cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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una lettera dal paradiso_il natale di giuseppe pontiggia

Giuseppe-Pontiggia

giuseppe pontiggia fotografato da leonardo cendamo. courtesy

le benemerite edizioni interlinea, dirette da roberto cicala, che è anche docente di editoria libraria e multimediale all’università cattolica di milano – qui potete leggere una sua bella intervista sulle intenzioni della casa editrice – pubblicano una lettera dal paradiso – storie di natale, volumetto stagionale di giuseppe pontiggia.

copertina pontiggianon sono storie liete: matrimoni garbatamente malinconici, tradimenti altrettanto garbati, un’agghiacciante racconto sull’avarizia ereditaria, quella travestita da oculatezza e perciò ancora più sgradevole: il protagonista (è il lovati massimo delle vite di uomini non illustri) “assimila in età precoce una famiglia di aggettivi, oculato, parco, previdente, cauto, parsimonioso, equilibrato. acquista all’età di tredici anni da un ricettatore di porta ticinese una bicicletta usata, rivelando di avere risparmiato sui soldi della colazione e di avere prestato piccole somme, all’interesse del 40 per cento, ai compagni di classe. il padre gli posa una mano sulla spalla.”

e poi a natale, tempo di regali, c’è il libro strenna, che “dovrebbe essere il crocevia di aspirazioni molteplici. è cultura per definizione (e con l’accoppiata di ‘pesante ‘bellissimo’ ha un destino sicuro). si potrebbe anche, a titolo di incoraggiamento, citare una frase famosa. ‘non c’è brutto libro da cui non si impari qualcosa’, oggi quanto mai di attualità. costa mediamente poco. meno di una cena al ristorante, concetto pateticamente ripetuto dagli addetti ai lavori, ma sempre meno efficace quanto più si fanno rari quelli che vanno al ristorante; certo è nutrimento più spirituale. poi, argomento supremo per gli avari, è un bene ‘che resta’. lo si può dopo qualche anno rileggere (alcuni riescono addirittura a rileggere senza avere mai letto).”

come scrive fulvio panzeri nella bella introduzione al libro, da una parte pontiggia “evidenzia il carattere spirituale della festa che diventa essenziale, nell’ottica di quel ‘mistero’ che equivale al suo sentire religioso; dall’altro quello del rinnovamento della dimensione ‘umana’, attraverso una diversa consapevolezza dei rapporti familiari e di una solidarietà più profonda; e ancora l’impatto sociale che contempla prima il caos (le settimane prima della vigilia) e poi la quiete dei giorni invernali, tutta da dedicare a un riposo che non è quello convenzionale della vacanza, ma quello più quotidiano di una lettura in grado di soddisfare un bisogno di silenzio e di felicità”.

di sicuro anche i racconti di pontiggia saranno in grado di soddisfare il bisogno di silenzio e di felicità dei loro lettori.

giuseppe pontiggia, una lettera dal paradiso – storie di natale, interlinea, novara 2017, 8 euro molto ben spesi


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Realista, quasi punk_Amedeo Renzini compie cent’anni e va in mostra a Venezia

“Queste storie dipinte sono episodi veri, sono fatti di cronaca e Storia: una storia di operai e contadini, di uomini che non misurano gesti e fatica.

Io ho guardato e capito questa gente e so che essi sono gli uomini migliori, gli attori veri, di una nuova realtà.

Ho dipinto momenti della grande lotta dei contadini poveri e giusti per la conquista della loro terra e di operai che lavorano e difendono le fabbriche. Storie che accadono vicino e che gridano dentro.

Non voglio certo giudicarmi, ma voglio dire che anche io ho vinto una piccola battaglia: contro la paura di fare della cronaca, di essere di ‘cattivo gusto’, di dar fastidio; ho dipinto con libertà e serietà e dedico questo lavoro ai nostri lavoratori che si battono con rivoluzionaria vitalità e profonda giustizia”.

Amedeo Renzini, catalogo della mostra (Venezia, Opera Bevilacqua La Masa,

17-30 luglio 1950), Venezia 1950

amedeo renzini, c 1985

Al centro, Amedeo Renzini, circa 1985

È la dichiarazione di intenti di Amedeo Renzini, pittore nato a Venezia esattamente un secolo fa, l’11 ottobre 1917. Alla sua opera è dedicata una mostra che inaugurerà nella sua città natale il prossimo 15 dicembre, da un progetto delle figlie Anna e Ombra.

