cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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grandangolo_la realtà di ezra tra rappresentazione e iconoclastia

“più in generale, dal punto di vista del pensiero ebraico e dell’atteggiamento che l’artista assume di fronte alla sua opera, si può ancora aggiungere che i maestri hanno guardato con riserva la stessa arte, in quanto l’artista con la sua creatività tende a sentirsi e quasi a sostituirsi a dio.”

scialom bahbout, L’arte nella normativa ebraica, la halakhà, in morasha.it, sezione zehùt

sta simbolicamente qui, nella “riserva” ebraica nei confronti dell’arte, una delle ragioni del titolo di grandangolo, bildungsroman di simone somekh che racconta la parabola di crescita di un giovane ebreo nato nei dintorni di boston in una famiglia di strettissima osservanza – con genitori che “non erano nati né cresciuti religiosi”, ortodossi per scelta tardiva, sempre desiderosi di essere accettati da un ambiente che continua a guardarli con qualche sospetto –, dalla quale a un certo punto della adolescenza si sente soffocato. espulso per aver fotografato una compagna di scuola nel bagno, sceglie non senza difficoltà, aiutato da una zia libera pensatrice, di continuare gli studi in una scuola più liberale. la ribellione di ezra kramer si sostanzia di un lavoro sulle immagini, quelle che scatta con l’adorato apparecchio che ha chiesto in regalo per il suo compleanno, producendo iconografia a mano a mano che in lui si produce l’insurrezione nei confronti dell’autorità. e non è un caso che, come vedremo più avanti, uno degli atti che sanciscono il suo percorso verso la maturità abbia il sapore dell’iconoclastia.

a una domanda sulle donne della sua comunità posta da uno dei nuovi compagni, in piena, dolente riflessione sul suo humus di provenienza, risponde “‘perché, gli uomini haredi possono prendere delle decisioni? […] mi pare che anche loro sappiano fin da piccoli che devono sposarsi e fare figli, e che quella sarà la loro vita’. le donne erano tanto prigioniere del mio mondo quanto lo erano gli uomini.”

e ancora, mentre si dibatte nella contraddizione tra il desiderio di andare e il senso di colpa e di straniamento che avverte a questa idea, “d’un tratto mi resi conto di quanto dovevo sembrare strano visto da fuori: criticavo, ma restavo sempre aggrappato a ciò che mi era stato insegnato da piccolo. pensai che non avrei mai avuto il coraggio di lasciare la mia comunità: l’appartenenza a quel mondo mi scorreva nelle vene. scappare equivaleva a tagliarsele, una ad una, fino a morire dissanguato.”

grandangolo affronta una serie di temi assai dibattuti in ambito ebraico, quali l’esistenza di interpretazioni più o meno rigide dell’ortodossia, la gestione del libero arbitrio, il valore dell’esperienza, l’omosessualità. alla fine ezra vede la propria ribellione stemperarsi di fronte a una normalità professionale fatta anche di compromessi, e decide di andare ad affogare la propria delusione a tel aviv: dove crede di vedere carmi – approdato dai kramer come conseguenza dell’affidamento a diverse famiglie dei numerosi figli della famiglia taub alla morte della madre –, di cui aveva perso le tracce dopo essersi trasferito a new york e per la cui sorte aveva temuto. è un attimo, ma ezra è convinto di averlo visto per davvero; e ricostruendo sguardi e segni cui non aveva dato peso durante il suo breve ritorno a boston per il funerale di sua zia, si rende conto che non può essere stato che il rabbino hirsch, con una decisione ipocrita quanto provvidenziale, a finanziare la fuga dell’amico scopertosi omosessuale da una comunità che gli sarebbe stata ostile per sempre.

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l’attivista transgender abby stein fotografata da benyamin reich, che condivide con il protagonista di grandangolo la passione per la fotografia. anche la sua è una storia interessante

fin qui tutto bene, epperò: un autore di ventun anni (tanti ne aveva somekh all’epoca della stesura del libro) sottopone alla redazione di giuntina un manoscritto tanto interessante quanto tecnicamente acerbo; nel quale, in preda a una legittima ansia di mettere sul piatto istanze e questioni, lo stesso autore spesso fa parlare i suoi personaggi con registri un poco inadeguati. un esempio per tutti, la scena di sensualità ancora innocente in cui il poco più che bambino carmi dialoga con ezra in maniera un po’ troppo forbita, mostrando una capacità di approfondimento forse eccessiva per un ragazzo che non si è mai allontanato dal proprio ambiente: “carmi si distese sul mio letto, accanto a me, e mi strinse forte la spalla. ‘la tua opinione per me conta. la verità però è che sono terrorizzati. hanno così tanta paura di tradire la fede che preferiscono estremizzare ogni azione, devono essere certi di metterla in pratica nel modo più corretto’”. fa sorridere, poi, il commento del newyorkese travon quando vede la manipolazione creativa su alcune immagini di steven meisel fatta da ezra su una rivista (l’atto di iconoclastia cui si faceva cenno più sopra): “‘wow’, esclamò, ‘tanta roba’”, dove quel “tanta roba” sembra una maldestra traduzione dall’inglese in italiano di una locuzione giovanile. così come quando il coinquilino coreano di ezra dice “‘scusate, potete fare silenzio? sono in mezzo a una videoconferenza con seul’”: quella trasposizione senza mediazione dall’inglese “i’m in the middle of” dà conto dell’ambiente internazionale in cui si muove somekh, che probabilmente condiziona il suo italiano, ma anche dell’intervento insufficiente dell’editor sul manoscritto. se c’è un elemento negativo di questo libro, è la poca cura editoriale: si percepisce che il manoscritto è rimasto tale e quale a come è stato consegnato, con tutte le sue ingenuità. e invece i manoscritti dei giovani autori hanno bisogno di attenzione.

9788880577058_0_0_0_75simone somekh, grandangolo, giuntina, firenze 2017, 174 pagine, 15 euro


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postcard from berlin_un memoriale permanente

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digberlino è tutta un graffito. vi abbondano centri sociali, ragazzi e anziani male in arnese, fighetti e gente impegnata a salvare la natura. “bio” è un suffisso che va per la maggiore. c’è una straordinaria concentrazione di bar, ristoranti e negozi vegetariani, vegani, variamente biologici, un impazzimento collettivo per il naturale. sulle innumerevoli biciclette c’è l’immancabile invito “go green”, un latte macchiato può costare quattro euro e, contrariamente a quanto lo stereotipo suggerirebbe, la città indulge moltissimo alla monnezza: ai primi di gennaio in molte zone della città si stendevano tappeti di botti esplosi e vuoti di bottiglie di vodka, ma anche resti diversi certamente presenti da giorni.

