cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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“la gioia più alta e perfetta” per giovanni papini

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Giovanni Papini con la sia famiglia, anni trenta-quaranta. Courtesy

Gl’italiani non sanno abbastanza che un libro non è soltanto un pacco di fogli stampati, numerati e cuciti ma è, soprattutto, una immateriazione dello spirito umano. Un buon libro, infatti, è una riserva di strumenti naturali per la conoscenza e la conquista del mondo oppure una sorgente, sempre a portata di mano, d’illuminazioni e di consolazioni spirituali. Chi tocca un libro tocca un’anima. Chi ama un libro possiede un amico sicuro, silenzioso, quanto mai modesto che si può chiamare o congedare a volontà. I libri ci rivelano quel che non abbiamo saputo scoprire, ci rammentano quel che abbiamo dimenticato, ci rasserenano nelle ore della tristezza, ci divertono nelle ore del tedio, ci sublimano nelle ore della gioia. Esiste un libro adatto a ogni uomo; c’è un libro per ogni curiosità, per ogni stagione, per ogni giornata. A chi sa interrogarlo risponde sempre; se lo lasciate attende per anni, col suo tacito tesoro chiuso nelle pagine, il vostro ritorno. Nessuna cosa al mondo è più generosa e costante di un vero libro. Tutte le altre forme del divertimento umano – teatro, concerto, cinema, esibizioni atletiche – sono collettive, e vi partecipiamo come atomi di una moltitudine. Il libro, invece, è un dialogo vivo tra due soli uomini: lo scrittore e il lettore. È un piacere individuale, che non richiede la presenza, talvolta intempestiva, di estranei. In tempi come i nostri, nei quali tanto si parla dell’autonomia dello spirito e della dignità della persona umana, la lettura di un libro dovrebbe essere considerata la gioia più alta e perfetta.
Giovanni Papini, Le disgrazie del libro in Italia, La Biblioteca di Babele, edizione in pdf, 2003

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Giovanni Papini nella sua biblioteca. Courtesy Pinterest, fonte sconosciuta

Qui trovate una biografia del fondatore di “Lacerba”.

Qui potrete prelevare l’intero pamphlet in pdf (poche pagine che vale la pena di leggere).

Qui trovate l’Introibo del primo numero di “Lacerba” (“Sarà questo un foglio stonato, urtante, spiacevole e personale”).

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Il primo numero di “Lacerba”, 1° gennaio 1913. Courtesy

Qui trovate alcune lettere di Papini al sacerdote e scrittore Cesare Angelini (“E sia benedetto come nostro patrono Sant’Ilario da Poitiers il quale nel suo Tractatus super psalmos, affermava che il brutto stile è peccato”)

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Meridiano dedicato a Giovanni Papini, a cura di Luigi Baldacci e Giuseppe Nicoletti, Mondadori, Milano 1995


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allen e john

oggi ricorre il compleanno di allen ginsberg. tra le altre iniziative per i festeggiamenti, che trovate sul pregevole the allen ginsberg project, una festa di genetliaco vera e propria – howl. a ginsberg birthday party – al fox theatre di boulder, colorado.

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mi piace ricordarlo anche perché alla biennale di venezia sono attualmente in esposizione le opere di john latham, alcune delle quali si distinguono per un utilizzo massiccio di libri:

Nel 1958 è il libro a diventare l’elemento centrale delle sue opere. Se da un lato è segnato dagli autodafé nazisti del 1930, Latham è animato, oltre che da un atteggiamento distruttivo, dalla volontà di saturarsi di materia grigia”. Dopo una prima performance durante la quale dà fuoco all’Encyclopaedia Britannica per poi raccoglierne le ceneri, si sforza di masticare per intero Art and Culture, il saggio di Clement Greenberg punto di riferimento fondamentale del modernismo americano, che poi filtra e distilla in provette. L’utilizzo quasi ossessivo dei libri assume una rilevanza ancora maggiore con la realizzazione dei primi Skoobs, bassorilievi costituiti da libri e proiezioni di gesso nebulizzati di vernice (Untitled Relief Painting).

testo dal catalogo della biennale

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catalogo della mostra, catalogo dei padiglioni e guida breve della biennale arte 2017. editing delle versioni italiana e inglese a cura della vostra anna albano

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qui e oltre, opere di john latham fotografate alla biennale di venezia

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particolare dell’opera qui sopra

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l’11 giugno 1965 latham avrebbe dovuto prendere parte a una performance visiva organizzata in occasione della international poetry incarnation, alla royal albert hall di londra, che prevedeva la recitazione di opere dei poeti beat. per l’occasione l’artista si immerse in un bagno di vernice blu; svenne in conseguenza del freddo, fu portato sul palcoscenico privo di sensi e la performance non ebbe luogo.

