cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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curiosità_l’impronunciabile

dopo i simboli che avevano sancito l’incomprensibile e l’illeggibile, ecco che arriva l’impronunciabile. buongiorno a tutt*, pretendono di scrivere. dopo l’asterisco, segno grafico che in genere rimanda a qualcosa (ma qui rimanda a femmine, maschi, persone dall’identità fluida, dunque a una qualche vaghezza), ecco lo schwa “ə” (scevà s. m. [dall’ebr. shĕwā, der. di shawniente”]).

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“buongiorno a tutt ə”, perciò: con un singulto finale, con una sensazione di oppressione in gola, con una frustrante consapevolezza di incompiuto.

lo schwa è (anche) appannaggio della lingua dei miei avi, il tarantino: ma non c’è repressione in quegli schwa dialettali. c’è una franca dichiarazione di disappunto, o un esplicito invio a quel paese, o una delusione primitiva di bambino.

lo schwa sostituto del “maschile dilagante” è una brutta pezza, una mano sulla bocca, un’emissione soffocata. non ha nulla di quella felicità indotta dall’agio. secondo il professor pietro maturi dell’università degli studi di napoli federico II coloro che attaccano “[…] [l’asterisco egualitario] dovrebbero proporre soluzioni alternative che vadano nella stessa direzione egualitaria.” io non ho soluzioni alternative, ma lo schwa mi fa ammalare, professore.

eppure lo schwa, un’ipotesi introdotta dalla linguista vera gheno, ha i suoi sostenitori. ad esempio, l’editore toscano effequ, nel cui catalogo gheno figura come autrice, si proclama campione della proposta nella persona di silvia costantino, che in un’intervista rilasciata al “giornale della libreria” così dichiara: “Quando Vera Gheno in Femminili singolari ha proposto l’utilizzo dello schwa (ə) per marcare le forme non binarie, Francesco Quatraro e io abbiamo deciso di comune accordo di modificare le [nostre] norme editoriali, per avvicinarci alla nostra idea di mondo: un posto accessibile, colorato, inclusivo”. così l’editore produce immantinente una borsa in tessuto, uno di quei tristi oggetti su cui spesso sono stampate frasi del genere “io leggo”, “io amo i libri” e altre amenità minoritarie, di solito indossate da individui ambosessi (forse anche di altri sessi) con i capelli unti, o che non vedono un parrucchiere da mesi, o da oscuri redattori editoriali che le usano come portabozze. e di questa borsa effequ fa il veicolo dello schwa.

ecco, effequ aderisce allo schwa, a questa chiave per un mondo accessibile, colorato, inclusivo. nella produzione di questo ineffabile schwa-editore (se è interamente presente sul loro sito), nella collana “rondini” gli autori maschi sono 9 e le femmine 3 (sì, è vero, c’è il collettaneo future, in cui i contributi sono tutti di femmine, ma non vale); nella collana “saggi pop” 7 maschi e 5 femmine; nella collana “illustri” 4 maschi e 2 femmine; nella collana “ricettacoli” una femmina, che in ricette di confine ci presenta “il cibo narrato dalla palestina occupata”, quindi se ne sta in cucina.

poi c’è l’unico libro ospite della collana “fuoricollana”, a cura di un maschio. peraltro, nella collana “saggi pop”, troviamo con viva sorpresa il titolo il tempo non esiste. l’uomo nell’eterno presente.

l’uomo? wtf? e nemmeno uno schwa, un misero asterisco, nulla: è possibile che alla riunione in cui si decideva il titolo silvia costantino fosse assente. insomma, per questa volta niente colori e inclusività. e a questo punto, tout se tient: in effetti, il serioso “giornale della libreria” ha rubricato l’articolo sotto la voce “curiosità”.


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quando il correttore non rimaneva umile

header-1-600x300per i correttori di bozze là fuori (esistete ancora?): c’è stato un tempo in cui in editoria questo ruolo ne accorpava molti altri, compreso quello che adesso chiamiamo content writer. qui sotto traduco velocemente un paio di passi da un bell’articolo del “lapham’s quarterly”, un estratto dal venturo inky fingers di anthony grafton.

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leggete anche la storia di copernico, del suo de revolutionibus e della “prefazione clandestina” di andreas osiander. enjoy.