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breakfast da tante emma, con la luce cupa

anche nei locali delle zone “alternative”, come kreuzberg, proprietari e dipendenti sono poco inclini al sorriso. c’è qualcosa che tiene a distanza, e non è di certo la lingua.

btyfa eccezione, in falckensteinstrasse 17 (sempre kreuzberg), eigenzeit, un bel bistrot la cui proprietaria è affabile e autenticamente gentile. nel piatto del breakfast, davvero delizioso, c’erano:

due panini freschissimi;

due tipi di formaggi, di cui a foggia di garofano;

burro;

marmellata;

pomodoro affettato;

fette sottilissime di zucchina;

un ciuffo di rosmarino;

un alchechengio alchechengi.jpeg,

completati da un ottimo caffè e da una benevola incursione della signora volta ad assicurarsi che tutto andasse per il meglio.

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bdr

bty

btyla monumentalità di certe zone della città non richiama né grandeur né orgoglio municipale. a berlino, praticamente in ogni bar o ristorante o luogo di ristoro, le candele sono accese a qualunque ora, come in un memoriale permanente. le luci sono prevalentemente fioche, il che contribuisce a una certa qual aria di cupezza.

bdr

bty

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unica graditissima eccezione, il ramones cafè, un luogo apparentemente truce dove ti servono però chai latte e torta alla banana e ciliegia, e il tatuatissimo efebo /barista ti serve con una timida gentilezza che ti spingerebbe a baciarlo in fronte.

berlino è una bella cosa che difficilmente farò ancora.

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i 275 anni della staastsoper berlin

appendice: cose berlinesi sparse

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louis eysen, la madre dell’artista, 1877. opera conservata nella alte national galerie. bella, la libreria, no?

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lo strepitoso segantini della alte national galerie: il rosa del cielo vale l’intera visita, non esagero

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e come chiamare altrimenti un caffè?

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nei dintorni della berlinische galerie

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all’ingresso della berlinische galerie

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alla berlinische c’era una gigantesca retrospettiva di jeanne mammen, pittrice e illustratrice invisa al regime nazista

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ancora jeanne e, qui sotto, un suo puntuto autoritratto

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hummus and friends in oranienburgerstraße 27, quartiere ebraico

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hummus and friends, interno con luce cuoriforme

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conrad ripara, in köpenicker strasse

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dismorfismi gravi in brückenstrasse

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jüdisches museum


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Le vite ricche. Una tesi, un convegno che la discute e un frammento di vita. Diversi tipi di autobiografie ebraiche

7f03db85b25Nell’Enigma dell’ebraico nel Rinascimento, l’autore Giulio Busi sostiene la relativa rarità del genere autobiografico in ambito ebraico e ne data gli esordi al Quattrocento, dopo averci fornito nella Premessa le coordinate necessarie per comprendere la natura e lo svolgimento dei rapporti tra cristiani ed ebrei nel farsi della cultura rinascimentale.

“Nell’incontro quattrocentesco tra erudizione cristiana e giudaismo vi fu molto di immaginario. Avvicinandosi per la prima volta a una tradizione quasi sconosciuta, gli umanisti ne fraintesero spesso la cronologia e ne travisarono il senso. Nel nuovo poi, ovvero nella curiosità filologica per un sapere ignoto, restava molto del vecchio, vale a dire della teologia, che per tutto il medioevo aveva visto gli ebrei come antagonisti religiosi, da convincere dei propri errori e, se possibile, da convertire alla vera fede. Tuttavia è indiscutibile che l’approccio di alcuni umanisti verso la tradizione giudaica abbia davvero rappresentato l’inizio di una rivoluzione culturale. Una volta scoperti, i testi ebraici contribuirono in maniera determinante ad allargare il canone della sapienza occidentale e a trasformare il concetto stesso di gerarchia dei saperi. […] Si sarebbe tentati di dire che se la mistica ebraica non fosse esistita la si sarebbe dovuta inventare, tanto promettente era la sfida intellettuale posta da quella nuova disciplina. In effetti, parecchio s’inventò, in quegli anni, ma molto altro fu davvero traghettato dalle sponde giudaiche a quelle della lingua latina. […]

Sebbene dovesse di necessità giungere a un esito cristiano, il metodo umanistico non ebbe di fatto un rigido ordine gerarchico ma mise le varie tradizioni sullo stesso piano, traendo ispirazione da ciascuna di esse secondo le esigenze del discorso metaforico. Ed è in questo contesto che va inserito l’impiego della cultura ebraica in età rinascimentale: non certo come elemento esclusivo, che dominasse da solo la scena, bensì come voce tra le molte della nuova lingua simbolica che gli umanisti andavano formando. […] Se dunque, da un lato, i temi giudaici vennero decontestualizzati e persero la coerenza che avevano nelle fonti originali, dall’altro l’accostamento con le corrispondenti icone del pensiero greco e latino fornì alle immagini verbali dell’ebraico un rilievo inatteso, accentuandone le possibilità espressive e, soprattutto, inserendole in un procedimento con forte impronta estetica. […] Relazioni dirette tra dotti cristiani ed ebrei erano esistite anche nei secoli precedenti, ma fu col Quattrocento che la frequentazione si sostituì sempre più spesso alla semplice conoscenza libresca. È naturalmente impossibile dimenticare che il rapporto era asimmetrico, giacché i cristiani potevano farsi forza della loro superiorità maggioritaria mentre agli ebrei toccavano i panni scomodi di minoranza, spesso a malapena tollerata, se non apertamente discriminata. Eppure, nonostante questo squilibrio, la novità del Rinascimento fu innanzitutto antropologica. Il giudaismo che si riversava nei libri e nell’arte italiana derivava in gran parte da contatti personali, da diatribe, certo, ma anche da relazioni che riuscivano talvolta a sconfinare nell’amicizia.

L’aumentare delle occasioni di contatto andò di pari passo con l’ingresso di nuovi attori nel mondo della cultura. Col Quattrocento, infatti, l’interesse per l’ebraico uscì dal chiuso dei conventi e delle istituzioni ecclesiastiche e cominciò a diffondersi tra i laici. […] Non vi è peraltro motivo di negare, come talora avviene, la diffusione di modelli rinascimentali tra gli ebrei. Particolarmente in Italia, la cultura ebraica subì una notevole influenza, che portò alla produzione di abbondanti frutti espressivi, dotati di caratteristiche che li distinguono dalle altre opere della letteratura giudaica. […]

Al Rinascimento risalgono […] alcuni significativi saggi di un genere che tra gli ebrei non ebbe mai numerosi cultori, ovvero l’autobiografia. In età medievale si contano pochissimi scritti autobiografici di autori ebrei, e sui motivi di questa scarsità resta ancora da far luce, se mai sia possibile farla. Basterà osservare qui, en passant, che al giudaismo mancò del tutto quell’importante modello d’introspezione psicologica rappresentato per il mondo cristiano dalle Confessiones di Agostino, così come fu estranea alla religione ebraica la pratica della confessione, che è stata a ragione posta all’origine di un certo tipo di autobiografia tardomedievale.”

