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Gavino Angius, “Prima le donne e i bambini”

1 Commento

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Courtesy occupyhealthcare.net

Come avevamo già detto, “donne che si sentono e si comportano come le badanti di tutti, incapaci di slegarsi da un ruolo di cura che pare loro assegnato per nascita”: è il primo racconto inedito di Gavino Angius (ne pubblicheremo quattro, uno alla settimana). Leggetelo e osservate come Angius sa rendere con sapienza, sia pure in terza persona, la riprovazione solidale di Serena nei confronti di Mariagiulia, vittima autosacrificale che ha consegnato la sua vita e il suo tempo all’uomo che l’ha umiliata. Leggendolo ho provato un sentimento di rabbia nei confronti della vittima. E voi? Benvenuti nella Cagliari di Gavino.

PRIMA LE DONNE E I BAMBINI

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Perché una è troppu bona. Perché Marina e Carla non si parlano da una settimana. E in ufficio si affilano i coltelli, c’è puzza di polvere da sparo. Preferiresti una sfuriata, una litigata, sangue morti e feriti, ma Carla non è il tipo, ti guarda con gli occhi a fessura e arriccia il naso, è la sua maniera di condannarti e giustiziarti. Da lei ti puoi aspettare la lettera anonima, il cianuro nel caffè che ti offre a casa sua. Quella pollastra di Marina, invece, una mummia, con il suo Hashimoto e il suo Eutyrox, non mangia e mette su chili lo stesso.

E Mariagiulia, due settimane di ferie trascorse a dormire. Le ha telefonato la domenica, Serena, alle sette e un quarto di sera. Una box’è sonnu, Mariagiulia.

Serena: “Mica ti ho svegliata, no?” E quell’altra, pasticciando con le bugie che non sa dire, se ne viene fuori che sì, stava dormendo a quell’ora. E passi. Ma alle sette di sera del martedì, stessa scena, mica una dorme alle sette di sera, mentre è in ferie, ai primi di luglio.

“Qui c’è qualcosa sotto”, ha pensato Serena.

Che fai, in questi casi? Organizzi una cenetta in un locale allegro, nel quartiere Marina, così le ragazze sgasano un pochino. Sei il capufficio, no? Psicologia elementare. Rafforza lo spirito di corpo. Allenta le tensioni. Fi-de-liz-za. L’hanno detto anche al corso di aggiornamento della Bocconi.

Almeno Mariagiulia si dà una smossa, e quelle altre due, Carla e Marina, ci bevono un bicchiere sopra e scordano provvisoriamente perché hanno litigato. Che poi lei, Serena, mica l’ha capito, questo perché. Invece, Mariagiulia è una faccenda seria.

Ancora non l’ha digerita, la storia del marito e della praticante. Non le passa, non guarisce. Serena ricorda quando Mariagiulia ha sposato Ettore Congia. Lui già praticante nello studio di suo padre, lei fresca laureata. Ettore. Vent’ani di matrimonio, ragazzi, vorrei vedere chiunque. Gl’Inossidabili, li avevano battezzati. Ettorino, in questi vent’anni, s’è fatto crescere un bel paio di baffi ed è diventato il miglior commercialista della città. Diciamo il secondo, per il momento, finché non muore il vecchio dottor Fulghesu, quello che ha lo studio in via Manno.

Potevano durare fino a cent’anni, matrimonio e successo. E invece il diavolo gli ha ficcato in studio una praticante giovane. Vedi tu, che giostra di praticanti.

Valentina. Intelligentissima. Un genio. Insostituibile. Entrava in studio alle nove di mattina e usciva alle nove di sera. Rendeva per tre. E qualche sera lui l’ha pure portata a casa a cena, con Mariagiulia che s’ingegnava ai fornelli, si faceva suggerire menu e ricette da Serena, perché questa Valentina mangiava poco, stellina, inappetente, uno scricciolino. E allora vai di ravioli alle erbe con sugo di porri e trevigiana, mousse di crescenza con le noci, tagliatina di spada all’arancia, confit di pere al sesamo.

