cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


2 commenti

more postcards from london 6_con aggiornamenti sull’identità di phileas fogg che faranno piacere alle signore

digmr. fogg’s tavern è il posto che mrs. cosedalibri, affezionatissima al giro del mondo in ottanta giorni, non vedeva l’ora di vedere.

davfrequentatissimo come tutti i pub da persone che si riversano sul marciapiede a chiacchierare, è intitolato al celeberrimo protagonista del libro, di cui jules verne traccia il ritratto che segue.

Nell’anno 1872, la casa contraddistinta con il numero 7 in Savile Row, a Burlington Gardens – casa nella quale nel 1814 era morto Sheridan – era abitata dall’egregio signor Phileas Fogg, uno dei membri più singolari e più notati del Club della Riforma di Londra, quantunque egli si studiasse di non fare cosa alcuna che potesse attirare l’attenzione su di lui.

Questo Phileas Fogg, che prendeva il posto di uno dei più grandi oratori che sono l’onore dell’Inghilterra, era un personaggio enigmatico, di cui non si sapeva nulla, se non che egli appariva un fior di galantuomo e uno fra i più bei “gentlemen” dell’alta società inglese. Si diceva che egli somigliasse a Byron – nella testa, perché quanto ai piedi non era possibile metterglielo a confronto –, ma era un Byron con i mustacchi e i favoriti, un Byron impassibile, che avrebbe potuto vivere mill’anni senza invecchiare. Inglese per certo, Phileas Fogg non era forse londinese. Non lo si era mai visto né alla Borsa né alla Banca né in alcun altro ufficio della gran finanza della City londinese. Le darsene del porto di Londra non avevano mai ospitato una nave che avesse per armatore Phileas Fogg. Questo “gentleman” non figurava in alcun consiglio di amministrazione. Il suo nome non era mai risuonato in un collegio di avvocatura, né al Tempio né a Lincoln’s Inn né a Gray’s Inn. Non aveva mai esercitato né alla Corte del Cancelliere, né al Banco della Regina né all’Echiquier né alla Corte ecclesiastica. Non era industriale né negoziante né mercante né agricoltore. Non faceva parte né dell’Istituzione Reale della Gran Bretagna, né dell’Istituzione di Londra, né dell’Istituzione degli Artigiani, né dell’Istituzione Russell, né dell’Istituzione Letteraria dell’Ovest, né dell’Istituzione del Diritto, né di quell’Istituzione delle Arti e delle Scienze riunite, che è posta sotto il diretto patrocinio di Sua Graziosa Maestà. Insomma egli non apparteneva a nessuna delle numerose società che pullulano nella capitale inglese, dalla Società dell’Armonica fino alla Società Entomologica, sorta principalmente con lo scopo di distruggere gli insetti nocivi.

Phileas Fogg era membro del Club della Riforma, ecco tutto. Può stupire che un individuo tanto misterioso figurasse tra i membri di quell’onorevole circolo. Ma va considerato che vi era stato ammesso dietro raccomandazione dei banchieri Fratelli Baring presso i quali aveva un notevolissimo conto aperto: un conto in cui Phileas Fogg risultava invariabilmente creditore, quantunque spiccasse con frequenza grossi mandati a vista che i banchieri Baring pagavano puntualmente. Quest’insieme di cose, come è naturale, gli aveva procurato una profonda stima.

Phileas Fogg era dunque ricco? Senza dubbio. Ma in che modo si era arricchito? Ecco ciò che nemmeno i meglio informati potevano dire; e il signor Fogg era proprio l’ultimo a cui convenisse rivolgersi per saperlo.

