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“Scortica le carcasse al mercato”_un post per ritornare

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Questo blog è rimasto silente per molti giorni, causa superlavoro di mrs. cosedalibri. Quale migliore argomento per tornare a voi, allora, di un brano di rav Jonathan Sacks sulla relazione tra lavoro, dignità indipendenza e creatività? Leggetelo, perché è bellissimo, e ben trovati.

[…] Il più grande tra i rabbini medievali, Mosè Maimonide, combatté contro la pratica di mantenere una classe agiata di studenti rabbinici tramite donazioni della comunità. “Chi decide di studiare la Torà e di non lavorare ma di vivere di carità”, scrisse, “profana il nome di Dio, infanga la Torà, spegne il fuoco della religione, porta il male su di sé e si priva della vita dopo la morte”1. Si trattò di una campagna controversa, mai totalmente vinta, perché nell’ebraismo allo studio viene dato un valore altissimo e vi è sempre stato chi ha creduto che vi dovesse essere un’élite di studiosi sollevata dal peso di dover lavorare per vivere. Maimonide vide però i pericoli di tale pratica, che comprometteva l’indipendenza dello studioso. “Meglio”, disse al discepolo Joseph ibn Aknin, “guadagnare un centesimo come sarto, carpentiere o tessitore che dipendere dal reddito dell’esiliarca”. Questo tipo di entrate allontanavano il rabbino dal mondo in cui i suoi discepoli dovevano vivere e trasformava una vocazione religiosa in una professione retribuita.

Col lavoro si ottengono due cose. In primo luogo l’indipendenza della persona, uno dei fondamenti su una società libera. Il ringraziamento ebraico che segue i pasti contiene una frase indicativa: “Ti preghiamo, Dio, non farci dipendere dai doni degli uomini”. Per quanto l’ebraismo dia un grande valore alla filantropia, ne conferisce uno più alto all’indipendenza economica. Qualsiasi lavoro è meglio che non averne alcuno. “Scortica le carcasse al mercato”, diceva l’insegnante del III secolo Rav, “e non dire: io sono un sacerdote e un grande uomo e fare ciò è indegno di me”. I rabbini si sarebbero trovati d’accordo con David Hume quando questi scriveva: “Nulla tende a corrompere, snervare e indebolire la mente quanto la dipendenza, e nulla conferisce nozioni nobili e generose di probità come la libertà e l’indipendenza”.

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Lucas Cranach detto “il Vecchio”, Adamo ed Eva, 1531. Berlino, Staatliche Museen

La seconda ma non meno importante cosa che si ottiene dal lavoro è la creatività. La storia biblica dell’umanità inizia con l’ordine: “Prolificate, moltiplicatevi, empite la terra e rendetevela soggetta” (Genesi 1,28). Il lavoro è più che mera fatica. L’ebreo biblico ha due parole per esprimere la differenza: melakhà significa lavoro come creazione, avodà è il lavoro come servizio o servitù. Melakhà è l’arena in cui trasformiamo il mondo e diventiamo, secondo la suggestiva frase rabbinica, “soci di Dio nel lavoro della creazione”. Dio, insegnava Rabbi Akiva nel II secolo, tralasciò deliberatamente di finire il mondo perché potesse essere completato dal lavoro degli esseri umani. Il Dio creativo chiede all’umanità di essere altrettanto creativa. Anche questo è uno dei vantaggi del libero scambio: il valore che attribuisce a un’innovazione costante. Come scrisse nel XVIII secolo Le Mercier de la Rivière:

“L’interesse personale che questa grande libertà incoraggia spinge in modo forte e costante ogni individuo a migliorare, a moltiplicare le cose che desidera vendere; e così ad aumentare la massa di gioie che può fornire ad altri uomini, allo scopo di ampliare in questo modo le gioie che altri uomini possono fornirgli in cambio. Così il mondo procede da sé; il desiderio di gioia e la libertà di gioire, non cessando mai di indurre la moltiplicazione dei prodotti e la crescita dell’industria, imprimono su tutta la società un movimento che diviene una tendenza perpetua verso il migliore dei suoi stati possibili”.

Max Weber sosteneva che una delle rivoluzioni del pensiero biblico fu la demitizzazione, o il disincantamento, della natura. Per la prima volta gli esseri umani potevano vedere la condizione del mondo non come qualcosa di sacrosanto e avvolto nel mistero, ma come qualcosa che poteva essere compreso razionalmente e migliorato.

1 Maimonide, Mishnà Torà, Leggi sullo studio della Torà, 3, 10.1.

Jonathan Sacks, La dignità della differenza, Garzanti, Milano 2004, 14 eurini ottimamente spesi

 

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