“[…] A volte i correttori fungevano da intermediari esperti tra un autore e il suo editore. Il correttore sembra rappresentare un nuovo tipo sociale: un fenomeno portato nel mondo dalla stampa e figlio della nuova città dei libri creata nata con la stampa. Sembra evidente che la nuova arte abbia creato nuovi compiti. Il tipografo si trovava a confrontarsi con molti rivali sul mercato. Doveva dimostrare che un particolare prodotto era superiore a quelli dei rivali. Un modo per farlo – come gli stampatori decisero presto – fu evidenziare, nel colophon o, più tardi, sul frontespizio, che il testo era stato corretto da uomini sapienti. […]

[…] I correttori erano figure in un panorama che va scomparendo: un panorama in cui gli autori si aspettavano che gli stampatori – o i loro copisti – migliorassero il lavoro consegnato. In quel mondo molti scrittori immaginavano il proprio lavoro come collaborativo piuttosto che individuale. Per secoli i correttori sono stati l’intermediario tra gli scrittori e i lettori. Sono stati i lontani antenati non solo del filologo moderno, ma anche dell’editore moderno, che tanto ha fatto per plasmare il lavoro di scrittori importanti. Molte robuste linee di continuità percorrono la millenaria storia dell’autorialità e dell’editoria. […] un punto è chiaro. Ogni volta che gli autori si arrabbiano con i copyeditor, i professori, i redattori o gli agenti – e ogni volta che i redattori si lamentano quando gli autori non apprezzano il loro lavoro – ripropongono uno scenario profondamente radicato nella tradizione classica. […]”


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libri ambientati, shabby chic

tutto è cominciato con lo shabby chic. con quello stile rappresentato da pannelli di legno fintamente scoloriti dal salmastro, accompagnato da conchiglie, spago, merletti, una tazza di caffè/tè, che dovrebbero rimandare a una calda atmosfera di campagna eccetera.

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poi sono arrivati i blogger e gli instagrammer dotati di senso estetico, cui non basta leggere un libro e recensirlo: essi devono ambientarlo. per qualche motivo l’ambientazione shabby chic prevale, oppure prevale il panorama.

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poi, e questo lascia ancora più sconcertati, sono arrivati gli editori, con il libro ambientato shabby chic o (non so cosa sia peggio) didascalico: conchiglie per il libro estivo, fiori per il libro che parla di essenze eccetera. ed ecco su instagram, su facebook, su twitter, ovunque possa essere pubblicata, una sfilata di volumi che paiono adagiati su scrivanie di femmine adolescenti.

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molto onore, allora, a penguin uk, che per il suo ask again, yes sceglie un sobrio non luogo, uno sfondo bianco e una piccola ombra.

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grandangolo_la realtà di ezra tra rappresentazione e iconoclastia

“più in generale, dal punto di vista del pensiero ebraico e dell’atteggiamento che l’artista assume di fronte alla sua opera, si può ancora aggiungere che i maestri hanno guardato con riserva la stessa arte, in quanto l’artista con la sua creatività tende a sentirsi e quasi a sostituirsi a dio.”

scialom bahbout, L’arte nella normativa ebraica, la halakhà, in morasha.it, sezione zehùt

sta simbolicamente qui, nella “riserva” ebraica nei confronti dell’arte, una delle ragioni del titolo di grandangolo, bildungsroman di simone somekh che racconta la parabola di crescita di un giovane ebreo nato nei dintorni di boston in una famiglia di strettissima osservanza – con genitori che “non erano nati né cresciuti religiosi”, ortodossi per scelta tardiva, sempre desiderosi di essere accettati da un ambiente che continua a guardarli con qualche sospetto –, dalla quale a un certo punto della adolescenza si sente soffocato. espulso per aver fotografato una compagna di scuola nel bagno, sceglie non senza difficoltà, aiutato da una zia libera pensatrice, di continuare gli studi in una scuola più liberale. la ribellione di ezra kramer si sostanzia di un lavoro sulle immagini, quelle che scatta con l’adorato apparecchio che ha chiesto in regalo per il suo compleanno, producendo iconografia a mano a mano che in lui si produce l’insurrezione nei confronti dell’autorità. e non è un caso che, come vedremo più avanti, uno degli atti che sanciscono il suo percorso verso la maturità abbia il sapore dell’iconoclastia.

a una domanda sulle donne della sua comunità posta da uno dei nuovi compagni, in piena, dolente riflessione sul suo humus di provenienza, risponde “‘perché, gli uomini haredi possono prendere delle decisioni? […] mi pare che anche loro sappiano fin da piccoli che devono sposarsi e fare figli, e che quella sarà la loro vita’. le donne erano tanto prigioniere del mio mondo quanto lo erano gli uomini.”

