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Notes on Nyandiwa 1

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Debora Peters ci parla da Nyandiwa

Come avevamo annunciato nel nostro Coming soon, comincia su “cose da libri” il reportage di Debora Peters sul villaggio di Nyandiwa, Kenya: seguiremo Debora nel suo lavoro non sempre facile, tra entusiasmi e disillusioni. E adesso, Africa.

DOVE SI ARRIVA IN KENYA, SI PERDONO I BAGAGLI E DA MUZUNGO SI SCOPRE IL VALORE DELL’HARAMBEE

1-2/09/2013: Nairobi

Atterro a Nairobi dopo 12 ore di viaggio. Scesa dall’aereo, mi colpisce una botta di umido misto a calore tipico dei tropici. L’aeroporto è andato a fuoco qualche settimana fa, così si passa da un tendone all’altro. Compilo le innumerevoli scartoffie per la richiesta del visto e mi metto in coda. Si procede lentissimi, devo iniziare ad abituarmi ai ritmi locali. Arriva il mio turno, il visto costa 40 euro ma io ne ho solo 50 e ovviamente la signorina davanti a me non ha resto: mi tocca accettare 10 dollari anziché 10 euro perché può darmi una banconota qualsiasi, basta che ci sia scritto dieci! Mi aspetta un’altra attesa di un’oretta prima che arrivino i bagagli e le mie due borse non ci sono. In compenso c’è un numero indecifrabile di bagagli abbandonati giunti a Nairobi con il mio stesso aereo: lo smarrimento bagagli deve essere prassi, da queste parti.

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Fuori dall’aeroporto ci sono Antonio e Tobias ad aspettarmi. Ha appena piovuto e fa freddo. Mangiamo un boccone e una volta al Flora Hostel andiamo a dormire. La stanza è essenziale, un po’ fredda ma carina e soprattutto c’è l’acqua calda, che presto sarà un piacevole ricordo del passato.

Sei e mezza, giù dal letto per la colazione. Poi saltiamo in macchina per fare un paio di commissioni. Nairobi è sporca, inquinata, trafficatissima, povera, pericolosa e quasi inquietante. Non vedo l’ora di andarmene. Agli angoli della strada ci sono baracchini che vendono wurstel. A fianco di un grande, economico e più che fornito supermercato c’è una specie di mercato di frutta e verdura: bancarelle mezze rotte nel fango, o in certi casi niente bancarella, tutto per terra. In giro si vedono soprattutto uomini con grossi carichi tra le braccia, sulla testa, o che spingono carriole enormi. A Nairobi c’è una strada principale che attraversa tutta la città, causa del traffico insostenibile. Fortunatamente si sta costruendo un’altra strada per agevolare il flusso di macchine e bus stipati di persone.

Lasciamo la jeep dal meccanico e prendiamo un “taxi” per tornare all’ostello. Dopo cena Antonio ci lascia per l’aeroporto: torna a Milano per un mesetto. In ostello la fauna è varia: keniani di passaggio per lavoro, preti e suore, missionari, volontari. I veneti Ludovica e Tony, per esempio, sono in città per fare un reportage fotografico che verrà esposto nel padiglione del Bangladesh durante la Biennale di Venezia. Il tema è “Beauty in hell”, ovvero la bellezza nell’inferno delle baraccopoli di Nairobi. A Nairobi c’è Kibera, la seconda baraccopoli più grande del mondo dopo quella in Sudafrica. Tony mi mostra una foto che rende alla perfezione l’idea del servizio: una foto scattata a Matara, la baraccopoli più pericolosa, che ritrae in primo piano una bimba sorridente in un vestitino rosa, ma dietro di lei per terra c’è un uomo disteso tutto incappucciato e sporco che pare morto. Non è morto, è semplicemente sconvolto. Per entrare nella baraccopoli con le attrezzature i due sono scortati da un paio di tizi ben conosciuti che vivono là dentro. Apparentemente sono due persone di cui ci si può fidare. Molte prendono i soldi e ti tradiscono.

In ostello c’è anche un allegra combriccola di fanesi che è in Kenya per un missione della parrocchia: sono stati su al nord a costruire asili con i ragazzi del posto, a passare un po’ di tempo con loro, a pregare.

Vado a dormire senza le mie valigie ma felice di lasciare il Flora e Nairobi.

