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Notes on Nyandiwa 4

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Debora Peters ci parla da Nyandiwa

DELLA VERA AFRICA, DELL’APPARTENENZA ALLA PROPRIA TERRA, DI BACHI, DI BOCCIOLI E DI ANATROCCOLI

15/10/13

In televisione, a lezione e sui giornali l’Africa non sembra altro che l’ultimo posto nel mondo dove uno possa voler andare. Tutte quelle case di fango ed escrementi, tutte quelle mosche che non ti lasciano in pace, i bambini scheletrici con il pancino gonfio, le malattie del Medioevo, l’AIDS che spezza vite, la sporcizia, l’ottusità, l’arretratezza. Non importa che tutto ciò attiri comunque a sé il non africano, questa è di fatto la cartolina del continente nero. Io mi trovo in un paesino ai confini del mondo, nemmeno le autorità keniane una trentina di anni fa sapevano della sua esistenza, e posso dire di trovarmi nella vera Africa. Sì, le case non sono il massimo ma di mosche, e zanzare, neanche l’ombra. I bambini sono sorridenti, felici, paffutelli e vaccinati, quindi la mortalità infantile oggi è decisamente moderata. Sì, l’AIDS è molto comune ma le campagne di sensibilizzazione e le cure stanno portando buoni risultati e la gente è più cosciente dei pericoli della malattia e del bisogno di tenersi aggiornati sul proprio stato di salute. Le malattie ci sono eccome, ma con un corretto comportamento è possibile evitarle. La cultura e la religione possono essere un ostacolo allo sviluppo, ma nondimeno sono una ricchezza e anzi un vantaggio in certi casi. Si prenda in considerazione la solidarietà e lo spirito comunitario da noi generalmente assente ormai: Nyandiwa non avrebbe mai potuto essere dove si trova adesso senza questi approcci e filosofie che provengono dritte dritte dagli antenati. Non ci sarebbe l’acquedotto, non ci sarebbero le scuole. Non è di certo tutto rose e fiori, anzi le difficoltà e le sfide sono molte in ogni campo, ma tutto ciò che vedo, persone, comportamenti, atteggiamenti, la povertà, le ingiustizie, le malattie non mi sono estranei. In qualche modo esistono anche da noi, è solo che qui si presentano sotto forme diverse o sono più accentuati, più palesi, più frequenti. L’Africa è speciale perché niente di ciò che la compone è assurdo, impensabile, inconcepibile. Sono cose già viste, magari in passato, e l’europeo non ha fatica a capire, a darsi spiegazioni. È completamente diversa dalla realtà da cui vengo, ma allo stesso tempo è uguale. Quanto è contraddittorio?

“Ogni giorno il bambino del villaggio tal dei tali, deve fare 5 chilometri per raggiungere il pozzo e altri 5 per tornare a casa con l’acqua”. Ma perché mai la sua famiglia, tribù, villaggio non fa le valigie e si trasferisce di fianco al pozzo? Già… perché? Quante volte se lo sarà chiesto la gente? La risposta è così semplice da essere banale. In primis il pozzo o fonte d’acqua è sicuramente circondato da qualche casa, popolazione, tribù che probabilmente è riluttante all’idea di un’invasione di estranei in cerca del bene più prezioso della terra. Si pensi a un’intera comunità di immigrati che si trasferisce nel territorio di altri: non può che generare problemi, conflitti, disequilibri. È da tenere inoltre in conto che non è nemmeno così scontato che la tribù del più remoto paesino sia cosciente dell’esistenza dell’acqua pura e potabile, o della sua ubicazione. A Nyandiwa, per esempio, trent’anni fa la gente non sapeva nemmeno dell’esistenza dell’acqua potabile, c’era A. il lago B. l’acqua piovana raccolta nelle pozzanghere, nemmeno ci si sognava di fare strada verso un pozzo. E secondo, chi mai vuole lasciare la sua terra, la sua proprietà, casa sua, le sue tombe, gli altri membri della comunità? Se il bambino e la sua famiglia non si trasferiscono vicino al pozzo, è dimostrazione che rimanere nella terra di origine vale i 10 chilometri al giorno. E come biasimarli? Perché perdere ciò che si possiede, ciò che i padri dei padri hanno ottenuto negli anni, la terra che si coltiva, la propria capanna in riva al lago per qualcosa della cui importanza per altro non si è più di tanto coscienti? La domanda corretta da porsi non è perché Maometto non va alla montagna, ma perché la montagna non va da Maometto. Il bambino e la sua famiglia non devono andare dall’acqua se c’è un sistema con cui l’acqua può venire da loro, e vissero tutti felici e contenti. L’acquedotto costa, è difficile da costruire, ancora di più da mantenere, ma a Nyandiwa è stato creato dal nulla con tanto aiuto e contributo dei bianchi quanto dei neri. Niente è impossibile. Il bambino non deve fare dieci chilometri al giorno. Chi cerca soluzioni le trova, direbbe mamma, anche se ognuno ha i suoi tempi.