Giulio Busi, L’enigma dell’ebraico nel Rinascimento, Nino Aragno Editore, Torino 2007b7423

Il libro di Busi è del 2007, e nel frattempo gli studi sono andati avanti. E così in “Autobiografia ebraica: identità e narrazione”, convegno internazionale previsto per il 13 e 14 novembre alla Statale di Milano, il primo relatore, Rav Alfonso Arbib, terrà una relazione intitolata Spunti autobiografici nella Bibbia, cui seguirà quella di Francesca Calabi, che parla di immagine di sé in relazione a Flavio Giuseppe, lo storico nato nel 37 e.v. La pratica autobiografica, sia pure in nuce, viene quindi antedatata; il convegno proseguirà con

Michael Ryzhik

Iggeret Levanon di R. Mordekhay Dato: tra autobiografia e Kabbalà nel Tardo Cinquecento

Maria Modena Mayer

Hayyè Yehudà di Leon Modena: la prima autobiografia di un ebreo italiano e il suo linguaggio

Erica Baricci

Vite da copisti. Scorci autobiografici nei colophon di alcuni manoscritti ebraici

Anna Linda Callow

Autobiografie filosofiche: Salomon Maimon e Jacques Derrida

Bruno Falcetto

Memoria/pre-visione/identità. “Storie naturali”: la seconda opera prima di Levi

Claudia Rosenzweig

Le avventure di un “vecchio filologo”. Per curiosità di Cesare Segre

Silvia Vegetti Finzi

Una bambina senza stella

Carlo Riva

Dalla storia alla memoria, all’immaginazione: raccontare l’indescrivibile

Anna Chiarloni

“Das gute Leben oder Von der Fröhlichkeit im Schrecken”. L’opera autobiografica di Fred Wander

Maria Luisa Bignami

Stefan Heym: l’uomo che attraversa un secolo

Daniela Nelva

“Nachruf”. Il caso di Stefan Heym

Serena Spazzarini

La “Novella degli scacchi” di Stefan Zweig: tra racconto (auto)biografico e adattamento cinematografico

e, il 14 novembre, con

Luisa Levi D’Ancona

Dimensioni dello spazio nelle memorie di Jane Oulman Bensaude: fonte e rappresentazione

Fiorella Bassan

Charlotte Salomon. Un’autobiografia per immagini

Carlo Pagetti

Raccontare l’abisso: il Diario di Etty Hillesum

Mariangela Doglio

Il diario di Anna Frank: analisi della prima realizzazione scenica in Italia

Andrea Meregalli

La scrittura come ricerca di identità. Testi autobiografici di Zenia Larsson

Dinorah Cossío

¿Cómo se articulan los recuerdos? La recuperación de la memoria judía a través del género autobiográfico

Camilla Cattarulla

Una scienziata in Argentina: Eugenia Sacerdote de Lustig e le reti transnazionali degli ebrei italiani esiliati dopo le Leggi razziali

Emilia Perassi

Margo Glantz: l’esercizio autobiografico

Alessia Cassani

Nascere e morire ad ogni parola. Letra a Antonio Saura di Marcel Cohen

Jole Morgante

Contro l’irreversibilità della Storia: W ou le souvenir d’enfance di Georges Perec

Eleonora Sparvoli

La vera vita è la letteratura: il romanzo proustiano come autobiografia dell’io profondo

Marco Castellari

Peter Weiss e il problema di un’autobiografia ebraica

Yaniv Hagbi

The Unpronounced pronounced Name: Agnon’s Poetical Use of his Name

Sara Ferrari

Ritratto del poeta da giovane: Ha-Ḥayim Ke-Mašal di Pinḥas Sadehaaaaaa

Intanto, ai giorni nostri, il genere autobiografico specificamente ebraico si è diffuso, anche al di là dei canali editoriali ufficiali: molti sono gli ebrei che decidono di affidare le loro storie personali, spessissimo intrecciate con la Storia, alle pagine di un libro, che confezionano e pubblicano variamente.

Chi scrive ha avuto il privilegio di leggere in anteprima un racconto che, iniziato in un paesino rumeno sotto l’occupazione russa, ha portato il suo protagonista in Israele, poco più tardi degli entusiasmanti inizi del paese, e poi in Italia, dove si è creata e consolidata la sua vita familiare. Il titolo, una sintesi fulminante dell’importanza che la cultura ha avuto nella vita della famiglia dell’autore, è una felicissima citazione, virata al maschile filiale, da una frase spesso pronunciata dalla madre del protagonista: Non voglio morire stupido.

A Josef Oskar, cresciuto negli anni cinquanta, la famiglia ha trasmesso, oltre a un amore per il sapere che gli ha regalato una curiosità permanente, esempi ben lontani dallo stereotipo dell’ebreo-vittima, che hanno generato la consapevolezza di avere una bella storia da raccontare: quando il padre ascoltava Kol Israel, radio che trasmetteva da Israele, il suo viso era “raggiante e io prendevo coscienza per la prima volta nella mia vita di una cosa straordinaria: sulla faccia della terra c’era un posto chiamato Israele, dove gli ebrei vivevano liberi ed erano padroni del proprio destino ed avevano un esercito in grado di combattere. Combattere, eccome!”. Sovverte il luogo comune anche un comico episodio in cui si narra di un uomo violento, marito di una vicina di casa appena uscito di galera, che incontra il proprio destino per mano del signor Oskar padre: “E così, dopo qualche settimana di buona condotta, il marito di Maria rientrò tristemente nei ranghi dandosi all’alcol. Ma la nostra vicina, che aveva vissuto tranquilla per troppi anni da sola, non aveva nessuna voglia di fare la fine delle altre sciagurate connazionali: alle prime avvisaglie lo mandò via di casa. Tuttavia una sera, sul tardi, incapace di rassegnarsi, l’ubriacone venne di fronte a casa e cominciò a schiamazzare dalla strada, gettando pietre e rompendo la finestra della nostra vicina. Tutto il vicinato si svegliò e prese a seguire l’evolversi degli eventi. Quando le cose presero una brutta piega, mia madre chiese ad alta voce alla signora Maria se tutto andasse bene. Questo scatenò le ire del marito, il quale si mise ad inveire contro mia madre dandole della sporca ebrea. A questo punto mio padre non poté più restare con le mani in mano, si vestì e uscì in strada. Il lettore ancora non sa, e non lo sapeva nemmeno il malcapitato, che mio padre era arbitro nazionale di pugilato, sport che coltivava sin da ragazzo, tanto da essersi rotto il naso in un allenamento. Il vicinato assistette, ammutolito, alla scena in cui un ebreo faceva a pezzi un “rumeno”. Per mio padre fu un gioco da ragazzi demolire quell’uomo, per di più ubriaco fradicio.

