei ha dato soldi a due ragazzi per fare un disco. E se muore, come pure se muori tu, affanculo tutto, dei soldi te ne fotte qualcosa?”

“È il principio, i soldi miei sono miei. Anche da morto. E si saprà che glie li ho dati. Anzi, si sa già.” Saldi contrafforti del principio.

“C’era un francese, un filosofo, che diceva: scommetti che dio esiste. Se quando muori vai dall’altra parte e lo trovi, hai vinto la scommessa, se non c’è, tanto sei morto comunque, non perdi niente.” Lasciatemi un poco di orgoglio, durante le lezioni, col Manzoni e il Leopardi di terza mano, forse ho versato per sbaglio nelle orecchie del ragazzo anche un poco di Pascal, e adesso l’ha messo a profitto.

Già, ma su Rei è precristiano, e resiste:

“Credere io ci credo, per esempio, che c’è dio e il resto, però se poi gli do retta ai preti, niente vino, niente chiavare, niente colletto ai clienti che vogliono la buttariga di Cabras al prezzo del pane grattugiato. Magari Gesù Cristo non l’ha messa così, sono stati i preti, tutt’una razza, e se quando muoio non c’è niente di là, se non ho mangiato e bevuto e chiavato, chi me lo torna indietro? Cazzo di scommessa, sembra una trappola per tonni, le paratie a imbuto e in fondo la camera della morte. ”

Chi lo sentisse, su Rei, imbovato dai bicchierini añejo nueve años, disquisire su Pascal col professor Mantega, lui che vive due vite, la sua e quella della gente sulla quale spettegola. Racconterà lui stesso meraviglie di questa notte, gran biografo e autobiografo, che ha ragionato di filosofia con il professore, quello che insegna all’università e ha scritto libri, e gli ha pure detto la sua. E se tra le vittime vive dei suoi pettegolezzi ci mette anche un filosofo francese morto da trecent’anni, bene, in fondo io non faccio la stessa cosa sul côté dei morti, spettegolando di loro con appena l’aggiunta di qualche vivo? E magari proprio in quest’istante, il ragazzo sfiancato dalle sue canzoni dai cori dal bicchiere di bianco che ha voluto bere per forza, si arrende al virus e muore, ancora avvolto nella sua sciarpa. O magari la morte l’ha addormentato sul sedile della Maserati di Christian, il figlio maggiore de su Rei che l’ha riportato a casa. O Christian, cazzone ubriaco e strafatto di coca, s’è scempiato con la macchina contro un semaforo di via Vesalio, e l’immunodeficienza acquisita ha perso il turno.

“Norabonas, professore” soffia dalle narici su Rei. È ora di concludere.

E anche su Rei che mi sta davanti, e io il professore siamo (sono) morti (morto), in potenza se non in atto, anzi, su Rei si muove già disincarnato, alleggerito, un poco a disagio nella sua nuova qualità di morto, smaterializzate anche la camicia leopardata e la croce d’oro egizia. E io, non più alonato di luna?

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