cose da libri

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Gavino Angius, “Scrittore che legge”

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Courtesy kari123.deviantart.com

Nessuno pensa mai che uno scrittore, quando legge, preferisce appartarsi, come fanno gli elefanti per morire, o quasi tutti gli esseri umani per svuotare il ventre.

Il quarto e ultimo racconto della quadrilogia di Gavino Angius su “cose da libri”: malinconia dello scrittore itinerante.

Scrittore che legge

Certi angoli di città che vorrebbero darsi un tono, altri che si accontenterebbero di avere una geometria riconoscibile.

Altri ce l’hanno per davvero, una geometria, ma è perversa, violenta e delirante, in genere inutile.

Ma la geometria, se ci pensi, è sempre così, perversa violenta o delirante.

Gli angoli delle città di provincia sono tutti uguali, e se c’è qualcuno che può dirlo a ragione, è proprio lui, che prima di pranzo, nell’ora vuota, è sceso dalla sua camera d’albergo che guarda su un piccolo parco spelato: cemento, erba secca, altalene e scivoli disperatamente artificiali. Un’altalena vera dev’essere appesa al ramo d’un albero. Una fune e un’assicella. Volendo, dell’assicella si può fare anche a meno. C’è la quantità necessaria e sufficiente di sabbia perché i bambini si sporchino, ma non troppo, e razionalmente.

Di posti così è piena anche la sua città, e anche tutte le altre che ha girato quest’anno, e l’anno passato, e così saranno le altre città dove sarà invitato quest’anno che viene.

Ha scelto una panchina per leggere. Nessuno lo osserva, ma se ci fosse qualcuno a osservarlo, capirebbe dalla mimica ch’è insoddisfatto. Ha due libri con sé, prima sfoglia il più grosso, rassicurante, con una copertina rosa confetto. Non ha la prefazione, e questo lo lascia sempre un poco interdetto.

Perché lui è uno scrittore, uno scrittore che legge.

Colto nell’atto di leggere. Nessuno pensa mai che uno scrittore, quando legge, preferisce appartarsi, come fanno gli elefanti per morire, o quasi tutti gli esseri umani per svuotare il ventre.

Colto nell’atto di leggere, come un prete che bestemmia. No, peggio: come un prete che si confessa. Come un dentista con una guancia gonfia, sdraiato a bocca aperta sulla poltrona reclinabile d’un altro dentista. Come un poliziotto ammanettato.

Si accontenta del risvolto di copertina

Per uno scrittore leggere il risvolto di copertina del libro di un altro scrittore è come per una donna incontrare, a una festa importante, un’altra donna che indossa un vestito uguale al suo.

“Ironico e lirico”, legge, “una satira degli anni ’80.” Se li ricorda, quegli anni là, e ci trova poco da ridere. Sarà un suo limite. È che alla fine, quando sei scrittore, ti coglie la sensazione di sapere tutto di tutto. La scacci come una montata d’orgoglio, come un raptus di presunzione. Invece poi scopri ch’è vero, e la cosa ti raccapriccia, ti terrorizza, non resta più nulla fuori da scoprire o da sperimentare. Questo vuol dire, poi, alla fine: non ti restano più spazi da vivere.

L’erba del parco, vista da lontano, sembrava d’un colore verde brillante omogeneo, smaltato. Adesso che la osserva bene, scopre ch’è chiazzata di giallo, proprio come l’angolo del parco di Monte Claro davanti al quale passa tutti i sabati, quando è nella sua città. Anche le panchine sono le stesse, e pure i giochi, lo scivolo e l’altalena. A dire la verità, sono perfino precisi e identici a quelli che ha di fianco a casa sua, nella stessa strada dove abita, e che non nota mai perché passa sempre in macchina, di fretta.

Quella signora che sta attraversando, non è precisa alla moglie di Lugas? Magari è davvero la moglie di Lugas. Che cosa ci fa qui, a Palermo (o ad Alessandria, a Trieste, a Parma, a Caserta), la moglie di Lugas? E perché Lugas non è con lei? Solo una somiglianza, o è davvero la moglie di Lugas?

Si alza e la segue, fino a un tratto di strada trafficato, negozi e palazzi. La donna entra in una profumeria. La moglie di Lugas ha la mania dei profumi. Aspetta che esca, non è la moglie di Lugas, ma le assomiglia, fino a quelle impercettibili raggiere di rughe, due piccoli soli intorno agli occhi marrone, vivaci come due cuccioli. Gli passa vicino investendolo con un’onda d’urto olfattiva. Chissà quanto profumo s’è spruzzata addosso, provando i campioncini. Proprio come farebbe la moglie di Lugas.

Ritorna alla panchina. Non vuole allontanarsi troppo dall’albergo: all’una vengono a prenderlo per accompagnarlo a pranzo. Poi nel pomeriggio l’intervista per una TV locale.

