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“Tra le stelle della patria”_La morte di Balzac

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  “Tutte le sue invenzioni hanno gli stessi profondi colori dei sogni. Dal sommo dell’aristocrazia fino ai bassifondi della plebe, tutti gli attori della sua commedia sono più avidi di vita, più attivi e più astuti nella lotta, più pazienti nelle disgrazie, più golosi nel piacere, più angelici nella devozione di quanto non ce li mostri la commedia del vero mondo. Insomma in Balzac ciascuno, anche le portinaie, ha del genio. Tutte le anime sono anime piene fino al collo di volontà.”

Charles Baudelaire su Balzac

 Ahimé! Questo vigoroso lavoratore, mai stanco, questo filosofo, questo pensatore, questo poeta, questo genio, ha vissuto in mezzo a noi una vita tempestosa, di lotte, di contese, di combattimenti, comune in tutte le epoche a tutti i grandi uomini. Oggi è in pace. Lascia le contestazioni e i livori. Entra, nel medesimo giorno, nella gloria e nella tomba. D’ora in poi brillerà … tra le stelle della patria.

Victor Hugo, orazione funebre per Balzac

 

Tanto Baudelaire quanto Hugo colgono, di Balzac, le caratteristiche che compongono un tratto saliente del suo carattere: un’invincibile attitudine alla lotta e una totale incapacità di rinunciare a perseguire l’oggetto dei suoi desideri.

Louis Boulanger, Balzac 1829

Louis Boulanger, Ritratto di Balzac in abito da monaco, 1829, particolare

Privato dei mezzi di sostentamento dal padre, che lo voleva notaio, e convinto che la condizione per raggiungere la sua gloria di scrittore sia la libertà dal bisogno economico, Honoré si lancia in imprese diverse, tutte fallimentari: si fa stampatore, tenta di sfruttare miniere d’argento in Sardegna, vagheggia di coltivare ananas e persino oppio.

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Holz von Sowgen, Miniatura di Evelina Hanska, 1825

La fortuna pare arrivare verso la fine, nei panni di madame Hańska, nobile polacca che Balzac sposa dopo esserne stato a lungo l’amante (“Ti amo, angelo mio in Terra, come si amava nel medioevo, con la fedeltà più integra, e il mio amore sarà sempre più grande, senza macchia; sono fiero di questo amore”, le scrive in una lettera) ma che non gli basta per evitare, da lì a poco, una morte tristissima.

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La copertina del volume Skira

La morte di Balzac, di Octave Mirbeau, è uscito pochi mesi fa per i tipi di Skira, tradotto per la prima volta in italiano da Eileen Romano, che della narrativa Skira è ideatrice e editor. È il racconto delle ultime ore dello scrittore, feroci e solitarie, raccolto da Mirbeau nelle parole di Jean Gigoux, pittore mediocre e amante di madame Hańska. E così Gigoux riferisce a Mirbeau dell’ultimo cattivo affare dello scrittore di Tours:

Ora Balzac sapeva che sua moglie non era ricca come aveva creduto… Dalla liquidazione dei suoi affari, dei suoi processi, aveva salvato, di fatto, poco o nulla. Quasi nulla per Balzac. E quel matrimonio al quale si era, per così dire, ferocemente aggrappato come all’ultima spiaggia, quel matrimonio che aveva creduto essere la salvezza, la fine dei suoi guai, l’apoteosi della sua vita, non era, in fin dei conti, altro che un impiccio e una zavorra in più. […] Non era né la bellezza, né lo spirito che era andato a cercare laggiù, in fondo a quella selvaggia Ucraina… Erano i soldi, sempre i soldi…

E non ce n’erano più, almeno non più a sufficienza… In poche parole, doveva ricominciare tutto daccapo.

La morte di Balzac fa orrore; fa orrore la descrizione del suo corpo gonfio di liquidi maligni. Eppure, ci dice Gigoux, “Balzac se ne stava andando, moriva dal basso, ma la parte alta, la testa, restava sempre viva e all’erta… La vita era così profondamente radicata in quel diavolo, che non si decideva nemmeno ad abbandonare un corpo quasi interamente decomposto.”

La pubblicazione è completata da una serie di note esplicative e da una nota del traduttore: molta gioia, per noi balzacchiani sfegatati, in formato mignon.

O_M nel suo studio mirbeau.org

Octave Mirbeau nel suo studio. Courtesy mirbeau.org

Octave Mirbeau, La morte di Balzac, traduzione e cura di Eileen Romano, Skira, Milano 2014, 9 euro egregiamente spesi

Il testo originale di Mirbeau si trova qui; il testo dell’orazione funebre di Victor Hugo per Balzac si trova qui.

Questo è un sito, in francese, dove si possono reperire molte notizie sul nostro scrittore.

