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Le vite ricche. Una tesi, un convegno che la discute e un frammento di vita. Diversi tipi di autobiografie ebraiche

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7f03db85b25Nell’Enigma dell’ebraico nel Rinascimento, l’autore Giulio Busi sostiene la relativa rarità del genere autobiografico in ambito ebraico e ne data gli esordi al Quattrocento, dopo averci fornito nella Premessa le coordinate necessarie per comprendere la natura e lo svolgimento dei rapporti tra cristiani ed ebrei nel farsi della cultura rinascimentale.

“Nell’incontro quattrocentesco tra erudizione cristiana e giudaismo vi fu molto di immaginario. Avvicinandosi per la prima volta a una tradizione quasi sconosciuta, gli umanisti ne fraintesero spesso la cronologia e ne travisarono il senso. Nel nuovo poi, ovvero nella curiosità filologica per un sapere ignoto, restava molto del vecchio, vale a dire della teologia, che per tutto il medioevo aveva visto gli ebrei come antagonisti religiosi, da convincere dei propri errori e, se possibile, da convertire alla vera fede. Tuttavia è indiscutibile che l’approccio di alcuni umanisti verso la tradizione giudaica abbia davvero rappresentato l’inizio di una rivoluzione culturale. Una volta scoperti, i testi ebraici contribuirono in maniera determinante ad allargare il canone della sapienza occidentale e a trasformare il concetto stesso di gerarchia dei saperi. […] Si sarebbe tentati di dire che se la mistica ebraica non fosse esistita la si sarebbe dovuta inventare, tanto promettente era la sfida intellettuale posta da quella nuova disciplina. In effetti, parecchio s’inventò, in quegli anni, ma molto altro fu davvero traghettato dalle sponde giudaiche a quelle della lingua latina. […]

Sebbene dovesse di necessità giungere a un esito cristiano, il metodo umanistico non ebbe di fatto un rigido ordine gerarchico ma mise le varie tradizioni sullo stesso piano, traendo ispirazione da ciascuna di esse secondo le esigenze del discorso metaforico. Ed è in questo contesto che va inserito l’impiego della cultura ebraica in età rinascimentale: non certo come elemento esclusivo, che dominasse da solo la scena, bensì come voce tra le molte della nuova lingua simbolica che gli umanisti andavano formando. […] Se dunque, da un lato, i temi giudaici vennero decontestualizzati e persero la coerenza che avevano nelle fonti originali, dall’altro l’accostamento con le corrispondenti icone del pensiero greco e latino fornì alle immagini verbali dell’ebraico un rilievo inatteso, accentuandone le possibilità espressive e, soprattutto, inserendole in un procedimento con forte impronta estetica. […] Relazioni dirette tra dotti cristiani ed ebrei erano esistite anche nei secoli precedenti, ma fu col Quattrocento che la frequentazione si sostituì sempre più spesso alla semplice conoscenza libresca. È naturalmente impossibile dimenticare che il rapporto era asimmetrico, giacché i cristiani potevano farsi forza della loro superiorità maggioritaria mentre agli ebrei toccavano i panni scomodi di minoranza, spesso a malapena tollerata, se non apertamente discriminata. Eppure, nonostante questo squilibrio, la novità del Rinascimento fu innanzitutto antropologica. Il giudaismo che si riversava nei libri e nell’arte italiana derivava in gran parte da contatti personali, da diatribe, certo, ma anche da relazioni che riuscivano talvolta a sconfinare nell’amicizia.

L’aumentare delle occasioni di contatto andò di pari passo con l’ingresso di nuovi attori nel mondo della cultura. Col Quattrocento, infatti, l’interesse per l’ebraico uscì dal chiuso dei conventi e delle istituzioni ecclesiastiche e cominciò a diffondersi tra i laici. […] Non vi è peraltro motivo di negare, come talora avviene, la diffusione di modelli rinascimentali tra gli ebrei. Particolarmente in Italia, la cultura ebraica subì una notevole influenza, che portò alla produzione di abbondanti frutti espressivi, dotati di caratteristiche che li distinguono dalle altre opere della letteratura giudaica. […]