Alla fine Ettore, zitto zitto, ha comprato un appartamento, mobilia e tutt’il resto, e ci ha piazzato dentro Valentina. E via col grande salto! Vita nuova! Ha fatto le valige, tutto senza un litigio né un preavviso, alla coatta, e Mariagiulia, è rimasta lì, cravata in casa, e meno male che la casa le è rimasta, tonta, senza accorgersi di nulla, persa dietro quel figlio di vent’anni che sta ripetendo la quarta liceo in una scuola privata, te la vedevi arrivare in ufficio con due solchi sotto gli occhi e le gonnelle sempre più storte. Gesù, aiutateci. In ufficio hanno capito subito la faccenda, Serena prima delle altre. A parte che qualche venticello di chiacchiera ha circolato.

Ma la cosa peggiore è che Ettore, svelto svelto, ci ha fatto un figlio con Valentina. Un bel maschietto, che adesso ha pochi mesi.

Non c’è bisogno di essere psicologi per capire che a Mariagiulia più questo fatto brucia in pancia come se si fosse bevuta una latta di acido solforico.

Però, siccome i bambini sono bambini, e bisogna essere superiori alle miserie umane, pure al battesimo, è andata, Mariagiulia. Da vederla, in chiesa, discreta, in terza fila, soffiandosi il naso, con al fianco il figlio mummullone, Samuel, ancora in quarta liceo, due spalle così che sembra un giocatore di rugby, e invece, dice la madre, non si scrosta dalla playstation.

Il bambino, un amore. Ettore è pazzo di lui, ha postato su Facebook almeno duecento foto.

Tutto suo papà, Ettore Maria Congia junior. Biondazzo e rubicondo, con la faccia di uno che vuole spaccare il passeggino.

E allora, cara Serena, rimboccati le maniche e organizza questa santissima rimpatriata aziendale. Con tutte le rotture di palle di quando si organizza una cena con questo branco di capre. Lunedì no, ché il pesce non è fresco, martedì siamo già a settimana incominciata, mercoledì alla fine decide lei, giorno e locale, che si sa come va a finire quando vuoi accontentare tutte. Perché alla Quarta Sezione sono tutte donne. Tolto Efisino il commesso, e Stefano Liperi, che quando gli dici della cena capisce al volo, inventa una scusa e si defila, gentiluomo, con quegli occhialini che gl’incorniciano due occhi che sembrano perennemente perplessi, e il completo blu pure a ferragosto, che non fa una piega. Ha la scusa pronta per non venire, proprio non può. Impegni precedentemente assunti. Giurato a una mostra di bellezza canina. Lui e la moglie. La moglie, una bella bionda, sembra appena scesa dalla passerella di una sfilata di moda anche lei, e l’unica passione che hanno sono i cani, pensa, si sono conosciuti proprio a una di queste mostre, a Lido di Camaiore. Che lui aveva un cane rarissimo, roba da grandi intenditori, tipo bracco svizzero o levriero babilonese, un coso lungo lungo, tipo tronco ricoperto di muschio. Lei pure ce l’aveva uguale. Loro due soli in tutta Cagliari, che ne possiedono uno. Quando si dice: le affinità elettive. Va bene, ognuno a modo suo. Serena, per esempio, ha la passione delle maioliche inglesi, ne ha due credenze piene in casa sua.

Fossero tutte come Stefano Liperi, le ragazze.

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Ci siamo. La padrona del locale è una che ti fa sentire a casa tua, dottoressa di qua dottoressa di là. Più vicina ai cinquanta che ai quaranta, anche se vorrebbe dimostrarne dieci di meno, sculetta tra i tavoli, ma è una sculettata innocente, bassotta e tonda com’è, dev’essere di buon appetito. Una padrona di casa.. Pure con lo spacco da vamp e il rossetto che le fa due labbra a canotto, alla fine, è una mamma. Le mamme ci assediano.

