cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee

Gavino Angius, “Istinti”

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Non sono cleptomane. Però mica è detto.

Il terzo racconto della quadrilogia di Gavino Angius su “cose da libri”: quale sarà la diagnosi del dottor Palmas?

ISTINTI

Che poi è stato un attimo, l’ho vista lì, la girandola che frullava, piantata in alto su una pila di sottovasi, quelli di plastica marrone schifosa, lì davanti al negozio cinese. Sai che i cinesi vendono di tutto, in quei loro negozi, ombrelli e portafogli, magliette e borse di finta pelle. Lasciamo perdere. La girandola gialla e arancione, plastica cinese, sembrava un lecca lecca, lì, allegra. M’è venuto di farlo. D’istinto. L’ho strappata via senza neanche pensarci e me la sono trovata in mano, che continuava a ronzare, allegra, sai, col maestrale che c’è sempre queste sere verso le sette.

E chi l’aveva più vista, una girandola? Almeno dai tempi della prima comunione. Quanti anni sono? Lascia perdere.

Ho continuato a camminare. Cirdina cirdina. Che dovevo, mettermi a saltare, cantare e ballare? Contenta, già ero contenta. Però dentro. Fuori, come se niente fosse. E poi, il portamento. Ho studiato dalle suore. Tranquilla, ero. Come se avessi avuto in mano un mazzo di fiori o il giornale. Sai, quelle cose d’istinto.

La cinese è uscita dal negozio a palla di cannone, che era basciotta, piccola come una cinese, incinta grossa, una pancia così, le arrivava sotto il mento, l’ho vista proprio di striscio, un istante, con la coda dell’occhio, quella pancia gonfia e tesa, si è messa a urlare, mica la capivo. Certo rivoleva la girandola. In cinese.

Allora sono scappata a correre. D’istinto. Sai, gl’istinti, uno pensa che a più di cinquant’anni non ti prende così, e invece. Meno male ch’ero in jeans e Hogan, che se invece avevo addosso il solito tailleur e i tacconettus, quella mi prendeva subito, o magari cadevo e finiva che mi spaccavo.

Una corsa, su per via Scano, che non ho guardato neanche se il semaforo era rosso o verde. Fino all’incrocio mi ha inseguita, la cinese, figurati, per una carrammazzina di plastica che alla fine costa un euro e magari ne vale metà. Al secondo incrocio mi sono girata per un istante e non l’ho più vista. Chi mi ha visto correre con la girandola in mano, chissà che cosa ha pensato. No, che non mi ha visto nessuno, e poi come fai a pensare che una come me, se mi conosci poco poco, ti ruba una girandola de pippius al negozio cinese e se ne scappa corri corri per via Scano alle sette di pomeriggio, manco che mi fosse venuta chissà che pazzia. Che poi gl’istinti sono una specie di pazzia, però ti passa subito, e così è stato per me, ma quando mai, io che se trovo una monetina per strada guardo subito in giro per vedere chi può averla persa.

Lo scandalo. Il nome sul giornale. In cronaca di Cagliari. Tanto, anche se non pubblicano il nome, solo le iniziali, O. E, chi deve capire capisce. E ci possono mettere anche X e Y, la gente capisce lo stesso. Sai com’è qui a Cagliari, no? Ogni quartiere è una bidda, le bocche di popolo sono sempre al lavoro.

Dev’essere questa vita stressata che facciamo, sempre stretti in mezzo a qualcosa, la macchina, gli orari, le tasse, i figli, la gente al telefonino.

Però, meno male non c’era nessuno, che è una cosa strana perché gira gira conosci mezza Cagliari, ma qui è così, certi giorni ti puoi camminare tutta via Dante per quanto è lunga e non incontri un’anima. Altre volte, come ieri sera, appena esci di casa ti bloccano contemporaneamente la cognata di Amelia Curreli, l’avvocato Austis e Marina Serpau, che ti parlano tutti insieme, al confronto la torre di Babele doveva essere tranquilla come una casa di riposo.

Però, bello, con quella girandola in mano che faceva frr frr col maestrale che c’era. Inutile, certe volte si torna proprio bambini. Però è stato un attimo. Mi sono vista lì, una signora grande di età, con quella bestiola in mano che faceva frr frr.

