cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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libri ambientati, shabby chic

tutto è cominciato con lo shabby chic. con quello stile rappresentato da pannelli di legno fintamente scoloriti dal salmastro, accompagnato da conchiglie, spago, merletti, una tazza di caffè/tè, che dovrebbero rimandare a una calda atmosfera di campagna eccetera.

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poi sono arrivati i blogger e gli instagrammer dotati di senso estetico, cui non basta leggere un libro e recensirlo: essi devono ambientarlo. per qualche motivo l’ambientazione shabby chic prevale, oppure prevale il panorama.

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poi, e questo lascia ancora più sconcertati, sono arrivati gli editori, con il libro ambientato shabby chic o (non so cosa sia peggio) didascalico: conchiglie per il libro estivo, fiori per il libro che parla di essenze eccetera. ed ecco su instagram, su facebook, su twitter, ovunque possa essere pubblicata, una sfilata di volumi che paiono adagiati su scrivanie di femmine adolescenti.

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molto onore, allora, a penguin uk, che per il suo ask again, yes sceglie un sobrio non luogo, uno sfondo bianco e una piccola ombra.

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una poesia d’amore sulla schiena

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charles simić. courtesy

è agosto e a milano il caldo morde ancora. è tempo di starsene a letto o sul divano, tapparelle semiabbassate, a dormicchiare o creare. charles simić ama creare così, come una messe di suoi predecessori. ascoltiamolo da un articolo della “repubblica” pubblicato qualche anno fa. e leggiamo la poesia di andré breton (ascoltiamola anche dalla voce del suo autore) citata nel testo, antidoto contro la misère du monde.

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andré breton. courtesy

“Tutti gli scrittori hanno i loro piccoli ‘trucchi’ del mestiere. Il mio è che scrivo a letto. ‘Sai che roba!’, penserete voi: lo facevano anche Mark Twain, James Joyce, Marcel Proust, Truman Capote e tanti altri. Vladimir Nabokov teneva persino delle schede sotto il cuscino, per quelle notti in cui non aveva sonno e aveva voglia di scrivere. Però, non ho mai sentito di altri poeti che scrivessero a letto, anche se non mi viene in mente nulla di più naturale di scribacchiare con la biro una poesia d’amore sulla schiena della persona amata. Certo pare che Edith Sitwell di solito dormisse in una bara per prepararsi all’ orrore ben più grande di trovarsi di fronte la pagina bianca. Robert Lowell scriveva steso sul pavimento, o almeno così ho letto da qualche parte. L’ho fatto anch’io, qualche volta, ma preferisco il materasso e, stranamente, non sono mai stato tentato dal divano, dalla chaise longue, dalla sedia a dondolo o da altre varietà di sedute confortevoli. ‘La poesia si fa a letto, come l’amore’, scriveva André Breton in una delle sue poesie surrealiste. Ero molto giovane quando la lessi e ne rimasi incantato. Confermava la mia esperienza personale. Quando mi si accende il desiderio di scrivere, non ho scelta: devo continuare a starmene steso o, se ho lasciato la posizione orizzontale qualche ora prima, devo tornare di corsa a letto. Che ci sia silenzio o rumore non mi cambia nulla. Negli alberghi appendo fuori dalla porta il cartellino ‘Non disturbare’ per tenere lontane le cameriere che aspettano di pulirmi la stanza. Devo dire, con un certo imbarazzo, che rinuncio spesso a fare il giro dei monumenti e dei musei per rimanere a letto a scrivere. […]”

charles simić

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mezza estate, oceano mare in città

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anna: “baricco mi ha sempre affascinata, anche per come parla e descrive le cose. lo seguivo in televisione, ma non ero mai riuscita a leggere qualcosa di suo. adesso ci provo con oceano mare.”

mrs. cosedalibri: “bisogna anche dire che baricco non è male.”

anna: “certo, è anche un bell’uomo.”

