cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee

Malamud, la challah e l’uomo di Kiev

Lascia un commento

green_appleNon leggevo L’uomo di Kiev dai tempi dell’università, perciò da tempo immemorabile. L’ho ripreso in mano per questioni non universitarie e l’ho trovato ancora più bello di quanto non mi fosse apparso allora, con le sue pagine sull’ineluttabilità del destino e sull’assurdità della sofferenza degli incolpevoli.challah-bread-recipe-photo-420-ff0404schooa091

Yakov Bok è ormai rinchiuso in un carcere zarista da un paio di anni, accusato di omicidio rituale e in attesa di processo e nelle più terribili condizioni che si possano immaginare. Verso la fine riceve la visita della moglie Raisl, fuggita dallo shtetl in quanto sterile e per questo sessualmente abbandonata da suo marito (la sua fuga, tra l’altro, è causa della sfortunatissima fuga di Yakov stesso verso Kiev), la quale gli comunica durante il colloquio una cosa importantissima, stanti le condizioni di assoluta privazione del prigioniero: “‘Ti ho portato un po’ di challah, del formaggio e una mela, ma mi hanno fatto lasciare il pacchetto nell’ufficio del direttore’, disse Raisl. “Non dimenticarti di chiederlo.'” Dopodiché della challah, del formaggio e della mela non si fa più parola.

Se Malamud fosse ancora vivo gli chiederei “Bernie, ma perché non hai mai più citato quel prezioso involto?” In un romanzo che è il trionfo del realismo, delle pustole, delle ossa rotte, del bugliolo e dell’umido sulle pareti delle celle? Yakov Bok ha fame da due anni, costretto com’è a separare ratti e scarafaggi dalla zuppa lurida che gli passa il carcere: come è possibile che non pensi più ad andare a ritirare le sue cose dall’ufficio del direttore? O forse questo non sarebbe stato strettamente necessario all’economia del racconto? Anche se il direttore che si rifiuta di consegnare a Yakov ciò che è suo sarebbe stata un’altra rappresentazione magistrale di quel sadismo che permea quasi tutti i russi in scena.

Come spieghiamo, o lettori, questa assenza?

Nota off topic: ho letto la versione italiana dell’Uomo di Kiev pubblicata nel 2014 da minimum fax nella traduzione di Ida Omboni. Corredata da una non memorabile prefazione di Alessandro Piperno, il quale, oltre a non aggiungere nulla alla questione della letteratura ebraica, della letteratura ebraico-americana, a ciò che sappiamo dell’autore Bernard Malamud, nel suo scrittino si serve di parole disinvolte quali “sfiga” (“Per Malamud le cose stanno in modo diverso. La sua fedeltà alla sfiga giudaico-europea è decisamente più salda, sia da un punto di vista emotivo sia da un punto di vista stilistico”, p. 13), che trovo inappropriate se non quando uno sta scrivendo sul proprio blog o a qualche amico suo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...