Al Rinascimento risalgono […] alcuni significativi saggi di un genere che tra gli ebrei non ebbe mai numerosi cultori, ovvero l’autobiografia. In età medievale si contano pochissimi scritti autobiografici di autori ebrei, e sui motivi di questa scarsità resta ancora da far luce, se mai sia possibile farla. Basterà osservare qui, en passant, che al giudaismo mancò del tutto quell’importante modello d’introspezione psicologica rappresentato per il mondo cristiano dalle Confessiones di Agostino, così come fu estranea alla religione ebraica la pratica della confessione, che è stata a ragione posta all’origine di un certo tipo di autobiografia tardomedievale.”

Giulio Busi, L’enigma dell’ebraico nel Rinascimento, Nino Aragno Editore, Torino 2007b7423

Il libro di Busi è del 2007, e nel frattempo gli studi sono andati avanti. E così in “Autobiografia ebraica: identità e narrazione”, convegno internazionale previsto per il 13 e 14 novembre alla Statale di Milano, il primo relatore, Rav Alfonso Arbib, terrà una relazione intitolata Spunti autobiografici nella Bibbia, cui seguirà quella di Francesca Calabi, che parla di immagine di sé in relazione a Flavio Giuseppe, lo storico nato nel 37 e.v. La pratica autobiografica, sia pure in nuce, viene quindi antedatata; il convegno proseguirà con

Michael Ryzhik

Iggeret Levanon di R. Mordekhay Dato: tra autobiografia e Kabbalà nel Tardo Cinquecento

Maria Modena Mayer

Hayyè Yehudà di Leon Modena: la prima autobiografia di un ebreo italiano e il suo linguaggio

Erica Baricci

Vite da copisti. Scorci autobiografici nei colophon di alcuni manoscritti ebraici

Anna Linda Callow

Autobiografie filosofiche: Salomon Maimon e Jacques Derrida

Bruno Falcetto

Memoria/pre-visione/identità. “Storie naturali”: la seconda opera prima di Levi

Claudia Rosenzweig

Le avventure di un “vecchio filologo”. Per curiosità di Cesare Segre

Silvia Vegetti Finzi

Una bambina senza stella

Carlo Riva

Dalla storia alla memoria, all’immaginazione: raccontare l’indescrivibile

Anna Chiarloni

“Das gute Leben oder Von der Fröhlichkeit im Schrecken”. L’opera autobiografica di Fred Wander

Maria Luisa Bignami

Stefan Heym: l’uomo che attraversa un secolo

Daniela Nelva

“Nachruf”. Il caso di Stefan Heym

Serena Spazzarini

La “Novella degli scacchi” di Stefan Zweig: tra racconto (auto)biografico e adattamento cinematografico

e, il 14 novembre, con

Luisa Levi D’Ancona

Dimensioni dello spazio nelle memorie di Jane Oulman Bensaude: fonte e rappresentazione

Fiorella Bassan

Charlotte Salomon. Un’autobiografia per immagini

Carlo Pagetti

Raccontare l’abisso: il Diario di Etty Hillesum

Mariangela Doglio

Il diario di Anna Frank: analisi della prima realizzazione scenica in Italia

Andrea Meregalli

La scrittura come ricerca di identità. Testi autobiografici di Zenia Larsson

Dinorah Cossío

¿Cómo se articulan los recuerdos? La recuperación de la memoria judía a través del género autobiográfico

Camilla Cattarulla

Una scienziata in Argentina: Eugenia Sacerdote de Lustig e le reti transnazionali degli ebrei italiani esiliati dopo le Leggi razziali

Emilia Perassi

Margo Glantz: l’esercizio autobiografico

Alessia Cassani

Nascere e morire ad ogni parola. Letra a Antonio Saura di Marcel Cohen

Jole Morgante

Contro l’irreversibilità della Storia: W ou le souvenir d’enfance di Georges Perec

Eleonora Sparvoli

La vera vita è la letteratura: il romanzo proustiano come autobiografia dell’io profondo

Marco Castellari

Peter Weiss e il problema di un’autobiografia ebraica

Yaniv Hagbi

The Unpronounced pronounced Name: Agnon’s Poetical Use of his Name

Sara Ferrari

Ritratto del poeta da giovane: Ha-Ḥayim Ke-Mašal di Pinḥas Sadehaaaaaa

Intanto, ai giorni nostri, il genere autobiografico specificamente ebraico si è diffuso, anche al di là dei canali editoriali ufficiali: molti sono gli ebrei che decidono di affidare le loro storie personali, spessissimo intrecciate con la Storia, alle pagine di un libro, che confezionano e pubblicano variamente.