03/09/2013

Sveglia alle 5. Io e Tobias prendiamo un taxi che ci porta alla stazione centrale dei pullman. Per strada c’è movimento, tutti ci attraversano la strada davanti carichi di sacchi e merci. È ancora buio e la stazione dei pullman è affollata di uomini che sbraitano, che cercano di accompagnarci al pullman giusto magari in cambio di qualche scellino. Diventano ancora più stressanti perché vedono che Tobias è con una straniera. Arriviamo al pullman, saliamo e passa un’ora e mezza prima della partenza. Il viaggio dura circa 8 ore. Io non riesco a stare sveglia e mi perdo la maggior parte dei paesaggi. Ricordo solo chilometri e chilometri di nulla e qua e là un villaggio di poche casette, bambini dappertutto, negozietti di cibarie e vestiti, mercatini di frutta e verdura. Facciamo una pausa veloce per mangiare qualcosa e si riparte. Arriviamo a Rongo a non so che ora. Io sono esausta. Ci carica un pulmino che dopo un quarto d’ora non è ancora partito perché aspetta di essere al completo. Tobias si spazientisce e scegliamo un taxi/macchina. Inizialmente siamo solo noi due, poi si aggiunge un altro, poi un altro ancora finché non siamo una decina. La macchina è una normalissima auto da cinque passeggeri con un bagagliaio spazioso. Si parte ma l’autista, non contento, carica un altro paio di persone. Alla fine siamo quattro davanti, quattro dietro e quattro nel bagagliaio. Arriviamo a Rodi e lì cambiamo macchina e si ripete il tutto come nella prima. Tranne che a un certo punto rimaniamo senza benzina e dobbiamo attendere che un caro motociclista ce ne porti un po’. A noi non resta che scegliere se restare in macchina stipati come sardine o scendere e cuocere al sole rovente. Arriviamo vicino a Nyandiwa e io e Tobias saliamo su una motocicletta, detta piki piki, che ci porta a destinazione. Siamo sporchi, stanchi ma finalmente a casa. Vengo scortata alla mia nuova dimora. C’è tutto quello che mi serve: un letto con zanzariera supertecnica, sedia, tavolino, pseudoarmadio, bagno con gabinetto, doccia, lavandino e acqua corrente. Conosco il mio nuovo collega Federico e mangiamo insieme japati e fagioli. Io mangio pochissimo: dal non mangiare tutto il giorno mi si è chiuso lo stomaco. I pasti li cucina Margaret, la camp manager e responsabile del progetto, che ci porta tutto giù all’ostello in una bacinella. Noi dobbiamo riportare tutto su quando abbiamo finito. Doccia e vado a dormire.

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07/09/13

Primo giorno a Nyandiwa: mi sveglio verso le 10 e dopo colazione Margaret mi porta al Duka, lo “shopping center” di Nyandiwa. Lì sistemo la mia sim card e mi compro una maglietta e un vestitino, giusto per avere un pigiama e un cambio. Rispetto al resto, lo shopping non è stato più di tanto economico.

Federico mi mostra poi il centro: c’è l’ufficio di Margaret, l’ufficio amministrativo, l’ufficio del factotum, un laboratorio di computer, un pollaio, una stalla, le vasche dei pesci, la casa dei volontari, una cucina all’aperto, un asilo con due classi, due edifici di ostello, una dining hall per gli studenti, tre dormitori, due edifici di classi, la casa del guardiano, l’aula professori con l’ufficio del preside e un’enorme social hall/arena circolare.

Il lavoro prioritario al momento è l’amministrazione del college, che durante gli anni passati è stata molto debole nel recupero crediti e nella formalizzazione delle procedure come ammissioni, contratti, assunzioni, regolamenti. Recuperare le rette del college è il lavoro più duro. Negli anni passati, venendo tutti questi studenti da famiglie povere o che comunque fanno molta fatica a racimolare la quantità di denaro sufficiente, la politica era quella di far entrare tutti con quello che avevano e far loro concludere l’anno senza aver saldato l’intera retta annuale. Questo ha causato al college diversi problemi finanziari. Da quest’anno dunque si cambia musica, ma quanto è dura sedere davanti a una ragazza che non riesce a mettere insieme 200 euro e rimandarla a casa dopo che si è fatta ore di viaggio per andare a scuola? Eppure siamo qui per questo, per incoraggiare lo staff locale ad avere il pugno di ferro. Per loro è molto difficile perché comunque fanno parte della comunità di provenienza degli studenti, e sanno anche loro quanto sia difficile mettere insieme quella somma. Possono pagare in contanti o tramite trasferimento M-Pesa, un sistema comodissimo per queste zone rurali, dove l’accesso alle banche è difficile. Consiste nell’aprire un conto M-PESA presso un centro di telefonia mobile, caricare dei soldi sotto forma di credito telefonico e trasferire la somma da un numero di telefono all’altro. È un sistema immediato. Per avere i contanti è però necessaria una banca e il conto ha una capacità limitata, se non sbaglio di 10,000 scellini.