Al marito di Maria, completamente distrutto, non restò altro che andarsene per non farsi vedere mai più. Il giorno dopo la nostra vicina ringraziò mio padre per averla liberata da un simile peso. Lui si incaricò pure della spesa per la riparazione del vetro rotto, dato che lei non aveva molti soldi. E così la vita riprese il suo andamento tranquillo […].cop jossi

Seguiamo così il filo ideale dell’autobiografia ebraica, che dalla Bibbia di cui ci parlerà rav Arbib durante il convegno si è dipanato sino al Rinascimento – fecondato dall’incontro fra cultura cristiana e cultura ebraica – ed è arrivato a tessere le ormai tante autobiografie di ebrei: nessuno morirà stupido.


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postcard from ferrara

dove praticando la flânerie si approda nel paese delle biciclette, vi si scopre una sorprendente penuria di librerie e si va a finire a cabot cove

IMG_20171026_181223.jpgferrara la dolce

a vederla dall’esterno sembra la capitale della tranquillità. ritmi pacifici, la maggioranza dei negozi chiusi durante l’ora di pranzo, strade di media lunghezza con perpendicolarine color cotto (a ferrara, in effetti, è quasi tutto color cotto), perlopiù suggestive e quasi tutte solitarie.

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piazza trento e trieste; sul fondo, palazzo san crispino, sede della libreria ibs+libraccio

se si passeggia verso il tramonto nei pressi di piazza trento e trieste, in pieno centro, andando verso via mazzini, nella zona della virtuale zona ebraica ferrarese – dall’esterno è persino difficile accorgersi della presenza della sinagoga, che invece c’è, anzi ci sono e sono tre: l’oratorio fanese, oggi utilizzato per i riti, l’ex tempio italiano e l’ex tempio tedesco – si viene colti da una sorta di nostalgia di medioevo, da un senso di attesa per qualcosa che non arriverà.IMG_20171026_171702.jpg

 

IMG_20171026_171654.jpgIMG_20171026_171722.jpga ferrara può capitare di assistere a uno scambio di saluti lunghissimo, con i salutanti che parlano mentre camminano in direzioni opposte, ad alta voce, e le parole, vieppiù attutite nella scia dei passi che si allontanano, non perdono un grammo d’affetto, e sono molte, non sfumano nella distrazione, buonasera, buonasera, come sta, non c’è male, ma la mamma poi si è ripresa, sì, ringraziando il cielo, allora me la saluti, certo, non mancherò, arrivederci, arrivederci. una delle parole più belle che conosca, bonomia, benevola e rotonda, sovrintende alla città come sua cifra: tu chiedi un’informazione e una signora ti mette una mano sulla spalla mentre ti dà le indicazioni di cui hai bisogno; vai a palazzo bonacossi e la signora paola nascosi ti accoglie con grande gioia, ti riempie di notizie e dépliant, ti offre “una caramellina” che sta con le sue compagne in un cestino a disposizione del visitatore. finita la visita, paola ti viene incontro e ti chiede se hai bisogno del bagno, perché, dice in tono complice, “serve anche quello”. un’ospitalità squisita.

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palazzo bonacossi, serie di erme in marmo rosso. il quattrocentesco palazzo ospita il museo riminaldi, raccolta di arredi, bronzi, dipinti composta dal cardinale gian maria riminaldi (1718-1789)

 

 

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la manina paffuta del genio della forza

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bottega romana, litoteca, vii secolo

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il collezionista

purtroppo dopo il terremoto del 2012 le sale visitabili di palazzo schifanoia si sono ridotte a due, quella dei mesi e quella degli stucchi con il refuso. c’è di buono che a schifanoia e a bonacossi si accede con un unico, economicissimo biglietto.schifa + bona tickets.jpg

 

IMG_20171027_105830.jpgIMG_20171027_110512.jpgferrara offre cappelletti e cappellacci ovunque, e i negozi sono pieni di zucche: qui lo spirito di halloween deve entrare con grande naturalezza, favorito dall’abbondanza di cucurbitacee, dalla morbida tenebrosità post-crepuscolo e da quell’impressione di scarso popolamento che rende ovattata la città.IMG_20171026_145547.jpg

 

IMG_20171026_150045.jpgIMG_20171026_145815.jpgIMG_20171026_182402.jpgil castello, con le acque vive che lo circondano, è tutt’altro che imponente, come del resto gli altri edifici cittadini. tutto concorre alla costruzione dell’abusata espressione “a misura d’uomo”. e a proposito di luoghi comuni, è proprio vero che il mezzo di locomozione preferito, e usatissimo, dei ferraresi è la bicicletta. IMG_20171026_162340.jpg

IMG_20171027_115039.jpgIMG_20171027_115047.jpgquesto strumento, contrariamente a quanto accade a milano, si inserisce con grande naturalezza nel contesto cittadino; se a milano le piste ciclabili sono raccogliticce, collocate maldestramente dove si è potuto, e i ciclisti ­– con quella loro eterna aria di parvenus convinti di essere salvatori della terra – mal si accordano al circostante, a ferrara i velocipedisti sfrecciano con splendida spontaneità sostanziata da una lunga tradizione. la riprova è che a ferrara le biciclette con gli imbarazzanti cestini decorati con finte verzure semplicemente non esistono. le signore mettono a posto le catene in autonomia, indossando piumini invece che manti in lana cotta, e non esistono negozi fighetti sull’esempio dell’upcycle milano bike café.

e che dire dei writers ferraresi? la città è talmente poco metropolitana che, almeno in centro, scrivono solo sulle pattumiere: un altro atteggiamento virtuoso che contribuisce alla bellezza, e salva da scempi di imbecilli che non sono banksy ed eiaculano (precocemente) le proprie letterine ovunque gliene colga l’uzzolo.IMG_20171027_114941.jpg

IMG_20171027_135751.jpge le librerie? sono pochissime e poco degne di nota, hélas, a parte l’ibs+libraccio di piazza trento e trieste, nobilmente collocata nel palazzo san crispino dopo che l’architetto paolo arveda, come recita un opuscolo in distribuzione presso la stessa libreria, dopo i diversi progetti dei suoi predecessori, propose “un nuovo progetto complessivo per i piani della Loggia, maggiormente adeguato alle sopraggiunte esigenze legate all’insediamento della libreria, oggi ibs+libraccio”. e all’interno del porticato di san crispino, dal 1770 al 1836, risiedette “la reale”, corpo di guardia al ghetto ebraico, che comincia proprio in quel punto per inoltrarsi verso via mazzini.

in assenza di adeguati competitor, la libreria in città fa la parte del leone: è ampia, propone presentazioni al ritmo di un paio alla settimana ed esercita un sostanziale predominio, forse anche per un’offerta generosa che la vede aperta fino alle 23:30 nel fine settimana e per la possibilità di trovarvi nuovo, usato, qualche prima edizione e anche una scelta di ebook. il 4 novembre, per ora programmati fino al 25, comincia una serie di incontri intitolata “libraio per un giorno”, nel corso dei quali, leggiamo, il relatore “racconterà ai presenti il suo bagaglio di letture con auto-ironia e spontaneità: i classici che lo hanno formato, ma di più, i titoli che non abbandonano il suo comodino la notte, dai quali non si separa mai”.

