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Primo giorno di ottobre_ di zucche e di fiere, con un appunto all’editore Aragno

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È l’autunno e tutto vira sui colori caldi, in particolare l’arancione. Di un arancione vivissimo immagino la zucca del conte di Emsworth, ameno personaggio dell’infinita saga wodehousiana di nobili scioperati in cui qualunque tragedia ha il tranquillizzante sapore del niente.

È l’autunno e dall’8 al 12 ottobre si terrà come ogni anno la fiera del libro di Francoforte; nel brano di Vittorio Sereni dopo quello di Wodehouse la testimonianza del momento in cui alle contrattazioni si sostituiscono le pubbliche relazioni, ed è subito party.

4fe8ad771ff97Pumpkin_Patch_10-24-04_018_large_medium“L’importanza di codesta zucca nella vita del conte di Emsworth necessita, forse, di una parola di spiegazione. Non c’è vecchia famiglia inglese che non abbia, sul suo albo d’onore, una breve lacuna, e la famiglia di lord Emsworth non faceva eccezione. Di generazione in generazione i suoi antenati avevano compiuto imprese rimarchevoli; dal castello di Blandings erano usciti statisti e guerrieri, governatori e capipopolo; e tuttavia, ad avviso dell’attuale conte, mancava ancora una carta per far poker. Per quanto splendido potesse apparire a prima vista il curriculum famigliare, restava il fatto che nessun conte di Emsworth aveva vinto sinora il primo premio per le zucche alla fiera di Shrewbury. Per le rose, sì. Per le cipolle, anche. Ma per le zucche no, e lord Emsworth ne soffriva profondamente. Per parecchie estati aveva fatto tutto il possibile per togliere tal macchia dallo stemma di famiglia, solo per vedere le sue speranze deluse. Quest’anno finalmente la vittoria sembrava a portata di mano. La sorte aveva concesso al castello di Blandings un esemplare di tali proporzioni che sua signoria – che l’aveva praticamente visto crescere dal seme – non riusciva neppure a pensare all’eventualità di una sconfitta. Certo, egli si diceva ammirandone la dorata rotondità, nemmeno Sir Gregory Parsloe-Parsloe di Matchingham Hall, vincitore per tre anni consecutivi, avrebbe potuto presentare un concorrente all’altezza di quel superbo vegetale.”

Pelham Grenville Wodehouse, Il castello di Blandings, introduzione e traduzione di Luigi Brioschi, Rizzoli, Milano 1984

Vittorio Sereni con la figlia Giovanna. Courtesy

Vittorio Sereni con la figlia Giovanna. Courtesy

“I dieci anni, il libro dei dieci anni? Figurati un po’, tanto traffico per una cosa come questa, una trovata più o meno felice, che non è poi così nuova come sembra… La mia convinzione, ormai, è che il ‘pezzo’ vero, il pezzo prelibato, se c’è, è al confine tra plutocrati e aristocrati – ma sì, è un mio modo di dire, poi ne parliamo. Qua si deve andare per eliminazione, da un taxi all’altro, da una hall all’altra, di cocktail in cocktail, di pranzo in pranzo attraverso la kermesse che è diventata la Fiera… Già, perché una volta questo era un posto dove si facevano affari, tra le altre cose, una sterminata contrattazione dovunque, nelle hall, nei bar degli alberghi, nei salotti riservati o meno degli alberghi, nelle stanze stesse, coi letti non ancora rifatti, gli avanzi d’una prima colazione a invecchiare in disparte su un tavolinetto; e uomini in maniche di camicia, in vestaglia a passarsi carte, studiare progetti, appartarsi per fare dei conti, la carta, le spese di dogana, la rilegatura, le tirature, la cheap edition – e in genere i conti non tornavano, Francia 30.000, Germania 45.000, Italia 15.000, no, non funziona, le riproduzioni non se n’è tenuto conto, ma già, le riproduzioni e la composizione in questa e quella lingua, bisogna rifare il conto di questi costi rapportato al costo complessivo, percentuali d’autore escluse […] adesso è tutta un’altra cosa, tre quattro party simultanei in un giorno, che a voler essere gentili con tutti non si farebbe altro che questo, le contrattazioni sostituite dalle pubbliche relazioni… solo che sembrano fatte apposta per distrarre dall’unica cosa che conta, dall’unicum, dall’opera in uno o più volumi, segreta, non identificabile; così si va a tentoni, a colpi di sonda, per diversivi, finché i tempi si fanno più serrati, restano tre giorni, due, e si vorrebbe favorire la piega profonda, quella che ti dice di lasciar perdere, che siano gli altri a scannarsi, che tanto si scanneranno a vuoto in questa, ecco, è la parola, in questa caccia al tesoro che è diventata la Fiera da un anno o due a questa parte…”.

Vittorio Sereni, L’opzione, in Il sabato tedesco, Nino Aragno Editore, Savigliano 2008 (prima edizione Il Saggiatore, Milano 1980)

Cahier de doléances

Nino Aragno è un editore meritevole di attenzione – pubblica libri meravigliosi come la corrispondenza di Rimbaud –, però il Sabato tedesco è zeppo, ma davvero zeppo di refusi. La mia ipotesi è che il testo sia stato ricavato da una lettura OCR da una stampa su carta, e fin qui benissimo, ma il lettore umano dove è? Pare che nessuno abbia confrontato il risultato della scansione con il testo originale: ma quanto sarebbe costato far rileggere una settantina di pagine, o editore? Certo assai meno dello scempio permanente perpetrato sul testo di Sereni.

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