cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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curiosità_l’impronunciabile

dopo i simboli che avevano sancito l’incomprensibile e l’illeggibile, ecco che arriva l’impronunciabile. buongiorno a tutt*, pretendono di scrivere. dopo l’asterisco, segno grafico che in genere rimanda a qualcosa (ma qui rimanda a femmine, maschi, persone dall’identità fluida, dunque a una qualche vaghezza), ecco lo schwa “ə” (scevà s. m. [dall’ebr. shĕwā, der. di shawniente”]).

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“buongiorno a tutt ə”, perciò: con un singulto finale, con una sensazione di oppressione in gola, con una frustrante consapevolezza di incompiuto.

lo schwa è (anche) appannaggio della lingua dei miei avi, il tarantino: ma non c’è repressione in quegli schwa dialettali. c’è una franca dichiarazione di disappunto, o un esplicito invio a quel paese, o una delusione primitiva di bambino.

lo schwa sostituto del “maschile dilagante” è una brutta pezza, una mano sulla bocca, un’emissione soffocata. non ha nulla di quella felicità indotta dall’agio. secondo il professor pietro maturi dell’università degli studi di napoli federico II coloro che attaccano “[…] [l’asterisco egualitario] dovrebbero proporre soluzioni alternative che vadano nella stessa direzione egualitaria.” io non ho soluzioni alternative, ma lo schwa mi fa ammalare, professore.

eppure lo schwa, un’ipotesi introdotta dalla linguista vera gheno, ha i suoi sostenitori. ad esempio, l’editore toscano effequ, nel cui catalogo gheno figura come autrice, si proclama campione della proposta nella persona di silvia costantino, che in un’intervista rilasciata al “giornale della libreria” così dichiara: “Quando Vera Gheno in Femminili singolari ha proposto l’utilizzo dello schwa (ə) per marcare le forme non binarie, Francesco Quatraro e io abbiamo deciso di comune accordo di modificare le [nostre] norme editoriali, per avvicinarci alla nostra idea di mondo: un posto accessibile, colorato, inclusivo”. così l’editore produce immantinente una borsa in tessuto, uno di quei tristi oggetti su cui spesso sono stampate frasi del genere “io leggo”, “io amo i libri” e altre amenità minoritarie, di solito indossate da individui ambosessi (forse anche di altri sessi) con i capelli unti, o che non vedono un parrucchiere da mesi, o da oscuri redattori editoriali che le usano come portabozze. e di questa borsa effequ fa il veicolo dello schwa.

ecco, effequ aderisce allo schwa, a questa chiave per un mondo accessibile, colorato, inclusivo. nella produzione di questo ineffabile schwa-editore (se è interamente presente sul loro sito), nella collana “rondini” gli autori maschi sono 9 e le femmine 3 (sì, è vero, c’è il collettaneo future, in cui i contributi sono tutti di femmine, ma non vale); nella collana “saggi pop” 7 maschi e 5 femmine; nella collana “illustri” 4 maschi e 2 femmine; nella collana “ricettacoli” una femmina, che in ricette di confine ci presenta “il cibo narrato dalla palestina occupata”, quindi se ne sta in cucina.

poi c’è l’unico libro ospite della collana “fuoricollana”, a cura di un maschio. peraltro, nella collana “saggi pop”, troviamo con viva sorpresa il titolo il tempo non esiste. l’uomo nell’eterno presente.

l’uomo? wtf? e nemmeno uno schwa, un misero asterisco, nulla: è possibile che alla riunione in cui si decideva il titolo silvia costantino fosse assente. insomma, per questa volta niente colori e inclusività. e a questo punto, tout se tient: in effetti, il serioso “giornale della libreria” ha rubricato l’articolo sotto la voce “curiosità”.


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quando il correttore non rimaneva umile

header-1-600x300per i correttori di bozze là fuori (esistete ancora?): c’è stato un tempo in cui in editoria questo ruolo ne accorpava molti altri, compreso quello che adesso chiamiamo content writer. qui sotto traduco velocemente un paio di passi da un bell’articolo del “lapham’s quarterly”, un estratto dal venturo inky fingers di anthony grafton.