dopo una rapida visita a palazzo diamanti, i cui diamanti non si vedono poiché è in restauro, mrs. cosedalibri ha raggiunto luoghi più defilati, svoltando a sinistra e camminando fino a via delle vigne, al fondo alla quale si trova il cimitero ebraico della città, l’antico orto degli ebrei compreso nella rinascimentale addizione erculea.IMG_20171027_132147.jpgper entrare in questo verdeggiante giardino dell’aldilà bisogna suonare un campanello: un atto banale, che nel silenzio e nella solitudine perfetti di quel tratto finale di strada, prima dei campi, si ha quasi paura di compiere. ad aprire è una gentile custode ottantenne, che dopo avermi salutata e invitata a firmare il registro dei visitatori mi riferisce, per scusarsi del ritardo nel rispondere, “stavo guardando la signora in giallo ma poi mi sono addormentata. ecco, esca da questa porta. la tomba di bassani è alla sua destra alla fine del muro. è in bronzo, non può sbagliare”.IMG_20171027_133209.jpg

IMG_20171027_133139.jpgbassani è onorato con un piccolo monumento di arnaldo pomodoro posto all’interno di un semicerchio. così lo scrittore descrive il cimitero in cui riposerà, nel giardino dei finzi-contini, riflettendo sul destino di coloro che non vi sono sepolti: “Io riandavo con la memoria agli anni della mia prima giovinezza e a Ferrara, e al cimitero ebraico posto in fondo a via Montebello. Rivedevo i grandi prati sparsi di alberi, le lapidi e i cippi raccolti più fittamente lungo i muri di cinta e di divisione e, come se l’avessi addirittura davanti agli occhi, la tomba monumentale dei Finzi-Contini. E mi si stringeva come non mai il cuore al pensiero che in quella tomba uno solo l’avesse ottenuto, questo riposo. Infatti non vi è stato sepolto che Alberto, il figlio maggiore, morto nel ‘42 di un linfogranuloma; mentre Micòl, la figlia secondogenita, e il padre professor Ermanno, e la madre signora Olga, e la signora Regina, la vecchissima madre paralitica della signora Olga, deportati tutti in Germania nell’autunno del ‘43, chissà se hanno trovato una sepoltura qualsiasi”.

lapidi e scritte, nell’orto degli ebrei, sono tra le più varie. alcune minuscole, dav

alcune riportanti le semplici iniziali del defunto,dig

alcune assai commoventi nelle loro manifestazioni di affetto da parte dei congiunti.

dav

nora era una bella persona

 

 

dav

le favole non finiscono mai

soffermarsi è stato molto bello. l’erba era intrisa di rugiada, nonostante splendesse il sole. molte tra le lapidi più vecchie andavano completando il loro processo di reintegrazione con la natura, semiaffossate nel suolo e ricoperte di erbe, muschi, foglie secche. un cimitero ad alto tasso di ossianesimo.

 

sdr

davdopo la visita sono rientrata dalla porta per la quale ero uscita e ho cercato la signora, ma nulla: l’ho immaginata negli abissi del sonno, o in quelli di cabot cove, perciò ho aperto la porta principale e l’ho richiusa alle mie spalle senza far rumore. con l’animo colmo di letizia mi sono apprestata a ripartire verso la città della grande editoria, recandomi alla stazione ferroviaria. e la stazione, come è la stazione di ferrara?

Page_1come la maggior parte delle altre, la stazione di ferrara fa schifo, infestata da individui di dubbia reputazione, perdigiorno con preferenza per lo spaccio come metodo di sopravvivenza e atteggiamenti da rapper de noantri. non vengono dagli usa, tuttavia, e non sono kanye west.

ma per fortuna le bellezze di ferrara ancora sopravanzano il degrado:dav

 

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qualche artigiano lavora ancora per la strada;

 

 

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ci sono le finestre di vetro inciso;

 

 

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il linguaggio è affettuoso anche nelle comunicazioni condominiali;

 

 

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i preti portano ancora il cappello modello saturno;

 

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alle poste di viale cavour c’è la sala di scrittura;

 

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savonarola continua a flagellare vizi e tiranni;

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e via delle volte è una piccola meraviglia.


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postcards from lyon 4

dove ci si intenerisce

la grande synagogue di lione è un edificio neobizantino eretto dall’architetto abraham hirsch intorno al 1864. sorge sul quai tilsitt, sulla riva sinistra della saona.

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la grande synagogue vista dal quai fulchiron, in una giornata uggiosa

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la mezuzah della grande synagogue: si prova grande tenerezza per questo oggetto che, in contrasto rispetto alla magnificenza del resto, appare consunto dall’uso e parla di un uso slegato dalla forma e dalla necessità di decoro

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la strana impressione, rispetto alla mezuzah qui sopra, dell’oggetto divelto, non si sa se per vandalismo o cambio della destinazione d’uso, della sinagoga neveh chalom in rue duguesclin, nel terzo arrondissement


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Il Ghetto di Venezia, cinquecento anni

-1Ricevo, e più che volentieri pubblico, il comunicato stampa di Elena Cassarotto di Bollati Boringhieri per la presentazione del libro di Donatella Calabi sul cinquecentenario dell’istituzione del Ghetto di Venezia.

Dopo il comunicato, qualche riga tratta da “Pagine ebraiche” di marzo, in cui si esprimono considerazioni varie sul Ghetto nell’ambito di uno speciale a esso dedicato (interessanti le osservazioni fuori dal coro di Dario Calimani). Buona lettura.

Martedì 29 marzo, alle ore 17 presso l’Ateneo Veneto –

Campo San Fantin 1897 – Venezia

si terrà la presentazione del libro di Donatella Calabi

Venezia e il Ghetto (Bollati Boringhieri).

Intervengono Dario Disegni, Stefano Jesurum e Paolo Rumiz.

Introducono Guido Zucconi e Paolo Gnignati. Sarà presente l’autrice.

 Il 29 marzo 1516 il Senato della Serenissima Repubblica di Venezia deliberò che «per ovviar a tanti desordeni et inconvenienti» gli ebrei di diverse contrade cittadine si trasferissero «uniti» (cioè tutti) nella corte di case site in Ghetto, presso San Girolamo. Il Senato ordinò quell’anno che tutte le case site in Ghetto Novo fossero immediatamente vuotate, e che i giudei vi potessero abitare pagando un affitto maggiorato di un terzo rispetto a quello che i proprietari chiedevano agli affittuari cristiani. Nasceva così il primo «recinto degli ebrei».

«Ghetto»: la parola stessa nasce in questo tempo e in questo luogo. Si trattava in origine del geto de rame, il luogo in cui venivano riversati («gettati», appunto) gli scarti della lavorazione delle fonderie di rame presenti nella zona.