Comunque, egli non si mostrava minimamente prodigo; ma neanche avaro. Ogni volta che gli fosse chiesto denaro per un’opera nobile, giusta e generosa, lo dava, senza strombazzamenti o celandosi addirittura dietro l’anonimato.

sdr

sdrho fantasticato moltissimo sui viaggi di phileas fogg e del suo domestico passepartout, da cui è nata la mia passione per i club inglesi, da cui ho appreso che le vedove indiane seguono la sorte dei mariti defunti immolandosi su pire ardenti, e che il macintosh, prima di essere un computer, è una coperta da viaggio.

aggiornamenti sull’identità di phileas fogg che faranno piacere alle signore

phineasfog

phileas fogg visto da fiona staples. courtesy


Lascia un commento

La misoginia della moda gay_dove si riflette su biologia, sesso e fashion world

copertina

La copertina della seconda edizione del libro

Nell’omosessualità maschile non esiste alcuna componente “femminile” innata; molti stilisti gay disegnano abiti proiettando sui corpi femminili il proprio interesse per il sesso sado-maso: è l’assunto del libro di Sheila Jeffreys, di cui presento un estratto tradotto velocemente. Trovo interessante la prospettiva che smantella il luogo comune secondo il quale un uomo gay si comporta per motivi biologici come una femmina (perdipiù cretina: trascinando su di sé un doppio stereotipo ignorantissimo). Quanto all’aderire delle donne ai diktat della moda, si veda un lontano post di mrs. cose da libri, che dà conto dei suoi convincimenti in merito a eleganza e comodità.

Non pare esistere alcun interesse accademico o popolare nell’affascinante domanda sul perché l’ambito della moda donna sia così dominato da uomini gay. Così riflette Brendan Lemon in un articolo su “The Advocate”, la rivista USA rivolta ai gay: “Osservare che uomini gay e lesbiche dominano il business della moda può sembrare controverso come affermare che i russi governano Mosca. Tuttavia, con poche eccezioni (Todd Oldham, Isaac Mizrahi), il numero di grandi stilisti venuti pubblicamente allo scoperto è sorprendentemente basso” (Lemon 1997). Le lesbiche sul campo sembrano poche e l’autore non ne nomina alcuna, ma i maschi gay abbondano. Charlie Porter, giornalista di moda del “Guardian”, ha scritto nel 2003 che ci si sarebbe potuti aspettare che il predominio dei maschi gay nel settore lo avrebbe reso un ambiente meno sessista per le stiliste, ma il ragionamento si è rivelato fallace, poiché “In un settore in cui la maggior parte degli uomini è gay ci si aspetterebbe una posizione più illuminata in merito al sessismo. Non è così: sebbene ci sia qualche stilista come Miuccia Prada, Donatella Versace e Donna Karan, a detenere il controllo sono prevalentemente gli uomini” (Porter 2003, p. 6). La questione del perché i maschi gay siano così interessati a creare abiti per donne, che non sono né loro partner sessuali né, probabilmente, l’oggetto del loro immaginario erotico, è importante. All’interno della cultura gay c’è l’ossessione di imitare una particolare versione gay maschile della femminilità negli spettacoli che vedono protagoniste le drag queen e in parate come quella del Martedì grasso gay di Sydney. Fino agli anni settanta e all’avvento del movimento di liberazione gay, si presumeva che l’omosessualità maschile fosse automaticamente associata alla femminilità come conseguenza della biologia. In quel periodo circolava un assunto secondo il quale l’innata “femminilità” dei maschi gay li rendesse più solidali nei confronti delle donne e più comprensivi riguardo a ciò che queste desideravano o di cui avevano bisogno. Di fatto, però, non esiste alcuna identità femminile nell’essere gay.

100099401

Modello in lattice di John Galliano, 2003. Courtesy

L’omosessualità non può essere spiegata da geni od ormoni, ma è una forma di comportamento costruita a livello sociale (Rogers 1999). Gli uomini gay sviluppano una identificazione con la “femminilità” come conseguenza del fatto di essere tagliati fuori e spesso gravemente perseguitati e maltrattati dalla società maschile (Plummer 1999; Levine 1998). La femminilità è la collocazione predefinita per coloro i quali vengono esclusi dai privilegi del predominio maschile eterosessuale. È la posizione eroticamente collegata al maschile e rappresenta il suo opposto. La “femminilità” adottata dai maschi gay, perciò, è una semplice forma di comportamento subordinata inventata da loro ed etichettata come femminile poiché è quello il modo di essere subordinati rispetto al predominio maschile. In quanto esperienza gay per conciliare la propria posizione di inferiorità rispetto agli uomini “veri”, questa femminilità non ha molto a che fare con la vita delle donne. Credo che quella proiettata sulle donne dagli stilisti gay sia una versione della femminilità costruita da loro stessi, una proiezione di quell’odio e di quel terrore del “femminile” dentro di sé che hanno imparato mentre crescevano come gay, molestati e attaccati per non essere abbastanza virili. Piuttosto che qualcosa da amare o apprezzare, la femminilità rappresentava la collocazione sessuale inferiore cui venivano relegati dal loro desiderio nei confronti degli uomini virili. […]

