cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee

Bonjour Des Esseintes: il Buongiorno di Massimo Gramellini gli fa un baffo

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amr-nordiska-museet-dandy_10Cominciare la giornata con Des Esseintes, che gusto. Tutto da Joris Karl Huysmans, Controcorrente. Ah, l’osmazoma!

1. Des Esseintes fa rilegare le pareti

[…] si propose di scartare, per quanto possibile – nell’addobbo almeno dello studio – stoffe e tappeti orientali, diventati, oggidì che i mercanti arricchiti se li procurano con poca spesa negli empori di novità, così stucchevoli e così ordinari. Tutto considerato, decise di far fasciare le pareti come si rilegano i libri: di marocchino a grana grossa schiacciata, con pelle del Capo resa lustra da robuste lastre di acciaio sotto un torchio pesante.

dal capitolo I

2. Des Esseintes salvato dai libri

Soffriva fisicamente alla vista di certe fisionomie; prendeva quasi per un insulto personale l’espressione arcigna o paterna di certi visi; sentiva la voglia di schiaffeggiare il signore a spasso che socchiudeva gli occhi con aria saputa, quell’altro che si dondolava sorridendo alla sua immagine nella vetrina; quell’altro che pareva curvare il capo sotto il pondo di chi sa quali cognizioni e, così corrucciato, divorava pasticcini e cronaca spicciola di giornali.

Fiutava in essi una stupidità così inveterata, una tale avversione per le sue idee, un così massiccio disprezzo per la letteratura, l’arte, per tutto ciò ch’egli adorava – avversione e sprezzo radicati nei loro angusti cervelli di mercanti, unicamente preoccupati di carpire e d’ammucchiar denaro, curiosi solo di politica, questo basso svago dei mediocri – che rincasava furente e si chiudeva a chiave coi suoi libri.

dal capitolo II

3. I dubbi di Des Esseintes

Successi di pubblico, difficili a spiegare, gli avevano già guastato per sempre quadri e libri che un tempo gli eran cari; vedendo quelle opere riscuotere il plauso della maggioranza egli finiva per scoprire in esse impercettibili pecche; e, ripudiandole, chiedevasi se per caso il suo fiuto non s’andasse ottundendo, non pigliasse abbagli.

dal capitolo IX

4. Rilegature verde cavolo

Era in via Rivoli, di fronte al Galignani’s Messenger.

Separate da una porta a vetri smerigliati, tappezzate di scritte, di ritagli di giornale e di moduli turchini di telegrammi in cornice, due ampie vetrine rigurgitavano di album e di libri. Attirato da quella esposizione s’accostò.

C’erano rilegature in cartone blu parrucchiere e verde cavolo, fregiate su ogni costa di arabeschi d’oro e d’argento; rilegature in tela color carmelita, porro, fimo d’oca, ribes; impresse a freddo sul dorso e sulle parti piatte di filettature nere.

Tutto ciò aveva qualche cosa di niente affatto parigino, una piega mercantilesca più cruda eppur men vile delle rilegature nostrane correnti. Qua e là in mezzo ad album squadernati, riproducenti scene umoristiche di Du Maurier e di John Leech o le pazze cavalcate di Coldecott, lanciate attraverso pianure in cromolitografia, qualche romanzo faceva capolino, mescolando a quell’agresto di tinte volgarità blande e soddisfatte.

dal capitolo XI

5. Des Esseintes torna ai suoi libri dopo una trascurabile assenza

Nei giorni che seguirono il ritorno, Des Esseintes sostò in lunghe contemplazioni davanti ai suoi libri; e, all’idea che avrebbe potuto restarne separato per molto tempo, il rivederli gli diede una tale gioia che maggiore non avrebbe provato dopo una lunga assenza. Sentimento che glieli mostrò sotto una luce nuova, gli fece in essi scoprir pregi che gli erano caduti di mente dal tempo che li aveva comprati. […] Li riprese in mano ad uno ad uno; li ordinò di nuovo negli scaffali; si sincerò che a Fontenay calore e umidità non ne avessero sciupato la bella carta o deteriorato la rilegatura.

La prima a venir messa sossopra fu la collezione latina; quindi nuovo assetto ricevettero le opere di cabala e di scienze acculte di Archelao, d’Alberto il Grande, di Lullo, d’Arnaldo di Villanova; fu infine la volta dei libri contemporanei, che ebbe la gioia di trovar tutti in perfetto stato di conservazione.