e ancora, mentre si dibatte nella contraddizione tra il desiderio di andare e il senso di colpa e di straniamento che avverte a questa idea, “d’un tratto mi resi conto di quanto dovevo sembrare strano visto da fuori: criticavo, ma restavo sempre aggrappato a ciò che mi era stato insegnato da piccolo. pensai che non avrei mai avuto il coraggio di lasciare la mia comunità: l’appartenenza a quel mondo mi scorreva nelle vene. scappare equivaleva a tagliarsele, una ad una, fino a morire dissanguato.”

grandangolo affronta una serie di temi assai dibattuti in ambito ebraico, quali l’esistenza di interpretazioni più o meno rigide dell’ortodossia, la gestione del libero arbitrio, il valore dell’esperienza, l’omosessualità. alla fine ezra vede la propria ribellione stemperarsi di fronte a una normalità professionale fatta anche di compromessi, e decide di andare ad affogare la propria delusione a tel aviv: dove crede di vedere carmi – approdato dai kramer come conseguenza dell’affidamento a diverse famiglie dei numerosi figli della famiglia taub alla morte della madre –, di cui aveva perso le tracce dopo essersi trasferito a new york e per la cui sorte aveva temuto. è un attimo, ma ezra è convinto di averlo visto per davvero; e ricostruendo sguardi e segni cui non aveva dato peso durante il suo breve ritorno a boston per il funerale di sua zia, si rende conto che non può essere stato che il rabbino hirsch, con una decisione ipocrita quanto provvidenziale, a finanziare la fuga dell’amico scopertosi omosessuale da una comunità che gli sarebbe stata ostile per sempre.

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l’attivista transgender abby stein fotografata da benyamin reich, che condivide con il protagonista di grandangolo la passione per la fotografia. anche la sua è una storia interessante

fin qui tutto bene, epperò: un autore di ventun anni (tanti ne aveva somekh all’epoca della stesura del libro) sottopone alla redazione di giuntina un manoscritto tanto interessante quanto tecnicamente acerbo; nel quale, in preda a una legittima ansia di mettere sul piatto istanze e questioni, lo stesso autore spesso fa parlare i suoi personaggi con registri un poco inadeguati. un esempio per tutti, la scena di sensualità ancora innocente in cui il poco più che bambino carmi dialoga con ezra in maniera un po’ troppo forbita, mostrando una capacità di approfondimento forse eccessiva per un ragazzo che non si è mai allontanato dal proprio ambiente: “carmi si distese sul mio letto, accanto a me, e mi strinse forte la spalla. ‘la tua opinione per me conta. la verità però è che sono terrorizzati. hanno così tanta paura di tradire la fede che preferiscono estremizzare ogni azione, devono essere certi di metterla in pratica nel modo più corretto’”. fa sorridere, poi, il commento del newyorkese travon quando vede la manipolazione creativa su alcune immagini di steven meisel fatta da ezra su una rivista (l’atto di iconoclastia cui si faceva cenno più sopra): “‘wow’, esclamò, ‘tanta roba’”, dove quel “tanta roba” sembra una maldestra traduzione dall’inglese in italiano di una locuzione giovanile. così come quando il coinquilino coreano di ezra dice “‘scusate, potete fare silenzio? sono in mezzo a una videoconferenza con seul’”: quella trasposizione senza mediazione dall’inglese “i’m in the middle of” dà conto dell’ambiente internazionale in cui si muove somekh, che probabilmente condiziona il suo italiano, ma anche dell’intervento insufficiente dell’editor sul manoscritto. se c’è un elemento negativo di questo libro, è la poca cura editoriale: si percepisce che il manoscritto è rimasto tale e quale a come è stato consegnato, con tutte le sue ingenuità. e invece i manoscritti dei giovani autori hanno bisogno di attenzione.

9788880577058_0_0_0_75simone somekh, grandangolo, giuntina, firenze 2017, 174 pagine, 15 euro


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una lettera dal paradiso_il natale di giuseppe pontiggia

Giuseppe-Pontiggia

giuseppe pontiggia fotografato da leonardo cendamo. courtesy

le benemerite edizioni interlinea, dirette da roberto cicala, che è anche docente di editoria libraria e multimediale all’università cattolica di milano – qui potete leggere una sua bella intervista sulle intenzioni della casa editrice – pubblicano una lettera dal paradiso – storie di natale, volumetto stagionale di giuseppe pontiggia.

