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La misoginia della moda gay_dove si riflette su biologia, sesso e fashion world

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copertina

La copertina della seconda edizione del libro

Nell’omosessualità maschile non esiste alcuna componente “femminile” innata; molti stilisti gay disegnano abiti proiettando sui corpi femminili il proprio interesse per il sesso sado-maso: è l’assunto del libro di Sheila Jeffreys, di cui presento un estratto tradotto velocemente. Trovo interessante la prospettiva che smantella il luogo comune secondo il quale un uomo gay si comporta per motivi biologici come una femmina (perdipiù cretina: trascinando su di sé un doppio stereotipo ignorantissimo). Quanto all’aderire delle donne ai diktat della moda, si veda un lontano post di mrs. cose da libri, che dà conto dei suoi convincimenti in merito a eleganza e comodità.

Non pare esistere alcun interesse accademico o popolare nell’affascinante domanda sul perché l’ambito della moda donna sia così dominato da uomini gay. Così riflette Brendan Lemon in un articolo su “The Advocate”, la rivista USA rivolta ai gay: “Osservare che uomini gay e lesbiche dominano il business della moda può sembrare controverso come affermare che i russi governano Mosca. Tuttavia, con poche eccezioni (Todd Oldham, Isaac Mizrahi), il numero di grandi stilisti venuti pubblicamente allo scoperto è sorprendentemente basso” (Lemon 1997). Le lesbiche sul campo sembrano poche e l’autore non ne nomina alcuna, ma i maschi gay abbondano. Charlie Porter, giornalista di moda del “Guardian”, ha scritto nel 2003 che ci si sarebbe potuti aspettare che il predominio dei maschi gay nel settore lo avrebbe reso un ambiente meno sessista per le stiliste, ma il ragionamento si è rivelato fallace, poiché “In un settore in cui la maggior parte degli uomini è gay ci si aspetterebbe una posizione più illuminata in merito al sessismo. Non è così: sebbene ci sia qualche stilista come Miuccia Prada, Donatella Versace e Donna Karan, a detenere il controllo sono prevalentemente gli uomini” (Porter 2003, p. 6). La questione del perché i maschi gay siano così interessati a creare abiti per donne, che non sono né loro partner sessuali né, probabilmente, l’oggetto del loro immaginario erotico, è importante. All’interno della cultura gay c’è l’ossessione di imitare una particolare versione gay maschile della femminilità negli spettacoli che vedono protagoniste le drag queen e in parate come quella del Martedì grasso gay di Sydney. Fino agli anni settanta e all’avvento del movimento di liberazione gay, si presumeva che l’omosessualità maschile fosse automaticamente associata alla femminilità come conseguenza della biologia. In quel periodo circolava un assunto secondo il quale l’innata “femminilità” dei maschi gay li rendesse più solidali nei confronti delle donne e più comprensivi riguardo a ciò che queste desideravano o di cui avevano bisogno. Di fatto, però, non esiste alcuna identità femminile nell’essere gay.

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Modello in lattice di John Galliano, 2003. Courtesy

L’omosessualità non può essere spiegata da geni od ormoni, ma è una forma di comportamento costruita a livello sociale (Rogers 1999). Gli uomini gay sviluppano una identificazione con la “femminilità” come conseguenza del fatto di essere tagliati fuori e spesso gravemente perseguitati e maltrattati dalla società maschile (Plummer 1999; Levine 1998). La femminilità è la collocazione predefinita per coloro i quali vengono esclusi dai privilegi del predominio maschile eterosessuale. È la posizione eroticamente collegata al maschile e rappresenta il suo opposto. La “femminilità” adottata dai maschi gay, perciò, è una semplice forma di comportamento subordinata inventata da loro ed etichettata come femminile poiché è quello il modo di essere subordinati rispetto al predominio maschile. In quanto esperienza gay per conciliare la propria posizione di inferiorità rispetto agli uomini “veri”, questa femminilità non ha molto a che fare con la vita delle donne. Credo che quella proiettata sulle donne dagli stilisti gay sia una versione della femminilità costruita da loro stessi, una proiezione di quell’odio e di quel terrore del “femminile” dentro di sé che hanno imparato mentre crescevano come gay, molestati e attaccati per non essere abbastanza virili. Piuttosto che qualcosa da amare o apprezzare, la femminilità rappresentava la collocazione sessuale inferiore cui venivano relegati dal loro desiderio nei confronti degli uomini virili. […]