IMG-0449anna sta leggendo oceano mare al tavolino di un bar vicino a piazzale dateo. il bar è gestito da una squadra mista sino-italiana che collabora in armonia. la città attorno freme silente nel calore agostano. se fossimo in campagna si sentirebbe frinire attorno. non so se anna sieda a quel tavolino totalmente serena. nel suo sguardo pacato c’è qualcosa che grida aiuto. stiamo qui e ci presentiamo, fiduciose nelle parole e negli atteggiamenti. dopo il nostro cameo estivo questa lettrice e io non ci vedremo più.

oh, e bentrovati, cosedalibrini.


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fly me to the moon_obsolescenza dei tacchi secondo suzy menkes

adidas-stan-smith-j-s74778-s74778-9da tempo mrs. cosedalibri sostiene la necessità e la bellezza, per le ragazze, delle sneakers al posto degli invalidanti tacchi di qualsiasi altezza. adesso questa opinione è confortata dalle osservazioni della sovrana assoluta della moda, quella suzy menkes international editor di “vogue”. suzy le esprime in theorem[a] – the body, emotion + politics in fashion, di filep motwary, di recente uscita presso skira editore in collaborazione con polimoda. l’editor del volume, per ora solo in inglese, è la vostra anna albano, aka mrs. cosedalibri.

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Filep Motwary: Come si collega la società ai vestiti che si sceglie di indossare? Cerchiamo un significato più profondo nell’abbigliamento?

Suzie Menkes: Non credo che la maggior parte delle persone cerchi un significato profondo. La maggior parte delle donne – e anche degli uomini – vuole abiti che si muovano con il corpo. Abbiamo superato l’epoca in cui le donne camminavano in punta di piedi su tacchi altissimi, o in cui gli uomini si infilavano in enormi gilet per apparire intelligenti. Le persone sono andate oltre.

L’abbigliamento semisportivo per le donne ha cambiato tutto. Ora è perfettamente normale andare in ufficio con pantaloni stretch e scarpe da ginnastica. Nelle metropolitane di qualsiasi città dell’Estremo Oriente, o in America, India, Europa, ovunque la gente indossa scarpe da ginnastica perché sono comode. Le scarpe sportive ti permettono di usare l’energia come ti aggrada, non ti rallentano e sono diventate anche simboli di prestigio. Anche stilisti di haute couture come Karl Lagerfeld di Chanel fanno sfilare le sneakers, che in passato si sarebbero indossate solo sui campi da tennis.

Adesso le scarpe sportive sono decorate e rimandano segnali di ogni tipo. Sono diventate cool e la gente ama indossarle. Direi che è successo negli ultimi sette anni, forse anche meno. In questo caso, tuttavia, non parliamo di un significato più profondo, ma di persone convinte che portare il tipo di scarpe che indossano i rapper o le star dello sport dia loro un’identità.

Quando parliamo di significato più profondo nei vestiti – un esempio potrebbero essere le persone che in passato indossavano abiti neri per segnare una morte nella loro famiglia (dopo la morte del marito la regina Vittoria vestì di nero per il resto della vita) –, non riesco a pensare davvero a nulla di simile nell’oggi, a qualcosa che manda un messaggio a tutti gli altri. Ci sono però senz’altro tipi di abbigliamento che esprimono certe caratteristiche. Prada ne è un esempio: i veri seguaci di Prada puntano a dire: “Come Miuccia Prada, apprezzo il lato artistico del mondo.” Ma pochi cercano questa profondità in quello che indossano. La maggioranza cerca soprattutto il comfort.

filep motwary, theorem[a] – the body, emotion + politics in fashion, skira/polimoda, milano 2018, editing a cura di anna albano

 

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suzy menkes con pharrell williams. courtesy


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la vera finta società del marketing totale

in tempi di social network è diventato difficilissimo per le aziende tenere segreti i propri meccanismi di marketing. in un’epoca che porta in trionfo la parola “condivisione” su un baldacchino tutto stucchi e ori, “segreto” e “riservato” sono termini scandalosi, sacrificati in ogni momento sull’altare dell'”autenticità”, dell'”onestà”, dell'”integrità” dell’azienda nei confronti del cliente re.

gli strateghi dei social media, impegnati a compiacere i clienti tiranni, creano loro attorno un edificio dove tutto deve sapere di domesticità, di valori etici, di sincerità a ogni costo, di trasparenza. un cambiamento spiegato molto bene ai suoi albori negli stati uniti da gary vaynerchuck nel suo the thank you economy.