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ginsberg però si esibì ampiamente, come si vede nel video qui sotto. a voi, e ben ritrovati.

 


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more postcards from london 6_con aggiornamenti sull’identità di phileas fogg che faranno piacere alle signore

digmr. fogg’s tavern è il posto che mrs. cosedalibri, affezionatissima al giro del mondo in ottanta giorni, non vedeva l’ora di vedere.

davfrequentatissimo come tutti i pub da persone che si riversano sul marciapiede a chiacchierare, è intitolato al celeberrimo protagonista del libro, di cui jules verne traccia il ritratto che segue.

Nell’anno 1872, la casa contraddistinta con il numero 7 in Savile Row, a Burlington Gardens – casa nella quale nel 1814 era morto Sheridan – era abitata dall’egregio signor Phileas Fogg, uno dei membri più singolari e più notati del Club della Riforma di Londra, quantunque egli si studiasse di non fare cosa alcuna che potesse attirare l’attenzione su di lui.

Questo Phileas Fogg, che prendeva il posto di uno dei più grandi oratori che sono l’onore dell’Inghilterra, era un personaggio enigmatico, di cui non si sapeva nulla, se non che egli appariva un fior di galantuomo e uno fra i più bei “gentlemen” dell’alta società inglese. Si diceva che egli somigliasse a Byron – nella testa, perché quanto ai piedi non era possibile metterglielo a confronto –, ma era un Byron con i mustacchi e i favoriti, un Byron impassibile, che avrebbe potuto vivere mill’anni senza invecchiare. Inglese per certo, Phileas Fogg non era forse londinese. Non lo si era mai visto né alla Borsa né alla Banca né in alcun altro ufficio della gran finanza della City londinese. Le darsene del porto di Londra non avevano mai ospitato una nave che avesse per armatore Phileas Fogg. Questo “gentleman” non figurava in alcun consiglio di amministrazione. Il suo nome non era mai risuonato in un collegio di avvocatura, né al Tempio né a Lincoln’s Inn né a Gray’s Inn. Non aveva mai esercitato né alla Corte del Cancelliere, né al Banco della Regina né all’Echiquier né alla Corte ecclesiastica. Non era industriale né negoziante né mercante né agricoltore. Non faceva parte né dell’Istituzione Reale della Gran Bretagna, né dell’Istituzione di Londra, né dell’Istituzione degli Artigiani, né dell’Istituzione Russell, né dell’Istituzione Letteraria dell’Ovest, né dell’Istituzione del Diritto, né di quell’Istituzione delle Arti e delle Scienze riunite, che è posta sotto il diretto patrocinio di Sua Graziosa Maestà. Insomma egli non apparteneva a nessuna delle numerose società che pullulano nella capitale inglese, dalla Società dell’Armonica fino alla Società Entomologica, sorta principalmente con lo scopo di distruggere gli insetti nocivi.

Phileas Fogg era membro del Club della Riforma, ecco tutto. Può stupire che un individuo tanto misterioso figurasse tra i membri di quell’onorevole circolo. Ma va considerato che vi era stato ammesso dietro raccomandazione dei banchieri Fratelli Baring presso i quali aveva un notevolissimo conto aperto: un conto in cui Phileas Fogg risultava invariabilmente creditore, quantunque spiccasse con frequenza grossi mandati a vista che i banchieri Baring pagavano puntualmente. Quest’insieme di cose, come è naturale, gli aveva procurato una profonda stima.

Phileas Fogg era dunque ricco? Senza dubbio. Ma in che modo si era arricchito? Ecco ciò che nemmeno i meglio informati potevano dire; e il signor Fogg era proprio l’ultimo a cui convenisse rivolgersi per saperlo.

Comunque, egli non si mostrava minimamente prodigo; ma neanche avaro. Ogni volta che gli fosse chiesto denaro per un’opera nobile, giusta e generosa, lo dava, senza strombazzamenti o celandosi addirittura dietro l’anonimato.

