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Notes on Nyandiwa 3

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Debora Peters ci parla da Nyandiwa

“PITCHA, PITCHA!”

25/09/13

I bambini sono l’Africa. Sono tantissimi e dappertutto. Vanno in giro a gruppetti per la strade fangose di Nyandiwa, piccolissimi e grandicelli, scalzi o a piedini nudi, vestiti da festa o con gli abiti tutti sporchi e sbrindellati, con le mollettine nei capelli e le treccine o con la testolina pelata. Si muovono senza i genitori, si proteggono a vicenda, sono come delle piccole gang. I neonati non sono sempre in braccio alle loro mamme, anzi, vengono sballottati da un fianco all’altro, da un bambino all’altro senza protestare. I piccoli sono un po’ di tutti. Crescono in maniera spartana, giocano dove vogliono, si sporcano, sono spesso per terra, giocano ahimè con i rifiuti e la sporcizia e da potenziale mamma italiana mi corre un brivido giù per la schiena quando assisto a certe scene. D’altro canto sono liberi di scorrazzare per il villaggio, i loro anticorpi devono essere d’acciaio, giocano spensierati, esplorano il loro piccolo mondo. Mamma e papà non li seguono tutto il giorno, chiunque nella comunità è allerta e responsabile della loro incolumità. Quando vedono noi “bianchi” cominciano a darsi delle indiscrete gomitate, abbandonano qualsiasi cosa stiano facendo e cominciano a correre nella nostra direzione urlando “muzungo, how are you?” e si sbracciano gridando un “ciao” dietro l’altro fin quando non ci vedono più all’orizzonte. Spesso l’approccio è più diretto: o vogliono che si batta loro il cinque, e ciò comporta farlo con tutti i membri della gang, se possibile due tre quattro volte, oppure fanno delicatamente scivolare le loro manine appiccicose nelle nostre e ci scortano per un buon pezzo di strada con un sorriso smagliante stampato in faccia. Sono meravigliosi. Se poi si tira fuori la macchina fotografica impazziscono e iniziano a gridare “pitcha, pitcha!”, la versione Luo di “picture”, e ha inizio un interminabile servizio fotografico che poi deve essere analizzato da ogni singolo modello.1375977_10153345652280594_491767779_n

Oggi ero nei pressi dell’asilo del centro e i bimbi stavano andando a casa, non senza prima passare uno a uno davanti all’ufficio per il batti cinque quotidiano. C’era un gruppetto di bimbe nella loro divisina verde e non ho saputo resistere: ho tirato fuori la macchina fotografica e ho esordito in un: “Pitcha???”. Non stavano più nella pelle: si sono messe in riga e si sono fatte immortalare. Poi mi sono accucciata e loro sono planate al mio fianco unendo le testoline per ammirare il capolavoro: non so cosa siano riuscite a vedere visto che c’erano dieci ditini spiaccicati sullo schermo, ma mi sembravano soddisfatte.

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Da queste parti il matrimonio è uno degli argomenti preferiti di conversazione. All’ora del tè con i professori io e Federico veniamo interrogati su come funzionano il fidanzamento e simili nel nostro paese e ascoltano tutti molto divertiti. In Kenya esiste ancora la poligamia, anche se oramai non tutti la praticano. Si racconta spesso di un uomo che qualche anno fa è morto lasciandosi dietro un centinaio di mogli: all’idea Federico ogni volta sbianca.