Nel corso dei secoli, e su tutti i continenti, questa parola veneziana sarebbe presto diventata sinonimo di segregazione. Nato come misura di confinamento, il ghetto diviene in breve tempo un luogo effervescente e cosmopolita, che accoglie gli ebrei provenienti dai luoghi più diversi, oltre a rappresentare uno dei centri di commercio fondamentali della Repubblica veneziana. Col tempo si espande, e al nucleo originario del Ghetto Nuovo vengono incorporati prima il Ghetto Vecchio e poi il Ghetto Nuovissimo. La struttura architettonica delle sue case, inusuale per Venezia – con i suoi caseggiati stranamente sviluppati in altezza per far posto al numero crescente di abitanti confinati nel luogo – si intreccia alla vicenda storica, decisamente centrale per l’Italia e per l’Europa. Nel ghetto nascono diverse attività commerciali, ma è il prestito a pegno a rendere il luogo molto frequentato anche dai «gentili», compresi gli alti funzionari della Repubblica, che ricorrono spesso agli ebrei per finanziare le loro imprese commerciali e belliche. Qui sorgono infatti i banchi di pegno (sono tre: il «rosso» – la cui insegna è ancora oggi visibile –, il «verde» e il «nero») dai quali di fatto passerà buona parte del prestito di denaro della potenza lagunare.

Nel ghetto non mancano tuttavia le professioni liberali e la cultura. Avvalendosi di questa variegata comunità ebraica, ad esempio, l’editore Bomberg potrà comporre la prima edizione a stampa del Talmud, rendendo Venezia una delle capitali culturali indiscusse del mondo ebraico e non solo. L’11 luglio 1797 le truppe napoleoniche entrano in Campo di Ghetto, bruciano le porte simbolo della segregazione e aprono il quartiere alla città. Gli ebrei non sono più obbligati a mostrare sugli abiti un segno della loro religione, come era avvenuto fino ad allora. Le cose però non cambiano radicalmente né rapidamente. Il ghetto resta attivo a lungo, ancora centro vitale della vita ebraica, benché gli ebrei col tempo si insedieranno come gli altri cittadini su tutta la città. E siamo al presente. Il Ghetto veneziano è una delle principali mete turistiche in Laguna. Il Cinquecentenario della sua creazione, che cade quest’anno, è destinato a dargli ancora maggiore visibilità, con un’importante mostra a Palazzo Ducale, di cui questo libro costituisce il testo fondante.

La parola «ghetto» è oggi utilizzata continuamente sui quotidiani e dai media, spesso in riferimento a casi di «isolamento» fisico anche molto differenti fra loro, oltre che lontani geograficamente e politicamente. Ripensare oggi, cinquecento anni dopo la sua istituzione, alla lunga storia del primo ghetto – quello veneziano –, alle sue molte contraddizioni, alla sua complessità, al significato di «segregazione» che questo termine è andato man mano assumendo e non ha mai perso (neppure in tempi a noi più vicini) ci pare necessario; e ci costringe a riflettere, per converso, al «cosmopolitismo» che a questa vicenda è strettamente legato. Conoscerla meglio ci porta alla consapevolezza che l’identità ebraica è parte integrante dell’identità europea. Farlo ora, a ventisette anni dalla caduta del muro di Berlino (1889), in un continente libero e riunificato ma incapace di governare le nuove ondate di paura innescate da una quantità abnorme di migranti, può forse contribuire a cogliere la sfida che l’Europa ha di fronte a sé: quella di evitare una nuova stagione di muri di cemento e di barriere di filo spinato, quella di ovviare al pericolo di un mondo costituito da «un arcipelago di ghetti».

Sul Ghetto, dallo speciale sul numero di marzo di “Pagine ebraiche”:

[…] Nonostante Venezia detenga il copyright del Ghetto, diversamente da Roma dove le condizioni di miseria e vessazioni perpetrate dalla Chiesa determinarono anche arretratezza sociale e culturale, nella Comunità lagunare, malgrado la segregazione fisica, persisteca una ricca vita culturale caratterizzata da una forte interazione fra ebrei e ambiente esterno. Quella del ghetto di Venezia è una storia di presa di coscienza di sé anche in relazione all’altro. […] Intellettuali e rabbini, come Leone da Modena (1571-1648), testimoniano come l’appartenenza alla minoranza ebraica imponeva a questa diversità una funzione positiva, in una prospettiva di chi avendo consciamente optato per affermare la propria diversità, si doveva confrontare col problema di difenderla e di darle un senso privo di residui si emarginazione e frustrazione. Basti pensare a come, in questa ottica, Leone da Modena introdusse nella sua accademia di studi religiosi insegnamenti di canto, danza, scrittura e latino cercando una mediazione fra insegnamenti religiosi e cultura “secolare”.

Rav Roberto Della Rocca, direttore Educazione e Cultura Unione Comunità Ebraiche Italiane

[…] Quest’anno il 29 marzo saranno 500 anni dal giorno in cui venne istituito il Ghetto di Venezia. Quali sono i motivi, secondo lei, che ci spingono a ricordare questa ricorrenza?

Gli ebrei hanno sempre considerato la memoria un elemento fondamentale, nei secoli hanno di sicuro ricordato gli eventi positivi e ancor più quelli negativi. Il termine “Zakhor”, ricorda, è un imperativo e tale memoria deve essere scolpita nel nostro cuore. In ogni caso la nascita del Ghetto è un problema esterno al mondo ebraico e non degli ebrei.

Cosa intende dicendo che è più un problema esterno?

È un problema della società civile che dovrebbe interrogarsi sul perché si è deciso di rinchiudere gli ebrei nel Ghetto, di prendere delle persone e di rinchiuderle in un serraglio limitando la loro autonomia.

Intervista di Michael Calimani a Rav Scialom Bahbout, rabbino capo della Comunità ebraica di Venezia

[…] Questo fenomeno di degradazione dell’ebreo che è stato il Ghetto di Venezia non può essere considerato un “meno peggio”; non si possono considerare solo le punte dell’iceberg, le eccellenze culturali di pochi – Elia Levita, Leon Modena, Simone Luzzatto – o le ricchezze di alcuni eletti gruppi familiari. Ricordarsi di loro ed esaltare un’epoca significa dimenticarsi, come fa spesso la storia, le moltitudini che hanno sofferto e patito, che hanno vissuto la loro unica possibilità di vita avvilite nell’abiezione. Ben peggio dei loro contemporanei non ebrei.

Sull’istituzione del ghetto e sulla vita che vi si condusse o sulle acquisizioni culturali che vi ebbero luogo, si possono organizzare convegni e seminari, confronti e dibattiti. Non eventi clamorosi che rischino di essere vissuti, da chi li organizza e da chi ne fruisce, come gioiose apoteosi di una storia che con la realtà ha ben poco a che fare. Quando le porte del Ghetto furono chiuse, non era poi così lontano il ricordo dei tre ebrei di Porto Buffolè che nel 1480 furono condannati e bruciati in piazza San Marco, per il solito presunto omicidio rituale. Non era ancora ghetto, ma era già Ghetto.