Una delle ragazze, Effi, si è presentata un giorno con un decimo dei soldi necessari. L’abbiamo lasciata entrare per la notte ma la mattina dopo è dovuta andar via. Ieri abbiamo scoperto che è tornata mentendo al guardiano sulla sua posizione amministrativa e ha usufruito del vitto e dell’alloggio senza alcuna autorizzazione. Effi è nei guai.

Una piccola parentesi sulla famosa Margaret. È vero, è seria e di poche parole come mi era stato detto, ma se vuole si apre un po’, sorride e non riesce a nascondere la sua immensa sensibilità. Margaret fa da mangiare a me e Fede. La dieta è un po’ pesante ma varia: mangiamo a colazione mandazi (delle sfoglie fritte) con un loro tè che sa un po’ di cioccolato. Poi ugali, la loro polenta poco saporita, pesce, pollo, riso, chapati con verdure tipo fagioli, cappuccio, sukuma, frutta tra cui papaya, bananine, arance, cocomero. E sempre in quantità industriali. Quindi dimagrire sembra difficile persino in Africa.

A Nyandiwa si parla Luo, la lingua della tribù che porta lo stesso nome. Nel college si parla inglese e/o swahili.

Piano piano imparo espressioni di uso quotidiano come buongiorno, buonasera, buon pomeriggio, come va, dormito bene, grazie, come ti chiami… non sono molto abile, ma migliorerò.

I locali non sono abituati a vedere bianchi e tantomeno mulatti. Sanno che intorno al centro IKSDP circolano italiani, quindi da ogni dove si sentono i bambini urlare CIAO e salutare con la manina. Tutti, ma soprattutto i bambini, mi fissano. Peggio che in Italia. Devo ammettere che mi dà fastidio qua quanto nel mio paese. Inoltre chiunque viene classificato come Muzungo o Jarraten, bianco o nero. È quasi paradossale che ogni persona venga per prima cosa identificato con il colore della pelle. Come se io andassi in giro per Milano e mi rivolgessi alla gente con un “Ciao Bianco, ciao Nero”. Ma qui è così. Non mi piace molto, devo ammettere, anche se so che non è offensivo. Con il mio colore di pelle sono un po’ confusi. Non sanno bene dove collocarmi, dato che hanno una chiara idea dei soli due opposti cromatici. Ma nella maggior parte dei casi sono anche io una Muzungo. Comincio ad avere un po’ di problemi identitari: in Italia sono nera, in Africa sono bianca, ai Caraibi sono marrone!

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11/09/13

Japhlet, una delle insegnanti, mi ha dato un nome Luo. Mi chiamo Amondi, che vuol dire “nata prima dell’alba”. Quasi tutti i Luo hanno un nome di questo tipo. Federico ad esempio si chiamo Otieno, “nato di notte”, e Japhlet stessa si chiama Akinyi, “nata al mattino, dopo l’alba”. E questo nome Luo è registrato regolarmente all’anagrafe insieme al primo nome e il cognome. Mi trovo nella veranda dell’ostello a scrivere e nel silenzio del riposo post-pranzo si sentono delle vocine dal lago che urlano in continuazione: “Federico Otieno, Debora Amondi”. Quando una donna si sposa prende invece il nome del marito al posto del proprio cognome.

Ieri abbiamo partecipato allo staff meeting dei professori. Federico era il chairman (cosa che secondo me dovrebbe fare il rettore del college, il quale però a quanto pare ha serie carenze manageriali e bisogna dargli meno responsabilità possibili). Abbiamo parlato di didattica, orari e burocrazia. Tutto lo staff si rivolge sempre a Federico, e mai a me. Credo sia normale perché sono qui da una settimana, ma ho il presentimento che non sarà facile subentrargli, in particolare essendo io esponente del sesso debole. In più nelle tre comunicazioni che Federico mi ha lasciato fare, Michael, il principal, non ha esitato a contraddirmi e quasi a ridere di quel che dicevo. Mi ha molto infastidito.

