cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee

“Maturo per loro”: suicidio come nostalgia e come lascito

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“cose da libri” ha già parlato di Non fate troppo pettegolezzi, recente libro di Demetrio Paolin. Quello che riproduciamo qui sotto è un brano dal capitolo dedicato a Franco Lucentini, a lungo metà della mela Fruttero & Lucentini – qui consacrato mela intera, se mai ce ne fosse bisogno, dalle righe finali del brano, di una bellezza terrigna e funebre.

“È questa l’ossessione più segreta di ogni scrittore: riuscire a riprodurre fedelmente ciò che il suo pensiero elabora. Fare una sorta di scala 1:1 tra ciò che vive e ciò che scrive. C’è un personaggio in Vita e opinioni di Tristram Shandy di Sterne che spesso e volentieri mi ricorda questa tensione. Il personaggio è Uncle Toby, lo zio di Tristram, che ha una passione smodata e cieca per le costruzioni militari. In una pagina del romanzo è alle prese con un plastico di una battaglia; nelle sue intenzioni, ovvero ciò che realmente Uncle Toby vorrebbe, quel plastico dovrebbe essere una riproduzione fedele e a grandezza naturale della battaglia. Questo, per paradosso, significherebbe che Uncle Toby sarebbe così ossessionato dal suo hobby horse (così Sterne chiama la mania ossessiva) da essere ben contento di ricreare una tremenda carneficina.

Lo scrittore, nel suo piccolo e con tutte le fatiche del caso, ha il medesimo hobby horse del personaggio di Sterne, che a sua volta nel suo romanzo non vuole far altro che ricreare il mondo di Tristram e darcene una copia conforme a quello che Tristram avrebbe se fosse di carne e ossa e non di pagine e inchiostro. La prima volta che ho sentito parlare di Sterne era alla televisione in un programma che andava in onda sulla Rai. A condurlo erano due scrittori, Fruttero e Lucentini. Se avete tempo consultate le teche Rai e guardate quelle trasmissioni. Niente è più lontano da quello che oggi viene spacciato per linguaggio televisivo. Il set era una tipica casa dell’alta borghesia torinese, piena di libri, con le finestre che davano sugli abbaini del centro e il cielo scuro di città. I due stavano seduti sulle loro poltrone e più che interagire con il pubblico, che ipoteticamente stava dietro le telecamere, parlottavano tra di loro. Spesso e volentieri bofonchiavano parole, come se parlassero una segreta lingua conosciuta da entrambi. Ogni tanto nel mezzo del discorso, Fruttero o Lucentini s’alzavano e prendevano un libro, cercavano con calma la citazione – immaginate ora i tempi morti e lunghissimi di questa ricerca – e poi la leggevano; di solito, finita la citazione, il dialogo si concludeva in questo modo:

– Vedi? È come dicevo io…

– Sì, è vero…

– Comunque, dicevamo…

– Dicevamo che…

Anche tra loro due la differenza era enorme. Fruttero sembrava un clown triste con la sua faccia brutta, che emanava simpatia e una certa ironia nei confronti del mondo; Lucentini era un uomo bellissimo, o almeno me lo ricordo così, di una bellezza che lasciava senza fiato. C’era in Lucentini allora, in ciò che ricordo delle trasmissioni da ragazzo, una sorta di tristezza contenuta e pudica. Una tristezza tutta torinese. So che Lucentini non era nato a Torino, ma io credo sempre e mi illudo che sia così che le città in cui abiti, in cui decidi che è casa, ti entrino nel sangue e ti facciano a loro immagine e somiglianza.

Nello sguardo di Lucentini c’era il tipico modo torinese di vivere le gioie e i disagi, sottovoce, per non urtare nessuno: ogni cosa a Torino avviene nell’ovatta di casa al riparo, dietro tende, mentre fuori scende la sera. Se penso a Lucentini ora, mentre scrivo queste pagine, lo vedo come Uncle Toby di Sterne. Penso che la tristezza che covava nei suoi occhi è la tristezza di chi passa la vita a coltivare un’ossessione e non riesce a portarla a termine. Queste pagine che seguono sono il modo per provare a definire quale fu l’ossessione che coltivò testardo fino alla fine.

