cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee

Salvatore Settis sulla scuola_competenza vs conoscenza

3 commenti

“La curiosità intellettuale è il sale della formazione. Guai se uno dovesse leggere i libri o guardare i film che qualcuno gli ha ordinato di guardare o di leggere. Tutti inseguiamo delle curiosità senza scopo.”

Mi preme segnalare, a proposito di scuola, buona scuola, università, questa bella intervista di Bruno Giurato a Salvatore Settis, pubblicata sull'”Inkiesta”. Contro la scuola della spendibilità immediata delle “competenze”, per la conoscenza e la lettura priva di fini se non il godimento delle stesse.

Salvatore Settis: la sua biografia sul sito di “cinquantamila giorni”, la storia raccontata da Giorgio Dell’Arti.

Bruno Giurato: qui.

3 thoughts on “Salvatore Settis sulla scuola_competenza vs conoscenza

  1. Tutto vero, anche se Settis gravita in un universo ortogonale a quello dei comuni mortali. Nel suo universo coltivare le curiosità e le conoscenze fornisce nutrimento, giaciglio e ricovero al motore autonomo della vita. E quell’universo è a numero chiuso. In quello dei comuni mortali occorre sopravvivere e trovare sostentamento in altra maniera, mettendo da parte risorse e accantonandone per conferirle allo stato. Anche allo scopo di garantire l’esistenza di quell’universo del Prof.Settis.

    • perché tanta acrimonia, caro o cara? al di là della necessità di soddisfacimento delle cose materiale, in principio l’idea di un sapere non finalizzato è un’idea meravigliosa. che, certo, si declinerà a seconda delle condizioni e delle possibilità di ciascuno. epperò è necessario che questa idea esista.

      • Come dire che tutti dovrebbero andare nello spazio per prendere coscienza dei reali valori umani, della bellezza della Terra, etc. Come dire che tutti dovrebbero guidare una Ferrari per recepire l’attinenza tra progresso e bellezza. Se si omette che Settis forgia il suo pensiero dall’esperienza di undici anni di direzione della Scuola Normale si estromette dalla valutazione la specificità delle sue parole, difficilmente coniugabili fuori da quell’ambito. Se ci si abbandona alla retorica del Radical Chic si torna ai favolosi anni ’80: post-moderni senza mai esser stati moderni e decadenti senza mai esser stati nobili.

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