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Notes on Nyandiwa 2

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Debora Peters ci parla da Nyandiwa

DOVE SI SCOPRONO I LIMITI DELL’ASSISTENZIALISMO, UN VAGO SENSO DI COLPA DELL’ESSERE OCCIDENTALI E CHE L’INGLESE È FEMMINA

18/09/13

Ieri una ragazza che segue il corso di computer mi ha raggiunta in ufficio e ha iniziato con estrema gentilezza a chiedermi come mi chiamassi, cosa stessi facendo, quanto tempo mi fermassi a Nyandiwa e così via. Dopo un po’ ha tagliato corto chiedendomi se avessi degli assorbenti, anche due, uno solo. Le ho chiesto se ci fosse la possibilità di acquistarli al Duka Shopping Center e mi ha detto di sì. Allora le ho chiesto perché non se li comprasse e mi ha risposto che non aveva soldi. Alla richiesta di una giovane donna senza assorbenti durante il periodo tanto odiato dalle donne mi sono impietosita e le ho detto che gliene avrei dato uno o due. Antonio, il project director italiano, si era raccomandato di non regalare niente a nessuno perché il gesto all’interno di un progetto con approccio non assistenzialista non era appropriato. Memore troppo tardi delle sue parole ho temporeggiato ventiquattro ore, ma non ho avuto via di scampo. Oggi la ragazza mi ha chiamata da dietro il cancello per ricordarmi della mia promessa. Le ho dato i due assorbenti dicendole che era un’eccezione e le ho detto in tono provocatorio che due non sarebbero mai stati sufficienti: come avrebbe fatto? La ragazza si è fregata da sola dicendo che li avrebbe comprati, poi si è corretta dicendomi che sarebbe tornata a chiedermeli. Un po’ innervosita e con la vocina di Antonio che mi risuonava nella mente le ho detto che il suo tentativo sarebbe stato vano. Tornerà? Sicuro! Il fatto è che molti africani di Nyandiwa e non solo, vedono i muzungo come un banchetto ambulante e non riescono a fare a meno di chiedere COSE, non necessariamente soldi. Precedenti progetti di tipo assistenzialista nella zona hanno contribuito decisivamente a questa visione. Ed è ovvio che il mio istinto sia quello di dare quello che ho, consapevole che a loro serve molto di più che a me e che una volta casa la mia fortuna di essere nata a Milano da genitori che possono garantirmi assorbenti ogni mese e tutto il resto mi farà avere ciò di cui ho bisogno… ma è sbagliato. Innanzi tutto questo comporterebbe una sfilza di richieste continue e fomenterebbe la voglia di approfittarsi della situazione, ma peggio ancora distruggerebbe il concetto che coloro che partecipano a questo progetto non aiutano dando cose materiali, ma lavorando insieme ai locali nel tentativo di risolvere alla base il motivo per cui quella ragazza non ha soldi per procurarsi due assorbenti.

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Qualche giorno fa mi ha intercettato Jimmy, il professore di swahili. Cristiano e scout convinto (perché qui è importante specificare che qualsiasi buona azione verso il prossimo si fa per devozione religiosa) mi ha raccontata in cosa consiste il suo progetto di sviluppo comunitario dal nome “Prevention is better than cure” avviato ai tempi del college. Si impegna ad attirare a sé gruppi di giovani ragazzi privi di mezzi, che sono esposti alle malattie a causa della loro mancanza di conoscenze in materia o a pericoli di ogni genere, e crea dei momenti di incontro e di condivisione per informarli o incoraggiarli ad abbandonare abitudini e comportamenti malsani che non fanno altro che peggiorare la loro situazione. Anche se su minima scala il progetto funziona e aiutando economicamente lui stesso, grazie al prestito universitario prima e il lavoro dopo, e contando sul sostegno degli altri membri dell’associazione, è riuscito a contribuire agli studi o allo sviluppo di qualche attività redditizia di qualcuno di questi ragazzi. Il suo nuovo obiettivo è quello di procurarsi una buona motocicletta, costo 200.000 scellini, per poter risparmiare sui trasporti, per potersi muovere e raggiungere i suoi gruppi come e quando vuole tra una lezione e l’altra, e sfidare le strade fangose durante la stagione delle piogge. Ha deciso di raccontarmi questo per due motivi: a. per chiedermi se volessi diventare membro dell’associazione e come molti altri collaboratori sparsi per il mondo contribuire al suo lavoro con idee, suggerimenti, informazioni. Ma soprattutto b., per invogliarmi a contribuire all’acquisto della moto, specificando che il come, il quando e il se farlo sarebbe a mia completa discrezione. Sto ancora valutando entrambe le proposte perché quando mi prendo un impegno voglio essere sicura di poterlo mantenere, e per quanto riguarda la pecunia farò due calcoli. Magari avvierò un mini fundraising online per aiutarlo. Anche se mi ha irretito un po’ subdolamente, credo che la sua iniziativa abbia un certo valore e meriti di essere incoraggiata.

