cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee

Motivi per i quali preferisco il divano al letto. Con una digressione sullo stato della letteratura italiana

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Chesterfield+3+Seater+Buttoned+Seat+Brown+LeatherIl divano è transizione dalla veglia al sonno; rappresenta un momento di sospensione in cui è assente la definitività del sonno ed è perciò un oggetto-stato legato alla vita, baluardo contro la morte.

Se si fanno brevi sonnellini si ha l’impressione di perdere meno tempo che non con una dormita filata; a ogni risveglio corrisponde una piccola rigenerazione, un nuovo inizio.

Istruzioni per l’uso del divano come luogo di piacere o di lavoro

– Stendete sul divano una coperta in inverno o un lenzuolo in estate. Accertatevi della presenza di almeno tre cuscini di buona consistenza: potreste averne bisogno per sistemarvi meglio, puntellarvi adeguatamente, sostenere la schiena.

– Procuratevi tutto l’occorrente per le vostre ore liete: grandi quaderni, matite, matite colorate, gomme, post-it, libri da consultare, eventuale laptop (ma con il laptop c’è meno gusto). L’obiettivo è non alzarsi dal divano per molto tempo. Ah, e non dimenticate l’invenzione più utile degli ultimi cent’anni: Scrivamia di Foppa Pedretti, una scrivania portatile dotata delle seguenti caratteristiche:

Vassoio multiuso con maniglia di trasporto

Piano d’appoggio dotato di lampadina led e di due vani (per matite e bicchiere)

Taschino esterno con cerniera porta lampadina

Cuscino ergonomico per adattarsi a qualunque piano d’appoggio

Multifunzionale: per computer, tablet, per leggere, disegnare, studiare o fare uno spuntino

Lampada LED e 3 batterie LR44 1.5V inclusescrivamia

Risiedere sul divano circondati dagli oggetti che servono a trascorrere lunghe ore di lavoro o di attività creative è immensamente produttivo: elimina la frustrazione e il senso di passività che possono insorgere quando si sta dietro uno schermo; offre una ricompensa inestimabile rappresentata da ciò che si è prodotto – scritto, disegno, pensiero o lavoro che sia. Cercare su un libro, selezionare, sottolineare, contrassegnare con un post-it prevede un sia pur minimo dispendio fisico che nei suoi infinitesimali spostamenti somiglia a un viaggio in miniatura, un viaggio fatto soprattutto con gli occhi e con gli arti.

A proposito di schermi e relativo impigrimento, e con riferimento alla polemica letteraria innescata sulla “Lettura” del “Corriere della Sera” da Franco Cordelli (qui trovate Cordelli e tutte le rispostine degli scrittorelli che si sono sentiti chiamati in causa – leggete Policastro, c’è da sganasciarsi), mi è molto piaciuto l’intervento di Paolo Di Paolo, il quale scrive, a proposito di scrittori italiani e conventicole, con una piccola virata sull’uso dei social network:

“È la tribù a salvarci: qui Cordelli ha ragione. Fino a trent’anni fa c’era l’unica grande tribù della letteratura, riconosciuta da una élite, certo, ma più solida e dai contorni più definiti. E lì convivevano (si fa per dire) i diversi: Calvino e Moravia, Bassani e Morante. Si guardavano a vicenda, dialogavano, si tenevano d’occhio, ma erano soli. Maestosamente soli. Nella palude letteraria in cui siamo condannati a stagnare, ci si tiene d’occhio solo fra amici. Su Facebook se ne ha la triste certezza: ci si sponsorizza a vicenda, ma solo in una ristrettissima cerchia. Un autore pubblicato su ilmiolibro.it sponsorizza un suo compagno di strada pubblicato su ilmiolibro.it, Cortellessa mette nell’antologia i suoi amici, quell’altro posta la recensione appena pubblicata allo straordinario esordio del suo ex compagno di scuola.”

Qui l’articolo nella sua forma integrale.

paolo di paolo il fatto

Click click per leggere l’articolo di Paolo Di Paolo

Sempre Di Paolo, questa volta sul “Fatto Quotidiano”, prende spunto da un paio di recenti scandalucci del mondo delle nostre lettere:

1. Paolo Roversi intervista sua moglie Bea Buozzi (pseudonimo di Eleonora Boggio), magnificandone l’ultimo romanzo e dimenticandosi di scrivere che la Carrie Bradshaw de noantri porta una fede che gli ha donato lui. Lo smaschera Gian Paolo Serino, che ne chiede conto su Twitter a Ferruccio de Bortoli: qui un riassuntino della vicenda.

2. Totalmente esilarante: in base al principio che del maiale non si butta via niente, Antonio Scurati riutilizza disinvoltamente suoi stessi brani traslandoli da un romanzo all’altro.

Scrive Di Paolo, tornando a parlare anche di passività da sosta prolungata su Facebook:

“Non va bene […] che uno scrittore intervisti un collega sulle pagine milanesi del ‘Corriere della Sera’, dandole del lei ed elogiando il romanzo appena uscito, e poi si scopre che è sua moglie. […] È sbagliato e disonesto – lo sanno anche i bambini – copiare senza citare la fonte. […] E se si plagia sé stessi? Sarebbe in teoria legittimo, per carità: ognuno con le proprie parole fa ciò che vuole. Ma Antonio Scurati, in finale allo Strega con Il padre infedele, può far finta di niente se si scopre che diverse pagine di quest’ultimo romanzo vengono quasi di sana pianta da una sua opera precedente? Il lettore si sente preso in giro, e ha diritto a una spiegazione. Qualunque spiegazione, ma non il silenzio. Potrebbe essere scambiato per arroganza, e magari lo è.”

E sul “pacioso e allegrotto mondo intellettuale italiano”:

“Pieno di persone che non prendono sul serio nulla fuorché loro stesse e la loro carriera. Pieno di piccoli potenti in giacca e cravatta, alti o bassi funzionari convinti che a dare il peggio fossero politici e banchieri mentre loro – nell’innocente e meno esposto mondo dei libri – battevano ogni record. Simpatici frequentatori di terrazze che si sono spostati sui social network e passano lì le giornate: a cazzeggiare, a giudicare l’Italia e il mondo, senza mai alzarsi dalla poltrona. Non dico per andare a fare, a dire, a scrivere qualcosa di utile, qualcosa di serio. Anche solo per guardarsi allo specchio. Potrebbe essere un trauma.”

Ecco che torna il tema proposto da “cose da libri”: il divano come luogo di lavoro e di produzione creativa, dove le azioni non soggiacciono alla logica dell’immediato prodotta da un comodo clic perché tra il pensare e il fare ci sono le forbici, gli occhi, le mani. Pause perfette, scansioni temporali che generano senso e distensione. Poltrona da Facebook contro divano della gioia.

Appendicina

Writing+Well

Il cuscino sul divano di William Safir. Courtesy 63highlanders.blogspot.com

anabokov_1130

Vladimir Nabokov scrive sul divano. Courtesy Flavorwire.com

Truman-Capote

Truman Capote su una ottomana, o poltrona, comunque in posizione orizzontale come piaceva a lui. Courtesy swoonlagoon.blogspot.com

sofa

QWERTY sofa di ZO_loft. Courtesy zo-loft.com

3 thoughts on “Motivi per i quali preferisco il divano al letto. Con una digressione sullo stato della letteratura italiana

  1. Ma che meraviglia il tuo “Elogio del divano”!

    E che infinita tristezza, invece, gli scrittorucoli italiani…

  2. altro che aggiungere, la poltrona-libro di pareschi è la regina dell’appendicina! grazie, renato, per avercela presentata.

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