Su un gradino dell’Aron haKodesh della Scola Canton, in Ghetto Nuovo, è inciso il ricordo di Mordechai ben Menachem Baldosa, un ebreo assassinato, “scannato come un capretto”, nel 1672. […] Sarebbe bello e appropriato che, nella mente di chi celebrerà con concerti, mostre e rappresentazioni […], ci fosse quell’epigrafe e quell’incidente, a simbolo di tutti i diritti che la storia e la cultura occidentale hanno negato a un intero popolo. E che qualcuno, per i tre di Porto Buffolè, per Mordechai Baldosa e per gli altri di cui forse non ricordiamo e non sappiamo, recitasse un kaddish.

Dario Calimani, anglista

 Il sito dedicato ai cinquecento anni del Ghetto di Venezia è questo.

Qui si trova un bellissimo video animato.

 


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andiamo e moltiplichiamoci

qui annunciammo la creazione di un bookscrossing nel nostro felice condominio (il quale bookcrossing sta andando a gonfie vele): un’iniziativa che ha riscosso grande plauso nel palazzo e nel circondario. ma non solo. un caro amico mi scrive da verona e dice così:

bookcrossing condominiale

e poi mi manda queste:

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riesco a intravedere un wodehouse e un singer (alla corte di mio padre), e direi che quelli del condominio di verona cominciano molto bene.


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incontri postumi sul divano

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modes paulette, vienna, anni trenta. courtesy

 

ieri ho letto due racconti, o per meglio dire una novella e un racconto, senza aver programmato l’accoppiata, ma per una di quelle manifestazioni serendipitarie che spesso occorrono nella vita di un lettore. la novella è lettera di una sconosciuta, testo di stefan zweig con un formidabile incipit:

“Quando di primo mattino il famoso romanziere R. fece ritorno a Vienna da una ritemprante vacanza di tre giorni in montagna e alla stazione comprò un giornale, subito si sovvenne, dando appena una scorsa alla data, che quello era il giorno del suo compleanno.”

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stefan zweig. courtesy

è la narrazione da parte della vittima di un amore invalidante ed esclusivo, ancorché non corrisposto, di una giovane donna che se ne è ammalata ancora bambina.

“Tu trasformasti, tutta intera, la mia vita. Fino allora apatica e mediocre a scuola, divenni d’un tratto la prima della classe, leggevo un’infinità di libri sino a notte fonda perché sapevo che tu amavi i libri […]”.

l’oggetto di questo sentimento bruciante ed esclusivo è uno scrittore adulto, bon vivant e grande sciupafemmine, che la donna osserva e desidera a sua insaputa per tutta la vita, sino a un epilogo straziante. è la storia di un sacrificio terribile, che corrisponde curiosamente a quello di cui vive barbara, il racconto di joseph roth che dà voce alla storia di una ragazza orfana, vedova ventiduenne di un uomo rozzo sposato per volere di uno zio affidatario di professione mercante.

“Il matrimonio […] si svolse in piena regola e secondo le disposizioni, col vestito bianco e il mirto verde, un piccolo e viscido discorso del pastore e un brindisi stentato del mercante di maiali. Il felice falegname ruppe un paio di delicatissimi bicchieri da vino, e gli occhi della moglie del mercante osservarono le sue robuste ossa senza potergli fare niente. Barbara se ne stava là come se si trovasse al matrimonio di un’amica.”

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joseph roth a nizza, anni trenta. courtesy

barbara si innamorerà, ma rinuncerà a risposarsi con un uomo che pure ama per stare vicina al figlio. il quale diventerà un tronfio prelato che si occupa dei casi suoi senza avere la minima idea né minimamente interessarsi dei sentimenti di sua madre, che si avvierà a una fine tristissima degna della vita che ha vissuto.

le storie di stefan e joseph si corrispondono in maniera singolare. entrambe storie di vite sacrificate, si diceva sopra, sono entrambe voci di donne incarnate da un uomo, e la sovrapposizione non si avverte.

nel racconto di stefan avvertiamo l’ostinazione di una passione che arde, vediamo l’io narrante in attesa davanti al palazzo viennese in cui abita il suo amore solo per averne una vista fugace, al freddo o al sole.

nel racconto di joseph assistiamo allo straniamento di una sposa ragazza, al brevissimo guizzo di speranza di felicità causato dalla presenza dell’uomo che le propone una relazione che desidera, vediamo il suo inesorabile ripiegamento nell’unico ruolo di madre.

“Così gli anni passarono in mezzo ai vapori dei panni sporchi. A poco a poco crebbe nell’anima di Barbara un’indifferenza, una torpida stanchezza.”

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stefan e joseph a ostenda, 1936. courtesy

stefan e joseph, entrambi in esilio dalla germania di hitler, furono amici. il primo aiutò economicamente il secondo, che non vendeva libri e beveva volentieri. alla loro profonda amicizia nell’anno appena trascorso ha dedicato un romanzo lo scrittore tedesco volker weidermann, mentre parte del carteggio tra i due scrittori è stata tradotta e pubblicata a settembre 2015 da castelvecchi con il titolo l’amicizia è la vera patria.

ieri stefan e joseph si sono incontrati di nuovo sul mio divano, fugacemente.

stefan zweig, lettera di una sconosciuta, traduzione di ada vigliani, adelphi, milano 2009

joseph roth, barbara, in questa mattina è arrivata una lettera, traduzione di vittoria schweizer, il sole 24 ore, milano 2015 (edizione originale passigli, bagno a ripoli 2012)

un articolo sul “manifesto”

un articolo su “informazione corretta”che ne riprende uno su “repubblica”


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Malamud, la challah e l’uomo di Kiev

green_appleNon leggevo L’uomo di Kiev dai tempi dell’università, perciò da tempo immemorabile. L’ho ripreso in mano per questioni non universitarie e l’ho trovato ancora più bello di quanto non mi fosse apparso allora, con le sue pagine sull’ineluttabilità del destino e sull’assurdità della sofferenza degli incolpevoli.challah-bread-recipe-photo-420-ff0404schooa091

Yakov Bok è ormai rinchiuso in un carcere zarista da un paio di anni, accusato di omicidio rituale e in attesa di processo e nelle più terribili condizioni che si possano immaginare. Verso la fine riceve la visita della moglie Raisl, fuggita dallo shtetl in quanto sterile e per questo sessualmente abbandonata da suo marito (la sua fuga, tra l’altro, è causa della sfortunatissima fuga di Yakov stesso verso Kiev), la quale gli comunica durante il colloquio una cosa importantissima, stanti le condizioni di assoluta privazione del prigioniero: “‘Ti ho portato un po’ di challah, del formaggio e una mela, ma mi hanno fatto lasciare il pacchetto nell’ufficio del direttore’, disse Raisl. “Non dimenticarti di chiederlo.'” Dopodiché della challah, del formaggio e della mela non si fa più parola.