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leggete anche la storia di copernico, del suo de revolutionibus e della “prefazione clandestina” di andreas osiander. enjoy.

“[…] A volte i correttori fungevano da intermediari esperti tra un autore e il suo editore. Il correttore sembra rappresentare un nuovo tipo sociale: un fenomeno portato nel mondo dalla stampa e figlio della nuova città dei libri creata nata con la stampa. Sembra evidente che la nuova arte abbia creato nuovi compiti. Il tipografo si trovava a confrontarsi con molti rivali sul mercato. Doveva dimostrare che un particolare prodotto era superiore a quelli dei rivali. Un modo per farlo – come gli stampatori decisero presto – fu evidenziare, nel colophon o, più tardi, sul frontespizio, che il testo era stato corretto da uomini sapienti. […]

[…] I correttori erano figure in un panorama che va scomparendo: un panorama in cui gli autori si aspettavano che gli stampatori – o i loro copisti – migliorassero il lavoro consegnato. In quel mondo molti scrittori immaginavano il proprio lavoro come collaborativo piuttosto che individuale. Per secoli i correttori sono stati l’intermediario tra gli scrittori e i lettori. Sono stati i lontani antenati non solo del filologo moderno, ma anche dell’editore moderno, che tanto ha fatto per plasmare il lavoro di scrittori importanti. Molte robuste linee di continuità percorrono la millenaria storia dell’autorialità e dell’editoria. […] un punto è chiaro. Ogni volta che gli autori si arrabbiano con i copyeditor, i professori, i redattori o gli agenti – e ogni volta che i redattori si lamentano quando gli autori non apprezzano il loro lavoro – ripropongono uno scenario profondamente radicato nella tradizione classica. […]”


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libri ambientati, shabby chic

tutto è cominciato con lo shabby chic. con quello stile rappresentato da pannelli di legno fintamente scoloriti dal salmastro, accompagnato da conchiglie, spago, merletti, una tazza di caffè/tè, che dovrebbero rimandare a una calda atmosfera di campagna eccetera.

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poi sono arrivati i blogger e gli instagrammer dotati di senso estetico, cui non basta leggere un libro e recensirlo: essi devono ambientarlo. per qualche motivo l’ambientazione shabby chic prevale, oppure prevale il panorama.

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poi, e questo lascia ancora più sconcertati, sono arrivati gli editori, con il libro ambientato shabby chic o (non so cosa sia peggio) didascalico: conchiglie per il libro estivo, fiori per il libro che parla di essenze eccetera. ed ecco su instagram, su facebook, su twitter, ovunque possa essere pubblicata, una sfilata di volumi che paiono adagiati su scrivanie di femmine adolescenti.

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molto onore, allora, a penguin uk, che per il suo ask again, yes sceglie un sobrio non luogo, uno sfondo bianco e una piccola ombra.

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fly me to the moon_obsolescenza dei tacchi secondo suzy menkes

adidas-stan-smith-j-s74778-s74778-9da tempo mrs. cosedalibri sostiene la necessità e la bellezza, per le ragazze, delle sneakers al posto degli invalidanti tacchi di qualsiasi altezza. adesso questa opinione è confortata dalle osservazioni della sovrana assoluta della moda, quella suzy menkes international editor di “vogue”. suzy le esprime in theorem[a] – the body, emotion + politics in fashion, di filep motwary, di recente uscita presso skira editore in collaborazione con polimoda. l’editor del volume, per ora solo in inglese, è la vostra anna albano, aka mrs. cosedalibri.

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Filep Motwary: Come si collega la società ai vestiti che si sceglie di indossare? Cerchiamo un significato più profondo nell’abbigliamento?