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ogni lamentela su twitter è sacra, ogni appunto su facebook da considerare con la massima serietà, ogni scoppio emotivo illustrato su instagram degno di attenzione. tutto questo nella società dei diritti ha senz’altro migliorato la condizione del cliente, che da possibile turlupinato è passato a soggetto attivo, in grado con una catena di post di affossare le sorti di un marchio sia pure prestigioso. prendiamo il recente scandalo planetario che ha visto protagonisti dolce & gabbana: una serie di spot malaccorti per promuovere la prima sfilata del marchio a shanghai, con ingenui riferimenti a una comunione tra culture rappresentata dal cibarsi di specialità italiane usando bacchette cinesi, sulla base di oleografici stereotipi afferenti a entrambe. fin qui tutto mediocremente bene. lo scandalo degli ingenui scandali risiede in uno tra gli spot, quello in cui una ragazza cinese in abito lustrinato d&g affronta un enorme, falliforme cannolo siciliano e una paternalistica voce fuori campo le chiede se sia troppo grosso per lei.

spot-kWaH-U3060951637582a3-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443-kYhB-U30601003460328imF-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpgmi appello all’onnipotente chiedendogli che diavolo gli è preso di ispirare il copywriter con questa vastissima cazzata e come hanno fatto d&g ad approvare la stessa. il collegamento con il discorso che stavamo facendo è: come sarebbe andata in epoca pre-social? forse la cosa sarebbe passata sotto silenzio, oppure un solerte ufficio stampa avrebbe cercato di rimediare con qualche comunicato surreale, sostenuto da motivazioni altrettanto surreali.

invece d&g – soprattutto g, nella realtà, e nella fattispecie su instagram, portatore di robusti insulti poco rispettosi delle necessità del marketing – hanno dovuto piegarsi alla tirannia social e hanno dovuto diffondere un video in cui, prostrati, pallidi e malvestiti, hanno confezionato un frusto invito alla bellezza della diversità e spinto il lato grottesco dell’intera operazione fino alle scuse proclamate all’unisono in cinese.

il sentimento preponderante è la pena. non vogliamo negare gli aspetti positivi di questo tipo di marketing che mette al centro il cliente, ma proviamo un filo di nostalgia per quell’atmosfera più segreta, più fetente, meno etica delle strategia pre-social: paperon de’ paperoni, dove sei?

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autopromozione: “after the tribes”, una mostra dell’artista israeliana beverly barkat

“nello studio della dodici tribù di israele”, dice beverly in un’intervista a rai tre che uscirà a breve, “ho trovato il primo punto di connessione tra me stessa e la terra in cui ho scelto di vivere, israele, a cui sono giunta dal sudafrica.”

Screen Shot 2018-10-19 at 09.42.18nelle parole di giorgia calò, tra gli autori dei saggi, “L’opera è composta da una struttura metallica scandita in dodici riquadri, dove altrettanti dipinti su PVC semitrasparente del diametro di un metro sembrano fluttuare all’interno di ognuno di essi. Le dodici pitture circolari sono animate da una specifica trama cromatica che si rifà agli antichi testi, secondo cui ogni tribù era contraddistinta da una bandiera, o drappo di seta, con il simbolo rappresentante e presiedeva un territorio. Gli stendardi avevano il colore delle pietre preziose poste sul chòshen, il pettorale indossato dai cohanìm (sacerdoti). Sulle dodici gemme, collocate su quattro file, erano incisi i nomi dei figli di Giacobbe. Quando la luce le colpiva, queste emettevano il loro bagliore e i nomi d’Israele apparivano in rilievo rifulgendo a loro volta. I colori vivi e le pietre preziose, incastonate nel chòshen, esercitavano, secondo una tradizione cabalistica, la capacità di attrarre la dimensione spirituale presente e imprigionata nella materia.”

il catalogo della mostra è di marsilio; le traduzioni dall’inglese all’italiano sono della vostra anna albano, in compagnia dei colleghi robert burns e leslie ray per italiano —>inglese.

 

After the Tribes

11 ottobre

31 dicembre 2018

Museo Boncompagni Ludovisi,

Roma