Se Malamud fosse ancora vivo gli chiederei “Bernie, ma perché non hai mai più citato quel prezioso involto?” In un romanzo che è il trionfo del realismo, delle pustole, delle ossa rotte, del bugliolo e dell’umido sulle pareti delle celle? Yakov Bok ha fame da due anni, costretto com’è a separare ratti e scarafaggi dalla zuppa lurida che gli passa il carcere: come è possibile che non pensi più ad andare a ritirare le sue cose dall’ufficio del direttore? O forse questo non sarebbe stato strettamente necessario all’economia del racconto? Anche se il direttore che si rifiuta di consegnare a Yakov ciò che è suo sarebbe stata un’altra rappresentazione magistrale di quel sadismo che permea quasi tutti i russi in scena.

Come spieghiamo, o lettori, questa assenza?

Nota off topic: ho letto la versione italiana dell’Uomo di Kiev pubblicata nel 2014 da minimum fax nella traduzione di Ida Omboni. Corredata da una non memorabile prefazione di Alessandro Piperno, il quale, oltre a non aggiungere nulla alla questione della letteratura ebraica, della letteratura ebraico-americana, a ciò che sappiamo dell’autore Bernard Malamud, nel suo scrittino si serve di parole disinvolte quali “sfiga” (“Per Malamud le cose stanno in modo diverso. La sua fedeltà alla sfiga giudaico-europea è decisamente più salda, sia da un punto di vista emotivo sia da un punto di vista stilistico”, p. 13), che trovo inappropriate se non quando uno sta scrivendo sul proprio blog o a qualche amico suo.


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Trieste, o della gentilezza_feuilleton_due

2 aprile

Dove si visitano chiese di diverse confessioni, si approda a un antico caffè, si visita un museo in compagnia di un rabbino e si finisce la serata in lieti conversari

sannicoloSulla via per la cattedrale di San Giusto, passiamo dalla chiesa greca di San Nicolò, dove ci accoglie un gradevole odore di cera per pavimenti e di pulito.

Nell’edificio rischiarato da sontuose dorature, un uomo fa le pulizie cantando una qualche litania ellenica. Lo spazio centrale è libero e accentua la sensazione di ariosità; i sedili per i fedeli sono disposti su due file laterali.

Fuori dalla chiesa ci aspetta l’autobus numero dieci, che ci porterà ai piedi del colle di San Giusto. Accompagna la salita per via Capitolina, sui due lati della strada, il Parco della Rimembranza.

DSC01452Su pietre carsiche sono incisi i nomi della gente triestina caduta nelle guerre.

DSC01455Lungo la strada incontriamo il Monumento ai Caduti della Grande Guerra Mondiale, bronzi possenti che raffigurano eroi romano-fascisti.

35SGiustoLa cattedrale di San Giusto è una cattedralina con un bellissimo rosone gotico di pietra arenaria.

Trieste_-_Castello_di_San_Giusto

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Veduta di Trieste dagli spalti del castello di San Giusto

Il castello, che sorge di fianco, costruito nel 1363 dai veneziani e modificato nell’assetto attuale dagli austriaci a metà del 1400. Dopo aver visitato il Lapidario tergestino e l’armeria ripartiamo alla volta del Caffè San Marco, collocato in una via che non lascerebbe presagire tanta magnificenza, e invece.

DSC01487Un ambiente pieno di luce, sulle pareti e sul soffitto foglie, fiori e legno di mogano. Pranziamo accanto al tavolo dove viene a scrivere Claudio Magris, al momento occupato da una quartetto di tedesche.

DSC01488I camerieri sono giovani, cortesi, solleciti.

DSC01500È del tutto assente, in questo magnifico caffè restaurato di recente e dotato di una libreria, di un pianoforte, di una saletta per le presentazioni dei libri, quell’insolenza, indolenza e fighettaggine, per fare un esempio, del bar Magenta a Milano, o quell’aria da signora mummificata con il rossetto sbavato propria del pur magnifico caffè Sant’Ambroeus.

sinagoga-triesteCi godiamo il pranzo, la visita, la grande tranquillità del luogo, che confina da un lato con la sinagoga, costruita nei primi anni del Novecento su progetto di Ruggero Berlam. Il tempio è visibile all’interno solo di domenica, pertanto abbiamo dovuto rinunciare al piacere di visitarlo.

Non così per il museo ebraico Carlo e Vera Wagner, appena riaperto al pubblico dopo il suo riordinamento.

DSC01524Ce ne ha aperto le porte rav Ariel Haddad in persona, che ha avuto la gentilezza di mostrarci il percorso. Sulle pareti e nelle teche è illustrata la antica storia degli ebrei di Trieste; in una piccola stanza dedicata alla Shoah, una serie di lettere, documenti, oggetti muti, impaginati nelle teche con rigore, producono una compostezza straniante.

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Eccolo, Bobi

DSC01526Al primo piano un paio di sale dedicate ai personaggi della cultura, tra cui non manca Bobi Bazlen, e poi vetrine dedicate a Saba, Svevo, Tomizza.

La sera si torna al Caffè San Marco per l’aperitivo, immersi in un brano della vita culturale della città: si beve con Rino Lombardi, editore e anima del Museo della Bora; con Stefano Dongetti, autore e attore del Pupkin Kabarett, presente al tavolo con gli altri Pupkin Alessandro Mizzi e Laura Bussani. Passano a salutare scrittori, fumettisti e altri tipi bizzarri. D’altronde, mi riferiscono gli amici, a Trieste per chiamare qualcuno gli si dice “Vieni qui, matto” (non so se valga anche per le signore).

anita pittoni2Si va a cenare da Pepi, dietro piazza dell’Unità, tempio della carne bollita e delle patate in tecia. Accanto al locale Rino mi fa notare una targa dedicata ad Anita Pittoni, su quella che fu la sua casa (qui i documenti del fondo Pittoni). Con Lombardi e Dongetti si passeggia fino al teatro Miela, di fianco al Porto vecchio, che però è chiuso e non si può visitare. Da lì torniamo verso il centro: nella conversazione entrano l’aria pungente della notte, i fantasmi di Svevo, di Joyce e di Angelo Cecchelin, comico di cui non conoscevo l’esistenza e di cui parla Dongetti (a Cecchelin, nel luglio scorso, è stata dedicata una serata a cinquant’anni dalla morte, nell’ambito di LunaticoFestival, con direzione artistica dei Pupkin)

La piazza dell’Unità, gelida e tranquilla, è il luogo ideale per questi conversari. Di recente, in un punto della pavimentazione vicino alla fontana dei Quattro continenti, è stata apposta una targa, la sera illuminata da un apposito raggio di luce, che ricorda il punto da cui nel 1938 Mussolini promulgò le leggi razziali (la “chiara, severa coscienza razziale” che serviva al mantenimento dell’impero).

Il Belcinque mi aspetta, con il suo odore di dolci che aleggia nella cucina, locale dal quale devo transitare prima di arrivare in camera.

[continua]