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sdrho fantasticato moltissimo sui viaggi di phileas fogg e del suo domestico passepartout, da cui è nata la mia passione per i club inglesi, da cui ho appreso che le vedove indiane seguono la sorte dei mariti defunti immolandosi su pire ardenti, e che il macintosh, prima di essere un computer, è una coperta da viaggio.

aggiornamenti sull’identità di phileas fogg che faranno piacere alle signore

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phileas fogg visto da fiona staples. courtesy


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transizioni_l’anima del barbiere

btyqualche anno fa sono passata davanti alla bottega di barbiere accanto al civico numero 11 di corso colombo, a milano. il barbiere era appena morto, e sulla vetrina si affollavano messaggi di cordoglio e di affetto, ricordi e ringraziamenti.

btyla bottega c’è ancora e l’insegna pure, ma il luogo è con tutta evidenza in transizione. sopravvive una sedia da barbiere, al centro c’è una sorta di bancone di legno, si vedono sacchetti di carta, scatole, molta polvere e, su un piano nei pressi della vetrina, una copia di caos calmo, singolarmente rappresentativa. perché in effetti le parole allitterate e ossimoriche del titolo restituiscono bene l’atmosfera di questo locale dalla destinazione al momento sconosciuta. dove qualcosa c’era e se ne è andato, senza che nulla sia arrivato al suo posto. ma il luogo non è neanche del tutto pacificato, poiché nulla è stato archiviato ma pulsa segretamente sotto le sue superfici senza manifestarsi.bty

non ho letto né visto caos calmo, dunque non posso ipotizzare eventuali legami con il negozio e con le vicende e l’anima del barbiere che fu. epperò l’atmosfera che aleggia sa di brace sotto la cenere, di una dinamicità occulta.


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more postcards from london 5

libreria waterstones trafalgar square: ESPECIALLY NOT BOOKS

 

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waterstones for girls

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lo scaffale della critica letteraria

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especially not books

qui un articolo del “guardian” sul recupero della catena waterstones a opera di james daunt. d’altra parte, se una libreria è capace di trasformare il suo piano interrato in un campo da quidditch, c’è poco da sorprendersi: love you, jim!


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“Montalbano je suis”_i ragazzi del master di editoria del Collegio Santa Caterina pubblicano un (bellissimo) libro sulla traduzione

[…] che senso ha, poniamo, una traduzione delle Metamorfosi di Ovidio in

prosa magiara? Il senso che altrimenti per tutti gli ungheresi che ignorano

il latino le Metamorfosi non esisterebbero per nulla.

Massimo Bocchiola, dall’introduzione al volume

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Del Collegio Universitario Santa Caterina da Siena all’università di Pavia e del suo master di editoria avevamo già parlato agli albori, qui. Le Edizioni Santa Caterina esistevano già e nel frattempo sono cresciute, alimentate dal lavoro svolto ogni anno dagli allievi del master, e con la consulenza dell’editore Interlinea, il cui direttore editoriale è il benemerito Roberto Cicala, docente di editoria libraria alla Cattolica di Milano.

Di recente hanno pubblicato il nono dei Quaderni del Master di Editoria, Echi da Babele. La voce del traduttore nel mondo editoriale, un volume articolato in sei sezioni tematiche – poesia, fantastico, gerghi e dialetti, ragazzi, onirico e narrativa sociale – che si avvale della presentazione di Massimo Bocchiola. Il sommario è ricchissimo – lo pubblichiamo integralmente alla fine del post: Sergio Altieri parla della sua traduzione delle Cronache del ghiaccio e del fuoco (aka Trono di spade) di George R.R. Martin, Anna Jampol’skaja della sua passione per, e conseguente traduzione in russo di, Aldo Palazzeschi (l’ultima fatica è il Codice di Perelà); si affronta la vicenda della revisione e riedizione della saga di Harry Potter del 2011-2014 e si mettono a confronto le due traduzioni di Zazie nel metrò di Franco Fortini e di Viola Cagninelli (godetevi gli specchietti a pagina 158 e pagina 159, che mettono a confronto l’originale, Fortini e Cagninelli su tre colonne).