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Il saluto a Nyandiwa è fondamentale. Non esiste che si entri in una stanza, in un negozio, in un ufficio senza dare una bella stretta di mano a tutti i presenti. A volte è un contatto veloce, altre volte si sta mano nella mano durante i numerosi “come stai/come non stai/come hai dormito/anche io sto bene”, altre ancora ci si danno due o tre strette di mano consecutive senza mai lasciare andare la presa, mani chiuse mani aperte, mani chiuse mani aperte, mani chiuse mani aperte. Ciò avviene sia che ci si conosca da una vita, sia che ci abbiano appena presentati. Il grado di confidenza non è così importante per questo rito. Anche fra cari amici, parenti, fidanzati, coniugi sempre una stretta di mano. Mi è capitato qualche volta di vedere qualche coppia mano nella mano ma è sempre stato un contatto della durata di qualche secondo, riservato, fugace, intimo. Niente a che vedere con i nostri baci, abbracci e passeggiate di innamorati. Chi invece ho visto più frequentemente per mano sono le coppie di uomini. La prima volta rimasi a bocca aperta: i buoni amici maschi camminano per strada tenendosi per mano. Al di là di questa inaspettata dimostrazione di affetto, forse non intesa come tale, è raro vedere mamme e padri che accarezzano i bambini, innamorati che non dico si abbraccino in pubblico ma per lo meno facciano qualcosa di più di una stretta di mano. È un controsenso: nonostante l’immensa cordialità con cui ci si avvicina allo sconosciuto, il conoscente è trattato con quella che ai miei occhi pare freddezza. Anche ai Caraibi questa è la tendenza, sia pure meno esasperata. Per non parlare dell’equivoco che una pacca sulla spalla, una carezza possono causare! Gesti per noi normali, innocui, ma che a Nyandiwa possono essere malamente fraintesi. Prolungare la stretta di mano per più tempo mentre si scambia qualche parola è un po’ insolito, è come se qualcuno si stesse prendendo un po’ troppa confidenza. Gli uomini si sentono liberi di essere piuttosto diretti ed espansivi con le muzungo, e quindi di stringere loro la mano per più a lungo. Anche con me sia i ragazzi del college sia gli adulti che incontro si prendono certe libertà che con le loro di donne non si prenderebbero. Quando tornerò a Milano avrò un bicipite da culturista. Ma perché fanno così con me? L’uomo di Nyandiwa e dintorni ha impresso nella sua mente uno stereotipo di donna bianca socievole, poco riservata, aperta, troppo aperta… facile. E perché? In parte credo sia un immaginario comune dovuto al fatto che la donna bianca è più indipendente, si veste come vuole, fa quello che vuole, beve, fuma, si diverte. In parte alcune organizzazioni impegnate nella cooperazione internazionale qui nei dintorni hanno contribuito alla diffusione di questa immagine. Un gruppo di danesi insediatosi nella zona per portare avanti un progetto ha causato diversi problemi: in un primo momento la sede in madrepatria ha deciso di inviare in Kenya coppie sposate. La decisione è risultata a dir poco sfasciafamiglie. Tradimenti, separazioni, divorzi in cui i locali erano coinvolti. Un’altra volta ha invece mandato un gruppo numeroso di giovani pulzelle per uno scambio scolastico. È successo il finimondo. Ci sono stati diversi casi di giovani locali irretiti e illusi, alcuni dei quali rimasti qui e finiti male, depressi, ubriachi. Un altro ragazzo invece ha seguito qualche danese nel vecchio continente ed è rimasto letteralmente fregato: è stato rimbalzato da una donna all’altra di continuo, preso, mantenuto e mollato a più riprese, finché stufo della situazione non si è reso conto di voler tornare a casa, ma tutta questa instabilità, la dipendenza creatasi da queste donne ha fatto in modo che si trovi ancora lassù al freddo e al gelo senza riuscire a trovare i soldi per il biglietto di ritorno. I bianchi tendono a favorire relazioni di dipendenza: il popolo africano è chiaramente più svantaggiato, ha chiaramente meno possibilità economiche dei forestieri ed è normale che non appena gli si presenti l’opportunità di essere aiutato la colga, ma questo tipo di aiuto che può causare danni irreparabili. I risultati dell’adozione a distanza per esempio sono nella maggior parte dei casi nocivi: il bambino che riceve i contributi cresce abituandosi a fatto che il bianco da casa sua lo mantiene e nel momento in cui la relazione si interrompe per qualche contrattempo o nel momento in cui è ora di affrontare il mondo degli adulti, non sa dove sbattere la testa. Anche presso il college di IKSDP è successo qualcosa di simile: era stata offerta una specie di borsa di studio per un paio di ragazzi brillanti e affezionati al centro scout. Dopo poco tempo hanno sviluppato un atteggiamento arrogante, ingrato, noncurante del posto in cui si trovavano e pretendevano sempre di più. Chi è abituato ad avere poco o niente e riceve all’improvviso un aiuto che non si è guadagnato da solo, con le sue forze, perde o si monta la testa. È curioso come la buona fede a volte porti a degli effetti del tutto inaspettati e indesiderati. Probabilmente anche le danesi pensavano che pur trattando il ragazzo di Nyandiwa a pesci in faccia comunque gli avrebbero fatto un favore portandoselo dietro, ma si sbagliavano. La donna bianca, oltre a essere un diversivo, rappresenta la speranza per un futuro migliore, l’idea di maggiore benessere economico, un passepartout per il mondo. Quanti ragazzi esordiscono con un “I want a muzungo”. Ma perché per forza una muzungo? Ci sono tante ragazze kenyane in gamba, basti pensare a Margaret, a Japhlet e non solo! E soprattutto, la donna bianca accetterebbe di farsi trattare come purtroppo senza avere molta scelta è condannata a essere trattata la donna africana? Gli uomini di Nyandiwa, ma non solo gli uomini, non riescono a capire che ciò che è rappresentato dal mondo moderno non è necessariamente il meglio per loro. Lo si vede nella rapidissima urbanizzazione in Kenya, la migrazione dalla campagna alla città, ma anche più in grande nel caso dei barconi che naufragano al largo dell’Italia. Quanti Luo hanno lasciato i loro villaggi con il sogno nairobiano e sono finiti nelle baraccopoli della capitale, in un contesto di disagio, malsano, povero, immobile. Quanti africani lasciano la loro terra in cerca di fortuna in Italia, dove finiranno a vendere collanine per la strada schivati dai passanti, a coltivare pomodori nel meridione come schiavi, a vivere stipati in una stanza? Non che per tutti vada necessariamente a finire male, ma in casi fallimentari, quanto è difficile tornare indietro, non solo in termini economici ma anche in termini psicologici? Diviene quasi un esilio. Senz’altro alcune zone del mondo sono invivibili a causa di persecuzioni, conflitti, governi ingiusti, ma ci sono altre zone che non devono essere abbandonate bensì salvate, valorizzate. In Africa servono progetti e persone che invoglino i suoi abitanti a restare, costruire, migliorare. Non progetti che rappresentino gli altri continenti come la terra promessa, che inducano gli africani a imitare bisogni e realtà non loro o che li spronino a cercare fortuna altrove, dove per altro non la troveranno.