Chi scrive ha avuto il privilegio di leggere in anteprima un racconto che, iniziato in un paesino rumeno sotto l’occupazione russa, ha portato il suo protagonista in Israele, poco più tardi degli entusiasmanti inizi del paese, e poi in Italia, dove si è creata e consolidata la sua vita familiare. Il titolo, una sintesi fulminante dell’importanza che la cultura ha avuto nella vita della famiglia dell’autore, è una felicissima citazione, virata al maschile filiale, da una frase spesso pronunciata dalla madre del protagonista: Non voglio morire stupido.

A Josef Oskar, cresciuto negli anni cinquanta, la famiglia ha trasmesso, oltre a un amore per il sapere che gli ha regalato una curiosità permanente, esempi ben lontani dallo stereotipo dell’ebreo-vittima, che hanno generato la consapevolezza di avere una bella storia da raccontare: quando il padre ascoltava Kol Israel, radio che trasmetteva da Israele, il suo viso era “raggiante e io prendevo coscienza per la prima volta nella mia vita di una cosa straordinaria: sulla faccia della terra c’era un posto chiamato Israele, dove gli ebrei vivevano liberi ed erano padroni del proprio destino ed avevano un esercito in grado di combattere. Combattere, eccome!”. Sovverte il luogo comune anche un comico episodio in cui si narra di un uomo violento, marito di una vicina di casa appena uscito di galera, che incontra il proprio destino per mano del signor Oskar padre: “E così, dopo qualche settimana di buona condotta, il marito di Maria rientrò tristemente nei ranghi dandosi all’alcol. Ma la nostra vicina, che aveva vissuto tranquilla per troppi anni da sola, non aveva nessuna voglia di fare la fine delle altre sciagurate connazionali: alle prime avvisaglie lo mandò via di casa. Tuttavia una sera, sul tardi, incapace di rassegnarsi, l’ubriacone venne di fronte a casa e cominciò a schiamazzare dalla strada, gettando pietre e rompendo la finestra della nostra vicina. Tutto il vicinato si svegliò e prese a seguire l’evolversi degli eventi. Quando le cose presero una brutta piega, mia madre chiese ad alta voce alla signora Maria se tutto andasse bene. Questo scatenò le ire del marito, il quale si mise ad inveire contro mia madre dandole della sporca ebrea. A questo punto mio padre non poté più restare con le mani in mano, si vestì e uscì in strada. Il lettore ancora non sa, e non lo sapeva nemmeno il malcapitato, che mio padre era arbitro nazionale di pugilato, sport che coltivava sin da ragazzo, tanto da essersi rotto il naso in un allenamento. Il vicinato assistette, ammutolito, alla scena in cui un ebreo faceva a pezzi un “rumeno”. Per mio padre fu un gioco da ragazzi demolire quell’uomo, per di più ubriaco fradicio.

Al marito di Maria, completamente distrutto, non restò altro che andarsene per non farsi vedere mai più. Il giorno dopo la nostra vicina ringraziò mio padre per averla liberata da un simile peso. Lui si incaricò pure della spesa per la riparazione del vetro rotto, dato che lei non aveva molti soldi. E così la vita riprese il suo andamento tranquillo […].cop jossi

Seguiamo così il filo ideale dell’autobiografia ebraica, che dalla Bibbia di cui ci parlerà rav Arbib durante il convegno si è dipanato sino al Rinascimento – fecondato dall’incontro fra cultura cristiana e cultura ebraica – ed è arrivato a tessere le ormai tante autobiografie di ebrei: nessuno morirà stupido.

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