cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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come, gather here stationery lovers: ancora bonvini

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della cartoleria bonvini di milano “cose da libri” ha parlato qui e qui. per la cancelleria in generale cercate nella categoria “cancelleria”.

adesso fabrizio ravelli ha scritto un bellissimo articolo su entrambi i temi, da leggere avidamente se siete appassionati. su doppiozero, qui. enjoy!


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La bella confusione

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Pier Paolo Pasolini al Caffè Rosati. Courtesy

Com’era diversa la vita allora! Ci si dava appuntamento dopo la mezzanotte, all’una, alle due, come se fossero orari normali. A quell’ora a via Veneto c’era un viavai di gente di tutti i tipi, un fiume scintillante che scorreva tra i tavoli dove sedevano i più noti attori del cinema, artisti, produttori, dive e divette, perché la dolce vita di Roma, che non era ancora il film di Fellini, attirava tutti. C’era una “bella confusione” allora, e La bella confusione era il titolo che Fellini aveva pensato prima de La dolce vita. C’era una bella confusione attorno ai tavoli dei caffè Rosati e Canova dove attori, registi, architetti, scenografi, pittori, scrittori, politici si scambiavano opinioni; non era come oggi, che gli scrittori stanno con gli scrittori, i pittori con i pittori e la bella confusione non rende vivace la conversazione. Ercole Patti e Sandro De Feo erano i numi tutelari del Caffè Rosati a piazza del Popolo, che presidiavano fin quasi all’alba. Soldati strillava polemizzando con il serafico Bassani e il pacifico Bertolucci al ristorante Le colline emiliane. Elsa Morante, che aveva scritto il magnifico Menzogna e sortilegio, era seguita dal suo corteo di giovani a lei devoti. Moravia, che dopo Gli indifferenti aveva celebrato Roma nei Racconti romani, ne La Romana e ne La Ciociara, usciva ogni sera con Pasolini, che stava scrivendo Ragazzi di vita in un italiano con forti intonazioni romanesche, ed Enzo Siciliano, l’autore dei Racconti ambigui, era il loro amico inseparabile. […] Il salotto Bellonci si destava all’avvicinarsi della primavera, e portava il solito brusio di chiacchiere, pettegolezzi e previsioni. […] Non ho parlato degli allora giovani emergenti Arbasino, Malerba, Manganelli e del critico Guglielmi, del poeta Pagliarani, del solitario e non ancora celebre Delfini, poi celebrato dal grande Cesare Garboli […] Non ho parlato di tanti altri che la sera si incontravano da Cesaretto, a via della Croce, una trattoria diventata quasi un centro culturale, frequentata da Flaiano, Giulia Massari, Giovanni Russo, Maccari, da Totò Bruno e da qualche graziosa accompagnatrice. Che animazione la sera da Cesaretto! Ognuno sedeva accanto a chi voleva, conversava con chi voleva, e tra i tavoli circolava come un elisir la felicità di incontrarsi, di stare insieme.

Raffaele La Capria, Esercizi superficiali. Nuotando in superficie, Mondadori, Milano 2012


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milano chiama seul

alla fine l’ho comprata. in realtà l’ha ordinata per mio conto una collega che raccoglie le richieste e organizza periodicamente acquisti collettivi. che si ripetono da qualche tempo, segno che è in corso un fenomeno poco visibile ma consistente ed espandentesi. in sostanza vanno formandosi dei gruppi di acquisto solidale che invece di privilegiare il chilometro zero comprano a diecimila chilometri dall’italia. precisamente in corea.

l’oggetto ha un design piacevole ed è proposto in una limitata palette di colori sobri. da solo, però, non ha motivo di esistere. perché per vivere ha bisogno dei gusti. cocco, limone, mirtillo, fragola, e molti altri che scoprirò.

il negozio degli aromi è stretto e corto, un piccolo corridoio fragrante di fumi. due uomini, seduti, armeggiano sul bancone, di fronte ai commessi. aspirano avidamente dal congegno elettronico, aspirano e rilasciano il fumo dal naso. discutono di misture, richiedono ingredienti, si informano sulle novità. il negozio di liquidi per sigarette elettroniche non è un commercio, ma un club. un club di gourmets di aromi, in cui ciascuno compone le proprie ricette segrete, piccoli chimici domestici e gelosi.

varcare la soglia del negozio degli aromi è come entrare in un club inglese al tempo del giro del mondo in ottanta giorni e trovare tutti i membri che fumano la pipa.

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il negozio degli aromi è anche relativamente buio, perciò ricorda anche le fumerie d’oppio in cui andavano a stranirsi vittoriani e poeti maledetti. qui, però, non aleggia alcun sintomo di simbolismo, di orientalismo, di culto per il disfacimento, qui non v’ha nulla di carnale. è piuttosto una sorta di negozio di giocattoli con una scelta infinita, una palette soggiogante, il luogo di una seconda dipendenza.

justfog 1453 ultimate stainlessil mio turno arriva dopo qualche tempo, proprio a causa della natura del luogo, che non ammette il mordi e fuggi. chiedo lumi sui liquidi privi di nicotina. sul bancone si trova un contenitore strapieno di gusti da provare e di bocchini usa e getta. il commesso mi sottopone i diversi gusti come un tempo il salumiere mi avrebbe allungato una scaglia di parmigiano o una fetta di salame da assaggiare prima dell’acquisto. provo questo, provo quello, poi mi decido per il cocco. in fondo sta arrivando l’estate.