Il buon vecchio Sylas, uno studente del college, ha deciso di disturbare la mia oretta di pausa dopo pranzo in verande per chiacchierare. Gli studenti si fanno spesso avanti e intavolano infinite discussioni, le studentesse invece sono indecifrabili, inavvicinabili. Ho provato più volte l’approccio ma sono sempre state di poche parole, ermetiche. Gli uomini osano, si lanciano e ogni tanto o fanno con arroganza e prepotenza. Le ragazze dal canto loro stanno fra di loro e non mostrano interesse verso lo straniero. O almeno così sembra. Eppure in un paio di occasioni c’è stato qualche scambio piacevole; vuol dire che qualcuna ha voglia di socializzare ma in qualche è modo bloccata. Mentre mangio la mia papaya penso ad alta voce e mi ricordo di dover fare il bucato: nooo, che noia, ma non posso evitarlo, ho già tutto a mollo. Il mio ospite mi chiede a chi spetta i ruolo del bucato in Italia. E quello della cucina? Della raccolta della legna e dell’approvvigionamento dell’acqua? Entrando più nel dettaglio cucina, inizia a rotolarsi dalle risate quando gli dico che mio papà in casa mia è solitamente l’addetto ai fornelli. O che Diego mi delizia spesso con i suoi manicaretti: “E mentre cucinano cosa fai?”, mi chiede, “stai lì comoda e seduta e li guardi?!”. E sì, succede, a volte li aiuto come posso, altrimenti apparecchio o faccio compagnia. Quasi cade dalla sedia dal ridere. Gli spiego che cucinare per il partner o per la famiglia non deve essere necessariamente un dovere, ma può essere un piacere, sia per chi cucina sia per chi mangia senza aver cucinato. La stranezza di questo nostro comportamento è provata nella Bibbia secondo lui: Dio creò Adamo e creò Eva come sua aiutante, the “help”, da intendersi non solo come aiuto nel suo innocente significato, ma proprio come la sguattera, cosa che per altro la donna africana era sicuramente fino a qualche tempo fa, in minor misura oggi. Sylas, in quanto studente del college di IKSDP, è l’insegnate di scuola elementare del domani. Oggi, mentre assistevo a una sua lezione di pratica in presso Nyandiwa Primary School, affrontando il tema del “buon cittadino” ha confermato ai suoi studenti che l’uomo è colui che ha il dovere e il diritto di essere a capo della famiglia e di mantenerla, nessun altro. Sylas non sembra tanto diverso dai vecchi insegnanti. Di fatti, salto generazionale, Mr. Omari, l’insegnante di oggi, al mio desiderio di assistere alla pratica di una studentessa e non di uno studente ha risposto “Perché mai dovresti voler vedere una donna, quando ci sono tanti studenti uomini da vedere”. Se anche nella pratica molte cose sono cambiate, e oggigiorno Michael il bucato se lo fa da solo e non lo fa Margaret, o il famoso Steve si prende cura delle pulizie di casa di Madam Japhlet quando è assente, le parole sono rimaste avvinghiate al passato. È vero, i fatti contano più della parola, ma è bene non dimenticare che lo strumento del professore, del maestro, del predicatore, dell’educatore in generale è proprio quella stessa parola e che il suo potere è grande.