Nell’agosto del 2002 Lucentini si butta giù dalle scale del suo appartamento di Torino. Lucentini vive in un bellissimo alloggio in piazza Vittorio Veneto, che è forse la piazza della mia città che amo di più. È un luogo ampio, largo, che si raggiunge camminando via Po, proprio come un fiume che si getta nel suo delta. La piazza è a sua volta delimitata da una serie di porticati che partono da via Po e arrivano fino al fiume, dove finiscono. Nel mezzo c’è un ponte che unisce la città alla Collina, alla fine del ponte c’è la Gran Madre di  Dio. Lucentini dalle sue finestre poteva vedere questa bellezza, la bellezza delle mattine terse in cui il cielo sopra Torino si fa azzurro chiarissimo o quando all’imbrunire è simile a un coccio di rame appeso in una cucina. Chissà le volte che Lucentini ha guardato dalle sue finestre quel cielo, e le volte che avrà tentato di fare una cosa usuale per chi come lui scrive, ovvero prendere un foglio e provare a fermare quel momento.

Perché quel momento? Forse perché in quel momento nella sua mente, lungo la sua fronte ampia e rugosa, è passato un pensiero importante, veloce come un lampo di magnesio. Lucentini si mette e scrive, ma ciò che scrive non risulta minimamente simile a ciò che in un attimo, prima, era baluginato nella sua testa. Accade a chiunque questo fatale arrendersi al fatto che le parole non saranno mai uguali ai pensieri e alla vita che abbiamo davanti ai nostri occhi mortali. Quando ciò avviene, nasce nella nostra vita una sorta di nostalgia infinita, una lunga enorme nostalgia – lunga ed enorme perché me la immagino come una strada per tornare in una casa – di un tempo che è perduto per sempre. È il tempo del prima, quello di quando l’uomo nominava le cose e queste esistevano in virtù del suo nominarle.

Se devo, infatti, trovare un aggettivo per definire le opere di Lucentini e anche il suo magistero io appunto direi che è un “magistero di leggerezza”. Ecco forse un primo modo per raccontare il salto che compie il 2 agosto 2002: non è il balzo di chi non ce la fa più, di chi muore dentro, ma il balzo medesimo a quello di Cavalcanti che Calvino utilizza, mutuandolo dal Decameron. È il balzo di chi con un sorriso mette tutto nella giusta luce e misura; allora, in quel giorno, e anche oggi a distanza di anni, il suo gesto mi parve leggero come il volo di un uccello che si stacca dal ramo.

Certo i giornali allora fecero un paragone semplice e diretto, quello con Primo Levi, dimenticando che non sempre ciò che sembra diretto e uguale possiede il medesimo significato. Quando ho saputo dalla radio che Lucentini si era ucciso non ho pensato a Levi: per Primo Levi il suicidio fu l’ultimo estremo atto di mancanza di difesa rispetto ai demoni della memoria che lo tormentavano, per Lucentini no. Fu come un gesto di maturazione, come un frutto che maturo sull’albero cade, così che la gente ne possa gustare il sapore al momento giusto. Come un lascito che immagino scritto così: “Mi piacerebbe che vicino a me ci fosse un albero da frutta, un melo sarebbe ideale, e vorrei che le sue radici si infilassero in me. E poi vorrei, quando sarà stagione e tempo, fruttare. Quel giorno ci passerà un gruppo di ragazzini. Me li vedo: sono chiassosi, è appena finita la scuola. Quando vedono queste mele succose. Lucide come gli angeli delle chiese. E allora sfidando il contadino che dormicchia in un’ombra decente, si arrampicano e ne prendono una per ognuno. Le mordono e le masticano, con tutta la buccia, e ne sentono il sugo. Buono. C’è un mezzo di me dentro. Marcio eppure maturo. Marcio per me. Maturo per loro.”

 

Qui Fruttero & Lucentini sull’arte di non leggere.

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