Questa collezione gli era costata parecchio. Non ammetteva infatti che gli autori prediletti figurassero nella sua biblioteca vestiti di fustagno e calzati di scarponi chiodati come montanari dell’Alvernia.

A Parigi in passato s’era fatto stampare, per suo uso personale, libri con torchi a braccia da maestranze assunte a questo scopo. Talora ricorreva a Perrin, a Lione; ai suoi caratteri svelti e puri, quel che v’era di meglio per la ristampa in caratteri arcaici di piccoli antichi libri; talora, ed era quando si trattava di opere contemporanee, faceva venire nuove fogge di caratteri dall’Inghilterra e dall’America; talvolta ancora si rivolgeva ad una casa di Lilla che possedeva da secoli un assortimento completo di caratteri gotici; talvolta infine s’accaparrava l’antica stamperia Enschedé di Harlem, che conservava in fonderia i punzoni ed i coni dei caratteri detti di civiltà.

dal capitolo XII

6. Des Esseintes e Balzac

Con un gusto così esigente, di necessità il piacere del leggere s’era rarefatto: rarefazione che ancora una volta poneva in evidenza l’irrimediabile conflitto esistente tra le idee d’un lettore cosiffatto ed il sentire del secolo in cui il caso l’aveva fatto nascere.

Ormai era giunto a tale che un libro il quale appagasse la sua intima aspettativa, disperava di scoprirlo; ma, quel che è peggio, sentiva la sua ammirazione scemare per quegli stessi libri che indubbiamente avevano concorso ad affinargli a tal punto il gusto, a renderlo così sospettoso ed incontentabile.

Eppure, nella valutazione dell’arte, il criterio da cui partiva era semplice. Per lui non esistevano scuole; solo il temperamento dello scrittore contava; qualunque fosse il soggetto che affrontava, solo il modo con cui lo trattava aveva importanza.

Senonché un criterio di stima così evidentemente giusto da esser degno di La Palisse, diventava pressoché inapplicabile per il semplice motivo che, per quanto desideri di liberarsi da preconcetti, per quanto aspiri ad essere imparziale, ognuno va di preferenza alle opere che rispondono più intimamente al suo temperamento e finisce per disprezzare tutte le altre.

Questo lavoro di selezione era avvenuto in lui lentamente.

Egli aveva non è molto adorato il grande Balzac; ma via via che il suo equilibrio fisico s’era andato dissestando, che i nervi avevano preso il sopravvento, i suoi gusti s’erano modificati, ad altri era andata la sua ammirazione. Presto anzi – e pur rendendosi conto di quanto fosse ingiusto verso il prodigioso autore della Comédie humaine – aveva finito per non aprirne più i libri; e l’innegabile arte che in essi riconosceva non faceva che irritarlo.

dal capitolo XIV

7. L’osmazoma dei libri

Sovente Des Esseintes s’era chiesto se non fosse, per quanto arduo, possibile condensare un romanzo in poche righe, distillate al punto da contenere il succo di centinaia di pagine che vengon spese immancabilmente a dare l’ambiente, a disegnare i caratteri, a renderli persuasivi, con grande rincalzo di osservazioni e di minuti particolari.

Allora le parole scelte si presterebbero così poco a sostituzioni da supplire tutte le altre; l’aggettivo, collocato in posizione così ingegnosa e definitiva da non poter essere spostato di dov’è schiuderebbe al lettore prospettive da farlo fantasticare per settimane sul suo significato, preciso e multiplo insieme; gli darebbe il presente, gli permetterebbe di ricostruire il passato e d’indovinare l’avvenire spirituale dei personaggi, rivelati dai bagliori di quell’unico epiteto.

Così concepito, compendiato così in due o tre pagine, il romanzo diverrebbe una comunione di pensiero fra un magico scrittore ed un lettore ideale; una collaborazione di spiriti consentita fra dieci creature d’elezione sparpagliate pel mondo, una gioia offerta ai raffinati e solo ad essi accessibile.

Insomma il poemetto in prosa rappresentava agli occhi di Des Esseintes il succo concreto, l’osmazoma della letteratura, l’olio essenziale dell’arte.

dal capitolo XIV

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