mr_pearl_corsetti_trendalert_01

La schiena di Mark Pullin, aka Mr. Pearl, noto corsetier delle dive. Courtesy

Un aspetto importante dell’abbigliamento sado-maso promosso dagli stilisti è il corsetto. Capo importante per i sadici maschi poiché rappresenta la tortura sulle donne nei non lontani secoli XIX e XX, il corsetto parla di costrizione, dolore e distruzione della salute delle donne. È degno di nota che ci siano state dispute accademiche tese a comprendere se i corsetti ottocenteschi fossero davvero opprimenti o meno per le donne. […] Leigh Summers sostiene [nel suo Bound to Please, 2001, n.d.r.] che il corsetto fosse altamente dannoso per le donne. Steele elenca gli stilisti che ne hanno promosso l’uso: Jacques Fath, Jean-Paul Gaultier – il cui profumo è contenuto in bottiglie a forma di corsetto –, Thierry Mugler, Azzedine Alaïa, Christian Lacroix, Ungaro, Valentino, Karl Lagerfeld (Steel 1996, p. 88). […] Il libro di Steele elenca un gran numero di esempi a riprova che il rinnovato interesse per i corsetti in tempi recenti, a fronte dell’eccitazione sessuale che consente agli uomini, è dannoso e vessatorio per le donne che ne sono vittime. […] Gli stilisti gay hanno proiettato sul corpo delle donne altri stilemi del maschio gay sadomaso, quali la pelle nera e il bondage. Nel 1992 Gianni Versace presenta una collezione bondage. Steele commenta che alcune donne “si sentirono offese dagli abiti sadomaso di Versace, descrivendoli come strumentali e misogini” (Ibidem, p. 164). Versace [replicò che] “le donne sono forti” e sostenne che, poiché le donne si erano liberate, ciò comportava anche la libertà di essere sessualmente aggressive (Ibidem). I modelli di Versace, scrive Steele, si fondavano su “un vocabolario stilistico associato al leathersex […] sfruttando il carisma legato al sesso ‘estremo’, ad esempio il sadomaso gay” (Ibidem, p. 166). Steele commenta che “La collezione non era tanto incentrata sulla questione femminile quanto sul sesso ribelle, trasgressivo, impenitente […]”(Ibidem). Il sesso “trasgressivo” riguarda specificamente gli uomini e non le donne, come spiega l’autrice: “La stragrande maggioranza dei feticisti è di sesso maschile” (Ibidem, p. 171) e le donne indossano abbigliamento fetish perché lavorano nel settore del porno o per compiacere fidanzati e mariti. Dunque il feticismo è una questione maschile e le donne sono semplicemente oggetti su cui gli stilisti proiettano il loro interesse per il sadomaso.

latex-beyonce-youtube

Beyoncé indossa un modello in lattice di Atsuko Kudo nel video Telephone, 2003. Courtesy

Lo stilista John Galliano usò il materiale fetish per eccellenza, il lattice, in una collezione del 2003 (McCann 2003, p. 14), che si chiamava Hard Core Romance e prevedeva il bondage sadomasochista. Sfilare in abiti porno sadomaso può essere spiacevole per le modelle, e sulla passerella che promuoveva la collezione “una modella cadde a causa delle zeppe alte 18 centimetri, e altre tre sfiorarono la caduta”. Entrare negli abiti era difficile. In questo caso, “prima di entrare negli aderentissimi abiti in lattice, i corpi delle modelle erano stati cosparsi di talco.”