Rossana è arrivata quasi contemporaneamente a Serena. Aspetta aspetta, perché da noi gli orari degli appuntamenti sono larghi, e mentre aspettava si è ficcata in bocca tutti i grissini e le olivette già pronti sulla tavola. La padrona capisce, fa portare una vassoiata di pane guttiau caldo di forno con le goccioline d’olio sudato, e il sale sparso, sembra la pelle d’una ragazza in spiaggia.

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Grazie a Dio arrivano pure Carla e Marina, si siedono di fianco l’una all’altra come se niente fosse, magari Serena l’ha indovinata davvero, a organizzare questa cena.

Hanno deciso, alla fine, di sedersi fuori, a un tavolino sul marciapiede lastricato, un po’ in pendenza, sembra di stare su una barca. Lì fa caldo, stanno in mezzo al vai e vieni dei passanti, devi alzare la voce per farti sentire.

“Quando riprendi?”, domanda Serena a Carla. Sa che le fa piacere, è il suo argomento favorito. Si sta sottoponendo a uno di quei bombardamenti ormonali a canna, vuole un figlio, ultimo treno da prendere al volo, alla sua età.

“A ottobre ricomincia il martirio”, fa Carla, con la bocca a V rovesciata. Marina sbuccia una busta di grissini e gliene porge uno: “Beata te che hai tanta costanza.”

“La costanza uno se non ce l’ha se la fa venire”. Carla prende il grissino con grazia, come un omaggio dovuto.

È arrivata tre anni fa, una super accozzata, Carla Vallascas, ha il marito il fratello il babbo e tutta la genia immischiati in politica. Una tutta suadente, impastata di miele e confetti. Ogni tanto, però, tanto per ricordarti chi è, sfodera canini e artigli d’acciaio. Quando le fa comodo casca dalle nuvole, è sempre la nuova arrivata, non è mai colpa sua. Che ci vuoi fare, con una così? Serena la capisce, lei quanto a raccomandazioni, ha pure una marcia in più, con il marito magistrato e lo zio monsignore. Beato il giorno che riesce a confezionarsi questo figlio in provetta, Carla Vallascas, almeno le torna un po’ di colore sulle guance, e la smette di giocare alla madonna addolorata.

Squilla il cellulare di Serena. Abbiamo capito. Marina le sorride come se avesse uno spicchio di limone incastrato fra i denti.

“Dietro l’angolo? Ma quale angolo? L’angolo di Paradiso?”. Inutile cercare di sfottere Alma, alta e magra e scenosa, con quella voce impostata da anni di scuola di dizione e da un naturale talento tragico che la fa sembrare vedova d’una dozzina di eroi morti ammazzati, da Giulio Cesare ai Fratelli Bandiera.

“Che ci fa una così alla Sezione Quarta?” le domanda Stefano Liperi nei momenti critici, e con quella faccia da signore che ha, mica si capisce se la sta complimentando per un’ardita spirale ascendente di congiuntivi e condizionali, o se è solo un larvato invito a levarsi dalle palle. Sezione quarta, l’ufficio dei raccomandati, che in teoria dovrebbe essere di supporto all’Agricoltura e Sviluppo, ma ti capita pure di reclutare sponsor per la cultura, sai, roba tipo pastifici e cantine, e niente di strano che ti trovi a commissionare spot televisivi per il tonno di Carloforte o la Settimana delle Spiagge Pulite.

“C’è bisogno di creativi, qui dentro”, le orecchie di Liperi fremono, quando elogia, “e tu sei proprio il tipo interdisciplinare. O multidisciplinare, se preferisci.” Ha un futuro da dirigente, Liperi, capace di dire due volte la stessa cosa in maniera diversa e lasciandoti sempre la sensazione di essere tu a non averci capito una basetta.

“Mariagiulia?”, domanda Marina. Gesù, aiutateci. Finisce sempre che ti dimentichi di Marigiulia.

