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il lavoro non è tutto e “donna” può essere un’etichetta_le sante parole di marguerite

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marguerite yourcenar, accademica di francia. courtesy

 

ho tradotto velocemente il testo di una parte dell’intervista sulla condizione della donna rilasciata da marguerite yourcenar nel 1981 – un anno dopo essere stata eletta, prima donna, accademica di francia – a non so quale emittente televisiva (non lo so poiché non ho trovato informazioni, ma poco importa. l’intervista integrale è riportata in tre spezzoni, in francese, qui, qui e qui).

a parte la straordinaria freschezza di alcune notazioni su come le donne identificano sé stesse e sono identificate dagli altri, senz’altro applicabili anche all’oggi, la cosa rimarchevole è la visione assai ridimensionata del valore di un certo tipo di lavoro, assorbente e imprigionante, il cui il modello e le cui modalità yourcenar sconsiglia fortemente, a favore di una “maggiore libertà di attività e di scelta”. esemplare, marguerite.

 […] e quello che mi preoccupa nel femminismo attuale, con il quale sono totalmente d’accordo, quando si tratta della parità salariale, ovviamente a parità di meriti, ma c’è comunque un elemento fastidioso, è l’elemento di rivendicazione contro l’uomo. Una tendenza a sollevarsi contro l’uomo in quanto donne, che non mi sembra naturale, che non mi sembra necessaria, e che tende a creare ghetti. Di ghetti, ne abbiamo già abbastanza, ne abbiamo troppi. E io vorrei vedere le donne pensare a una sorta di fraternità umana invece che opporre un gruppo a un altro. È quello che mi impedisce di aderire, di scrivere il mio nome sui documenti della maggior parte delle organizzazioni femministe. Non mi piacciono le etichette, e “donna”, in un certo senso, è un’etichetta. E non mi piace tutto ciò che separa e riduce gli esseri a certi atteggiamenti. Vorrei che una donna avesse la libertà di essere donna o poco donna, come desidera. Solo che qui, nella nostra epoca, si incontra un’altra difficoltà: un po’ come accade per tutte le minoranze, si lotta a favore di libertà che sarebbero state utili cinquant’anni fa invece di invocare quelle che servirebbero al momento attuale. Si capisce molto bene che una cinquantina di anni fa o duecento anni fa, in epoche in cui si presumeva che stessero rinchiuse in casa a cucinare, se non avevano i mezzi per avere una cuoca, o a sorvegliare la cuoca, se ne avevano una, le donne sognavano altro e, ad esempio, il marito convinto che la donna debba occuparsi solo della cucina e non di leggere dizionari come nelle Donne sapienti di Molière risulta ovviamente più che offensivo, ma a guardar bene ci si accorge che spesso le donne dell’epoca facevano tutt’altro. Ma insomma, al giorno d’oggi la situazione non è più così drammatica, le donne fanno ancora di più ciò che vogliono, anche nell’ambito della vita domestica, [decidono di] dedicarvisi o meno; quello che accade, purtroppo, è che molte donne fanno della vita maschile un ideale. È un’idea bizzarra, poiché non credo che la vita degli uomini sia così ideale, ma sognano di essere l’equivalente e sognano di essere l’equivalente di un signore che si alza alle 7:30 del mattino, si mette l’asciugamano sotto il braccio, ingoia rapidamente un caffè e si precipita in ufficio. Allora devo dire che come idea di liberazione questa mi lascia fredda. E l’idea della carriera, l’idea del successo, del successo economico, del successo del dominio diventa per la donna – si vede benissimo quando si leggono certe riviste femministe – l’ideale del successo umano. Secondo me è un fallimento spaventoso nei due sessi. Se un uomo ha da offrire solo questo, è ben triste; e se una donna lo imita, e sogna una carriera di questo genere, un bel giorno si accorgerà di tutto il vuoto e che ha perso tante cose. E allora a questo proposito si vorrebbe vedere l’instaurarsi di un nuovo ideale umano, un ideale che offra alle persone forse non necessariamente un maggior numero di piaceri, ma insomma una maggiore libertà di attività e di scelta, meno reclusione nel lavoro, che è diventato sacrosanto, che è diventato una forma ipocrita di schiavitù, poiché le persone non fanno che quello, ne sono ossessionate.

C’è altro. C’è il fatto che si rimane un po’ scioccati quando si vedono certe riviste femminili e si vede in prima pagina un articolo di scottante attualità in cui di dice che la condizione della donna è atroce, che essa dovrebbe elevarsi a una condizione di uguaglianza rispetto a quella maschile, e questo e quello, si gira la pagina e si vede su una magnifica carta patinata l’immagine di un cosmetico, di un reggiseno, di scarpe con i tacchi alti e tutte le specie di cose che appartengono al vecchio arsenale della donna-oggetto. Una cosa che mi dà l’impressione che queste signore giochino su due tavoli. Mi chiedono se credo che le donne abbiano qualcosa di speciale da portare alla nostra civiltà. Ebbene sì, io credo di sì. Ciononostante bisogna dirsi questo: che a causa di questa condizione, se si vuole limitata, se si vuole inferiore, stavo quasi per dire più grave della donna di un tempo, essa è stata comunque la creatura che metteva al mondo dei bambini; era la creatura che puliva, allevava, nutriva, vestiva i bambini, che in qualche modo impartiva loro le prime lezioni di umanità, e per questo è stata molto più vicina di molti uomini alle realtà di base. La donna potrebbe portare questo senso profondo delle realtà, delle realtà fisiche, delle realtà carnali, delle realtà fisiologiche che mancano in così grande misura nella nostra civiltà. E quindi mi pare che la donna potrebbe giocare un grandissimo ruolo mostrando quanto importante e sacro sia tutto questo. E se lo facesse, ciò giocherebbe immediatamente un certo ruolo anche dal punto di vista del pacifismo, dal punto di vista delle libertà, dei diritti civili e così via, perché comprenderemmo meglio il meccanismo della vita e della morte, a cui la donna è stata spesso, per forza di cose, poveretta! così vicina, per molti secoli.

 

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