Abbiamo giornate piene e giornate meno piene. Continuiamo con la riscossione delle tasse universitarie e ogni tanto è davvero dura. Un paio di giorni fa abbiamo mandato a casa un ragazzo orfano che aveva da pagare 16,000 scellini di arretrato più la nuova retta di 21,000 e passa. Non avendo nessuno che può mantenerlo agli studi dovrà tornare al suo villaggio e mettere in piedi un harambee, che letteralmente vuol dire “lavorare insieme”, e che tra l’altro è il nome del progetto per cui sono qui. L’harambee sarebbe una raccolta fondi alla quale chiunque può contribuire. Il problema è che per poter proseguire tutto l’anno deve raccogliere i soldi per l’intera retta, il che è una somma ingente per il posto (circa 400 euro). Mi si è spezzato il cuore. Una volta andata via avevo le lacrime agli occhi e una gran voglia di frignare. D’altro canto il college è già in rosso di diverse migliaia di scellini e non può permettersi di peggiorare la situazione. È dura, molto dura. Se penso a come in Italia ogni tanto sputiamo nel piatto in cui mangiamo mi vengono i brividi. Ragazzi mantenuti agli studi per anni, migliaia di euro svaniti nel nulla. Con un piccolissima parte di questo immenso spreco, l’intera Nyandiwa avrebbe potuto concludere il suo ciclo di studi e regalarsi coscientemente, fieramente e soprattutto con immensa gratitudine una vita migliore. Invece, per 400 euro viene rispedita a casa e il suo futuro dipende dalla misericordia dei suoi compaesani. E la cosa pazzesca è che probabilmente questo povero studente ce la farà a trovare l’aiuto di cui ha bisogno. Ma ecco che mi viene in mente un altro pensiero: in una situazione simile, i nostri, di compaesani, ci aiuterebbero in un harambee dandoci pure quello che non hanno?

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Argomento spinoso: la gonna. In questi giorni in cui non avevo una valigia alternavo una maglietta e una camicia lunghe fino a mezza coscia con sotto i leggings che avevo su durante il viaggio. Ero l’unica donna del centro senza la gonna. Le scout indossano la gonna, l’uniforme delle studentesse di ogni età è una gonna o un vestito, perfino la divisa per l’ora di educazione fisica è composta da maglietta uguale per tutti, indipendentemente dal sesso, ma pantaloncini per i ragazzi e gonnella fino al ginocchio per le ragazze! La mia valigia è arrivata un paio di giorni fa con solo due gonne dentro. Panico! Ieri ho indossato un vestito lungo fino ai piedi e Nicholas il contabile ha esordito con: “Ora è finalmente una donna ed è quindi sposabile”. Io lo guardo un po’ confusa e con sguardo interrogativo mi rivolgo a Japhlet, la professoressa, che mi dice: “Sono africani, non capiscono niente”. Decido di andare un po’ più a fondo e mi faccio spiegare la questione della sottana. Qualche anno fa i jeans e i pantaloni sulle donne erano un segno di trasgressione, fino a essere da poco-di-buono. Ora soprattutto nelle città, ma anche nei villaggi più piccoli, si vedono ragazze in pantaloni ma ci sono diversi contesti in cui non possono indossarli: non solo contesti formali come al lavoro o in una scuola ma anche in casa loro o dei mariti, in concordanza con le regole vigenti.

L’altro ieri Misharon, una delle impiegate del centro, si è accovacciata sotto un tavolo di legno di 1,20 x 2 m, ha posato la testolina sotto il ripiano e l’ha sollevato. La piccola Misharon sarà alta un metro e cinquanta e ha attraversato il pratone che divide gli uffici dalla social hall con un tavolo intero sulla testa! Ieri un’altra ragazza trasportava nello stesso modo due casse impilate di bottigliette di coca cola. È una cosa incredibile. Quando si è all’estero e si contemplano foto di africanine con carichi enormi sulla testa viene spontaneo chiedersi perché facciano così quando potrebbero usare una carriola ed evitare di spaccarsi la schiena. Una volta in Africa si capisce immediatamente il perché. Quando dopo i pasti devo riportare a Margaret la bacinella con dentro le stoviglie e gli avanzi e la tengo tra le braccia, il suolo irregolare ricoperto di sassolini e fanghiglia rende i miei spostamenti goffi e instabili. L’istinto è davvero quello di mettersi quella bacinella in testa una volta per tutte e facilitare la traversata. Il trasporto pubblico locale è scadente, la strada non è asfaltata e anzi non è nemmeno ghiaiosa o solo irregolare, è tutta fango e buche! La carriola non può funzionare su un terreno di questo tipo. Quando ci si sposta da un punto all’altro è bene avere tutto con sé per non dover fare più viaggi, quindi è meglio distribuire il peso dei carichi, delle merci, degli acquisti e dei bambini in ogni parte del corpo: un po’ in braccio, un po’ sulla schiena, un po’ in testa, lasciando così la visuale libera di identificare dove è bene mettere i piedi.