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oggi frank* era al bar molto presto

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-donna di età indefinibile, ma avanzatissima, da una sedia remota: “ma allora, non mi saluti neanche.”

-uomo assai gioviale, una quarantina d’anni, che parla con gioia a chi gli sta accanto, al bancone del bar (esulta e ringrazia quando la barista completa il suo cappuccino con alcune scaglie di cioccolato bianco; le scaglie di cioccolato bianco sono contenute in un barattolo che la barista ha preso da un mobile chiuso. come se non fossero complemento usuale, ma riservate a pochi, preziose): “ma dorina, ti ho salutata prima, solo che dormivi. invece del buongiorno avrei dovuto farti la ninna-nanna. come stai? cosa prendi?”

-donna di età avanzatissima: “una crostatina. stamattina voglio una crostatina.”

l’uomo gioviale prende una crostatina da un recipiente chiuso con una campana di vetro, riaccosta scrupolosamente la campana, prende un tovagliolo e porge il tutto alla donna di età avanzatissima, che lo ringrazia. l’uomo gioviale mi dice con grande grazia che la barista è una barista come poche. io annuisco e concordo, la barista è gentile e piace anche a me.

l’uomo gioviale finisce di bere, si pulisce le labbra e va a pagare. nel percorso bancone-cassa estrae un libro dall’interno del suo giubbotto rosso.

“dimmi, tesoro”, gli dice la donna alla cassa. lui dice, paga, e intanto la donna alla cassa gli chiede “cosa leggi?”. “un giallo, un thriller”, dice lui. “devo andare fino a bisceglie”.

che dio ti benedica e il tuo libro ti faccia compagnia, mio simile, fratello.

 

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la vita è meravigliosa (a volte davvero)

* frank.


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amazon dream team

qualche giorno fa ho scritto su facebook un post in cui annunciavo una pausa dal lavoro e dichiaravo la mia intenzione di trascorrere quei minuti su amazon.it. i miei post su facebook rimbalzano automaticamente su twitter. quale non è stata la mia sorpresa nel vedere, dopo pochi minuti, una risposta dall’amazon customer service:tweet amazon

 

a questa è seguita una mail:

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un paio di giorni dopo mi è arrivato un pacchetto infiocchettato, attraverso amazon prime:

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conteneva il book lover’s journal che stava nella mia lista desideri.

signore e signori, questo è un tipo di marketing che rapisce il cuore. come direbbero i giovani, non c’è storia.


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Usare un’arma disinvoltamente contro i seccatori_Il demone della frivolezza

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“[…] Per lo scrittore, avulso dall’esistenza che per lo più si limita ad osservare, l’arma può incarnare la tentazione di una brusca discesa nell’azione. […]

Boris Vian conosceva a memoria tutti i tipi e le marche di rivoltelle, grazie a un catalogo che aveva amorosamente letto e riletto. Il pacifista Tolstoj invece ne era orripilato. Un giorno, vedendo la rivoltella di un’ospite, le fece una scenata. ‘È vostri quest’oggetto disgustoso che ho visto sul davanzale? ‘Non vi capisco, conte’. ‘C’è una pistola, è vostra?’ ‘Sì, ma sapete, conte, le notti sono così scure, e i contadini sono delle vere bestie!’ ‘ Male, molto male!’. […]

Se alcuni si accontentano di possedere un’arma, altri la usano disinvoltamente contro i seccatori. Maeterlinck tirava sui bagnanti che lo disturbavano con le loro voci. Jarry non si separava mai dalla sua grossa pistola, pronto a brandirla su chi gli chiedeva un’indicazione stradale, o più semplicemente lo annoiava. […] Jarry lasciò il suo revolver a Picasso che si divertiva a sparare in aria nelle lunghe notti di Montmartre.”

È un brano dalla voce “Pistola” del Demone della frivolezza, l’ultimo libro di Giuseppe Scaraffia: un ameno catalogo di usi e costumi di celebri intellettuali che prende in considerazione le seguenti voci: Anello, Assenzio, Autista, Bar, Bastone, Buone maniere, Capelli, Capodanno, Cappello, Cappotto, Cinema, Corna, Corteggiamento, Dagherrotipo, Deserto, Dichiarazioni d’amore, Doppiopetto, Eredità, Fellatio, Flirt, Gentleman, Gossip, Grand Hotel, Impiegati, Legion d’onore, Letto, Lolita, New York, Nuoto, Ombrello, Pistola, Posta, Profumo, Scarpe, Sciare, Sedere, Segretaria, Servitù, Sigaro, Sorriso, Sparire, Tè, Tradimenti, Trasparenza, Venezia, Vestaglia.

Continuando la lettura scoprirete, tra l’altro, cosa ci faceva una pistola nella borsetta di Vera Slonim Nabokov e il pensiero di Flaiano riguardo a quest’arma. E che Camus, dopo aver rifiutato la Legion d’onore, commentò “si comincia facendo i rompiscatole e si finisce con la Legion d’onore”.

In quale uso della pistola vi riconoscete? Io vorrei essere Jarry.

Giuseppe Scaraffia, Il demone della frivolezza, Sellerio, Palermo 2016, 14 eurini molto ben spesi per trascorrere qualche ora in letizia.