Suzie Menkes: Non credo che la maggior parte delle persone cerchi un significato profondo. La maggior parte delle donne – e anche degli uomini – vuole abiti che si muovano con il corpo. Abbiamo superato l’epoca in cui le donne camminavano in punta di piedi su tacchi altissimi, o in cui gli uomini si infilavano in enormi gilet per apparire intelligenti. Le persone sono andate oltre.

L’abbigliamento semisportivo per le donne ha cambiato tutto. Ora è perfettamente normale andare in ufficio con pantaloni stretch e scarpe da ginnastica. Nelle metropolitane di qualsiasi città dell’Estremo Oriente, o in America, India, Europa, ovunque la gente indossa scarpe da ginnastica perché sono comode. Le scarpe sportive ti permettono di usare l’energia come ti aggrada, non ti rallentano e sono diventate anche simboli di prestigio. Anche stilisti di haute couture come Karl Lagerfeld di Chanel fanno sfilare le sneakers, che in passato si sarebbero indossate solo sui campi da tennis.

Adesso le scarpe sportive sono decorate e rimandano segnali di ogni tipo. Sono diventate cool e la gente ama indossarle. Direi che è successo negli ultimi sette anni, forse anche meno. In questo caso, tuttavia, non parliamo di un significato più profondo, ma di persone convinte che portare il tipo di scarpe che indossano i rapper o le star dello sport dia loro un’identità.

Quando parliamo di significato più profondo nei vestiti – un esempio potrebbero essere le persone che in passato indossavano abiti neri per segnare una morte nella loro famiglia (dopo la morte del marito la regina Vittoria vestì di nero per il resto della vita) –, non riesco a pensare davvero a nulla di simile nell’oggi, a qualcosa che manda un messaggio a tutti gli altri. Ci sono però senz’altro tipi di abbigliamento che esprimono certe caratteristiche. Prada ne è un esempio: i veri seguaci di Prada puntano a dire: “Come Miuccia Prada, apprezzo il lato artistico del mondo.” Ma pochi cercano questa profondità in quello che indossano. La maggioranza cerca soprattutto il comfort.

filep motwary, theorem[a] – the body, emotion + politics in fashion, skira/polimoda, milano 2018, editing a cura di anna albano

 

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suzy menkes con pharrell williams. courtesy


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lupi travestiti da agnelli

giorni fa mi è capitato di ricevere in copia un messaggio e-mail che riguardava un progetti in cui sono coinvolta ma non la parte di mia stretta competenza.

la mail cominciava con la parola “buongiorno”, motivo in sé sufficiente per condannarne l’autore alla gogna. e proseguiva, se possibile peggio, con “avevo chiesto cortesemente” + puntigliosa descrizione di ciò che aveva chiesto e secondo la sua valutazione non ottenuto.

ora io gli chiedo e mi chiedo: stai specificando che hai chiesto cortesemente e quindi ci hai evitato una richiesta scortese, che pure sarebbe stata legittima, vista la nostra supposta inadempienza? quell’avverbio untuoso è una maschera malamente indossata che nasconde le tue zanne da lupo, caro mittente, il tuo cortese, profondissimo desiderio di incazzarti.


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grandangolo_la realtà di ezra tra rappresentazione e iconoclastia

“più in generale, dal punto di vista del pensiero ebraico e dell’atteggiamento che l’artista assume di fronte alla sua opera, si può ancora aggiungere che i maestri hanno guardato con riserva la stessa arte, in quanto l’artista con la sua creatività tende a sentirsi e quasi a sostituirsi a dio.”