“Certo che viene. Almeno, ha promesso che veniva.” Serena ripensa a quelle dormite fuori orario, alla voce di Mariagiulia così impastata e irreale al telefono, voce d’oltretomba, una finisce col pensare che Mariagiulia s’impasticca di roba forte. Per dormire. Per dimenticare.

Come fai, con gente così, a mandare avanti l’ufficio? Serena sbuffa, prende su un’oliva, e poi un’altra, senz’accorgersene, e quando ha in bocca i due noccioli nudi pensa che se va avanti così finisce che diventa una specie di sanguinaccio come Marina.

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Le guarda con indulgenza, le due ritardatarie, Serena, seduta a capotavola, avambracci piantati, come una regina guarda due messaggeri entrati senza chiedere permesso, lingua in terra, che portano notizie di sconfitta,.

Belle, le personagge. Personaggia numero uno: Alma la divina tutta trassata in viola che sgonnella con le lunghe gambe da giumenta e il tacco a stiletto, in un turbine di capelli all’henné e profumi speziati che arrivano sopra le zaffate di calamari fritti e vino della casa. Si guarda intorno altera e intensa. Deve aver sotterrato di fresco un altro eroe. Personaggia numero due: Mariagiulia, l’ombretto sbaffato fra palpebra e zigomo sinistro, maglietta arancione che se non è cinese meriterebbe di esserlo, ha sbagliato strada, ha sbagliato locale, ha telefonato, ha fatto un giro ancora dalla parte sbagliata, a slalom in mezzo ai tavolini dei ristoranti che invadono le strade del quartiere Marina, poi ha sbagliato ancora locale e finalmente s’è decisa a telefonare di nuovo, per un momento s’è impanicata perché non trovava il cellulare in fondo alla borsa che sembra una bisaccia da pastore, e poi ha sbagliato pure numero.

Ha sbagliato a nascere in questo mondo, povera Mariagiulia.

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Sempre a passo da parata, Alma Busia circumnaviga il tavolino, in equilibrio sul cordolo del marciapiede. Bisogna ammettere che ha portamento, con quella gonnella a sipario e le collane da zingara che tintinnano a festa, le mani dalle unghie laccate come un sarcofago egizio che si allungano nell’aria e acchiappano una falda unta di pane carasau. Beata che può mangiarsi un vitello senza ingrassare, magari recitando l’ultimo canto della Divina Commedia.

“Ohi che maldimare”, scuote le chiome rosse, tanti rivoletti di rame. Il cameriere, un ragazzino, si volta a guardarla, magra e febbrile com’è, sirena e mantide che attira i maschi, tira fuori la vocazione al suicidio dei maschi, Alma Busia, la sfida al tremendo, l’avventura mortale. Voce ossuta e distante che ammalia i maschi di tutte le età. Sprecata, a fare fotocopie alla Sezione Quarta.

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Si spiega il ritardo di Mariagiulia: il figlio l’ha lasciata senza macchina. “Non mi dire che hai preso il bus”, la rimprovera blandamente Rossana. “Potevo passare io a tragarti. Mi venivi di strada. Complimentosa, che sei.”

Subito Mariagiulia assume un’espressione colpevole, mentre il cameriere, un moretto con pochissima carne sulle ossa, è già lì già pronto a ricevere le comande.

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Tutto difficile, tutto ostile, per Mariagiulia, pure arrivare all’Auchan di Pirri è peggio della Parigi-Dakar. Si smarrisce alle rotatorie, imbocca i sensi unici contromano, Gesù aiutateci, parcheggia in casino, una volta dimentica il sale e le uova, un’altra le portano via l’auto col carro attrezzi.

S’è incastrata nel posto in fondo alla tavola, le bottiglie che la nascondono, può muoversi appena. Serena vorrebbe offrirle il suo posto per farla sentire meno sola, finisce che nascosta laggiù si addormenta di nuovo, ma forse invece preferisce starsene appartata, lontana dagli sguardi. Mangiare così all’aperto ti espone allo sguardo dei passanti come una bestia in gabbia allo zoo. O t’irrigidisci o ti sbrachi.