Sheila Jeffreys, Beauty and Misogyny: Harmful Cultural Practices in the West, Routledge, London 2005

Nota tecnica: per amore della completezza ho lasciato i riferimenti bibliografici tra parentesi pur non disponendo delle voci bibliografiche integrali cui rimandare. I lettori abbiano pazienza.


Lascia un commento

Fisime e nuove fisime (itineranti e praticissime)

“Una recensione letteraria

Mi è arrivata a casa la nuova guida telefonica. È scorrevole, ma ha poca trama e un sacco di personaggi.”

Del teatrante – è autore e attore del Pupkin Kabarett – e scrittore Stefano Dongetti e delle sue Fisime avevamo già scritto qui e qui. Dongetti ha continuato a scrivere ed ecco le Fisime da passeggio, questo il titolo dell’aureo libretto, di formato piccolo, più che tascabile, sempre edite dal triestino Calembour. Il progetto grafico minimal è di Marco Covi, che già aveva curato quello delle Fisime grandi.fisime-da-passeggio

Le Fisime piccole, contrariamente a quanto accadeva con le sorelle maggiori, appaiono più calate nella contemporaneità. Dongetti scende nell’arena dei social – parla di Facebook e inventa un gustoso Tripadvisor dell’aldilà –, irride vezzi contemporanei come quelli di mimare le virgolette quando si parla, discetta di politica: “[…] Sulle riforme c’è anche da dire che queste di solito sono sempre serie. Nessuno, almeno pubblicamente, pare voler propendere per delle riforme ridicole o umoristiche, anche se gli esempi non mancano”.

Nonostante la presenza di un paio di monologhi, rispetto al libro precedente Dongetti si affranca da quella che avevamo definito “nostalgia del palcoscenico”: Fisime da passeggio è una capricciosa miscellanea che vive a sé sulla carta, pervasa da un cinismo malinconico, mai urticante, sempre sostanziata dalla passione civile del suo autore. Si conclude con una divertentissima serie di giochi di parole (qui lo immagino, Dongetti, al Caffè San Marco di Trieste, dove è di casa, penna e taccuino alla mano, mentre annota certi improvvisi guizzi), tra i quali trascelgo il seguente: “Bibliofili: gli accumulatori seriosi”.

Stefano Dongetti, Fisime da passeggio, Calembour, Cormòns 2016, 5 eurini ottimamente spesi.

Se non siete di Trieste, compratelo online su la botega triestina, qui.

pupkin

Il Pupkin Kabarett. Al centro, Stefano Dongetti


Lascia un commento

una fonetica strana_antonietta raphaël

natura-m-con-chitarra-1928

Antonietta Raphaël, Natura morta con chitarra, 1928. Milano, collezione Iannaccone. Courtesy

L’amena avvertenza pubblicata a pagina 6 del volume I Mafai. Vite parallele, di Maurizio Fagiolo dell’Arco (Edizioni Netta Vespignani, Roma 1994) riguarda la pittrice di origine lituana Antonietta Raphaël (qui la sua biografia):

 

AVVERTENZA

Il lettore non inorridisca di fronte ai testi di Antonietta Raphaël che sembrano a colpo d’occhio pieni di refusi. In realtà si è fedelmente trascritta l’originaria grafia.

Dal testo di Giulia Mafai [la figlia di Antonietta, n.d.r.]:

“La grafia della Raphaël è strana com’era strana la sua fonetica; dopo quasi cinquant’anni vissuti in Italia la sua conoscenza dell’italiano, letterariamente ampia, portava ancora nella pronuncia le difficoltà di linguaggio tipiche delle persone straniere”.

veduta-dalla-terrazza-di-via-cavour-1929

Antonietta Raphaël, Veduta dalla terrazza di via Cavour, 1929. Milano, collezione Iannaccone. Courtesy

yom-kippur-in-the-sinagogue-1931

Antonietta Raphaël, Yom Kippur in the Sinagogue, 1931. Milano, collezione Iannaccone. Courtesy. La grafia “Sinagogue” in luogo del corretto “Synagogue” è riportata così come usata dall’artista sull’opera