copertina pontiggianon sono storie liete: matrimoni garbatamente malinconici, tradimenti altrettanto garbati, un’agghiacciante racconto sull’avarizia ereditaria, quella travestita da oculatezza e perciò ancora più sgradevole: il protagonista (è il lovati massimo delle vite di uomini non illustri) “assimila in età precoce una famiglia di aggettivi, oculato, parco, previdente, cauto, parsimonioso, equilibrato. acquista all’età di tredici anni da un ricettatore di porta ticinese una bicicletta usata, rivelando di avere risparmiato sui soldi della colazione e di avere prestato piccole somme, all’interesse del 40 per cento, ai compagni di classe. il padre gli posa una mano sulla spalla.”

e poi a natale, tempo di regali, c’è il libro strenna, che “dovrebbe essere il crocevia di aspirazioni molteplici. è cultura per definizione (e con l’accoppiata di ‘pesante ‘bellissimo’ ha un destino sicuro). si potrebbe anche, a titolo di incoraggiamento, citare una frase famosa. ‘non c’è brutto libro da cui non si impari qualcosa’, oggi quanto mai di attualità. costa mediamente poco. meno di una cena al ristorante, concetto pateticamente ripetuto dagli addetti ai lavori, ma sempre meno efficace quanto più si fanno rari quelli che vanno al ristorante; certo è nutrimento più spirituale. poi, argomento supremo per gli avari, è un bene ‘che resta’. lo si può dopo qualche anno rileggere (alcuni riescono addirittura a rileggere senza avere mai letto).”

come scrive fulvio panzeri nella bella introduzione al libro, da una parte pontiggia “evidenzia il carattere spirituale della festa che diventa essenziale, nell’ottica di quel ‘mistero’ che equivale al suo sentire religioso; dall’altro quello del rinnovamento della dimensione ‘umana’, attraverso una diversa consapevolezza dei rapporti familiari e di una solidarietà più profonda; e ancora l’impatto sociale che contempla prima il caos (le settimane prima della vigilia) e poi la quiete dei giorni invernali, tutta da dedicare a un riposo che non è quello convenzionale della vacanza, ma quello più quotidiano di una lettura in grado di soddisfare un bisogno di silenzio e di felicità”.

di sicuro anche i racconti di pontiggia saranno in grado di soddisfare il bisogno di silenzio e di felicità dei loro lettori.

giuseppe pontiggia, una lettera dal paradiso – storie di natale, interlinea, novara 2017, 8 euro molto ben spesi


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“Montalbano je suis”_i ragazzi del master di editoria del Collegio Santa Caterina pubblicano un (bellissimo) libro sulla traduzione

[…] che senso ha, poniamo, una traduzione delle Metamorfosi di Ovidio in

prosa magiara? Il senso che altrimenti per tutti gli ungheresi che ignorano

il latino le Metamorfosi non esisterebbero per nulla.

Massimo Bocchiola, dall’introduzione al volume

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Del Collegio Universitario Santa Caterina da Siena all’università di Pavia e del suo master di editoria avevamo già parlato agli albori, qui. Le Edizioni Santa Caterina esistevano già e nel frattempo sono cresciute, alimentate dal lavoro svolto ogni anno dagli allievi del master, e con la consulenza dell’editore Interlinea, il cui direttore editoriale è il benemerito Roberto Cicala, docente di editoria libraria alla Cattolica di Milano.

Di recente hanno pubblicato il nono dei Quaderni del Master di Editoria, Echi da Babele. La voce del traduttore nel mondo editoriale, un volume articolato in sei sezioni tematiche – poesia, fantastico, gerghi e dialetti, ragazzi, onirico e narrativa sociale – che si avvale della presentazione di Massimo Bocchiola. Il sommario è ricchissimo – lo pubblichiamo integralmente alla fine del post: Sergio Altieri parla della sua traduzione delle Cronache del ghiaccio e del fuoco (aka Trono di spade) di George R.R. Martin, Anna Jampol’skaja della sua passione per, e conseguente traduzione in russo di, Aldo Palazzeschi (l’ultima fatica è il Codice di Perelà); si affronta la vicenda della revisione e riedizione della saga di Harry Potter del 2011-2014 e si mettono a confronto le due traduzioni di Zazie nel metrò di Franco Fortini e di Viola Cagninelli (godetevi gli specchietti a pagina 158 e pagina 159, che mettono a confronto l’originale, Fortini e Cagninelli su tre colonne).

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Aldo Palazzeschi in costume da gondoliere. Courtesy

Quanto alla traduzione in francese di Andrea Camilleri, il traduttore “Quadruppani decide in primo luogo di utilizzare saltuariamente alcune parole originarie del mezzogiorno francese, ma conosciute in tutto il paese, che diano ‘un parfum de Sud’. È il caso del termine di origine provenzale minot, utilizzato per tradurre picciriddu. Un ulteriore sforzo è quello di evocare, quando possibile, il suono stesso della narrazione camilleriana. Così il pirsona tipico dell’agente Catarella diventa pirsonne e il celebre ‘Montalbano sono’ rimane semplicemente ‘Montalbano je suis’, compiendo una forzatura che per l’orecchio di un francese risulta ben più ardita che per quello di un italiano.”