scialom bahbout, L’arte nella normativa ebraica, la halakhà, in morasha.it, sezione zehùt

sta simbolicamente qui, nella “riserva” ebraica nei confronti dell’arte, una delle ragioni del titolo di grandangolo, bildungsroman di simone somekh che racconta la parabola di crescita di un giovane ebreo nato nei dintorni di boston in una famiglia di strettissima osservanza – con genitori che “non erano nati né cresciuti religiosi”, ortodossi per scelta tardiva, sempre desiderosi di essere accettati da un ambiente che continua a guardarli con qualche sospetto –, dalla quale a un certo punto della adolescenza si sente soffocato. espulso per aver fotografato una compagna di scuola nel bagno, sceglie non senza difficoltà, aiutato da una zia libera pensatrice, di continuare gli studi in una scuola più liberale. la ribellione di ezra kramer si sostanzia di un lavoro sulle immagini, quelle che scatta con l’adorato apparecchio che ha chiesto in regalo per il suo compleanno, producendo iconografia a mano a mano che in lui si produce l’insurrezione nei confronti dell’autorità. e non è un caso che, come vedremo più avanti, uno degli atti che sanciscono il suo percorso verso la maturità abbia il sapore dell’iconoclastia.

a una domanda sulle donne della sua comunità posta da uno dei nuovi compagni, in piena, dolente riflessione sul suo humus di provenienza, risponde “‘perché, gli uomini haredi possono prendere delle decisioni? […] mi pare che anche loro sappiano fin da piccoli che devono sposarsi e fare figli, e che quella sarà la loro vita’. le donne erano tanto prigioniere del mio mondo quanto lo erano gli uomini.”

e ancora, mentre si dibatte nella contraddizione tra il desiderio di andare e il senso di colpa e di straniamento che avverte a questa idea, “d’un tratto mi resi conto di quanto dovevo sembrare strano visto da fuori: criticavo, ma restavo sempre aggrappato a ciò che mi era stato insegnato da piccolo. pensai che non avrei mai avuto il coraggio di lasciare la mia comunità: l’appartenenza a quel mondo mi scorreva nelle vene. scappare equivaleva a tagliarsele, una ad una, fino a morire dissanguato.”

grandangolo affronta una serie di temi assai dibattuti in ambito ebraico, quali l’esistenza di interpretazioni più o meno rigide dell’ortodossia, la gestione del libero arbitrio, il valore dell’esperienza, l’omosessualità. alla fine ezra vede la propria ribellione stemperarsi di fronte a una normalità professionale fatta anche di compromessi, e decide di andare ad affogare la propria delusione a tel aviv: dove crede di vedere carmi – approdato dai kramer come conseguenza dell’affidamento a diverse famiglie dei numerosi figli della famiglia taub alla morte della madre –, di cui aveva perso le tracce dopo essersi trasferito a new york e per la cui sorte aveva temuto. è un attimo, ma ezra è convinto di averlo visto per davvero; e ricostruendo sguardi e segni cui non aveva dato peso durante il suo breve ritorno a boston per il funerale di sua zia, si rende conto che non può essere stato che il rabbino hirsch, con una decisione ipocrita quanto provvidenziale, a finanziare la fuga dell’amico scopertosi omosessuale da una comunità che gli sarebbe stata ostile per sempre.

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l’attivista transgender abby stein fotografata da benyamin reich, che condivide con il protagonista di grandangolo la passione per la fotografia. anche la sua è una storia interessante

fin qui tutto bene, epperò: un autore di ventun anni (tanti ne aveva somekh all’epoca della stesura del libro) sottopone alla redazione di giuntina un manoscritto tanto interessante quanto tecnicamente acerbo; nel quale, in preda a una legittima ansia di mettere sul piatto istanze e questioni, lo stesso autore spesso fa parlare i suoi personaggi con registri un poco inadeguati. un esempio per tutti, la scena di sensualità ancora innocente in cui il poco più che bambino carmi dialoga con ezra in maniera un po’ troppo forbita, mostrando una capacità di approfondimento forse eccessiva per un ragazzo che non si è mai allontanato dal proprio ambiente: “carmi si distese sul mio letto, accanto a me, e mi strinse forte la spalla. ‘la tua opinione per me conta. la verità però è che sono terrorizzati. hanno così tanta paura di tradire la fede che preferiscono estremizzare ogni azione, devono essere certi di metterla in pratica nel modo più corretto’”. fa sorridere, poi, il commento del newyorkese travon quando vede la manipolazione creativa su alcune immagini di steven meisel fatta da ezra su una rivista (l’atto di iconoclastia cui si faceva cenno più sopra): “‘wow’, esclamò, ‘tanta roba’”, dove quel “tanta roba” sembra una maldestra traduzione dall’inglese in italiano di una locuzione giovanile. così come quando il coinquilino coreano di ezra dice “‘scusate, potete fare silenzio? sono in mezzo a una videoconferenza con seul’”: quella trasposizione senza mediazione dall’inglese “i’m in the middle of” dà conto dell’ambiente internazionale in cui si muove somekh, che probabilmente condiziona il suo italiano, ma anche dell’intervento insufficiente dell’editor sul manoscritto. se c’è un elemento negativo di questo libro, è la poca cura editoriale: si percepisce che il manoscritto è rimasto tale e quale a come è stato consegnato, con tutte le sue ingenuità. e invece i manoscritti dei giovani autori hanno bisogno di attenzione.

