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“E mangiavano li sorci senza scorticarli”: in cui Jacques Paganel mette in dubbio l’esistenza dei Patagoni dimostrando di non aver letto Antonio Pigafetta

2 commenti

patagonia_webI figli del capitano Grant, si sa, si mettono alla ricerca del padre naufrago accompagnati nella loro avventura (e che avventura, signori miei! Rileggere subito) dei buoni signori Glenarvan. Sul Duncan, yacht dei Glenarval, viaggia anche lo svalvolato ma irresistibile Jacques Paganel, cui assegneremo l’onere di presentarsi: “[…] Jacques-Eliacin-François-Marie Paganel, segretario della Società Geografica di Parigi, membro corrispondente delle società di Berlino, di Bombay, di Darmstad, di Lipsia, di Londra, di Pietroburgo, di Vienna, di New York, membro onorario dell’Istituto reale geografico ed etnografico delle Indie orientali, che, dopo aver passato vent’anni della sua vita a studiare la geografia al tavolino ha voluto entrare nella scienza militante ed è diretto verso l’India per collegare fra loro le opere dei grandi viaggiatori.”

'The_Children_of_Captain_Grant'_by_Édouard_Riou_027Paganel non è certo dell’esistenza dei Patagoni:

“Nelle prime ore della navigazione, cioè per uno spazio da sessanta a ottanta miglia, fino al capo Gregory, le coste sono tutte sabbiose. Jacques Paganel non voleva perdere né un panorama, né un particolare dello stretto. La traversata doveva durare trentasei ore appena, e quel panorama mobile delle due rive ripagava la fatica che lo scienziato si imponeva di ammirarlo sotto i raggi infuocati del sole australe. Nessun abitante si mostrò sulle terre del Nord, solo pochi miserabili indigeni erravano sulle nude rocce della Terra del Fuoco.

Paganel ebbe dunque a dolersi di non veder dei Patagoni, cosa che lo contrariò molto, con gran divertimento dei suoi compagni di viaggio.

— Una Patagonia senza Patagoni non è più una Patagonia, — diceva.

— Pazienza, mio caro geografo, e vedremo anche i Patagoni.

— Non ne son certo.

— Ma ne esistono — disse Elena.

— Ne dubito molto, signora, poiché non se ne vedono.

— Eh, via! questo nome di Patagoni, che in spagnolo significa grossi piedi, non fu dato certamente a creature immaginarie.

— Il nome non fa nulla, — rispose Paganel, che si ostinava nella sua idea per ravvivare la discussione, — e, d’altronde, non si sa come si chiamino.

— Questo poi!… — esclamò Glenarvan. — Sapevate questo, maggiore?

— No, — rispose MacNabbs, — e non darei una lira di Scozia per saperlo.

— Tuttavia lo sentirete; — ribatté Paganel, — se Magellano chiamò Patagoni gli indigeni di quelle contrade, gli abitanti della Terra del Fuoco li chiamano Tiremenen, i Cileni Caucalhues, i coloni del Carmine Theuelches, gli Araucani Huiliches, Bougainville diede loro il nome di Chauha, Falkner quello di Tehuelhets! Essi dal canto loro si chiamano con la generale denominazione di Inaken! Ora domando come ci si può raccapezzare, e se sia possibile che un popolo che ha tanti nomi esista!”

Esistono, caro Paganel, i Patagoni esistono. Legga qua:

“Quando questi combattevano, mai stavano fermi, ma saltando de qua e de là. […] Certamente questi giganti correno più (dei) cavalli e sono gelosissimi de loro mogliere. Quando questa gente se sente male al stomaco, in loco de purgarse, se mettono ne la gola dui palmi e più d’una frezza e gomitano colore verde mischiato con sangue, perché mangiano certi cardi. Quando li dole el capo, se dànno nel fronte una tagiatura nel traverso, e così ne le bracce, ne le gambe e in ciascuno loco del corpo, cavandose molto sangue. Uno di quelli avevamo presi, che stava ne la nostra nave, diceva come quel sangue non voleva stare ivi e per quello li dava passione. Hanno li capelli tagliati con la chierega a modo de frati, ma più longhi, con uno cordone de bambaso intorno al capo, nel quale ficcano le frezze quando vanno a la cazza. Legano el suo membro dentro del corpo per lo grandissimo freddo. Quando more uno de questi, ge appareno X o dodici demoni, ballando molto allegri intorno al morto, tutti depinti. Ne vedono uno sovra li altri assai più grandi, gridando e facendo più gran festa. Così come el demonio li appare depinto, de quella sorte se depingono. Chiamano el demonio maggior Setebos, a li altri Cheleulle. Ancora costui ne disse con segni avere visto li demoni con due corni in testa e peli longhi che coprivano li piedi, gettare foco per la bocca e per il culo. Il capitano generale nominò questi popoli Patagoni. Tutti se vestono de la pelle de quello animale già detto. Non hanno case, se non trabacche de la pelle del medesimo animale e con quelle vanno mo’ di qua, mo’ di là, come fanno li Cingani. Vivono di carne cruda e de una radice dolce, che la chiamano chapae. Ogni uno de li due, che pigliassemo, mangiava una sporta de biscotto e beveva in una fiata mezzo secchio de acqua. E mangiavano li sorci senza scorticarli.”

ANTICA_DANZA_DELLA_PATAGONIAJules Verne, I figli del capitano Grant, 1867

Antonio Pigafetta, Relazione del primo viaggio intorno al mondo, 1524

2 thoughts on ““E mangiavano li sorci senza scorticarli”: in cui Jacques Paganel mette in dubbio l’esistenza dei Patagoni dimostrando di non aver letto Antonio Pigafetta

  1. Ma che scrittura meravigliosa che ha Pigafetta!

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