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La schiena di Mark Pullin, aka Mr. Pearl, noto corsetier delle dive. Courtesy

Un aspetto importante dell’abbigliamento sado-maso promosso dagli stilisti è il corsetto. Capo importante per i sadici maschi poiché rappresenta la tortura sulle donne nei non lontani secoli XIX e XX, il corsetto parla di costrizione, dolore e distruzione della salute delle donne. È degno di nota che ci siano state dispute accademiche tese a comprendere se i corsetti ottocenteschi fossero davvero opprimenti o meno per le donne. […] Leigh Summers sostiene [nel suo Bound to Please, 2001, n.d.r.] che il corsetto fosse altamente dannoso per le donne. Steele elenca gli stilisti che ne hanno promosso l’uso: Jacques Fath, Jean-Paul Gaultier – il cui profumo è contenuto in bottiglie a forma di corsetto –, Thierry Mugler, Azzedine Alaïa, Christian Lacroix, Ungaro, Valentino, Karl Lagerfeld (Steel 1996, p. 88). […] Il libro di Steele elenca un gran numero di esempi a riprova che il rinnovato interesse per i corsetti in tempi recenti, a fronte dell’eccitazione sessuale che consente agli uomini, è dannoso e vessatorio per le donne che ne sono vittime. […] Gli stilisti gay hanno proiettato sul corpo delle donne altri stilemi del maschio gay sadomaso, quali la pelle nera e il bondage. Nel 1992 Gianni Versace presenta una collezione bondage. Steele commenta che alcune donne “si sentirono offese dagli abiti sadomaso di Versace, descrivendoli come strumentali e misogini” (Ibidem, p. 164). Versace [replicò che] “le donne sono forti” e sostenne che, poiché le donne si erano liberate, ciò comportava anche la libertà di essere sessualmente aggressive (Ibidem). I modelli di Versace, scrive Steele, si fondavano su “un vocabolario stilistico associato al leathersex […] sfruttando il carisma legato al sesso ‘estremo’, ad esempio il sadomaso gay” (Ibidem, p. 166). Steele commenta che “La collezione non era tanto incentrata sulla questione femminile quanto sul sesso ribelle, trasgressivo, impenitente […]”(Ibidem). Il sesso “trasgressivo” riguarda specificamente gli uomini e non le donne, come spiega l’autrice: “La stragrande maggioranza dei feticisti è di sesso maschile” (Ibidem, p. 171) e le donne indossano abbigliamento fetish perché lavorano nel settore del porno o per compiacere fidanzati e mariti. Dunque il feticismo è una questione maschile e le donne sono semplicemente oggetti su cui gli stilisti proiettano il loro interesse per il sadomaso.

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Beyoncé indossa un modello in lattice di Atsuko Kudo nel video Telephone, 2003. Courtesy

Lo stilista John Galliano usò il materiale fetish per eccellenza, il lattice, in una collezione del 2003 (McCann 2003, p. 14), che si chiamava Hard Core Romance e prevedeva il bondage sadomasochista. Sfilare in abiti porno sadomaso può essere spiacevole per le modelle, e sulla passerella che promuoveva la collezione “una modella cadde a causa delle zeppe alte 18 centimetri, e altre tre sfiorarono la caduta”. Entrare negli abiti era difficile. In questo caso, “prima di entrare negli aderentissimi abiti in lattice, i corpi delle modelle erano stati cosparsi di talco.”

Sheila Jeffreys, Beauty and Misogyny: Harmful Cultural Practices in the West, Routledge, London 2005

Nota tecnica: per amore della completezza ho lasciato i riferimenti bibliografici tra parentesi pur non disponendo delle voci bibliografiche integrali cui rimandare. I lettori abbiano pazienza.

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