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Serge Quadruppani, l’inventore di “Montalbano je suis”. Courtesy

Yasmina Melaouah racconta della sua traduzione del ciclo di Malaussène. Da pagina 205 troviamo la rievocazione della scia di sangue che ha portato con sé la traduzione dei Versi satanici di Salman Rushdie, con l’aggressione al coltello dell’italiano Ettore Capriolo, sopravvissuto, l’uccisione del giapponese Itoshi Igarashi e lo scampato attentato all’editore norvegese William Nygaard.

Il volume, confezionato e coordinato molto bene, ha il pregio di contenere molti esempi concreti e di presentarci la viva voce dei traduttori coinvolti: è una lettura consigliabile a chi desidera avvicinarsi al mondo della traduzione, di cui restituisce l’articolazione sfaccettata, ma anche a chi è già professionista, per farsi un’idea del lavoro delle generazioni che stanno arrivando.

AA.VV., Echi da Babele. La voce del traduttore nel mondo editoriale, Edizioni Santa Caterina, Pavia 2016, 280 pagine, 18 euro molto ben spesi

Sommario del volume

TESTI INTRODUTTIVI

Presentazione (Massimo Bocchiola)

Premessa

ECHI DA BABELE

Le lingue del fantastico

Che lingua parla il vento?

Tradurre il fantastico di Damasio: intervista a Claudia Lionetti

(Lorenzo Cetrangolo)

Ice and Fire: le cronache tradotte

George Martin secondo Sergio Altieri

(Francesco Zamboni)

L’ambiguit. dell’ordinario

Maurizio Nati traduce Humpty Dumpty in Oakland di Dick

(Giuseppe Aguanno)

La metrica della traduzione

Riscoprire l’America

Fernanda Pivano e la costruzione di un’antologia

(Elena Folloni)

Emily-Nessuno e la sua Lettera al Mondo

Ricezione e traduzione di Emily Dickinson in Italia

(Maria Ceraso)

Un atto creativo, non imitativo

La traduzione poetica secondo Franco Buffoni

(Anna Travagliati)

La vita accanto

Fabio Pusterla traduttore di Philippe Jaccottet

(Enea Brigatti)

Aldo Palazzeschi in Russia

Tradizione e traduzione: intervista ad Anna Jampol’skaja

(Andrea Papa)

Di fiore in fiore

L’Antologia Palatina tradotta da Salvatore Quasimodo

(Elena Villanova)

Un gioco da ragazzi

Il Piccolo Principe nasce a New York

Storia e fonti di una traduzione in “casa” Bompiani

(Diletta Rostellato)

Le magie della traduzione

La revisione della saga di Harry Potter

(Anna Guerrini)

Rodari a testa in giù

Una traduzione tra creativita editoriale e propositi educativi

(Mattia Gadda)

Le età di Zazie

Zazie nel metrò: due traduzioni a confronto

(Vanessa Nascimbene)

Gerghi e dialetti

Da Vigata a Parigi

Le traduzioni francesi di Andrea Camilleri

(Flavio Mainetti)

Tradurre la lingua dei morti

El llano en llamas, da Juan Rulfo

a Maria Nicola

(Lorenzo Baccari)

Un romanzo, tante voci, mille colori

La traduzione del ciclo di Malaussène di Daniel Pennac

(Rossana Mancini)

Società e narratori

Le identit. di Gomorra

Viaggio alla scoperta delle edizioni straniere

(Anna Chiara Sartorello)

Una traduzione “pericolosa”

I versi satanici di Salman Rushdie

(Giulia Maurelli)

Manuale per una traduzione accelerata

Pensante, Coupland e la traduzione di Generation X

(Giuseppe Musso)

Pagine oniriche

Un romanzo straniero di un autore italiano

Requiem, storia di un’autotraduzione mancata di Tabucchi

(Letizia Spettoli)

Pecore, amore e fantasia

I titoli che hanno lanciato Murakami Haruki in Italia

(Chiara Costa)

L’impresa epica dell’Ulisse di Joyce

Le fatiche e le avventure del Celati traduttore

(Marco Adornetto)

In conclusione

Fate caso al nome del traduttore?

