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Un due tre, Stella! L’esordio di “Fuori posto”

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Regina di Cuori: E ora… da dove vieni, e dove sei diretta?
Alice: Cercavo di ritrovare la mia strada.

Disturbante, a tratti inquietante. Ossessivo, ripetitivo. Sono alcuni degli aggettivi che identificano l’effetto sul lettore di Fuori posto, il libro di esordio di Stella Sacchini pubblicato da Coazinzola Press.

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Stella Sacchini fotografata da Silvia Gambini. Courtesy e © Silvia Gambini

La vicenda è presto detta: una bambina trascorre un periodo in un centro specializzato nel quale le raddrizzeranno la colonna vertebrale. È nel corso di questo soggiorno – di cui non conosciamo la durata ma che presumiamo non lunghissimo, trascorso in totale solitudine a parte una bizzarra relazione con un’altra bambina dai lunghi capelli – che “la bambina del letto in mezzo” (nel testo di Sacchini nessuno ha un nome, tranne Rosalia, la bambina dai lunghi capelli, le Big Babol e lo zaino Invicta della bambina con la schiena a S) compie un inquietante viaggio nei luoghi più bui.

Acutamente cosciente del proprio corpo, di cui vive immaginarie, quasi carrolliane trasformazioni – riduzioni, condensazioni, episodi di displacement –, specchio ed eco delle manipolazioni quotidiane cui viene sottoposta nella realtà, “la bambina del letto in mezzo” non è simpatica; l’autrice non fa nulla per rendercela tale se non aprire qualche squarcio di obliqua tenerezza, in cui vediamo la protagonista, sempre pensierosa e sofistica, ancora più piccola, a casa dei nonni, in una campagna in cui finalmente si respira un po’, oppure in rapporto con la madre. Ma qui non si respira per nulla.

“Me lo prometti, mamma, che non respiri più davanti ai manifesti dei morti?

Questa è bella! Ma la mamma non muore mica, stai tranquilla. E nemmeno tu.

E chi te l’ha detto?

Silenzio.

Ecco, vedi che non sai cosa rispondermi?

Ma come ti vengono certe idee?

Se davanti ai manifesti dei morti non respiri, la morte non ti tocca e tu non muori.”

“La bambina del letto in mezzo” è iperragionante, puntigliosa, caparbia. Sacchini ce la mostra dall’interno del suo giovane cervello, ne riproduce il continuo pensare attraverso la ripetizione, la ripresa e ripetizione dei pensieri, stratagemma che impartisce alla lettura un ritmo allo stesso tempo frenetico e lento, cento volte frustrante perché procede per avvii e arresti continui. La bambina si attrezza furtivamente per il suo viaggio all’interno dell’ospedale, parte alla ricognizione di passaggi irti di ostacoli, di budelli scuri e di un piano interrato dove si svolgerà la scena più lenta, frustrante ed emozionante dell’intero libro: quella in cui la tensione, che pervade insinuante tutto il libro – si ha continuamente la sensazione di un avvenimento incombente, ma poi succede poco – , si risolve assai cinematograficamente in una scena metrozombie a seguito della quale la bambina aggiungerà un’altra tappa al suo percorso di crescita. Una grande parte del libro è dominata dal sentimento della paura, ma la bambina antipatica, il nostro eroe, supera brillantemente la sua prova di coraggio estrema.

 “Dove finisce il dentro e dove comincia il fuori. Se il dentro finisce davvero e il fuori comincia sul serio. Se, piuttosto, è tutto un unico ininterrotto dentro. E il fuori è solo un abbaglio.”

Stella Sacchini ci offre una Alice un poco noir, una piccola principessa sul cui cammino non si parano volpi desiderose di essere addomesticate, una amazzone in miniatura con la schiena storta, colma di una disincantata fiducia, che tende la mano a nutrire le proprie paure per saziarle e neutralizzarle.

Una amazzone, sì. Perché è a stare dentro, che ci vuole un coraggio da leoni.

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Courtesy e © Silvia Gambini

Chiosa uno: in tutta la tensione e la sensazione di incombente pericolo, talvolta nel libro incontriamo anche un pizzico di Rodari:

“Scrisse che era una bella giornata, questa in cui era scampata allo stanzino buio pesto. Che se guardavi fuori la luce ti accecava. Che era una giornata ‘soleggiata, mite, allegra’.  Che era maggio e i prati si erano riempiti di margheritine gialle e bianche e l’erba era verde fosforescente. Era la prima volta che usava l’aggettivo ‘fosforescente’ e la cosa la divertì parecchio. Non aveva mai trovato un nome a cui l’aggettivo fosforescente calzasse a pennello. L’erba! Come aveva fatto a non pensarci prima? Scrisse poi che di sicuro sarebbe stata bella anche la settimana dopo, perché avevano detto che una primavera così non si era mai vista”.

Chiosa due: lo stile di Sacchini è lo stile di Sacchini; talmente sacchiniano che sarebbe consigliabile che Sacchini, in un auspicabile prossimo libro, lo proteggesse dalla maniera accortamente dosandolo.

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Courtesy e © Silvia Gambini

Chiosa tre: le recensioni di “cose da libri” si concludono quasi sempre con un cahier de doléances in cui si annotano refusi, incongruenze, imperfezioni assortite. In questo caso alla Coazinzola Press va il plauso di chi scrive per la qualità del lavoro editoriale e per la grafica elegante di Raffaella Valsecchi, con quelle belle minuscole in copertina e la font leggermente pastosa, collocata su un’interlinea perfetta, con i filetti in basso, accanto al numero di pagina, che scandiscono visivamente il ritmo della lettura. Non è poco, se si pensa che la Coazinzola è piccola e giovane; d’altra parte, nelle parole dell’editore Riccardo Duranti, la casa editrice “aspira a muoversi nell’aria della letteratura con la stessa eleganza, modestia e vivacità dell’uccellino da cui prende il nome.” Una dichiarazione di intenti che ci pare realizzata.

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Courtesy e © Silvia Gambini

Stella Sacchini, Fuori posto, Coazinzola Press, Mompeo (Ri) 2013, 18 euro.

Si trova su Amazon.it, presso l’editore o dal vostro libraio di fiducia, che ve lo ordinerà

Biografia dell’autrice

Classe 1982, laureata in Filologia bizantina a Macerata e poi master di secondo livello in Traduzione di testi postcoloniali in lingua inglese a Pisa, Stella Sacchini insegna italiano come seconda lingua, traduce dall’inglese, dal latino e dal greco (Fitzgerald, Jane Eyre, Il meraviglioso mago di Oz, Tom Sawyer, racconti di fantasmi di Dickens).

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Courtesy e © Silvia Gambini

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