2 commenti

attualmente alla feltrinelli di corso buenos aires, milano_con epilogo sexy

questi per mrs. cosedalibri sono giorni di lavoro intenso. erano secoli che non entravo alla feltrinelli di corso buenos aires, luogo in cui ho dato appuntamento a tanti amici quando ancora i caffè letterari non erano diffusi – con buona pace dei librai senza macchia e senza caffè: in una libreria tavolini, sedie e generi di conforto sono essenziali – , dove ho rovistato, letto e scritto senza che nessuno mi desse la minima noia (= il libraio petulante che ti riceve con un “posso aiutarla?”, suscitando nel malcapitato visitante un istantaneo desiderio di darsela a gambe. alla feltrinelli nessuno bada se te ne stai seduto con penna e taccuino per tutto il giorno). ed ecco quello che ho trovato durante la mia esplorazione.

i-consigli-del-libraio

può essere piacevole trovare su un libro il consiglio di chi lo ha letto, comodamente in copertina. ma claudia si limita a scrivere il suo nome, su questo teste mozze, e non mi dice nulla di più. adesivi meno asfittici, please.

 

atlante

un minikit da viaggio per esplorazioni in solitaria. il microatlante della libreria geografica è il primo dei due elementi della coppia

sketch-book

lo sketchbook di national geographic è il complemento dell’atlante: una volta arrivati a destinazione possiamo sedere in un caffè, nei pressi di un ponte, sui gradini di un monumento e fissare il luogo con segni e parole

sketch-book2

lo sketchbook aperto: a sinistra lo spazio per scrivere o disegnare, a destra appunti di viaggio di scrittori famosi

 

victoriana

letture davanti al camino: victoriana

pornosaffo

infine l’inaspettato, la svolta porno, lo scandalo sullo scaffale: liriche e frammenti di saffo, curati dal compianto ezio savino, colui che affermava “il greco è tutto


Lascia un commento

Tradurre un francese flamboyant_Romeo Sozzi & Promemoria

copertina buonaÈ nelle librerie, reali e virtuali, Romeo Sozzi & Promemoria – La manifattura dei sogni, libro pubblicato da Rizzoli, scritto da Pierre Léonforte e tradotto dal francese all’italiano chi scrive.

Un designer e la sua casa nei dintorni di Lecco: questa storia la scrive un autore francese dalla lingua ricca e sofisticata, con un portafoglio di termini desueti che ha reso la traduzione assai stimolante.

Screen Shot 2016-05-19 at 12.55.56La casa è bellissima, il designer un uomo dagli interessi variegati che, oltre al resto, ama i taccuini e la cancelleria: per l’autrice di questo post – notoria estimatrice di penne, matite, oggetti da scrittura – il tutto è, come si direbbe in inglese, pure cream.

Screen Shot 2016-05-19 at 12.56.11

Screen Shot 2016-05-19 at 12.54.39Se possiamo azzardare un Romeo Sozzi-Doctor Johnson in versione lombarda, anzi laghé*, Pierre Léonforte è senz’altro il suo James Boswell: un biografo attento e affascinato, capace di restituire sulla pagina l’uomo e la sua opera mantenendo uno stile del tutto peculiare, denso di impalpabile ironia e vagamente old-fashioned.

Doctor Johnson and James Boswell in Fleet Street, 1884

Il Doctor Johnson e James Boswell passeggiano per Fleet Street, Londra

Questa è la biografia di Romeo Sozzi secondo Léonforte:

“Fondatore dell’azienda di ebanisteria contemporanea Promemoria, creatore dei più bei mobili del mondo, contesi da una clientela internazionale competente, inventore di un’arte di vivere ultrasofisticata che coniuga semplicità e lusso, Romeo Sozzi ha sempre considerato le proprie case e appartamenti come altrettanti laboratori in grado di legittimare le sue creazioni e viceversa. Né la villa del lago a Varenna né l’appartamento di Milano sfuggono a quest’ordine delle cose belle, nel quale si misurano allo stesso modo l’appartamento Angelina di via dei Giardini a Milano, l’ampio spazio living-kitchen in cui riceve i clienti nella fabbrica di Valmadrera, oppure il suo ufficio, vero e proprio studio in espansione che si rivela la dimora e il centro principale della sua creatività. Là, in una quiete lontana dall’agitazione degli atelier e degli uffici, Romeo Sozzi legge, studia, consulta, compulsa, disegna, scrive, si riposa, parte, torna, ripone i suoi acquisti, le sue acquisizioni, accatasta i suoi libri, dispone oggetti, sedie, mobili, quadri, oppure li ammucchia nell’attesa di trovare loro una collocazione, di (ri)dare loro un ruolo.”