Renzini comincia a esporre nel 1949, con un dipinto dedicato a Maria Margotti, mondina uccisa nello stesso anno nel corso di una manifestazione per i diritti dei lavoratori. La cifra iniziale della sua arte è il realismo, e la sua ricerca, come scrive Giovanni Bianchi nel catalogo della ventura esposizione edito da La Toletta di Venezia, “si fonde con l’impegno politico; l’artista è vicino ad Armando Pizzinato e agli altri neorealisti veneziani, come Giovanni Pontini, Ezio Rizzetto, Bepi Longo, Albino Lucatello, Valeria D’Arbela, con i quali espone a Venezia nel 1953 (febbraio-marzo) alla Galleria al Ponte.”

Storia americana, 1976, tecnica mista, 18 x 23 cm

Storia americana, 1976, tecnica mista, 18 x 23 cm

Negli anni una prepotente fantasia e uno spirito indomito guidano Renzini verso esiti che deviano dallo spirito degli esordi. La sua sostanziale inclassificabilità lo tiene lontano dalla critica e dai circuiti ufficiali, cosa di cui l’artista non si duole, come ci dice lui stesso: “Non so fare i salti mortali, neanche a manina con mercanti e critici (il gatto e la volpe di tante storie di pinocchi pittori) e mi succede che da tempo non mi interessano le mostre ufficiali, i concorsi, i grandi premi, o piccoli. Dipingo, non faccio collezione di medaglie.”

Renzini continua il suo viaggio artistico viaggiando, passeggiando, annotando storie dipinte e scritte; il segno incide più profondamente e il colore esplode in opere di rutilante erotismo.

Albero della vita, dettaglio, 1985, grafite e acquarello su carta, 60 x 18 cm

Albero della vita, 1985, particolare, grafite e acquarello su carta, 60 x 18 cm

E a volte la libertà si trasforma in splendido sberleffo, quasi un’anticipazione del punk, un invito ai borghesi:

amedeo renzini_phanku

  • Amedeo Renzini – Identikit
  • Fondazione Bevilacqua La Masa
  • Palazzetto Tito, Venezia
  • 15 dicembre 2017
  • 21 gennaio 2018
  •  
  • Un progetto di Anna e Ombra Renzini
  • Catalogo della mostra
  • Progetto grafico e impaginazione
  • Matteo Torcinovich
  • Sebastiano Girardi
  • Matteo Rosso
  • Editing
  • Anna Albano


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bonvini + bonvini_libri finti clandestini in residenza

lfc3qualche giorno fa, da bonvini – di questa magnifica cartoleria-tipografia avevamo già parlato qui – si è inaugurata la piccolissima mostra del collettivo libri finti clandestini. l’apertura è stata preceduta da una residenza settimanale degli artisti nell’atelier 1909, il nuovo spazio bonvini, attraverso la cui vetrina si poteva osservare il collettivo al lavoro.lfc_3

la politica bonvini, che ha dato sinora ottimi frutti, è quella dei passi avveduti: accurate selezioni di oggetti legati a carta, stampa, cancelleria – a proposito: chi cercasse l’ultimo modello di casa palomino trova in bonvini una certezza – e di iniziative, e adesso questo piccolo spazio giusto dietro l’angolo, che a giudicare dall’esordio promette benissimo.

ecco l’autodescrizione di libri finti clandestini:

“Libri Finti Clandestini è un esperimento di autoproduzione nell’ambito del riciclo, in relazione all’editoria e al design il cui scopo è quello di realizzare veri e propri libri (sketchbook, taccuini, diari di viaggio, “libri oggetto”, carnet de voyage…) usando solamente “carta trovata in giro”, carta che la gente considera spazzatura: scarti di tipografie, prove di stampa e carte di avviamento, sacchetti della spesa, poster, buste, sacchetti del pane, carta da parati…
Essi possono essere piccole tirature pop up (edizioni di 50, 100 numeri) o libri pronti per essere scritti, disegnati o per assumere qualsiasi altro significato il possessore voglia dargli.”

lfc6libri e quaderni da usare a piacere e poi libri unici, pieni di grazia, pop up in cui dimorano piccoli circhi d’antan, omaccioni rotondi che sostengono le evoluzioni di acrobate leggiadre, forzuti sollevatori di pesi, viaggiatori in paesi lontani.islanda

dav

lfc5ritagliando e creando miniuniversi libri finti clandestini è arrivato sino in giappone, e prevedibilmente camminerà ancora molto. magari reggendosi poeticamente sulla fune come gli atleti circensi un po’ malinconici che vivono nei suoi libri.