Un’indagine fra i lettori

(Anna Laura Carrus)

INDICI

Indice dei nomi

Indice delle collane e delle case editrici

 


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editori pezzenti vs. editori pop

a me la newton compton mi ha sempre fatto impazzire per il suo catalogo sterminato fatto di cose diverse, molte molto buone, e di tanti libri-guida, come quello che ho comprato oggi su milano.

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perché non si capisce come faccia a mantenere prezzi strepitosi (forse non ha collaboratori e fanno tutto raffaello & famiglia, forse i collaboratori sono pagati una miseria o non lo sono affatto; forse la maggior parte del lavoro, come spesso avviene – per i vivi – è demandato all’autore), ciò che non riesce a case editrici che godono di maggior credito presso certi: la sellerio, con il suo catalogo infinito di refusi (datato, ma ancora memorabile, lo scempio di un bel volume di daria galateria, e un altro su un libro del bravo giuseppe scaraffia; si veda anche qui), o l’attuale einaudi (in particolare stile libero*). eppure queste case editrici “piccole ma di qualità”, vedi per l’appunto sellerio, o voland, o la defunta isbn – queste ultime due non pagatrici conclamate: si veda qui e qui –, sono popolari presso i devoti del libro ben curato, altro che la monnezza mainstream di mondadori o rizzoli. eppure, signori, rizzoli e mondadori i collaboratori ce li hanno e li pagano, perlopiù puntualmente. e mentre so per certo (fonte: traduttori ingaggiati amici miei) che feltrinelli paga 12 euro a cartella per la ritraduzione di un classico della letteratura inglese, so altrettanto per certo che editori dal cuore meno rosso e tradizionalmente meno interessati alla sorte del popolo dei lavoratori pagano i traduttori dai 15 euro in su, con punte di 26 euro (fonte: chi scrive). e so che ho dovuto chiedere non so quante volte, fino alla minaccia, i miei diritti d’autore – spiccioli – a un piccolo editore talmente interessato alle sorti del mondo da distribuire le produzioni eque e solidali di eloísa cartonera, per il bene dei compagni argentini (era un po’ meno interessato alle mie, di sorti).

e so per certo, come tutti coloro i quali lavorano in editoria, che questi pitocchi malpaganti (quelli in malafede, beninteso: parlo solo di quelli) si nascondono spesso dietro la lagna “siamo piccoli, abbiamo molte spese, vendiamo poco, alla feltrinelli fanno le pigne di fabio volo vicino alle casse, non possiamo pagare i collaboratori ma siamo gli alfieri della ricerca e della qualità”.

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giacomo ceruti detto il pitocchetto, il pitocco filosofo

risultato: libri spesso mal curati e pieni di refusi al costo triplo di quelli di newton compton. eppure è proprio da newton compton che potrebbero partire, ad esempio, i genitori desiderosi di allestire in economia una bibliotechina domestica di classici per i loro figli: con questi prezzi le scuse del genere “sì, però i libri costano troppo” sarebbero impossibili.

tornando a noi, triplo urrà per l’editore romano no frills, low cost, spesso veramente utile.

*li metto nel calderone dei refusari, ma per einaudi, che non è un piccolo editore, il discorso è ovviamente diverso e simile a quello generale relativo a molti editori: deprezzamento economico dei professionisti dell’editoria; tendenza a concentrare su una figura singola almeno tre funzioni – lettura, correzione di bozze, revisione; sciatterie invalse per motivi diversi, formazione insufficiente dei nuovi. il tutto, nel caso dell’einaudi, brucia ancora di più se si pensa all’einaudi dei tempi d’oro.


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di norme redazionali, dei quattro di liverpool e del ragazzo di duluth, minnesota

102716265p-03-01le norme redazionali di una casa editrice sono perlopiù il frutto di un lavoro collettivo e generalmente anonimo. generazioni di capiredattori e redattori puntigliosi hanno scritto, rivisto, emendato, aggiornato le regole che distinguono l’una casa editrice dall’altra sul piano delle scelte formali e tipografiche. molto spesso si tratta di meri affari di virgolette, a sergente o caporali, di punteggiatura interna o esterna alle stesse. oppure di d eufoniche, di modi di scrivere le date.

le norme sono generalmente in disuso: certo, può ancora capitare, in specie nelle case editrici di narrativa, che vestali nevrotiche – generalmente provviste di set di borse in stoffa stipate di bozze e di contenitori per alimenti (a mangiare non escono mai) – ti comunichino con occhi spiritati che è assolutamente necessario pubblicare i richiami di nota a esponente e ti raccomandino la massima attenzione al refuso. ciò serve a risparmiare la fase della preparazione tipografica del testo e la sua successiva correzione, un tempo demandata al correttore di bozze. è l’indicazione della casa editrice, cui non possono fare a meno di attenersi.