 E qui si descrive la sua passione per le cose della scrittura:

“Cresciuto con Dante e Simenon, il Sozzi lettore adora Voltaire, cosa tutto sommato normale per un uomo che disegna poltrone.

Ironia della sorte: la sua, al suo tavolo, non deve nulla alla sua matita. In legno scolpito a foglia dorata, montata su ruote, proviene da un antiquario di Londra e per il suo stile avrebbe potuto figurare in un film in costume. Come richiesto dal Sozzismo, il proprietario l’ha tappezzata in un velluto di seta color bronzo decisamente più vicino alla sua identità. È qui seduto che scrive, produce schizzi, disegna. La sua scrivania è una nave pronta a salpare, invasa da carte, dai suoi taccuini morbidi marchiati RS con i bordi argentati, ma anche da quaderni, scatole, astucci, contenitori straripanti di matite, di boccette di inchiostro giapponese per calligrafia. Dall’inchiostro alla penna: Romeo Sozzi possiede centinaia di penne e di portamine. Alcune sono ordinatamente allineate in un vassoio viola. La crème de la crème delle penne. Montblanc, Pilot, Delta, Pelikan, Waterman, Parker. E Omas, la sua preferita, anche se la paffuta Montblanc Daniel Defoe, la n. 9146 su una edizione limitata di 10.000, si confà ugualmente al suo stile.”

colophonLa pubblicazione del libro si deve al rigoroso coordinamento editoriale di Laura De Tomasi; il progetto grafico, splendido, a Pitis e associati. Il libro è una meraviglia per gli occhi, con doppie pagine nelle doppie pagine che racchiudono altre sorprese iconografiche, tutto su carta elegantemente opaca.

*Laghé: persona del lago (di Lecco).


Lascia un commento

Pubblicità_Pics Off!

Quando si trattava dei nostri spettacoli dal vivo, non era nostra intenzione intrattenere la gente. Volevamo ributtare sul pubblico le bassezze e la cattiveria della strada. […] Alcune sere sbarravamo le porte in modo che non avessero scelta se non rimanere a sentirci. Ogni notte era come fare una rivoluzione.

Alan Vega sulle performance dei Suicide

61-f12We9LL._SY498_BO1,204,203,200_

È approdato su Amazon, e auspicabilmente anche nelle librerie fisiche, Pics Off! – L’estetica della nuova onda punk. Fotografie e dischi 1976-1982, pubblicato da Nomos Edizioni, combattivo editore di Busto Arsizio. L’autore è Matteo Torcinovich e il progetto grafico – che come tutti i progetti grafici di pregio restituisce il contenuto nella sua luce più pertinente – è di Sebastiano Girardi (sul suo sito si può sfogliare il volume, qui: non perdetevi l’esperienza).

La vostra Anna Albano ha curato l’editing e la traduzione dei testi dall’inglese all’italiano: un doppio ruolo assai coinvolgente.

Dal punto di vista dell’editing è stato necessario trovare il modo di conservare nello stile quell’aura “trasgressiva” storicamente e inevitabilmente legata al punk1, badando nello stesso tempo a non indulgere a un linguaggio giovanilistico che avrebbe tolto autorevolezza a quella che è una vera e propria storia della new wave ripercorsa attraverso i materiali fotografici scartati nella scelta per le copertine, un documento preziosissimo per cogliere il flavor dell’epoca. Nelle parole dell’autore:

Pics Off! si situa al di qua del confine cronologico che di fatto segna la fine dell’importanza estetica della copertina, facendolo tuttavia da una prospettiva ribaltata, che mette sullo sfondo le immagini finali e fa parlare, invece, gli scatti secondari, i tentativi falliti, gli scarti di lavorazione. Sono loro, grazie alla testimonianza del materiale originale messo a disposizione dai fotografi, a diventare i protagonisti di questo appassionante racconto sulla genesi di immagini divenute nel tempo icone di un’epoca.

