cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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Victor_hugoOggi Victor Hugo compirebbe 213 anni. Qui sotto, la rivoluzione francese e il suo effetto sui nomi, dai Miserabili, 1862.

Era il tempo in cui l’antico romanzo classico (dopo essere stato Clelia, era soltanto Lodoiska), sempre nobile, ma sempre più volgare, cadendo dalla signorina di Scudéry alla signora Barthélemy-Hadot e dalla signora di Lafayette alla signora Bournon-Malarne incendiava l’anima innamorata delle portinaie di Parigi e devastava un poco i dintorni. La Thénardier era per l’appunto abbastanza intelligente per leggere quella specie di libri e se ne nutriva, annegando in essi quel poco di cervello che aveva; ciò le aveva dato, finché era stata giovanissima e anche qualche tempo dopo, una specie d’atteggiamento pensieroso al fianco del marito, birbante d’una certa profondità d’ingegno, ruffiano letterato, sebbene ignorasse la grammatica, grossolano e fine allo stesso tempo, ma che, in materia di sentimentalismo, leggeva Pigault-Lebrun ed era “in tutto ciò che tocca il sesso”, come diceva nel suo gergo, un babbeo corretto e di razza pura. Sua moglie aveva qualcosa come dodici o quindici anni meno di lui; più tardi, quando i capelli romanticamente prolissi incominciarono a farsi grigi, quando la Megera si sprigionò dalla Pamela, la Thénardier fu soltanto un cattivo donnone, che aveva assaporato romanzi idioti. Ora, le sciocchezze non si leggono impunemente; ne risultò che la figlia maggiore si chiamò Eponina; quanto alla minore, la poverina corse il rischio di chiamarsi Gulnara e dovette a non so quale felice diversione operata da un romanzo di Ducray Duminil la sorte di chiamarsi soltanto Azelma.

Del resto, per dirlo alla sfuggita, non tutto è ridicolo e superficiale in questa curiosa epoca alla quale stiamo facendo allusione e che si potrebbe chiamare l’anarchia dei nomi di battesimo; a fianco dell’elemento romantico, che abbiamo segnalato, v’è il sintomo sociale. Non è raro, oggidì, che un garzone di macellaio si chiami Arturo o Alfredo o Alfonso, mentre il visconte (se ce ne sono ancora) si chiama Tommaso o Pietro o Giacomo. Codesto spostamento che pone il nome “elegante” sopra il plebeo ed il campagnuolo sull’aristocratico non è che un soffio d’uguaglianza. La penetrazione irresistibile dello spirito nuovo è visibile qui come in tutto il resto; sotto questa apparente discordia v’è una cosa grande e profonda, la rivoluzione francese.

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albanacco_Anton Čechov

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“Se crede mi sposerò. Ma a queste condizioni: tutto dovrà essere come è stato finora, vale a dire che ella dovrà vivere a Mosca mentre io starò in campagna, e io andrò a farle visita. […] Datemi una moglie che, come fa la luna, non appaia nel mio cielo ogni giorno.”

Lettera a A.S. Suvorin, 23 marzo 1895

È l’idea del matrimonio di Anton Pavlovič Čechov, oggi centocinquantaquattrenne. Piuttosto rivoluzionaria, piuttosto saggia, poiché elimina tutte le possibilità di tensione e di usura che nascono dalla condivisione del medesimo spazio.


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JEAN No! Non ci posso credere!

BERENGER (a Jean) Lo vedo bene che non ci può credere. Eppure, era un rinoceronte, eh, già,  proprio un rinoceronte! Ma adesso è lontano… lontano…

JEAN Ma scusi… ma… È inaudito! Un rinoceronte in libertà in una cittadina… e lei non si stupisce? Dovrebbero vietarlo!

Berenger sbadiglia.

E si metta almeno la mano davanti alla bocca!

BERENGER (sbadiglia) Già… già… dovrebbero vietarlo! Certo, è pericoloso… non ci avevo  pensato. Ma non se la prenda, ormai siamo fuori pericolo.

JEAN Bisogna protestare con le autorità municipali! Che diavolo ci stanno a fare le autorità municipali?

Eugène Ionesco, Il rinoceronte, 1961

Eugène compie centocinque anni oggi. Questo post piacerà molto a Raffaella Valsecchi.


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Roger Vitrac

Roger Vitrac. Courtesy ztopics.com

“Talvolta il vero può non essere verosimile, ma questo inverosimile, questo ‘più vero del vero’, non è misterioso tanto quanto una favola, più autentico di questa? Definisco questo reale superiore come ‘surreale’. Ed è da questo surreale che viene di getto il comico dei nostri tempi.”

La definizione di surreale di Roger Vitrac, che oggi compie centoquindici anni, in “Le Coup de Trafalgar” au théâtre des Ambassadeurs”, in “Paris Soir, 23 agosto 1938

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La locandina del Coup de Trafalgar. Courtesy regietheatrale.com

Qui notizie e foto di alcuni allestimenti delle opere teatrali di Vitrac, per chi legge il francese.