Ohi, Santa Maria, e adesso dove la metto? È così, quando è passata la cosa dell’istinto, ero arrivata davanti alla bottiglieria, e io con quella girandola in mano, troppo lunga per entrarmi nella borsetta. Che faccio, cerco un cassonetto? Mi sembrava male, buttarla via, nuova, lucida, tutta colorata. Che faccio, torno indietro e gliela rendo? E come riesco a spiegarglielo ch’è stato un gesto d’istinto, e poi la tizia del negozio è cinese, chissà che ne capisce, degl’istinti.

Dovevo fermarmi pure in macelleria da Santoru. Mica ci potevo entrare così, con la girandola in mano. M’è venuto di girarla a testa in giù, come un pollo appeso, forse si notava di meno. Be’, insomma, entro dal macellaio e faccio finta di niente.

Santoru, ci conosce da una vita, me e mio marito. Fortuna che non ci sono altri clienti. Aiò, veloce. Niente da fare. Manco mi guarda in faccia, appiccica gli occhi subito alla girandola. Manco fosse che avevo la coda. Poi cerca di far finta di niente, marrano, fa pure gli occhi storti per guardarla da dietro il bancone, e non mi vuole dare la soddisfazione di domandare. Va bene. Excusatio non petita. Devo commentare io. Sa, gl’istinti. Volevo comprare qualcosa di allegro. Di colorato. Infantile. Da mettere su in terrazza, stasera facciamo una cena tra amici. Lampioncini colorati e stelle filanti. Qualcosa di allegro.

Mica posso fargli credere che è per mia figlia, no? Ha passato l’età da un pezzo. E poi, se mi ricordo, non ce l’ha mai avuta, una girandola, roba antiga, arretrata, di quand’ero bambina io, si vede che i cinesi sono arretrati con queste cose, con tutta quella tecnologia che hanno loro, e poi vendono ancora girandole, magari pensano che qualcuno qui da noi se le compra ancora.

Tipo da girandole, mia figlia? Quand’era piccola, mi ha scimprata con tutta la collezione delle Barbie, compresa la casetta, il guardaroba, e pure Ken. Poi le è venuta la fissa delle rane. Mica quelle vere. Rane di pietra di cristallo di plastica d’ogni genere, di metallo, dice che portano fortuna. Che poi a quanto pare questa delle rane che portano fortuna è una cosa che credono loro, i cinesi, da noi le rane sono rane e basta, e quando entravo in camera sua certe che sembravano vero non mi veniva neanche di toccarle per spolverare.

È che mica potevo tornare a casa con la girandola. Vai a spiegargliela, a mio marito, questa storia dell’istinto, che davvero mi prende per pazza, già mi sta sempre appresso, se dobbiamo uscire insieme si fa tutto il giro della casa, a controllare se ho lasciato fornelli accesi e rubinetti aperti. Lorenza, magari, fra donne ci si capisce. Però lei dà una somiglianza più al padre, una precisina, questa mia figlia, e mi dice magari che questo è furto, ma lo capisco da me, è un furto, va bene, se pensi normalmente, anche se rubi una patata è un furto, ma almeno di una patata te ne fai qualcosa, una girandola, alla mia età, non farmi ridere.

Però questa cosa, se ci penso bene non mi piace. Voglio dire, mollarsi così se ti viene l’istinto di prendere una cosa che non è tua e scappartene via. Un affroddio di plastica. Fosse stato almeno un oggetto serio, di valore, va bene. E se mi succede un’altra volta? Mica c’è sempre la cinese incinta che dopo due secondi che ti corre appresso scoppia. Metti se avevo rubato una bistecca nella macelleria di Santoru, ch’è più di un metro e ottanta, e corre ancora il mezzofondo, si va ad allenare ogni mattina all’alba, al parco di Monte Claro.

Questa volta l’ho scampata. Se mi risuccede, lo vedi che finisco sul giornale. E anche alla Tv. Furto di girandola.

Sono andata in profumeria per fare una prova. Attenta a vedere se mi veniva di prendere su qualcosa, un pettine, un cerchio per i capelli, un campioncino, tutta roba che hanno lì buttata, che ognuno può prendersela. Niente. Al supermercato, anche lì, è facile, ti cacci un surgelato o una bottiglia di coca in borsetta. Niente. La prova del nove, un altro negozio cinese. Prendi una cintura o un ombrello da donna, la cacci sotto il giubbotto. Niente. Non sono cleptomane. Però mica è detto.

Devo raccontarlo al dottor Palmas, quando vado a farmi rifare la ricetta per le pastiglie contro l’allergia.

Magari, gli dico che è una cosa successa a qualche mia amica. Lui è il tipo che almeno fa finta di crederci.

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