Le donne e le ragazze a Nyandiwa sono il baco della farfalla, il bocciolo del fiore, il brutto anatroccolo. Sono in attesa di evolversi in meravigliose farfalle alate, sbocciare in fiori vivaci, trasformarsi in maestosi cigni. La metamorfosi è lenta, graduale, devono prendere coscienza loro stesse di quello che possono diventare. Quando vedo che questa crescita naturale viene in qualche modo ostacolata, mi viene da pensare a una reazione brusca, parole mordaci e offensive, comportamenti impulsivi. Ma Antonio mi fa notare che qui non servono a niente adesso quanto in passato. Non serve manifestare, portare avanti lotte aggressive, discutere insistentemente. No. Servono dei piccoli e furbi trucchetti, l’esempio personale, azioni simboliche. Solo così in passato si è riuscito a cambiare le cose a Nyandiwa. Come inserire le donne in una competizione di barche tradizionalmente riservata a soli uomini, in modo da far prender loro coscienza delle loro capacità e farle divertire tanto quanto i soliti concorrenti? Suggerendo di inserirle nella gara solo perché si possa ridere di loro. Ridi, ridi, intanto sono dentro! Come dimostrare alla comunità che una donna può essere a capo di un business o di un’organizzazione, scelta fra un’intera comunità di uomini? Facendosi coraggio, sfidando oppositori e tradizioni, mettendo a capo di IKSDP una donna estremamente intelligente, capace, in gamba. Come aiutare le donne del villaggio e le timide ragazze del college a scoprire i loro talenti e a utilizzarli in modo redditizio così da essere in grado di poter anche loro contribuire al mantenimento delle loro famiglie, di mostrarsi abili e indipendenti agli occhi degli uomini, di poter cavarsela senza un marito? Creando degli spazi educativi dove si stimola la creatività e dove si possano coltivare le proprie capacità. Il baco, il bocciolo e l’anatroccolo non cambiano all’improvviso: è necessario che l’ambiente circostante ne favorisca lo sviluppo, che non ci siano ostacoli e nemici durante il processo, e ci vogliono giorni, mesi, anni.

02A16FD9 [Converted]

Courtesy art-fever.co.uk

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