c’è stato un tempo glorioso in cui le figure al lavoro su un libro erano diverse e distinte, in cui le fasi della preparazione di un testo erano affidate a figure professionali specifiche – chi leggeva per il senso, chi correggeva refusi, provvedeva alle uniformità e vigilava sulla conformità alle norme editoriali, chi fotocomponeva. un tempo ovviamente non replicabile e non applicabile all’oggi: questa è l’epoca dell’ottimizzazione di costi e tempi, della sintesi di diverse professionalità in una figura unica, pagata il meno possibile. ciò comporta il paradossale vantaggio di favorire i più esperti e di penalizzare quelli che stanno imparando: l’editore avveduto tende ovviamente a servirsi di professionisti capaci di muoversi agilmente e velocemente all’interno dei meccanismi di produzione. oppure sceglie di non servirsene affatto, e questo porta alla deludente performance formale di editori eccellenti come sellerio (molti dei suoi libri sono pieni di refusi), o come einaudi, maxime in collane quali “stile libero”.

torniamo alle norme redazionali. di recente ho ritrovato un antico libriccino che raccoglie quelle di un editore milanese, ben compilato e ben impaginato. fa molta tenerezza, perché si conclude con le seguenti parole:

“Se possibile, nel caso in cui si utilizzi un sistema Macintosh si formatti il dischetto in modo che sia leggibile anche da sistemi DOS (Altro – Inizializza…)”.

ma il meglio di sé questa pubblicazioncina lo dà alla voce Corsivo, con due esempi formidabili:

“f) I segni di interpunzione vanno in corsivo solo se parte integrante di un titolo, di una frase o di una parola in corsivo. Es.: Mi mostrò la sua camera: “Non è bella? Legno norvegese!”

[…]bobby copy

h) Le parentesi, i numeri di nota e le virgolette non devono mai essere in corsivo. Es.: …e una dura pioggia cadrà / (“E cosa hai sentito, figlio dagli occhi azzurri”).

chi fu l’anonimo estensore amante dei beatles e di bob dylan?


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Storie di editing. Dall’autopubblicazione alla pubblicazione: il caso L.K. Brass

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Nella primavera del 2013 ricevo una richiesta di valutazione di un manoscritto, proveniente da un autore svizzero-italiano che ha scritto un thriller finanziario destinato all’autopubblicazione su Amazon.

Il testo è corposo (il formato in pdf conta circa 650 pagine), con diverse informazioni tecniche di ostica comprensione per i non avvezzi al mondo della finanza e di descrizioni talvolta non strettamente funzionali all’economia complessiva del racconto.

La fabula, ricca di dettagli e dotata di una sua coerenza interna mantenuta dall’inizio alla fine, coincide di fatto con il suo intreccio: la storia si dipana in ordine cronologico, raccontata in prima persona, e i fatti sono presentati in successione fondamentalmente lineare. La quantità di digressioni e flashback è molto misurata; essi sono affidati esclusivamente alla voce dell’io narrante, che regge il racconto dalla prima all’ultima pagina, mantenendo un punto di vista esclusivo.

Riporto qui sotto qualche osservazione dalla scheda di lettura:

“La vicenda: la famiglia dell’io narrante, il matematico Daniel Martin, è stata sterminata a causa del pericolo rappresentato dalle sue ricerche. Per proteggere Isabel, la figlia sopravvissuta, Daniel decide di dichiararsi morto al mondo e vive cambiando continuamente identità, alla ricerca ossessiva dei colpevoli. Sul suo cammino incrocerà due dirigenti della BCE. Il primo sarà assassinato poiché in possesso di importanti informazioni su episodi di insider trading criminale; la seconda, rapita e salvata da Daniel, braccata poiché ritenuta in possesso delle medesime informazioni, lo accompagnerà per una parte della storia.

La trama secondaria è costituita dalla storia d’amore tra Daniel e Anna, sviluppatasi nell’arco di pochi giorni. Qui bisogna osservare che, da un punto di vista della verosimiglianza, il rapporto tra Daniel e Anna – che ha origine da vicende molto drammatiche quali il rapimento e le torture cui è stata sottoposta la donna, sospettata di essere in possesso di importanti informazioni utili per scoprire chi, nel mondo finanziario, inquina e approfitta della crisi – progredisce un po’ troppo rapidamente verso una confidenza che in genere è propria di relazioni consolidate. Nei dialoghi si rileva una eccessiva familiarità che rende le situazioni un po’ meno credibili. Al di là del grado di confidenza tra Daniel e Anna, infatti, risulta poco verosimile anche la scelta lessicale. I bonari insulti “sciocco” e “cretino”, che in un dialogo tra italiani possono avere un loro senso, risultano un po’ artificiosi sulla bocca di Anna, che è finlandese. In questo caso è consigliabile un minimo di documentazione volta a comprendere quali termini italiani potrebbero rendere efficacemente un modo più nordico di apostrofare […].