$_35Madeleine: il libro qui sopra, uno dei più sottolineati nella bibliotechina domestica di mrs. cosa da libri, fu compagno di una splendida estate di scorribande intellettuali della suddetta e del suo amico Davide. Un viaggio tra la Puglia assolata e Roma, a leggere e rileggere Nadeau, i manifesti del surrealismo, i testi di Breton e compagni, con una puntata finale ad Aosta, presso la biblioteca comunale, dove i Bonnie&Clyde de noantri si pregiarono con gusto di sottrarre, e mai più restituire, il volume che segue:image_bookD’altra parte dovevamo pure procurarci una prospettiva storica, no?

 


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albanacco_oscar wilde

resizeSfilacciavamo corda incatramata
Con le unghie corrose e sanguinanti;
Sfregavamo le porte e i pavimenti,
Pulivamo le inferriate lucenti:
Ogni squadra lavava i tavolati
Tra un fragore di secchi sbatacchiati.
Cucire i sacchi, spaccare le pietre,
Il polveroso trapano girare,
Urtare le gamelle, urlare gli inni,
Al mulino sudare:
Ma nel cuore d’ognuno
Tranquillo se ne stava il terrore.

Oscar Wilde, La ballata del carcere di Reading

Oscar se ne stava a Reading, accusato di sodomia. Fu liberato dopo un anno e mezzo. Oggi compie centosessant’anni.
Ci ha dato Each man kills the thing he loves, tra l’altro.

Per una Milanese connection e per imparare una nuova parola, cliccate qui.


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albanacco_cechov

Comma“Prendiamo magari queste virgole… “, pensava Perekladin, sentendo le sue membra dolcemente intorpidirsi a causa del sonno sopravveniente.
“Io le capisco benissimo… Per ciascuna posso trovare il posto, se vuoi… e… e consapevolmente, e non a casaccio… Esaminami, e vedrai… Le virgole si mettono in vari posti, dove occorre e anche dove non occorre. Quanto più imbrogliata riesce la carta, tante più virgole ci vogliono. Si mettono davanti a ‘il quale’ e davanti al ‘che’. Se nella carta si devono enumerare degli impiegati, ciascuno di essi va separato con virgola… Lo so!”.
Le virgole dorate presero a girare e fuggirono in disparte. Al posto loro giunsero a volo dei punti infocati…
“E il punto si colloca alla fine della carta… Dove è necessario fare una grande pausa e gettare un’occhiata all’ascoltatore, là pure ci vuole il punto, affinché il segretario, quando leggerà, non resti senza saliva. In nessun altro posto si mette il punto…”.
Tornano a piombar le virgole… Si mescolano coi punti, turbinano, e Perekladin vede tutta una schiera di punti e virgole e di due punti…
“Conosco anche questi…”, egli pensa. “Dove la virgola non basta e il punto è troppo, là ci vuole il punto e virgola. Davanti al ‘ma’ e al ‘conseguentemente’ metto sempre il punto e virgola… Ebbene, e i due punti? I due punti si mettono dopo le parole: ‘abbiamo stabilito’, ‘abbiamo deciso’…”.
I punti e virgola e i due punti si spensero. Venne la volta dei punti interrogativi. Questi balzarono fuori dalle nuvole e si misero a ballare il cancan…

Anton Pavlovič Čechov, Il punto esclamativo

Ricorre oggi il genetliaco di Čechov, che compirebbe 153 anni.


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albanacco_stendhal

2997291Compie oggi 230 anni Stendhal, “Arrigo Beyle milanese”.

Di seguito, da Il rosso e il nero, la scena in cui il giovane Sorel, scheggia impazzita di una famiglia di energumeni, perde nel torrente il Memoriale di Sant’Elena.

Avvicinandosi all’officina, il vecchio Sorel chiamò Julien con la sua voce stentorea: nessuno rispose. Vide solo i suoi figli maggiori, specie di giganti che, armati di grosse scuri, squadravano i tronchi di pino prima di spingerli verso la sega. Tutti intenti a seguire esattamente la linea nera tracciata sui pezzi fi legno, da cui ogni colpo d’ascia staccava grossi trucioli, essi, non udirono la voce del padre. Questi si diresse verso la baracca: entrandovi, cercò invano Julien vicino alla sega dove avrebbe dovuto trovarsi. Lo scorse cinque o sei piedi più in alto, a cavalcioni su una delle travi del tetto. Invece di sorvegliare attentamente il meccanismo, Julien leggeva. Nulla riusciva più insopportabile al vecchio Sorel: avrebbe anche potuto perdonare a Julien la sua taglia sottile, così poco adatta ai lavori di forza e così diversa da quella dei fratelli maggiori: ma la mania della lettura, a lui che non sapeva leggere, era odiosa.