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Aldo Palazzeschi in costume da gondoliere. Courtesy

Quanto alla traduzione in francese di Andrea Camilleri, il traduttore “Quadruppani decide in primo luogo di utilizzare saltuariamente alcune parole originarie del mezzogiorno francese, ma conosciute in tutto il paese, che diano ‘un parfum de Sud’. È il caso del termine di origine provenzale minot, utilizzato per tradurre picciriddu. Un ulteriore sforzo è quello di evocare, quando possibile, il suono stesso della narrazione camilleriana. Così il pirsona tipico dell’agente Catarella diventa pirsonne e il celebre ‘Montalbano sono’ rimane semplicemente ‘Montalbano je suis’, compiendo una forzatura che per l’orecchio di un francese risulta ben più ardita che per quello di un italiano.”

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Serge Quadruppani, l’inventore di “Montalbano je suis”. Courtesy

Yasmina Melaouah racconta della sua traduzione del ciclo di Malaussène. Da pagina 205 troviamo la rievocazione della scia di sangue che ha portato con sé la traduzione dei Versi satanici di Salman Rushdie, con l’aggressione al coltello dell’italiano Ettore Capriolo, sopravvissuto, l’uccisione del giapponese Itoshi Igarashi e lo scampato attentato all’editore norvegese William Nygaard.

Il volume, confezionato e coordinato molto bene, ha il pregio di contenere molti esempi concreti e di presentarci la viva voce dei traduttori coinvolti: è una lettura consigliabile a chi desidera avvicinarsi al mondo della traduzione, di cui restituisce l’articolazione sfaccettata, ma anche a chi è già professionista, per farsi un’idea del lavoro delle generazioni che stanno arrivando.

AA.VV., Echi da Babele. La voce del traduttore nel mondo editoriale, Edizioni Santa Caterina, Pavia 2016, 280 pagine, 18 euro molto ben spesi

Sommario del volume

TESTI INTRODUTTIVI

Presentazione (Massimo Bocchiola)

Premessa

ECHI DA BABELE

Le lingue del fantastico

Che lingua parla il vento?

Tradurre il fantastico di Damasio: intervista a Claudia Lionetti

(Lorenzo Cetrangolo)

Ice and Fire: le cronache tradotte

George Martin secondo Sergio Altieri

(Francesco Zamboni)

L’ambiguit. dell’ordinario

Maurizio Nati traduce Humpty Dumpty in Oakland di Dick

(Giuseppe Aguanno)

La metrica della traduzione

Riscoprire l’America

Fernanda Pivano e la costruzione di un’antologia

(Elena Folloni)

Emily-Nessuno e la sua Lettera al Mondo

Ricezione e traduzione di Emily Dickinson in Italia

(Maria Ceraso)

Un atto creativo, non imitativo

La traduzione poetica secondo Franco Buffoni

(Anna Travagliati)

La vita accanto

Fabio Pusterla traduttore di Philippe Jaccottet

(Enea Brigatti)

Aldo Palazzeschi in Russia

Tradizione e traduzione: intervista ad Anna Jampol’skaja

(Andrea Papa)

Di fiore in fiore

L’Antologia Palatina tradotta da Salvatore Quasimodo

(Elena Villanova)

Un gioco da ragazzi

Il Piccolo Principe nasce a New York

Storia e fonti di una traduzione in “casa” Bompiani

(Diletta Rostellato)

Le magie della traduzione

La revisione della saga di Harry Potter

(Anna Guerrini)

Rodari a testa in giù

Una traduzione tra creativita editoriale e propositi educativi

(Mattia Gadda)

Le età di Zazie

Zazie nel metrò: due traduzioni a confronto

(Vanessa Nascimbene)

Gerghi e dialetti

Da Vigata a Parigi

Le traduzioni francesi di Andrea Camilleri

(Flavio Mainetti)

Tradurre la lingua dei morti

El llano en llamas, da Juan Rulfo

a Maria Nicola

(Lorenzo Baccari)

Un romanzo, tante voci, mille colori

La traduzione del ciclo di Malaussène di Daniel Pennac

(Rossana Mancini)

Società e narratori

Le identit. di Gomorra

Viaggio alla scoperta delle edizioni straniere

(Anna Chiara Sartorello)

Una traduzione “pericolosa”

I versi satanici di Salman Rushdie

(Giulia Maurelli)

Manuale per una traduzione accelerata

Pensante, Coupland e la traduzione di Generation X

(Giuseppe Musso)

Pagine oniriche

Un romanzo straniero di un autore italiano

Requiem, storia di un’autotraduzione mancata di Tabucchi

(Letizia Spettoli)

Pecore, amore e fantasia

I titoli che hanno lanciato Murakami Haruki in Italia

(Chiara Costa)

L’impresa epica dell’Ulisse di Joyce

Le fatiche e le avventure del Celati traduttore

(Marco Adornetto)

In conclusione

Fate caso al nome del traduttore?

