cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee

j.j., g.d., a.l. e la befana

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Questa notte è arrivata senz’altro per tutti la bitorzoluta signora. “cose da libri” festeggia con il frammento che segue, tratto dal sito di Giacomo Debenedetti e scritto dall’immenso Agostino Lombardo – chi può dimenticare la sua Lettura del Macbeth? (qui la versione integrale dell’articolo), in cui si cita per l’appunto

[…] l’“epifania” joyciana, un elemento al quale Debenedetti attribuisce giustamente straordinaria importanza, fino a farne il dover essere del romanzo moderno (un romanzo che – ed è qui il senso dell’intero libro – può apparire naturalistico ma che dal naturalismo, consapevolmente o inconsapevolmente, si distacca sempre di più). Al punto, anzi, da farlo cominciare, il romanzo moderno, con una pagina del primo, incompiuto romanzo di Joyce, Stephen Hero (riscoperto di recente, e pubblicato in Italia col titolo: Stefano Eroe, 1950, e Le gesta di Stephen, 1974) – la pagina, da lui riprodotta, in cui Stephen cammina, in preda a tumultuosi pensieri, per Eccles’ Street (che diventerà poi la strada di Leopold Bloom in Ulysses), osserva una scena banale (un giovane, una ragazza), sente un frammento di dialogo: «Questa banale scenetta lo fece pensare alla possibilità di raccogliere molti di quei momenti in un libro di epifanie». Notiamo fin d’ora, scrive Debenedetti, che le “epifanie” costituiscono il metodo narrativo di Joyce: «Ci importa questo fenomeno di seconda vista per cui la cosa, percepita nell’oggettività materiale, naturale del suo apparire, invita a scorgere ed effettivamente fa scorgere qualche cosa d’altro». E il critico spiega con le parole stesse di Joyce che cosa intende: «Per epifania Stefano intendeva un’improvvisa manifestazione spirituale, o in un discorso, o in un gesto, o in un giro di pensieri, degni di essere ricordati». E ricorda le parole che Stephen rivolge all’amico Cranly a proposito dell’orologio della Dogana: 

Non puoi immaginare gli sguardi che gli do, quasi che il suo fosse il frugare nel buio di un occhio spirituale il quale cerca di mettere a fuoco la propria visione, e nel momento che questo fuoco è raggiunto ecco l’oggetto è epifanizzato. È appunto con l’epifania che si tocca il terzo, supremo stadio della sua bellezza.

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James Joyce, Epiphanies, introduction and notes by Oscar A. Silverman, 1956

Che è lo stadio, dirà più avanti, in cui 

l’anima, l’identità di un oggetto balzano verso di noi, fuori dai veli dell’apparenza. L’anima dell’oggetto più comune, la struttura del quale ha preso così forma, è stata così calettata, ci appare radiante. L’oggetto compie la sua epifania.

E la comparsa di questa visione. dell’oggetto che sembra a Debenedetti – in uno dei momenti decisivi del libro – identificarsi con la “grande svolta” compiuta dal romanzo del Novecento. Se nel romanzo tradizionale gli oggetti contano «per la loro funzionalità nella vicenda o nella costruzione del personaggio», in Joyce, invece (già nella “scenetta” in cui Stephen scopre «qualcosa che ci riguarda tutti […] una verità universale»), 

gli oggetti non appaiono come propulsori o testimoni o fautori nella meccanica dell’azione […] Le cose dicono qualcos’altro da ciò che è scritto nella loro immediata presenza; quell’altro, quel segreto, quella realtà seconda è la sola qualità che le rende degne di essere raffigurate. A noi importa che si senta l’esigenza di rivelare quella realtà seconda. È il tema nuovo del romanzo.

E dopo aver sottolineato l’affinità tra le epifanie joyciane e le “intermittenze del cuore” di Proust, Debenedetti, gettando così luce non solo su Joyce e Proust ma sull’intero romanzo moderno, scrive che 

i due grandi romanzieri che inaugurano il romanzo del Novecento e gli danno l’impronta (fino a loro si erano vedute repliche del romanzo precedente) perseguono, per vie diverse, analoghi metodi di conoscenza della realtà con cui tessono e costruiscono le loro narrazioni […] Le une e le altre (epifanie e intermittenze) stabiliscono che la rappresentazione delle cose ha valore, interesse poetico narrativo solo in quanto quella rappresentazione riveli la quiddità o l’anima infusa nelle cose, come avrebbe detto Joyce, il segreto che costituisce la verità permanente delle cose, come avrebbe detto […] Proust.

Ben si rende, conto, il critico, dei problemi che questo metodo (per cui tutto l’Ulisse è un’epifania) comporta sia per Proust sia per Joyce, se il romanzo non deve essere come una successione di fotogrammi immobili. Anche sulla scorta di Harry Levin ma andando oltre, Debenedetti parla allora di una «struttura aperta, cioè soppressione del meccanismo, del congegno della vicenda» e di «tessitura chiusa, cioè creazione di un luogo e di un tempo che servono di supporto al succedersi delle epifanie, o addirittura dramma intrinseco di queste epifanie, di questi attimi che si mettono a fuoco fino a scoprire la loro anima e identità sostanziale». E ancora:

Anche nell’Ulisse noi troviamo la soppressione fondamentale dell’intreccio, sostituito da un muoversi e mutare del tempo e dello spazio: cioè dal succedersi delle ore o dei luoghi di una giornata del protagonista Leopold Bloom. Tutto questo a beneficio di una fortissima straripante costellazione di epifanie, perché anche ciascuno degli episodi dell’Ulisse è un’epifania di epifanie.

 

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