IMG_20171125_182635.jpgcome bonvini, lfc poggia su un relativo superfluo, su un nulla che si fa sostanza nello sguardo e nelle azioni di chi osserva, immagina, scrive, disegna, impara a stampare. e tutto si fa nutrimento, tutto si tiene, tra via tagliamento e corso lodi, a milano.

dav

sdr

sdr


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tra le pagine di una crêpe_gelateria caffetteria clover, milano

davla gelateria clover, in zona bande nere, è anche una caffetteria, e fa un latte macchiato con i fiocchi. l’interno ospita tre minuscoli tavolini – immacolati, come tutto in questo locale –, in attesa dell’estate, quando torneranno ad animarsi i posti all’esterno. il personale e la proprietaria ricevono i clienti con squisita cortesia.dav

la gelateria clover, a sinistra dell’ingresso, ha una minuscola stazione di bookcrossing. davil primo libro sulla destra, quando al clover è entrata mrs. cosedalibri, era il baco da seta, di robert galbraith, prodotto in condizione di bonaccia, dopo la travolgente tempesta di harry potter, da j.k. rowling sotto pseudonimo. esito superbo della calma, però, da cui è stata tratta strike, una piccola, preziosa serie tv che prende il nome dall’investigatore protagonista ed è prodotta dalla bbc.dav

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fotogramma dalla serie strike. courtesy

al clover si scrive benissimo: puoi fermarti con il tuo taccuino (o il tuo libro – portato da casa o scelto tra quelli che aspettano sul termosifone) ed essere certo che nessuno ti disturberà.dav

al clover si può anche fare merenda, e qui il letterato trova crêpes per i suoi denti: perché le crêpes del clover si chiamano

la storia infinita

piccole donne

madame bovary

i malavoglia

willy wonka

il gattopardo

on the road

gargantua e pantagruel

l’educazione sentimentale

il rosso e il nero

faust

lo hobbit

arancia meccanica

l’insostenibile leggerezza dell’essere

la visita a questa gelateria, che sprizza bonomia pur proponendo anche specialità vegane – non si adontino i seguaci del veganesimo: alcuni tra loro cercano di fare proselitismo instillando sensi di colpa nel prossimo, un atteggiamento assai fastidioso ­– è stato un piccolo dono in una fredda giornata di sole, in cui chi scrive disperava di trovare un luogo accogliente in una zona che proprio accogliente non è. grazie, signore clover*, ci rivedremo senz’altro.dav

dav

loredana laurenti accanto al mini bookcrossing di clover

*le signore clover sono loredana laurenti e ilaria angelillo, madre e figlia. fanno in casa molte delle delizie che propongono, e ilaria è copywriter di sé stessa. i titoli dei prodotti sono suoi: tra i molti segnalo gli ammutinati, dolcetti al cocco e cioccolato il cui nome fa ironica concorrenza alla celebre barretta industriale.bounty_barretta_cioccolato

gelateria naturale clover
via v.g. orsini 1
milano
http://www.gelateriaclover.it

questo post è stato scritto su un taccuino clairefontaine papier vélin velouté 90g/m2 fabriqué en france par clairefontaine, con una stilografica caran d’ache collezione chromatics che montava una cartuccia montblanc burgundy red.


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l’interessante, bizzarro esperimento della professoressa chiusaroli

francesca chiusaroli, docente di linguistica all’università di macerata, propone una traduzione di pinocchio in linguaggio emoji, con testo italiano a fronte. il libro è uscito il 20 novembre per i tipi di apice libri.

qui trovate una opinione sulle faccine espressa dalla traduttrice isabella blum.

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Sollecitazioni letterarie, un po’ emotive

“Nerino, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi.”

“La signora Lantignotti disse che i fiori sarebbe andata a comprarli lei. Poiché Nerino aveva già il suo bel da fare.”

“Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla Nerino Lantignotti, ma a me non mi va proprio di parlarne.”

“Dalla finestrina della sua camera, sopra la scuderia della fabbrica di mattoni, Nerino Lantignotti, quella mattina sul presto, vide la gente, in cappotto lungo, che correva tutta nella stessa direzione. Vey iz mir, pensò a disagio, è successo qualcosa di brutto.”

“A Londra, all’inizio del mese di giugno del 1929, l’antiquario Nerino Lantignotti, di Smirne, offrì alla principessa di Lucinge i sei volumi in quarto minore (1715-1720) dell’Iliade di Pope”.

“Tutta colpa di Nerino. È lui il mio sassolino nella scarpa. E se proprio devo essere sincero, è per togliermelo che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata.”

“Mr e Mrs Lantignotti, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di poter affermare che erano perfettamente normali, e grazie tante.”