Oggi altre ammissioni. Un ragazzo è arrivato con una ricevuta bancaria firmata dal suo benefattore che superava la somma necessaria per la retta del primo trimestre. In quella somma era ipoteticamente compreso il pocket money, quindi lo studente pretendeva che noi gli dessimo indietro la piccola somma che gli spettava (1000 scellini, meno di 10 euro). Per questioni contabili la transazione non era possibile, quindi il giovane ha chiamato il suo benefattore e se li è fatte spedire tramite M-PESA. Mi fermo un attimo e penso: questo ragazzo è mantenuto agli studi da un benefattore. E ok, anche noi siamo mantenuti agli studi dai genitori o dai nostri familiari. Ma questo ragazzo non ha da parte nemmeno 10 euro per farsi le sue piccole spese, e soprattutto sembra che non abbia modo di procurarseli da solo. Perché? Non capisco se viga una specie di immobilità dei giovani che non si attivano per tirare su due soldi, se sia una questione di mancanza di posti di lavoro, se non c’è un’etica del risparmio o se lavorano ma devono dare tutto il ricavato alle loro famiglie. Devo indagare su questo argomento.

Non posso fare a meno di paragonare tutto quello che vedo a Bequia. I colori, i paesaggi, la flora e la fauna, i visi e i corpi delle persone, le loro pettinature, lo stile nel vestire, i loro modi di fare e di pensare, ciò che mangiano, gli odori. Devo dire che i Caraibi in confronto sono la Svizzera. Ci sono le strade, l’acqua corrente è un bene diffuso, la cucina non è solo di sussistenza ma anche un piacere per il palato, i trasporti privati e pubblici sono più diffusi, i caraibici sono meno conservatori, più felici, spensierati. Alcuni odori, dalle pietanze ai prodotti che usano, sono quasi identici. Quel profumo nell’aria misto di tropici e umido è molto simile. Essendo i caraibici discendenti di questi popoli, hanno la stessa cordialità con conoscenti e sconosciuti, le stesse risate sonore e contagiose e lo stesso tono di voce basso quando parlano a tu per tu. Lo stesso atteggiamento a volte un po’ bigotto di vivere la religione. I colori delle piante, dell’acqua, del paesaggio non sono uguali: è come se l’Africa fosse una versione più opaca, meno abbacinante delle isole del mar dei Caraibi. Il cielo è limpido ma meno lucente. Anche l’erba e le foglie degli alberi non sono così rigogliose, a causa della siccità che miete vittime tra le piante tutto l’anno. In compenso la fauna di insetti e volatili farebbe invidia a qualsiasi di quelle isole. Chissà se al mio ritorno avrò il mal d’Africa: è strano, è come se stando qua mi crescesse invece un’irrefrenabile nostalgia della terra di mio padre. Forse una volta che appartieni a quei posti è difficile farsi trascinare così da qualcosa di simile ma meno perfetto. Forse neanche dall’Africa.

Al tramonto abbiamo corso fino alla punta dei gabbiani, l’estremità della penisola di Nyandiwa. Gli scogli erano invasi dagli eleganti uccelli bianchi che contemplavano l’orizzonte, ragazzi con canne da pesca fai da te si esercitavano in quella che in un futuro potrebbe essere la loro professione e i pescatori esperti sbrogliavano le reti accovacciati a terra, preparandosi per la notte di lavoro. Il sole qui all’equatore tramonta alla velocità della luce, lasciando dietro di sé una scia di colori pastello che si amalgamano creando insolite e splendide sfumature. Siamo ripartiti prima che facesse buio, e se il tragitto di andata era stato tranquillo e silenzioso, con qualche clacson di piki piki qua e là e qualche “ciao” e “muzungo” tra le frasche, sulla via del ritorno si è formato uno sciame di bambini proveniente da non si sa dove che correva dietro di noi, o meglio ci superava alla grande nonostante i piedini nudi.

Ogni tanto, mentre cammino o sono seduta in veranda, sento da lontano cori di voci maschili e femminili. L’altro giorno era un gruppo che seguiva un seminario nella social hall che di quando in quando faceva una pausa dai concitati discorsi dell’oratore e cantava. Erano insolitamente bravi per non essere un coro professionale: niente stonature, voci che armonizzavano. Stasera invece sono gli studenti del college. Li sento dalla mia stanza e mi accompagnano mentre scrivo. Oggi sono più allegri: domani è sabato, niente scuola.

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