9788880577058_0_0_0_75simone somekh, grandangolo, giuntina, firenze 2017, 174 pagine, 15 euro


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una lettera dal paradiso_il natale di giuseppe pontiggia

Giuseppe-Pontiggia

giuseppe pontiggia fotografato da leonardo cendamo. courtesy

le benemerite edizioni interlinea, dirette da roberto cicala, che è anche docente di editoria libraria e multimediale all’università cattolica di milano – qui potete leggere una sua bella intervista sulle intenzioni della casa editrice – pubblicano una lettera dal paradiso – storie di natale, volumetto stagionale di giuseppe pontiggia.

copertina pontiggianon sono storie liete: matrimoni garbatamente malinconici, tradimenti altrettanto garbati, un’agghiacciante racconto sull’avarizia ereditaria, quella travestita da oculatezza e perciò ancora più sgradevole: il protagonista (è il lovati massimo delle vite di uomini non illustri) “assimila in età precoce una famiglia di aggettivi, oculato, parco, previdente, cauto, parsimonioso, equilibrato. acquista all’età di tredici anni da un ricettatore di porta ticinese una bicicletta usata, rivelando di avere risparmiato sui soldi della colazione e di avere prestato piccole somme, all’interesse del 40 per cento, ai compagni di classe. il padre gli posa una mano sulla spalla.”

e poi a natale, tempo di regali, c’è il libro strenna, che “dovrebbe essere il crocevia di aspirazioni molteplici. è cultura per definizione (e con l’accoppiata di ‘pesante ‘bellissimo’ ha un destino sicuro). si potrebbe anche, a titolo di incoraggiamento, citare una frase famosa. ‘non c’è brutto libro da cui non si impari qualcosa’, oggi quanto mai di attualità. costa mediamente poco. meno di una cena al ristorante, concetto pateticamente ripetuto dagli addetti ai lavori, ma sempre meno efficace quanto più si fanno rari quelli che vanno al ristorante; certo è nutrimento più spirituale. poi, argomento supremo per gli avari, è un bene ‘che resta’. lo si può dopo qualche anno rileggere (alcuni riescono addirittura a rileggere senza avere mai letto).”

come scrive fulvio panzeri nella bella introduzione al libro, da una parte pontiggia “evidenzia il carattere spirituale della festa che diventa essenziale, nell’ottica di quel ‘mistero’ che equivale al suo sentire religioso; dall’altro quello del rinnovamento della dimensione ‘umana’, attraverso una diversa consapevolezza dei rapporti familiari e di una solidarietà più profonda; e ancora l’impatto sociale che contempla prima il caos (le settimane prima della vigilia) e poi la quiete dei giorni invernali, tutta da dedicare a un riposo che non è quello convenzionale della vacanza, ma quello più quotidiano di una lettura in grado di soddisfare un bisogno di silenzio e di felicità”.

di sicuro anche i racconti di pontiggia saranno in grado di soddisfare il bisogno di silenzio e di felicità dei loro lettori.

giuseppe pontiggia, una lettera dal paradiso – storie di natale, interlinea, novara 2017, 8 euro molto ben spesi


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Realista, quasi punk_Amedeo Renzini compie cent’anni e va in mostra a Venezia

“Queste storie dipinte sono episodi veri, sono fatti di cronaca e Storia: una storia di operai e contadini, di uomini che non misurano gesti e fatica.