“Nerino non leggeva i giornali, altrimenti avrebbe saputo quali guai si stavano preparando non soltanto per lui, ma per tutti i cani di forte muscolatura e col pelo lungo e soffice da Puget Sound a San Diego.”

nerino.jpgQualche giorno fa, nei pressi di casa mia, mi sono imbattuta in un lindo camioncino da artigiano. Il proprietario di quel camioncino si chiama Nerino Lantignotti. Appena ho letto questo nome, così gozzaniano, così poco attuale, mi sono figurata un onesto lavoratore d’altri tempi, un po’ come il padre del muratorino nel libro Cuore. Quello che segue è il punto in cui il padre, nel loro diario a due voci, spiega al figlio perché la spalliera che il proletario compagno di scuola di Enrico aveva macchiato di bianco non andava ripulita in sua presenza: “Lo sai, figliuolo, perché non volli che ripulissi il sofà? Perché ripulirlo, mentre il tuo compagno vedeva, era quasi un fargli rimprovero d’averlo insudiciato. E questo non stava bene, prima perché non l’aveva fatto apposta, e poi perché l’aveva fatto coi panni di suo padre, il quale se li è ingessati lavorando; e quello che si fa lavorando non è sudiciume: è polvere, è calce, è vernice, è tutto quello che vuoi, ma non sudiciume. Il lavoro non insudicia. Non dir mai d’un operaio che vien dal lavoro: – È sporco. – Devi dire: – Ha sui panni i segni, le tracce del suo lavoro. Ricordatene. E vogli bene al muratorino, prima perché è tuo compagno, poi perché è figliuolo d’un operaio.”

Il muratorino si chiamava Antonio Rabucco, e dunque anche suo padre si chiamava Rabucco: eppure Nerino Lantignotti non avrebbe sfigurato, al tempo di De Amicis.

Insomma, quando ho letto sul furgoncino “Nerino Lantignotti” mi ha colta un empito d’affetto, per Nerino e per il consorzio umano tutto. Se c’è ancora qualcuno che porta questo nome, mi sono detta, possiamo ancora sperare per il futuro. Davvero, Nerino, ti voglio bene.

E se qualcuno dei lettori dovesse conoscere Nerino e sapere che è un orco, che nega il cibo ai figli e batte la moglie, be’, non ditemelo, ché alla signora cosedalibri piace sognare.


3 commenti

la cultura fa sempre fico_15

tutta la città è ricoperta di parole, e gli esercizi commerciali non fanno eccezione: come abbiamo detto più volte, la cultura fa sempre fico (si vedano i post precedenti della serie “la cultura fa sempre fico”, dall’uno al quattordici). e allora milano è ancora una volta un grande foglio cosparso di didascalie, e queste didascalie hanno sempre a che fare con i libri.

ottica milano spectacles, viale corsica

davsdrdavqui i viaggi di gulliver sostengono una bella montatura classica e sono sostenuti a loro volta da uno yankee alla corte di re artù di mark twain. d’altra parte gli occhiali sono un oggetto molto importante per gulliver, che di fronte alla curiosità dell’imperatore di lilliput pensa bene di salvagualdarli: “[…] Finalmente consegnai le mie monete d’argento e di bronzo e la mia borsa con nove monete grandi d’oro e qualcuna piccola, il mio pettine, la mia tabacchiera d’argento, il fazzoletto e il taccuino. La sciabola, le pistole e i sacchi della polvere e delle palle furono trasportate all’arsenale imperiale; tutto il resto mi fu restituito.

Avevo anche un taschino segreto che non fu perquisito, dove tenevo un paio di occhiali di cui talora mi servo per la debolezza della mia vista, un piccolo telescopio e qualche altra bazzecola che credetti poco interessante per l’imperatore e che perciò non mostrai ai commissari, temendo che mi fossero in qualche modo guastate o perdute”.

ottica bergomi, corso colombo

dav

davla montatura metallica poggia sulla biografia di nicola e alessandra di russia di robert k. massie che poggia a sua volta sul pruriginoso memoirs of a woman of pleasure di john cleland.

moroni gomma, via matteotti

dav

dav

davnella vetrina di moroni vediamo due diverse misure di lampade lumio, un paio di occhiali da sole poggiato su un manuale che tratta di cemento e una montatura da vista su un libro che ci dice tutto sulla plastica rinforzata con il fiberglass. su questi libri non ho nulla da dire; le lumio erano bellissime.

camargo domani, parrucchieri in via tiraboschi

davsdrsulla vetrina è impressa una vera e propria antologia: yusuf, federico garcía lorca, alda merini, paul gauguin, apuleio, pablo neruda.

le cose poggiano sempre sulle parole.