“Forse era meglio dentro, con l’aria condizionata”, commenta Rossana, “che poi il vino si scalda subito.” Serena comanda una glacette, al volo.

Ma che traffica, con la sedia, lì in fondo, Mariagiulia? La borsetta che ha appeso alla spalliera della sedia, già due volte che le cade. E pure il maglioncino. Che se ne fa del maglioncino in una serata come questa? Uno scirocco che sembra di stare dentro una marmellata appena tolta dal fornello. Una cliente straniera si china dal tavolo accanto, frusta l’aria con la coda di cavallo bionda, ramazza su il povero maglioncino. Viene da un altro pianeta, non sospetta quanto sia pericoloso essere buoni con Mariagiulia.

Le ragazze. Vedersele tutte quante davanti per Serena è una specie di danza macabra, di mistero medioevale. Così diverse, così uguali. Invisibili ed eccessive. Schiave ognuna almeno d’un vizio capitale. Com’erano? Ira, lussuria, gola, e poi? Impossibile ricordarseli tutti, come i nomi dei sette nani di Biancaneve, te ne manca sempre uno alla conta.

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Degli antipasti rimane sempre qualcosa nei vassoio. Marina s’incarica di spolverare tutto con metodo, se li svuota a uno a uno nel piatto, anzi neanche si prende la briga e gioga gioga si mette davanti i vassoi. Tonno, acciughe, secondo giro di ostriche.

“Ma che mica le vuoi rovinare col limone!”. A ogni vassoio che vuota, mezzo bicchiere di vino, a mezzi bicchieri s’è bevuta una bottiglia da sola. Cosa vuoi, se non fai in fretta il vino si scalda, no?

Alma si rifà con le linguine all’astice. Segno che è tranquilla, le tre o quattro storie che tiene su contemporaneamente con altrettanti uomini stanno filando lisce senza problemi. “Il semaforo”, la chiama quella buona lingua di Liperi. Perché?

“Be’, adesso scatta il verde e passa uno, poi scatta dall’altra parte e passa un altro. Sperando che nessuno passi col rosso.” Un genietto, Liperi, diventerà dirigente sicuro. Al semaforo passano fuoriserie e motocarrozzelle, scooter e furgoni. Alma ha un debole per intellettuali e artisti, poeti che la portano a guardare le stelle la notte al Bastione Santa Croce e le postano poesie su Facebook, pittori che fanno il ritratto a carboncino, come Tonino Paulis, trassata da maga o da sibilla.

Adesso a quanto pare c’è in ballo Mommo Artitzu, ma sì, quello che faceva il disc jockey a Radio Spantu, e poi un certo Pirarba, architetto specializzato in case galleggianti, Gianus, il poeta, che le ha scritto una specie di sonetto dove celebra la sua voce stellare e impietosa, e un ragazzo di ventiquattro anni che suona il liuto arabo. Esiste il liuto arabo? Domandare a Liperi, che ha in testa un’enciclopedia.

A dire la verità, c’è stato un periodo in qui Alma s’era incapricciata pure di Stefano Liperi, ma quello niente. Gli dedicava poesie, Serena ne ricorda un paio. Una faceva: “Mi sanguina lo squarcio della primavera.” Un’altra: “Sono io, felina e dubitosa.” Ma dove cavolo le trova?

Sfilano le pietanze, si riattizzano le chiacchiere. Fortuna che il crastulo maligno s’è indirizzato sulla Seconda Sezione, almeno a maledire la Seconda e la Salaris che la dirige sono tutte d’accordo.