Sfoglia il secondo libro, arriva alla pagina dove ha lasciato per segnalibro una carta d’imbarco strappata a metà. Sarà stato da Trieste o da Ancona? È che questi due libri se li porta appresso da mesi, e salta dall’uno all’altro, due libri che tiene in casa da chissà quanto tempo, e non ha mai letto. Strano, per lui, ch’è un lettore vorace, e conosce sei lingue.

L’azione di leggere, del resto, come il conoscere tante lingue, ti permette di essere presente. Non in un determinato posto, ma presente, proprio presente, in qualunque posto tu ti trovi. Non succede sempre che uno sia presente nel posto in cui si trova. Quando uno legge diventa tutto superficie, ecco, questo significa essere presente.

Il secondo libro è smilzo, con la copertina azzurra. Sembra fatto apposta, uno rosa uno azzurro. Accende un sigaro, ed è uno scrittore che legge. Chef che pranza al McDonald’s. Barbiere che si fa tagliare i capelli.

È che l’uomo è un animale prevedibile, un animale di poche risorse immaginative. Quattro mura e un soffitto, sono sempre la stessa casa, e diventano il mondo intero. Un angolo di città, basta poco a metterlo insieme: un nastro d’asfalto, bordato o no di alberi, uno scampolo di prato con quattro panchine scrostate sparse qua e là, e su almeno una delle panchine qualcuno che legge.

Per mantenere l’illusione di poter scegliere liberamente che cosa leggere, porta con sé quei due libri. Sempre quelli, e non è colpa né della città dove si trova adesso, né di quelle che l’hanno ospitato prima, se ogni volta non riesce a riprendere il ritmo della lettura, e salta oziosamente da un libro all’altro. È un atto di fiducia, perché spera sempre di riuscire a trovare qualcosa nel secondo libro, quando abbandona la lettura del primo.

All’improvviso, sente che la sera gli frana addosso. Una cascata di pietruzze e terriccio, granellini di sera, ognuno per sé trascurabile, ma se i granelli fanno massa, e le pietruzze si accumulano, e fanno forza in un solo punto?

La sensazione è così ben delineata, anche a parole, che la segna in un taccuino, di quelli che i disegnatori usano per gli schizzi. Magari servirà per il prossimo libro. In un dialogo. Uno dei personaggi che dice: “Mi frana addosso la sera.” No, meglio: “Mi sento franare addosso la sera.” E il resto, uguale all’appunto.

L’andata a pranzo si è rivelata un’angoscia. Trovare parcheggio, sembrava impossibile, dopo tanti giri a basso regime, col motore dell’auto blandito tra frizione e acceleratore, gatto col topo, Cristo che rimbalza fra Caifa e Pilato.

Cortesissimo, pazientissimo, il suo accompagnatore. Ha aspettato che la Peugeot guidata dal grassone uscisse dal parcheggio a spina di pesce, senza lasciarsi intimidire dal latrato dei clacson delle altre macchine alle sue spalle, che ormai incominciavano a creare una fila.

Il ristorante trendy. Tenersi leggeri. Diventare confidenziali. Smettere di essere confidenziali. Rimontare in macchina, sotto lo sguardo d’odio del prossimo automobilista, in coda, con quelli alle sue spalle che fanno gracchiare i clacson.

Cena all’aperto, con le stelle tutte uguali a quelle di ogni posto dell’emisfero boreale. Lui non è uno scrittore di fama internazionale, non è mai stato nell’altro emisfero, e neanche gl’interessa, vuole cose prevedibili, come una lingua delle sei che sa parlare, antichità romane o antichità equivalenti da visitare, un po’ di medio evo, se possibile, chiese e musei, palazzi gentilizi, parchi, stazioni ferroviarie con le bandiere sulla facciata, cose che si trovano solo al di qua della linea. Niente giungle né deserti né grande muraglia né piramidi azteche.

In mezzo, fra il pranzo e la cena, c’è stata l’intervista a una TV privata. L’intervistatrice gentilissima, perfetta, una summa di chirurgia estetica, bella come un trans.

La sua lettura è stata applaudita da centoundici spettatori, il libro l’hanno comprato molti di meno, mica si può pretendere. Poi magari se lo prestano a vicenda.

E gli autografi, con la stilografica, che incute sempre rispetto.

Quello che si vede di notte dalla finestra della camera d’albergo è un angolo di mondo che conta come tutti gli altri. Crede di essere il grembo di chissà quali generazioni future, e invece è il cimitero di una necrosi ritardata. Di certe cose non ci si libera tanto facilmente.

Domani mattina lo accompagneranno a visitare un sito archeologico, non ricorda più se fenicio, greco, o preistorico. Dopo, a quanto pare, c’è in programma un’andata in una gelateria dove, a quel che raccontano, andavano a gustare la granita D’Annunzio e Raymond Roussel.

One thought on “Gavino Angius, “Scrittore che legge”

  1. Gavino, l’ho sorseggiato parola per parola.Sensazioni vere, sentite e poi espresse con leggerezza, da vero scrittore che legge. Sei anche tu come me che se in un libro manca la prefazione o la postazione mi sembra monco?Un affettuoso saluto.

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