Durante questa infinito colloquio (è un gran chiacchierone), Jimmy mi ha spiegato che molti ragazzini, in particolare quando rimangono orfani, iniziano da giovanissimi a lavorare come pescatori. Fra i pescatori circola la leggenda che fumare marijuana riscaldi durante le interminabili notti di pesca sul lago Vittoria, e che inibendo la percezione della realtà, renda il lavoro meno logorante dal punto di vista fisico. Di conseguenza i giovani pescatori di otto anni entrano prestissimo nel tunnel delle droghe leggere senza più riuscire a uscirne. Idem con l’alcol. Parte del lavoro di “Prevention is better than cure” è quello di evitare che questi bambini comincino a lavorare così presto dirottandoli verso la scuola, in modo che una serie di conseguenze per loro dannose, tra cui la l’eccessiva pesantezza del lavoro per un corpo così piccolo, vengano allontanate. Tuttavia pochi sono convincibili, soprattutto perché molti sono l’unica fonte di reddito per i fratellini. Tra le altre cose, Jimmy mi ha spiegato raccontato che la consapevolezza, conoscenza e quindi prevenzione di alcune malattie tra cui l’AIDS, che dilaga a percentuali altissime in queste zone e in generale in tutta l’Africa, è ostacolata da una serie di credenze mistico-religiose antiche e tradizionali quali il vudu e il posizionamento della casa. In poche parole si pensa che i contagiati e affetti da queste malattie, non solo l’AIDS ma anche il colera, la malaria eccetera lo siano o per via della malvagia maledizione di qualche vuduista o per il cattivo posizionamento della dimora, costruita lontana o nella sbagliata angolatura rispetto ai veneratissimi e rispettatissimi antenati.

19/09/13

Verso l’ora di pranzo io e Fede ci incamminiamo verso la scuola superiore pubblica di Nyandiwa, la St. Anthony.

Veniamo accolti a braccia aperte da Pius, il preside della scuola. Speravamo di essere giunti verso la fine dei lavori del loro Education Day, che da programma avrebbe dovuto iniziare alle 9 del mattino; ci saremmo fermati un’oretta e saremmo tornati al centro con la scusa del pranzo preparato apposta per noi da Margaret. Ma non avevamo tenuto conto di una fattore fondamentale: siamo in Africa e all’alba di mezzogiorno e mezza l’happening non è nemmeno cominciato! Ci hanno fatti accomodare in un’auletta adibita a sala da pranzo per gli ospiti speciali e i guest speakers e abbiamo potuto approfittare di un lauto banchetto. Tempismo perfetto. Il prezzo da pagare è stato un meeting di 6 ore senza interruzione dove si sono succeduti un numero indefinito di esibizioni e discorsi di studenti, oratori, personalità importanti e premiazioni per un terzo in inglese, un terzo in swahili e un terzo in luo. Ogni incontro o riunione inizia e finisce sempre con una preghiera. L’incontro mirava a motivare gli studenti a impegnarsi a scuola e a mantenere comportamenti adeguati, a sollecitare ai genitori il pagamento delle rette scolastiche e allo stesso tempo a incoraggiarli a mandare i figli a scuola con regolarità, a presentare il piano strategico dell’istituzione per i prossimi cinque anni. Nonostante l’incostanza con cui riuscivamo a capire cosa venisse detto, ho capito una cosa: gli africani sono dei grandi oratori e chiacchieroni. Fiumi di parole, battute che suscitano risatine e applausi tra il pubblico, una vera e propria competizione di public speaking. Onori su onori, minuti spesi a ringraziare uno per uno gli ospiti speciali. Per ravvivare l’atmosfera l’oratore del momento invitava il pubblico a congiungere le mani e a sfregarsele come quando fa freddo e ci si vuole riscaldare, così da avviare una sonora serie di battiti di mani ritmati ed eseguiti all’unisono. Un rituale per noi insolito in una situazione tanto formale. L’auditorium era all’aperto: gli studenti sulle loro solite seggioline da un lato, i genitori e gli ospiti sotto due tendoni separati, il tutto all’ombra degli alberi del cortile della scuola. Pittoresca e piacevole, come location. Un paio di studentesse si sono fatte avanti per recitare poesie che invitavano tutti a impegnarsi per una scuola migliore. Un coro di ragazzi accompagnati da un paio di tamburi e guidati da una ragazzina dalla voce dolcissima ma possente si sono invece esibiti in un canto botta e risposta dove alla fine invitavano il pubblico a unirsi a loro per qualche secondo. Uno alla volta genitori e special guest si alzavano, raggiungevano il semicerchio sgambettando a ritmo di musica e facevano un’offerta al gruppo mettendo in mano alla ragazza qualche soldo.