Squilla un telefonino. Cazzo, che suoneria, la marcetta dei sette nani di Biancaneve. Sale di volume, allegra e ottimista, Gesù aiutateci, il telefonino di Mariagiulia. E anche se tu non sapessi ch’è il suo, basta guardare la faccia di Mariagiulia, una prugna che si secca e avvizzisce in un nanosecondo, quando le squilla il telefonino, come se le fossero cascate la mutande in mezzo alla strada. Ci si fa la doccia e i gargarismi, con i sensi di colpa.

Per lei il telefonino è la civetta lugubre che annuncia lutti e disgrazie, alla faccia della marcetta allegra disneyana. Ma sì, chi vuoi che la chiami, uno solo può e deve, lo sanno tutte, il figlio Samuel, giollone, novanta chili di pappa molliccia, bimbone minkione.

“Sì. No. Io? Cena con le colleghe. Fuori fuori. Alla marina. Ma-ri-na. “L’interlocutore misterioso e tiranno, deve averle sparato l’ultimatum. Mariagiulia non può dire di no.

Infatti, dice sì.

“Sì. Sì. Come l’altra volta. Ma non è la stessa cosa. Prova prima”. Abbassa la voce, poi la rialza: “Tu dici?” Il tiranno dall’altra parte della linea non dev’essere soddisfatto.

Serena sa che cosa immaginano le altre: che Samuel è rimasto a secco con il motorino magari fuori città, dalle parti di Chia o di Kal’e Morus. Che ha perso il portafogli. Che ha perso l’aereo a Barcellona a Londra a Praga a Stoccolma a Bangkok. Che è tornato a casa e si è accorto di aver dimenticato le chiavi dentro. Tutte cose già successe e che minacciano di ripetersi finché uno dei de soccombe.

Un’altra raffica di sì e di no. Un silenzio perplesso:

“Dici che è il caso che vengo lì? Come sono messa? In che senso?”

No, questa volta no. Altra storia. Altro film. Neppure Alma Busia con tutte le sue tragedie e vedovanze eroiche sospetterebbe qual è l’ultimo segretissimo tormento di Mariagiulia.

Serena ha il dubbio privilegio di conoscerlo. L’ha scoperto in diretta, il segreto, di primissima mano. Non è solo Samuel a chiamarla, a farla uscire di corsa dall’ufficio, lasciando le carte sparpagliate, il pc acceso, scordando la borsetta aperta sulla scrivania.

No. Adesso c’è un altro onnipotente, nella vita di Mariagiulia.

Se glielo raccontasse, alle ragazze, Serena. Meno male ch’è una che si fa i fatti suoi.

Ha assistito la prima volta alla chiamata del nuovo padrone di Mariagiulia. Imperiosa, irresistibile. Erano in giro per i saldi, Mariagiulia e lei, sempre troppu bona, perché fare compere con Mariagiulia è un mal di culo, e solo Serena riesce a reggerla. Una che si fa sensi di colpa se compra una maglietta, magari vecchia di sette otto anni fa, rimasta stuggiata in chissà quale magazzino, che puzza di topi anche a lavarla te volte, solo che già quando la lavi la prima volta poi non è buona neanche a fregare i pavimenti. Mariagiulia, proprio davanti alle vetrine delle sorelle Degortes, le squilla il telefonino, ma sì, la marcetta dei sette nani, e stessa scena, i e i no e i come sei messa.

E poi ti guarda con quegli occhi sbattuti, un filino di saliva all’angolo delle labbra, ancora quel rossetto rosa da brava ragazza, Gesù mio aiutateci.

Per un attimo serena teme che le si squaglino le ginocchia, a Mariagiulia, la prende per un braccio, mai succeda che ti casca lì sui gradini delle Degortes, che le commesse hanno tanta di quella puzza al naso. Quando Serena ci entra con Mariagiulia, una volta all’anno, diventa più bassa d’un palmo dalla vergogna.

Insomma, che cos’è successo? È morto qualcuno? Serena non osa fare domande dirette, sta lì che guarda Mariagiulia, poi il manichino in vetrina, poi di nuovo Mariagiulia, il manichino è il più vivo dei due.