Un’indagine fra i lettori

(Anna Laura Carrus)

INDICI

Indice dei nomi

Indice delle collane e delle case editrici

 


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La misoginia della moda gay_dove si riflette su biologia, sesso e fashion world

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La copertina della seconda edizione del libro

Nell’omosessualità maschile non esiste alcuna componente “femminile” innata; molti stilisti gay disegnano abiti proiettando sui corpi femminili il proprio interesse per il sesso sado-maso: è l’assunto del libro di Sheila Jeffreys, di cui presento un estratto tradotto velocemente. Trovo interessante la prospettiva che smantella il luogo comune secondo il quale un uomo gay si comporta per motivi biologici come una femmina (perdipiù cretina: trascinando su di sé un doppio stereotipo ignorantissimo). Quanto all’aderire delle donne ai diktat della moda, si veda un lontano post di mrs. cose da libri, che dà conto dei suoi convincimenti in merito a eleganza e comodità.

Non pare esistere alcun interesse accademico o popolare nell’affascinante domanda sul perché l’ambito della moda donna sia così dominato da uomini gay. Così riflette Brendan Lemon in un articolo su “The Advocate”, la rivista USA rivolta ai gay: “Osservare che uomini gay e lesbiche dominano il business della moda può sembrare controverso come affermare che i russi governano Mosca. Tuttavia, con poche eccezioni (Todd Oldham, Isaac Mizrahi), il numero di grandi stilisti venuti pubblicamente allo scoperto è sorprendentemente basso” (Lemon 1997). Le lesbiche sul campo sembrano poche e l’autore non ne nomina alcuna, ma i maschi gay abbondano. Charlie Porter, giornalista di moda del “Guardian”, ha scritto nel 2003 che ci si sarebbe potuti aspettare che il predominio dei maschi gay nel settore lo avrebbe reso un ambiente meno sessista per le stiliste, ma il ragionamento si è rivelato fallace, poiché “In un settore in cui la maggior parte degli uomini è gay ci si aspetterebbe una posizione più illuminata in merito al sessismo. Non è così: sebbene ci sia qualche stilista come Miuccia Prada, Donatella Versace e Donna Karan, a detenere il controllo sono prevalentemente gli uomini” (Porter 2003, p. 6). La questione del perché i maschi gay siano così interessati a creare abiti per donne, che non sono né loro partner sessuali né, probabilmente, l’oggetto del loro immaginario erotico, è importante. All’interno della cultura gay c’è l’ossessione di imitare una particolare versione gay maschile della femminilità negli spettacoli che vedono protagoniste le drag queen e in parate come quella del Martedì grasso gay di Sydney. Fino agli anni settanta e all’avvento del movimento di liberazione gay, si presumeva che l’omosessualità maschile fosse automaticamente associata alla femminilità come conseguenza della biologia. In quel periodo circolava un assunto secondo il quale l’innata “femminilità” dei maschi gay li rendesse più solidali nei confronti delle donne e più comprensivi riguardo a ciò che queste desideravano o di cui avevano bisogno. Di fatto, però, non esiste alcuna identità femminile nell’essere gay.

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Modello in lattice di John Galliano, 2003. Courtesy

L’omosessualità non può essere spiegata da geni od ormoni, ma è una forma di comportamento costruita a livello sociale (Rogers 1999). Gli uomini gay sviluppano una identificazione con la “femminilità” come conseguenza del fatto di essere tagliati fuori e spesso gravemente perseguitati e maltrattati dalla società maschile (Plummer 1999; Levine 1998). La femminilità è la collocazione predefinita per coloro i quali vengono esclusi dai privilegi del predominio maschile eterosessuale. È la posizione eroticamente collegata al maschile e rappresenta il suo opposto. La “femminilità” adottata dai maschi gay, perciò, è una semplice forma di comportamento subordinata inventata da loro ed etichettata come femminile poiché è quello il modo di essere subordinati rispetto al predominio maschile. In quanto esperienza gay per conciliare la propria posizione di inferiorità rispetto agli uomini “veri”, questa femminilità non ha molto a che fare con la vita delle donne. Credo che quella proiettata sulle donne dagli stilisti gay sia una versione della femminilità costruita da loro stessi, una proiezione di quell’odio e di quel terrore del “femminile” dentro di sé che hanno imparato mentre crescevano come gay, molestati e attaccati per non essere abbastanza virili. Piuttosto che qualcosa da amare o apprezzare, la femminilità rappresentava la collocazione sessuale inferiore cui venivano relegati dal loro desiderio nei confronti degli uomini virili. […]