I materiali esposti, provenienti dagli archivi di venti fotografi che hanno lavorato con alcune delle band punk new wave più interessanti dell’epoca, consistono in un centinaio di immagini: stampe di prova realizzate dagli stessi fotografi per la scelta delle copertine o per la semplice archiviazione, ma, soprattutto, riproduzioni in grande formato dei provini a contatto scattati durante i set.”

Il grande interesse della parte di traduzione è consistito nel lavoro sulle interviste ai fotografi, fonti dirette per l’approfondimento nel backstage, o sulle dichiarazioni degli artisti, spesso tratte da rare riviste dell’epoca.

Le fotografie recuperate da Torcinovich, seppure scarti di produzione, sono bellissime, composte in pagine effervescenti, dai colori a tratti dolorosi o in bianchi e neri elegantissimi. Pics Off! non è un libro d’arte, ma una micro-opera d’arte, che nessuno potrebbe abbandonare a impolverarsi su un tavolino da caffè

 

Si parla di: The Ramones, Various Artists, Heartbreakers, Blondie, Iggy Pop, Cherry Vanilla, The B-52’s, Lizzy Mercier, Descloux, Teenage Jesus and The Jerks, Lydia Lunch, Alan Vega, Plasmatics, Plastics, Suicide, The Damned, Ian Dury ,The Jam, Ultravox!, David Bowie, Elvis Costello, Lene Lovich, Generation X, Nina Hagen Band, The Tourists, The Cure, Yellow Magic, OrchestraSheena & The Rokkets, Public Image Ltd, The Specials, Joe Jackson, The Pretenders, Echo and the Bunnymen, John Foxx, Bow Wow Wow, Japan, Depeche Mode, Bauhau

Matteo Torcinovich, Pics off! L’estetica della nuova onda punk. Fotografie e dischi (1976-1982), Nomos, Busto Arsizio 2016, 224 pagine, 24, 90 euro

1 Come spiega molto bene Torcinovich: “Il punk è stato indubbiamente l’ultimo movimento d’avanguardia rivoluzionario, non tanto musicalmente parlando ma in quanto fatto di costume per le energie creative che liberò in quasi tutto il mondo. Il punk è il figlio adolescente delle avanguardie storiche del Novecento, figlio scapestrato, pasticcione e senza grandi pretese, a parte quella di cambiare il mondo – ricordiamoci la scritta sulla camicia della ditta Westwood-MacLaren: ‘Be Resonable Demand The Impossible’. Molto è stato scritto, e il più delle volte a sproposito. Definirlo vuol dire ucciderne la sua vera natura, che è delirio e desiderio; l’attitudine ‘I Wanna Be Me’ e ‘Do It Yourself’ è l’anima stessa del punk, anima che disconosce ogni paternità, anche quella più evidente, per puro spirito di contraddizione.”
david

Brian Duffy, Lodger, David Bowie, 1979. La copertina fu il frutto della collaborazione tra Bowie, l’art director Derek Boshier […] e il fotografo Brian Duffy […]. Nel pieghevole originale presente nell’album, la fotografia di Bowie nei panni di una vittima di un incidente stradale viene associata all’immagine del cadavere di Che Guevara e a una riproduzione del Cristo morto di Mantegna. Derek Boshier: La copertina per Lodger fu il frutto di una collaborazione tra David, il fotografo Duffy e me. Mi piaceva moltissimo la soluzione al problema di David fotografato mentre cadeva: inquadrandolo dall’alto, su una tavola costruita appositamente per combaciare con la forma che cadeva. La tavola era stata progettata per essere completamente coperta dal corpo di David. Il lavandino fu collocato sotto la tavola, sul pavimento.