Mariagiulia, con una vocina così sottile, come doveva avercela da piccola quando si confessava:  “Il bambino. Ha le coliche. Dice che impazzisce.” Quale bambino? Quali coliche? Samuel ha vent’anni, ventuno, l’hanno bocciato tre volte all’esame della patente, e a scuola non si sa quante.

“No, il bambino, quello vero. Il bambino di Valentina. E di Ettore. Era lei, al telefono. Pover’anima, il bambino, dice che urla e si strozza. Le coliche, vuoi vedere. Con tutto che l’ha allattato al seno, e sta attenta a quello che mangia. Neanche si capiva quello che diceva. E con le urla del bambino in sottofondo. Incasinata persa. E poi Ettore, preoccupato anche lui, con questo bambino. Perché Valentina, ci avrà tutti quei master, ma non è tipo da guardare bambini.”

Ecco.

Oh, anche Ettore, non per dire, s’è voluto incasinare, che Valentina poteva tenersela altri vent’anni a latere, come dice Liperi, una botterella ogni tanto, senza mettere su tutto questo circo Orfei di casa e bambino. E senza che la povera Mariagiulia subisse cotanto oltraggio. Anche Serena ci s’è trovata, un paio di volte, in dandolo e in ricevendolo, come dice Liperi. Sì, insomma, lei e suo marito Arnaldo, qualche uscita in pascolo abusivo se la sono concessa, e che volete, siamo uomini di mondo! Anche le donne, come dice Liperi.

Mariagiulia ha rimesso il telefonino in borsetta, cerca una via di fuga fra le sedie e i tavoli, interroga Serena con lo sguardo sopra le bottiglie: Che faccio, vado?

Serena solleva la testa come si usa da noi per mandare la gente dove diavolo vuole lei.

Il cameriere ha dimenticato di nuovo la comanda: Rossana si accorge che lo richiama al volo.

“Dottoressa, mi lasci perdere stasera, che fra due settimane mi nasce il bambino. E se, e se tutto va bene la prossima primavera ci sposiamo. Ho ancora tre esami e la tesi da dare.”

Alma brontola qualcosa di molto tragico, forse pure in versi. Lui:

“Me l’ha detto anche il professore di psicologia all’ultimo esame. Ventotto, vai.” Sarà pure che fra due settimane gli nasce il maschietto, ma non la finisce di monitorare dall’alto le tette di Alma, che sarà magra ma ce le ha belle, a forma di mela, stanno su da sole.

“Oh, sì, la frittura.” Serena deve ricordarsi che lei è il capo, tutto deve filare liscio dal primo gamberone in salsa rosa all’ultimo mirto.

Sente che sotto la tavola Mariagiulia dimena i piedi, alla fine si alza.

“Ragazze, devo andare. Quant’è la quota?”, e tutte lì a pensare al figlio giollone arenato, fermato senza patente dalla polizia, con la braghetta dei jeans incagliata: gli è successo pure questo, e si è pisciato addosso.

No.

Ettore junior con le coliche, col dentino che spunta, col febbrone. Cagarelle inarrestabili, vomiti vulcanici, cambiagli il pannolino, lavalo, spalmagli la cremina. Vai Mariagiulia! Valentina si sbatte e si dispera, ha tutti i master di questo mondo, tranne quello da mamma.

Bisogna capirla, Valentina è giovane, altra generazione, ha solo pensato studiare e fare carriera, e poi è una donna devi capirla, aiutarla, e il bambino è un bambino. Ettore, figurati se cambia un pannolino, fra lo studio i clienti i viaggi e il golf.

“I bambini, cazzo, ci pensi chi li ha fabbricati.” Con un cenno regale della testa, Serena licenzia Mariagiulia.

La banconota da cinquanta scivola dalle dita di Mariagiulia sul tavolo. Le altre chinano il capo, un solo movimento, come un convento di monache davanti al Santissimo.