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559229_10153211685720594_1664525902_nNon sono mai ufficialmente esistiti fra i Luo i matrimoni combinati, anche se spesso intervengono famigliari e amici per fare un po’ di pressione. Ogni tribù ha delle sottotribù, i cui membri non si possono sposare fra loro. Il padre dello sposo deve offrire al padre della sposa un tot di capi di bestiame in cambio della mano della figlia. Ma con quale criterio si decide la quantità di animali, chiedo a Steve il segretario del preside. Mi spiega che il valore della donna viene misurato in base al suo livello di studi, alla sua bellezza e al rango sociale. Mi chiede se anche da noi si fa così e cerco di spiegargli che oramai non esiste più niente del genere. È abbastanza stupito. Dopo essersi svenato in mucche e capre, il marito poligamo un giorno viene a mancare e le mogli vengono EREDITATE dal fratello, cugino o chicchessia. Al giorno d’oggi viene data loro la possibilità di acconsentire o meno e in molti casi ciascuna può scegliersi un altro uomo, alla condizione di restare per sempre a vivere nella casa/compound del marito morto. All’interno del compound ogni moglie ha la sua casa. I figli, una volta cresciuti, non possono andare a vivere nella casa della madre, neanche se passata a miglior vita, perché sarebbe una mancanza di rispetto fare quello che le coppie fanno nella casa materna. Solitamente costruiscono una casa nel compound dei genitori dello sposo o della sposa in modo da rimanere in zona. Se i genitori a un certo punto della loro vita non sono autosufficienti e hanno bisogno dell’aiuto dei figli e non vivono nel loro stesso compound, non possono essere ospitati dagli sposini per la stessa questione di rispetto, a meno che i figli non abbiano una stanza immacolata in più dove non hanno mai consumato. Solitamente non si hanno stanze in più, quindi bisogna costruire una nuova casa per mamma o papà nel compound. In sostanza non esiste il concetto che c’è da noi dell’eredità della casa, è di cattivo auspicio. Se antagonizzi la superstizione muori, così si dice quaggiù. Quante faide fraterne evitate in quel di Nyandiwa per la spartizione dell’eredità.

Steve, il ragazzo che mi illumina sulle tradizioni matrimoniali keniane, è un ragazzo molto sveglio e chiacchierone. Si è iscritto alla British University di Nairobi per studiare business management con il sogno di poter un giorno partecipare a un programma di scambio con il Regno Unito, ma per mancanza di fondi non è riuscito a procedere nei suoi studi come avrebbe voluto. Niente Europa. Parlando di matrimonio mi dice che non sarebbe una cattiva idea sposarsi con un’europea perché questo gli aprirebbe la strada verso il vecchio continente. Tuttavia è un po’ intimorito dalla donna europea che rispetto alle keniane ha troppe pretese e magari, come ha potuto vedere in molti film di bianchi, un giorno le viene in mente che vuole anche divorziare e lo trascina in tribunale per lasciarlo in mutande! Che soggetto! Qui il divorzio esiste ma è cosa molto rara: la formula “finché morte non vi separi” vale molto di più che da noi, con i suoi pro e i suoi contro.

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È veramente invidiabile il senso comunitario di questa gente. Tutti si salutano, si stringono le mani, si chiedono come va, come sta la famiglia. Sarà strano tornare a casa dove non ti guarda in faccia nessuno quando cammini per strada, dove i bambini in metropolitana non ti regalano sorrisi raggianti, dove a nessuno interessa se stai bene o se i tuoi stiano bene. Pur non avendo niente da dare, ci si aiuta a vicenda con quel che si ha, basti pensare alla famosa harambè (raccolta fondi in comunità). Quando si cucina in Africa se ne fa sempre un po’ di più perché c’è sempre l’eventualità che ci sia qualcuno di non previsto. C’è molta condivisione, nella gioia e nel dolore. Uno dei primissimi giorni la Social Hall del centro ha ospitato un matrimonio in grande stile e chiunque era invitato. Idem con i funerali. Quando muore qualcuno, e devo dire che è già successo tre volte da quando sono qui, lo si sa immediatamente: le donne iniziano a correre per il paese gridando e diffondendo nell’aria quel verso tipico delle donne arabe quando si danno a festeggiamenti. Se il lutto è molto sentito vanno avanti gridando per parecchio tempo e dalla veranda si sente quel rumore diffondersi da una parte all’altra dell’enorme baia del lago Vittoria. Anche al funerale tutti invitati a condividere lo strazio. Se la persona deceduta è molto importante le celebrazioni continuano per giorni e giorni, una grande festa dove la musica rimbomba in ogni angolo della penisola, dove si balla, si piange, si canta e si mangia. È strano essere invitati a un funerale quando non si ha la minima idea di chi si stia andando a seppellire. Per noi sarebbe imbarazzante andarci, quasi una mancanza di tatto, un’intrusione. Invece per gli africani è normale, anzi apprezzato, d’altronde che male c’è?

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