Stefan Zweig ha scritto Balzac. Il romanzo della sua vita, una biografia tradotta dal tedesco da Lavinia Mazzucchetti e pubblicata da Castelvecchi.

11 thoughts on ““Tra le stelle della patria”_La morte di Balzac

  1. Ma perché quando ti leggo parto già alla ricerca di quanto consigli?
    Grazie per avermi ricordato l’uomo che non riusciva a star dietro, con la scrittura, ai suoi pensieri.
    Pensa, ho sentito nell’aria l’invidia di Eugène de rastignac e, questo, ha prodotto un sorriso.
    Ti leggerei per ore.
    Jill scott – the fact is

  2. In effetti il matrimonio tra Balzac e madame Hańska penso sia uno dei peggio riusciti della storia. Da ambo le parti ovviamente.

  3. Pochissimo letto oggi, destino che per es. condivide con il nostro Manzoni, eppure molto più citato e importante. Balzac visto dal punto di vista della sua fortuna editoriale appare sempre di più come una di quelle stelle molto remote: importante, ma lontano. Appare molto meno letto del quasi contemporaneo Dickens. Solo in Francia oggi uno scrittore può osare scrivere un romanzo dicendo di ispirarsi a Balzac (Aurelien Bellanger per “La théorie de l’information”). Nessuna commedia musicale o film a rinverdirne il successo, come succede nel caso di Hugo (il film più recente ispirato a Balzac è La cugina Bette uscito molti anni fa). I suoi sono romanzi sui generis che fanno pensare alla definizione coniata da Henry James per la narrativa ‘800ntesca: “mostri informi”. Uno degli scogli più grossi è che i suoi romanzi, molto più di quelli di Dickens, sono pieni di riferimenti al contesto culturale in cui viveva: per es. modi di dire, battute del teatro parigino. Non conoscendo il contesto non si può apprezzare. Eppure l’insieme della sua vita e produzione hanno tanto da dire: allora nasceva il mondo della stampa cinico come lo conosciamo oggi, i problemi economici dello scrittore che vuole vivere del suo lavoro. Soprattutto già negli anni ’30 dell’800 veniva accusato di fare “letteratura industriale” (Sainte-Beuve): toh, tutti nostri dibattiti sui confini tra letteratura alta e letteratura popolare nascevano già allora e da allora si ripropongono con le stesse formule. Allora forse è un nostro limite non riuscire a riconoscerne la contemporaneità? Forse siamo sempre dentro a un vecchio conflitto paradigmatico e non ne siamo usciti? E chissà che non giochi un grosso ruolo nella sua marginalità oggi anche il fatto che sia così “francese”? Gli scrittori americani come Tartt e la stampa che li celebra giocano molto sulla riproposizione dei loro grandi: come Dickens. Si direbbe che anche noi sembriamo sempre più attratti nell’orbita della letteratura angloamericana subendone le mode. E questo crea appiattimento.

    • Tu dici allora che beneficiamo solo marginalmente dell’influenza della letteratura francese e che gli anglosassoni sono più abili nel valorizzare il proprio patrimonio? Per quello che mi riguarda (ma questo forse deriva dalla mia formazione: ho studiato lingue e letterature straniere, francese e inglese) la Francia è molto presente nei miei riferimenti, e l’Ottocento pù che mai. L’area anglosassone pure: sono i poli entro i quali mi muovo con più piacere. E mi interessa moltissimo il fatto che, come tu giustamente sottolinei, il dibattito sul valore della letteratura affondi le radici nel dibattito ottocentesco. Presente ed esasperato, ad esempio, in A rebours di Huysmans.