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La schiena di Mark Pullin, aka Mr. Pearl, noto corsetier delle dive. Courtesy

Un aspetto importante dell’abbigliamento sado-maso promosso dagli stilisti è il corsetto. Capo importante per i sadici maschi poiché rappresenta la tortura sulle donne nei non lontani secoli XIX e XX, il corsetto parla di costrizione, dolore e distruzione della salute delle donne. È degno di nota che ci siano state dispute accademiche tese a comprendere se i corsetti ottocenteschi fossero davvero opprimenti o meno per le donne. […] Leigh Summers sostiene [nel suo Bound to Please, 2001, n.d.r.] che il corsetto fosse altamente dannoso per le donne. Steele elenca gli stilisti che ne hanno promosso l’uso: Jacques Fath, Jean-Paul Gaultier – il cui profumo è contenuto in bottiglie a forma di corsetto –, Thierry Mugler, Azzedine Alaïa, Christian Lacroix, Ungaro, Valentino, Karl Lagerfeld (Steel 1996, p. 88). […] Il libro di Steele elenca un gran numero di esempi a riprova che il rinnovato interesse per i corsetti in tempi recenti, a fronte dell’eccitazione sessuale che consente agli uomini, è dannoso e vessatorio per le donne che ne sono vittime. […] Gli stilisti gay hanno proiettato sul corpo delle donne altri stilemi del maschio gay sadomaso, quali la pelle nera e il bondage. Nel 1992 Gianni Versace presenta una collezione bondage. Steele commenta che alcune donne “si sentirono offese dagli abiti sadomaso di Versace, descrivendoli come strumentali e misogini” (Ibidem, p. 164). Versace [replicò che] “le donne sono forti” e sostenne che, poiché le donne si erano liberate, ciò comportava anche la libertà di essere sessualmente aggressive (Ibidem). I modelli di Versace, scrive Steele, si fondavano su “un vocabolario stilistico associato al leathersex […] sfruttando il carisma legato al sesso ‘estremo’, ad esempio il sadomaso gay” (Ibidem, p. 166). Steele commenta che “La collezione non era tanto incentrata sulla questione femminile quanto sul sesso ribelle, trasgressivo, impenitente […]”(Ibidem). Il sesso “trasgressivo” riguarda specificamente gli uomini e non le donne, come spiega l’autrice: “La stragrande maggioranza dei feticisti è di sesso maschile” (Ibidem, p. 171) e le donne indossano abbigliamento fetish perché lavorano nel settore del porno o per compiacere fidanzati e mariti. Dunque il feticismo è una questione maschile e le donne sono semplicemente oggetti su cui gli stilisti proiettano il loro interesse per il sadomaso.

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Beyoncé indossa un modello in lattice di Atsuko Kudo nel video Telephone, 2003. Courtesy

Lo stilista John Galliano usò il materiale fetish per eccellenza, il lattice, in una collezione del 2003 (McCann 2003, p. 14), che si chiamava Hard Core Romance e prevedeva il bondage sadomasochista. Sfilare in abiti porno sadomaso può essere spiacevole per le modelle, e sulla passerella che promuoveva la collezione “una modella cadde a causa delle zeppe alte 18 centimetri, e altre tre sfiorarono la caduta”. Entrare negli abiti era difficile. In questo caso, “prima di entrare negli aderentissimi abiti in lattice, i corpi delle modelle erano stati cosparsi di talco.”

Sheila Jeffreys, Beauty and Misogyny: Harmful Cultural Practices in the West, Routledge, London 2005

Nota tecnica: per amore della completezza ho lasciato i riferimenti bibliografici tra parentesi pur non disponendo delle voci bibliografiche integrali cui rimandare. I lettori abbiano pazienza.