Invano Sorel chiamò Julien due o tre volte. L’attenzione che il giovane prestava al suo libro, molto più che il rumore della macchina, gli impedì di udire la voce del padre. Questi, alla fine, nonostante gli anni saltò agilmente sul tronco sottoposto all’azione della sega, e di là sulla trave trasversale che sosteneva il tetto. Un colpo violento fece volare nel ruscello il libro di Julien, e un secondo colpo altrettanto violento, che gli si abbatté sulla testa, gli fece perdere l’equilibrio. Il giovane stava per cadere dodici o quindici piedi più in basso, in mezzo agli ingranaggi della macchina che l’avrebbero stritolato, ma suo padre lo trattenne al volo con la mano sinistra:

“Scansafatiche! Sino a quando continuerai a leggere i tuoi maledetti libri mentre sei di guardia alla sega? Leggili di sera, almeno, quando vai a perdere tempo dal curato.”

Julien, benché stordito dalla forza del colpo e tutto insanguinato, ritornò al suo posto di lavoro, di fianco alla sega. Aveva le lacrime agli occhi, più per aver perduto il suo adorato libro che per il dolore fisico.

“Vieni giù, animale, che voglio parlarti.” Il rumore della macchina impedì ancora a Julien di udire l’ordine. Il padre, che era sceso, non volendo darsi la briga di risalire, andò a prendere una lunga pertica per buttar giù le noci e la batté su una spalla del figlio. Non appena quest’ultimo mise piede a terra, il vecchio lo spinse rudemente davanti a sé, verso casa. “Solo Dio sa che cosa mi farà!”, pensò il giovane. Passando, guardò tristemente il torrente dove era caduto il libro che prediligeva fra tutti, il Memoriale di Sant’Elena.


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albanacco doppio: poe e highsmith

Ricorre oggi un doppio genetliaco: quello di Edgar Allan Poe e quello di Patricia Highsmith. Di Edgar leggiamo un frammento molto romantico dal Corvo:

Ah, distintamente ricordo che si era nel fosco Dicembre;

e ogni separato morente tizzone proiettava il suo fantasma

sul pavimento.

Febbrilmente desideravo il mattino; – vanamente avevo

tentato di trarre

dai miei libri un sollievo al dolore – al dolore per la perduta

Leonora –

Per la rara e radiosa fanciulla che gli angeli chiamano

Leonora –

Senza nome qui per sempre.

[Ah, distinctly I remember it was in the bleak

December,
And each separate dying ember wrought its ghost

upon the floor.
Eagerly I wished the morrow; – vainly I had sought

to borrow
From my books surcease of sorrow – sorrow for the

lost Lenore –
For the rare and radiant maiden whom the angels

named Lenore –
Nameless here for evermore.]

Edgar Allan Poe, Il corvo, 1845

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Zelda C. Wang, Death of Poe, 2008. Courtesy edgarallanpoe.it

Di Patricia Highsmith leggiamo due frammenti dal Talento di Mr. Ripley in cui si parla di libri:

 

“Avete per caso Gli ambasciatori di Henry James?” chiese Tom all’incaricato della biblioteca di prima classe. Il libro mancava dallo scaffale.

“Spiacente, signore, ma non lo abbiamo”, rispose questi.

Tom ne fu deluso. Era il libro di cui Greenleaf gli aveva parlato alcune sere prima; adesso si sentiva in dovere di leggerlo.

Scese nella biblioteca della classe turistica e trovò il libro al suo posto nello scaffale.

Quando andò al banco per registrarlo e diede il suo numero di cabina l’impiegato gli disse che era desolato ma che i passeggeri di prima classe non potevano prelevare volumi dalla biblioteca della classe turistica. Era ciò che Tom temeva. Ripose il libro al suo posto senza discutere pensando a quanto sarebbe stato facile, troppo facile uscirsene alla chetichella nascondendo il libro sotto la giacca.

 […]

 Marge dichiarò che non aveva voglia di andare con loro a San Remo. Era proprio nel bel mezzo di un momento creativo con il suo libro. Marge era molto discontinua nel suo modo di lavorare, anche se non perdeva mai il buon umore. Eppure a Tom sembrava che fosse impantanata, come soleva dire lei con una risatina insulsa, almeno il settantacinque per cento del tempo. Quel libro deve essere una schifezza, pensò Tom. Aveva conosciuto altri scrittori e sapeva che non si può scrivere un libro con tanta indifferenza, passando metà del tempo a cuocersi al sole in spiaggia e pensando costantemente a cosa preparare per cena.

Patricia Highsmith, Il talento di Mr. Ripley, 1955

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Jason Mecier, Patricia Highsmith. Courtesy jasonmecier.com

Ricordo la biografia di Patricia compilata da Andrew Wilson, Beautiful Shadow, uscita nel 2003, e quella più recente, un monstre di quasi seicento pagine, di Joan Schenkar (qui un articolo sulla “Paris Review”, in cui l’autrice narra della genesi del libro), The Talented Miss Highsmith. Curiosamente, il titolo del libro di Wilson in italiano pubblicato da Alet nel 2010 è la pedissequa traduzione del titolo della biografia di Schenkar: Il talento di Miss Highsmith. Misteri editoriali.