Io ho guardato e capito questa gente e so che essi sono gli uomini migliori, gli attori veri, di una nuova realtà.

Ho dipinto momenti della grande lotta dei contadini poveri e giusti per la conquista della loro terra e di operai che lavorano e difendono le fabbriche. Storie che accadono vicino e che gridano dentro.

Non voglio certo giudicarmi, ma voglio dire che anche io ho vinto una piccola battaglia: contro la paura di fare della cronaca, di essere di ‘cattivo gusto’, di dar fastidio; ho dipinto con libertà e serietà e dedico questo lavoro ai nostri lavoratori che si battono con rivoluzionaria vitalità e profonda giustizia”.

Amedeo Renzini, catalogo della mostra (Venezia, Opera Bevilacqua La Masa,

17-30 luglio 1950), Venezia 1950

amedeo renzini, c 1985

Al centro, Amedeo Renzini, circa 1985

È la dichiarazione di intenti di Amedeo Renzini, pittore nato a Venezia esattamente un secolo fa, l’11 ottobre 1917. Alla sua opera è dedicata una mostra che inaugurerà nella sua città natale il prossimo 15 dicembre, da un progetto delle figlie Anna e Ombra.

Renzini comincia a esporre nel 1949, con un dipinto dedicato a Maria Margotti, mondina uccisa nello stesso anno nel corso di una manifestazione per i diritti dei lavoratori. La cifra iniziale della sua arte è il realismo, e la sua ricerca, come scrive Giovanni Bianchi nel catalogo della ventura esposizione edito da La Toletta di Venezia, “si fonde con l’impegno politico; l’artista è vicino ad Armando Pizzinato e agli altri neorealisti veneziani, come Giovanni Pontini, Ezio Rizzetto, Bepi Longo, Albino Lucatello, Valeria D’Arbela, con i quali espone a Venezia nel 1953 (febbraio-marzo) alla Galleria al Ponte.”

Storia americana, 1976, tecnica mista, 18 x 23 cm

Storia americana, 1976, tecnica mista, 18 x 23 cm

Negli anni una prepotente fantasia e uno spirito indomito guidano Renzini verso esiti che deviano dallo spirito degli esordi. La sua sostanziale inclassificabilità lo tiene lontano dalla critica e dai circuiti ufficiali, cosa di cui l’artista non si duole, come ci dice lui stesso: “Non so fare i salti mortali, neanche a manina con mercanti e critici (il gatto e la volpe di tante storie di pinocchi pittori) e mi succede che da tempo non mi interessano le mostre ufficiali, i concorsi, i grandi premi, o piccoli. Dipingo, non faccio collezione di medaglie.”

Renzini continua il suo viaggio artistico viaggiando, passeggiando, annotando storie dipinte e scritte; il segno incide più profondamente e il colore esplode in opere di rutilante erotismo.

Albero della vita, dettaglio, 1985, grafite e acquarello su carta, 60 x 18 cm

Albero della vita, 1985, particolare, grafite e acquarello su carta, 60 x 18 cm

E a volte la libertà si trasforma in splendido sberleffo, quasi un’anticipazione del punk, un invito ai borghesi:

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  • Amedeo Renzini – Identikit
  • Fondazione Bevilacqua La Masa
  • Palazzetto Tito, Venezia
  • 15 dicembre 2017
  • 21 gennaio 2018
  •  
  • Un progetto di Anna e Ombra Renzini
  • Catalogo della mostra
  • Progetto grafico e impaginazione
  • Matteo Torcinovich
  • Sebastiano Girardi
  • Matteo Rosso
  • Editing
  • Anna Albano