“La frittura per le signore”, annuncia vispo il camerierino.

Mariagiulia è già fuori dal recinto delle sedie, lancia baci con le mani.

Si storce pure un tacco sull’acciottolato, mentre scappa via, fende contromano una cambarada di turisti biondi in braghette che si avvicinano occhieggiando le pietanze sui tavoli.

Le ragazze ricominciano a pigolare, ma si vede che hanno in mente Mariagiulia e il motivo misterioso della sua fuga. Si tormentano la lingua in bocca per non lasciarsi sfuggire battutacce. Stasera non si deve.

Il fritto è cotto a puntino, arriva un’altra bottiglia di bianco, freschissimo. Alma respira forte e le tette le vanno all’insù, sotto l’occhio attizzato del cameriere.

Sai che bello, la notte, d’estate, dopo cena, a pulire il vomito o la cacca del figlio dell’amante del tuo ex marito. E visto che ci sei vacci pure di pomeriggio, così stiri le camicie a lui e magari dai anche una passata a cera ai pavimenti. Così possono fare a meno della donna a ore. E la mattina mi arrivi in ufficio con addosso la puzza di bambino cagato.

Prima le donne e i bambini. Una botta di iceberg sotto la linea di galleggiamento, la nave che affonda, marinai nerboruti che calano le scialuppe e acchiappano le donne con tutte quelle gonnelle a s’antiga, e i bambini urlanti. Ma noi mica siamo il Titanic. Qui nessuno affonda, puoi essere pieno di falle, può entrarti l’oceano nelle stive, eppure galleggi, e nessuno ti soccorre.

E sta lì, in fondo alla tavola, Serena, come se non ci fosse nessun altro seduto con lei. Come se non ci fosse il viavai dei turisti e il camerierino goffo.

A settembre va in pensione la Salaris, quella della Seconda Sezione. Notizia segretissima. Altra notizia segretissima è che fino a dicembre la Seconda Sezione la dirigerà lei. Ad interim, le ha detto il Direttore Generale, tirando indietro la pancia. Magari spostare Mariagiulia alla Seconda Sezione?

Serena allontana da sé il piatto ancora mezzo pieno di frittura croccante, accende una sigaretta.

“Domani me la porto a prendere un caffè”, pensa assorta seguendo i filo di fumo che sale nell’aria satura di odori grassi. “Làvati bene, almeno, Mariagiulia, fai la cortesia, datti una spruzzata di profumo forte. Mica va via così l’odore di bambino. Gesù aiutateci. Ma no, tranquilla, che a me non scappa neanche mezza parola.”

Si accende un’altra sigaretta. Marina ha un movimento brusco, sta per farglielo notare. Si ferma. Ha capito ch’è un gesto deliberato. Figurati se Serena perde il controllo.

Le prime boccate sono acri, poi il sapore torna quello atteso, conosciuto, desiderato. Lo sa che fanno male, ma le piacciono, le piacciono maledettamente. Come il senso di solitudine del capo.

One thought on “Gavino Angius, “Prima le donne e i bambini”

  1. Relitto di quella cosa informe che è il tempo, e la persona (uomo o donna che sia) neanche affonda, galleggia, inafferrabile sia da sè che da chiunque, non ha più connotazione. Nemmeno quel piccolo scossone, l’idea, anzi,la forza dell’idea, che potrebbe rianimarla e darle senso nuovo e ragione, rimane, evapora dalla carcassa, resta a luccicare come astro indifferente. Così, la spersonalizzazione totale, il fantoccio rimasto perchè privo d’anima, grida ancora rimbalzando in quel che poteva essere un sogno, Questo mi ha dato la lettura: amara percezione di come e quanto l’essere umano possa annientarsi e captare più vita nel manichino che gli sta di fronte. Ottimi i dettagli descrittivi, espressivi ed efficaci, propri di una penna capace e travolgente come quella di Gavino Angius.
    -Silvia Denti-

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