cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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“non c’è più nessuno al mondo che voglia svegliarsi nel cuore della notte e cantare?”, o della passione

Mary Oliver

mary oliver. courtesy

non ho mai incontrato nessuno dei miei amici […] nella solita maniera; erano estranei, e vivevano unicamente nei loro scritti. ma nonostante fossero compagni-ombra, erano comunque presenti, potenti, e sorprendenti. nel senso che dicevano cose straordinarie, che hanno cambiato il mio mondo.

In quest’ora dico cose in confidenza,

Potrei non dirle a tutti, ma le dirò a te.

whitman è stato il fratello che non ho avuto […] splendeva al crepuscolo nella mia stanza, in cui andavano accumulandosi libri, quaderni e stivali sporchi di fango, e la vecchia underwood di mio nonno.

La mia voce va dove i miei occhi non possono giungere,

con un ruotare di lingua circondo mondi e volumi di mondi.

[…]

così, quando cominciai a scrivere poesie, quelle di whitman mi stavano davanti come modelli. intendo il potere oceanico e il rombo che percorrono la poesia di whitman: la sintassi rapinosa, le dichiarazioni smisurate. in quegli anni la verità mi sfuggiva, così come la mia fiducia di poterla riconoscere e contenere. whitman mi ha salvaguardato dalle paludi di un’incertezza peggiore, e ho vissuto molte ore dentro il cerchio illuminato della sua sicurezza, e della sua spavalderia. […] e c’era la passione che profondeva nelle sue poesie. la curiosità metafisica! la tenerezza profetica con cui guardava al mondo: la sua brutalità, le sue differenze, le stelle, il ragno, nulla stava al di fuori della sua sfera di interessi. mi deliziavo della specificità delle sue parole. […]

ma prima di tutto ho imparato da whitman che la poesia è un tempio, o un prato verde, un posto in cui entrare e in cui sentire. l’aspetto intellettuale viene dopo […] ho imparato che la poesia non è fatta solo per esistere, ma per parlare: per fare compagnia.

ricordo il vagare, l’oziare, i giorni meravigliosi in cui, in compagnia di whitman, ho infilato i pantaloni negli stivali, sono andata e mi sono divertita.

mary oliver, my friend walt whitman, in upstream, penguin press, new york 2016

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l’amore e la necessità profonda della creatività – del potere di creare e modificare mondi – nelle parole di mary oliver, della quale mrs. cosedalibri ha tradotto indegnamente un frammento. è l’invito di “cose da libri”, che ritorna nel giorno in cui un tempo si tornava a scuola. con l’augurio, per questo nuovo anno, di svegliarsi nel cuore della notte per cantare e, quando viene il giorno, di essere felici senza ragione.

oh, e ben ritrovati.

 


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Malamud, la challah e l’uomo di Kiev

green_appleNon leggevo L’uomo di Kiev dai tempi dell’università, perciò da tempo immemorabile. L’ho ripreso in mano per questioni non universitarie e l’ho trovato ancora più bello di quanto non mi fosse apparso allora, con le sue pagine sull’ineluttabilità del destino e sull’assurdità della sofferenza degli incolpevoli.challah-bread-recipe-photo-420-ff0404schooa091

Yakov Bok è ormai rinchiuso in un carcere zarista da un paio di anni, accusato di omicidio rituale e in attesa di processo e nelle più terribili condizioni che si possano immaginare. Verso la fine riceve la visita della moglie Raisl, fuggita dallo shtetl in quanto sterile e per questo sessualmente abbandonata da suo marito (la sua fuga, tra l’altro, è causa della sfortunatissima fuga di Yakov stesso verso Kiev), la quale gli comunica durante il colloquio una cosa importantissima, stanti le condizioni di assoluta privazione del prigioniero: “‘Ti ho portato un po’ di challah, del formaggio e una mela, ma mi hanno fatto lasciare il pacchetto nell’ufficio del direttore’, disse Raisl. “Non dimenticarti di chiederlo.'” Dopodiché della challah, del formaggio e della mela non si fa più parola.

Se Malamud fosse ancora vivo gli chiederei “Bernie, ma perché non hai mai più citato quel prezioso involto?” In un romanzo che è il trionfo del realismo, delle pustole, delle ossa rotte, del bugliolo e dell’umido sulle pareti delle celle? Yakov Bok ha fame da due anni, costretto com’è a separare ratti e scarafaggi dalla zuppa lurida che gli passa il carcere: come è possibile che non pensi più ad andare a ritirare le sue cose dall’ufficio del direttore? O forse questo non sarebbe stato strettamente necessario all’economia del racconto? Anche se il direttore che si rifiuta di consegnare a Yakov ciò che è suo sarebbe stata un’altra rappresentazione magistrale di quel sadismo che permea quasi tutti i russi in scena.

Come spieghiamo, o lettori, questa assenza?

Nota off topic: ho letto la versione italiana dell’Uomo di Kiev pubblicata nel 2014 da minimum fax nella traduzione di Ida Omboni. Corredata da una non memorabile prefazione di Alessandro Piperno, il quale, oltre a non aggiungere nulla alla questione della letteratura ebraica, della letteratura ebraico-americana, a ciò che sappiamo dell’autore Bernard Malamud, nel suo scrittino si serve di parole disinvolte quali “sfiga” (“Per Malamud le cose stanno in modo diverso. La sua fedeltà alla sfiga giudaico-europea è decisamente più salda, sia da un punto di vista emotivo sia da un punto di vista stilistico”, p. 13), che trovo inappropriate se non quando uno sta scrivendo sul proprio blog o a qualche amico suo.