      • Interessante questo dibattito a distanza! Penso che siamo di fronte a dei nodi che secondo me sono esemplari delle contraddizioni e dell’evoluzione della cultura “continentale” posta di fronte alla cultura angloamericana. Se Balzac oggi è inattuale in parte è il risultato del fatto che la Francia, tutta la sua cultura, e quindi la sua letteratura, sono sempre meno importanti per noi a causa del prevalere della cultura angloamericana. Gli ultimi per cui la cultura francese era importante erano quelli della generazione di Calvino. È un fenomeno generale molto ampio. Ma il suo riflesso sulla produzione editoriale italiana è sempre più evidente: nelle traduzioni come nelle classifiche. Però secondo me gioca anche un’altro fattore non meno importante e che è legato alle caratteristiche più tipiche della letteratura e in genere della cultura “continentale”. Qui si è creata una distinzione abbastanza netta tra ciò che è cultura popolare e ciò che è cultura alta. È una disitinzione che i grandi inglesi come Dickens non conoscevano. In Italia, molto più di quanto sia successo nella cultura angloamericana, siamo figli della tradizione iniziata da Flaubert che è prevalsa sulla linea Balzac. La tradizione del romanzo molto rifinito, dove i materiali originali sono tutti come piallati e uniformati dallo stile. In Balzac invece c’era un insieme di materiali molto eterogeneo: elementi per lui importantissimi ma che per noi non si fondono: da un lato la storia sociale attraverso personaggi raccontati come tipi, dall’altro il misticismo di Swedenborg; e poi: il sentimentalismo alla Rousseau va di pari passo con il cinismo dell’osservatore implacabile dei meccanismi sociali ed economici. A noi salta all’occhio questa eterogeneità che è il suo aspetto più originale e che né prima né dopo si è mai più ripetuta, assieme all’idea (retrospettiva) che far ritornare i personaggi in un ciclo non banale da migliaia di pagine crei una stratificazione di significati che arricchisce la narrazione creando una rete di rimandi che influenza l’immaginazione del lettore. Visto dal punto di vista del prevalere della linea “Flaubert” il romanzo balzacchiano è davvero un “mostro informe”. È da questa tradizione estetica che è nata una frattura netta che ha spinto il genere di romanzo che contiene elementi d’appendice nel purgatorio dei sottogeneri da cui il romanziere ambizioso del dopo Flaubert vuole prendere le distanze. Invece la cultura anglosassone non ha mai avuto un fenomeno paragonabile a Flaubert che facesse eclissare nel passato chi lo aveva preceduto. La tradizione del “romance” ha ispirato quasi tutta la loro narrativa: sia il romanzo sensazionale che nutriva le trame di Dickens & C. sia nel secolo successivo il genere fantasy inventato da Tolkien e C.S. Lewis. Nella letteratura inglese c’è una continuità che forse oggi ci sembra sempre più evidente. E da questo punto di vista, il modernismo e la sua rottura con il passato sembra essere un breve episodio. Nel giudizio comune e nelle storie letterarie le caratteristiche più tipiche del romanzo ottocentesco prima maniera non sono mai state considerate superate. Questo anche perché quelli che sono considerati tutt’ora i loro grandi classici sono nati precocemente, nella prima metà dell’800, come i romanzi delle Bronte, e tutti avevano quegli elementi che oggi considereremmo da romanzo di appendice. Così nella cultura angloamericana non ha attecchito il pregiudizio nei confronti di quegli elementi e quei romanzi hanno resistito nel tempo e non hanno ispirato quella che è la tipica diffidenza “continentale” verso il romanzo a intrigo. Invece nell’Europa continentale si è creato uno iato visibile in tutto. Per es. perché Inghilterra anche una regista di origine africana come Amma Asante sa fare benissimo, in maniera professionale e seria un film in costume come “La ragazza del dipinto” (“Belle”) e noi non lo sappiamo fare? Perché da noi tutto ciò che è costume storico, intrigo suscita da tanto tempo diffidenza, paura di un effetto kitsch, di contaminazione con i sottogeneri. Gli angloamericani non conoscono il concetto di kitsch (perché? da approfondire) e non hanno paura della contaminazione con i sottogeneri. In sostanza penso che la sfortuna odierna di Balzac sia dovuta al generale prevalere della narrativa angloamericana, che si porta con sé il prevalere dei loro classici che beneficiano del fatto di non essere mai stati “ripudiati” come figli di un gusto superato. Ma Balzac è inattuale per noi anche (o forse soprattutto) per una serie di fenomeni che nella seconda metà dell’800 caratterizzano la cultura continentale. Noi giudichiamo da “continentali”, cioè a partire dalla tradizione di Flaubert, sia quegli elementi dei suoi romanzi che sono molto legati alla cultura del suo tempo e che oggi ci sembrano troppo storici, sia la contaminazione con elementi del romanzo gotico e d’appendice (da giovane aveva scritto romanzi gotici). In realtà la cultura continentale è sempre più contraddittoria a causa dell’influenza della cultura angloamericana: così quando smettiamo i panni del “letterato” critico e ci mettiamo nei panni del lettore, ci buttiamo sui romanzi angloamericani che non hanno paura di giocare con i generi. Ma anche questa apertura, questo sdoganamento, ormai un dato di fatto, è un comportamento recente nato negli ultimi 30 anni e di cui per il momento sembrano beneficiare solo i classici inglesi. L’unico romanziere che si era confrontato consapevolmente con le due eredità, Balzac e Flaubert, in maniera originalissima era stato Proust: ma è stato un esperimento unico e non compreso sotto questo punto di vista.

      • “elisa di rivombrosa”, come contaminazione con i sottogeneri, può valere?

  4. “Elisa di Rivombrosa” mi pare sottogenere “puro”, doc: nessuna ambizione intellettualistica (d’altronde produzione Mediaset). “Possessione” della Byatt è contaminazione. Ci voleva un’accademica per scriverlo.

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