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Il capo dell’associazione genitori e insegnanti della scuola ha poi inaugurato un dibattito su non so che tematica in cui chiunque poteva intervenire. Credo che ogni genere di decisione in questi piccoli villaggi venga discussa in primis apertamente, in un’arena in cui è sufficiente alzarsi e dire ciò che si pensa, ascoltati dagli altri in religioso silenzio.

Più volte durante la giornate sono state tirate in ballo questioni di genere. Della lista di studenti premiati per i loro successi scolastici, solo una era donna. Perché? Nelle nostre scuole superiori spesso sono le ragazze ad eccellere essendo più metodiche, disciplinate e costanti. Qui invece la prestazione femminile è bassissima. È anche vero che leggendo il report sulla scuola il numero delle ragazze è più o meno la metà di quello dei ragazzi e di conseguenza è normale che in percentuale le ragazze da premiare siano meno, ma possibile che dei 30 studenti migliori solo una sia donna? È perché le donne vengono incoraggiate meno ad andare bene a scuola, o andarci del tutto? È perché quando tornano a casa devono seguire le madri nelle faccende di casa sottraendo tempo allo studio e ai compiti? È perché quando tornano a casa hanno un bambino da curare? Credo che queste e molte altre e più complicate siano le risposte al quesito. Giorno dopo giorno mi accorgo di quanto questa società sia terribilmente maschilista ed è una vera sofferenza. Più volte è stato toccato dagli oratori il problema dell’alto tasso di gravidanze tra le ragazzine della scuola, che vorrei ricordare hanno dai dodici/tredici anni ai diciotto. A quanto pare i bimbi indesiderati sono una marea ma ciò che mi ha colpito ed infastidito di più era un ossessivo rimprovero e accanimento verso le ragazze. Quanti speaker hanno esordito dicendo che le studentesse dovrebbero imparare ad avere un comportamento sessuale appropriato, che era una loro scelta quella di essere messe incinta. Ma aspetta un attimo. E i ragazzi? Non sarà mica lo spirito santo a metterle incinta? Nessuno di quelli con il microfono in mano, nemmeno le donne, ha provato a dirne quattro anche ai fanciulli che sedevano scomposti e se la ridevano delle loro compagne rimproverate. È normale che si debba aiutare le ragazze a capire che devono proteggersi, essendo poi loro quelle che lasceranno la scuola per occuparsi del figlio o che non potranno fare i compiti perché devono allattare, ma non menzionare i ragazzi è come giustificare il loro comportamento e anzi scaricarli di ogni responsabilità. Questo è solo uno dei vari episodi che mi fanno ribollire il sangue nelle vene.

Ad esempio ieri Jimmy, grande sostenitore dello swahili come legittima lingua comune in Kenya, si è lamentato dell’inglese, la lingua dei coloni. Tra le varie critiche ce n’è una che mi ha compito in particolare: l’inglese non è una bella lingua perché favorisce il genere femminile… perché in certe costruzioni sintattiche enfatizza troppo il femminile. E l’esempio da lui portato, per me ridicolo, era il seguente: “give him HIS book”, variazione e indebolimento del pronome maschile, versus “give HER HER BOOK” raddoppio e quindi enfasi sul pronome femminile. A parte che him non è neutro ma è anch’esso maschile, ma comunque, che tipo di argomentazione insensata è per svilire una lingua?

Questa sera la professoressa Japhlet è venuta in veranda a bersi una birra con noi al chiaro di luna piena e abbiamo parlato del problema delle frequenti gravidanze. Ci ha detto che di recente ha sentito in radio che in una scuola non lontano da qui quindici ragazze erano incinte di cui una di NOVE anni. Ha poi iniziato a lamentarsi degli uomini africani che vedono la donna solamente come un oggetto sessuale, non importa quanti anni abbia. A quanto pare le ragazzine non vengono accompagnate a/da scuola dai genitori, quindi sono esposte alle avance degli uomini che incontrano lungo il cammino. Alcune si fanno convincere ad avere rapporti sessuali in cambio di un passaggio in piki piki o di soldi. Credo che il fatto si commenti da solo. Japhlet sostiene che molte di loro sono assolutamente coscienti di quello che stanno facendo e che il problema è che nessuno insegna loro a dire di no o spiega loro che quel che accettano è sbagliato e pericoloso. Mi ferisce molto sentire parlare di queste tendenze, soprusi, prevaricazioni, violenze psicologiche e fisiche. Come si fa ad avere così poco rispetto del corpo di una giovane ragazza, di una bambina quasi, e ad avere l’arroganza di approfittarsi della sua povertà per ottenere sesso? I primi che meritano aiuto in questo mondo sono le donne e i bambini. Poi vengono tutti gli altri.

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