Il personaggio Anna Laine

Anna Laine, proiettata da un lavoro prestigioso alla BCE a una clandestinità estrema in compagnia del suo salvatore, passa senza quasi soluzione di continuità dalla prostrazione indotta dalla sua crudele prigionia a un profondo coinvolgimento sentimentale. La sua devozione e l’amore nei confronti di Daniel, dopo un breve periodo iniziale di dubbio, sono totali e incondizionati, con venature di emotività talora eccessive.

Qualche esempio:

Anna piange:

“[…] iniziò a singhiozzare sommessamente, coprendosi il volto con le mani e voltandosi per andarsene. […] ‘Cosa ti hanno fatto… cosa ti hanno fatto… – mi sussurrava dolcemente mentre mi stringeva. – Tu stai piangendo ancora per lei…”

Anna mostra devozione:

“Oh Daniel, non ti chiederò mai più niente. Non preoccuparti per me. Io proteggerò sempre il tuo segreto.”

Anna prega:

“‘Daniel, non essere triste per me. Ricorda il nostro patto’, mormorò Anna. ‘Non sentirti costretto a far niente che ti possa sembrare una minaccia per qualcuno. Io ti amerò sempre lo stesso.’

Mi diede un ultimo fuggevole bacio e di colpo la sua espressione diventò decisa. Mi voltò le spalle e si avviò lungo il corridoio.

‘Pregherò per te, Daniel!’ riuscii ad udire.”

Nel personaggio di Anna andrebbe temperato l’eccessivo contrasto che si avverte, soprattutto dal punto di vista della scelta lessicale, tra la sua figura come professionista giunta a un alto livello e quella privata, un po’ troppo incline all’emotività. È evidente che quest’ultima caratteristica è funzionale all’aspetto protettivo del carattere Daniel, tuttavia rendendo un po’ più complessa la personalità di Anna si aggiungerebbe forse una tensione più profonda al rapporto tra i due.[…]

Dal punto di vista dell’uso della lingua, data l’origine dell’autore, in molti punti il testo avrebbe bisogno di una “risciacquatura in Arno”. Si leggono qua e là termini ed espressioni che non trovano riscontro nell’uso normale dell’italiano, e che andrebbero emendati in vista di una eventuale pubblicazione. […]

Parti pleonastiche

Ci sono alcuni punti in cui alcune descrizioni, osservazioni, precisazioni, si potrebbero eliminare senza pregiudizio per il testo; in alcuni casi qualche piccolo taglio migliorerebbe nel lettore la tensione e il senso di aspettativa.”

Eccetera eccetera.

Sulla scorta del mio e di altri pareri paralleli, l’autore rimaneggia e accorcia il testo.

Language-Editing

“La sua scheda mi è servita moltissimo nel rivedere e ricostruire il manoscritto originale”, mi comunica. “Penso sia importante far capire agli autori intenzionati ad autopubblicarsi che hanno una responsabilità nei confronti dei lettori: la qualità.

Senza l’aiuto di un professionista non possono andare molto lontano.

Sono in primo luogo un lettore e ne sono ben cosciente. […]

Ho quasi ricostruito il romanzo, portandolo dalle 650 pagine che aveva letto lei a circa 450.

Solo a questo punto ho fatto fare l’editing […].

Ero già convinto dell’importanza di questo passo e il risultato me l’ha confermato. Come se non bastasse, ho anche imparato molto dal lavoro fatto dalla mia editor, che ha sudato non poco a farmi passare dalle 450 pagine alle 350 finali, senza perdere un solo episodio della trama. […]

Non è un caso se fra i ringraziamenti dei grandi autori ci sia molto spesso il loro editor. Sacrosanto.”

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Ritratto del libro I mercanti dell’Apocalisse da giovane, quando era un testo autopubblicato con  copertina non realizzata da un professionista

Il nostro manoscritto a questo punto è diventato un libro, che l’autore diffonde su Amazon.it e, in traduzione, su Amazon.com. Ottiene successo, tanto che Giunti lo nota, se lo accaparra e lo fa uscire il 16 marzo di quest’anno.