cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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Un due tre, Stella! L’esordio di “Fuori posto”

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Regina di Cuori: E ora… da dove vieni, e dove sei diretta?
Alice: Cercavo di ritrovare la mia strada.

Disturbante, a tratti inquietante. Ossessivo, ripetitivo. Sono alcuni degli aggettivi che identificano l’effetto sul lettore di Fuori posto, il libro di esordio di Stella Sacchini pubblicato da Coazinzola Press.

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Stella Sacchini fotografata da Silvia Gambini. Courtesy e © Silvia Gambini

La vicenda è presto detta: una bambina trascorre un periodo in un centro specializzato nel quale le raddrizzeranno la colonna vertebrale. È nel corso di questo soggiorno – di cui non conosciamo la durata ma che presumiamo non lunghissimo, trascorso in totale solitudine a parte una bizzarra relazione con un’altra bambina dai lunghi capelli – che “la bambina del letto in mezzo” (nel testo di Sacchini nessuno ha un nome, tranne Rosalia, la bambina dai lunghi capelli, le Big Babol e lo zaino Invicta della bambina con la schiena a S) compie un inquietante viaggio nei luoghi più bui.

Acutamente cosciente del proprio corpo, di cui vive immaginarie, quasi carrolliane trasformazioni – riduzioni, condensazioni, episodi di displacement –, specchio ed eco delle manipolazioni quotidiane cui viene sottoposta nella realtà, “la bambina del letto in mezzo” non è simpatica; l’autrice non fa nulla per rendercela tale se non aprire qualche squarcio di obliqua tenerezza, in cui vediamo la protagonista, sempre pensierosa e sofistica, ancora più piccola, a casa dei nonni, in una campagna in cui finalmente si respira un po’, oppure in rapporto con la madre. Ma qui non si respira per nulla.

“Me lo prometti, mamma, che non respiri più davanti ai manifesti dei morti?

Questa è bella! Ma la mamma non muore mica, stai tranquilla. E nemmeno tu.

E chi te l’ha detto?

Silenzio.

Ecco, vedi che non sai cosa rispondermi?

Ma come ti vengono certe idee?

Se davanti ai manifesti dei morti non respiri, la morte non ti tocca e tu non muori.”

“La bambina del letto in mezzo” è iperragionante, puntigliosa, caparbia. Sacchini ce la mostra dall’interno del suo giovane cervello, ne riproduce il continuo pensare attraverso la ripetizione, la ripresa e ripetizione dei pensieri, stratagemma che impartisce alla lettura un ritmo allo stesso tempo frenetico e lento, cento volte frustrante perché procede per avvii e arresti continui. La bambina si attrezza furtivamente per il suo viaggio all’interno dell’ospedale, parte alla ricognizione di passaggi irti di ostacoli, di budelli scuri e di un piano interrato dove si svolgerà la scena più lenta, frustrante ed emozionante dell’intero libro: quella in cui la tensione, che pervade insinuante tutto il libro – si ha continuamente la sensazione di un avvenimento incombente, ma poi succede poco – , si risolve assai cinematograficamente in una scena metrozombie a seguito della quale la bambina aggiungerà un’altra tappa al suo percorso di crescita. Una grande parte del libro è dominata dal sentimento della paura, ma la bambina antipatica, il nostro eroe, supera brillantemente la sua prova di coraggio estrema.

 “Dove finisce il dentro e dove comincia il fuori. Se il dentro finisce davvero e il fuori comincia sul serio. Se, piuttosto, è tutto un unico ininterrotto dentro. E il fuori è solo un abbaglio.”

Stella Sacchini ci offre una Alice un poco noir, una piccola principessa sul cui cammino non si parano volpi desiderose di essere addomesticate, una amazzone in miniatura con la schiena storta, colma di una disincantata fiducia, che tende la mano a nutrire le proprie paure per saziarle e neutralizzarle.

Una amazzone, sì. Perché è a stare dentro, che ci vuole un coraggio da leoni.

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Courtesy e © Silvia Gambini

Chiosa uno: in tutta la tensione e la sensazione di incombente pericolo, talvolta nel libro incontriamo anche un pizzico di Rodari:

“Scrisse che era una bella giornata, questa in cui era scampata allo stanzino buio pesto. Che se guardavi fuori la luce ti accecava. Che era una giornata ‘soleggiata, mite, allegra’.  Che era maggio e i prati si erano riempiti di margheritine gialle e bianche e l’erba era verde fosforescente. Era la prima volta che usava l’aggettivo ‘fosforescente’ e la cosa la divertì parecchio. Non aveva mai trovato un nome a cui l’aggettivo fosforescente calzasse a pennello. L’erba! Come aveva fatto a non pensarci prima? Scrisse poi che di sicuro sarebbe stata bella anche la settimana dopo, perché avevano detto che una primavera così non si era mai vista”.

Chiosa due: lo stile di Sacchini è lo stile di Sacchini; talmente sacchiniano che sarebbe consigliabile che Sacchini, in un auspicabile prossimo libro, lo proteggesse dalla maniera accortamente dosandolo.

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Courtesy e © Silvia Gambini

Chiosa tre: le recensioni di “cose da libri” si concludono quasi sempre con un cahier de doléances in cui si annotano refusi, incongruenze, imperfezioni assortite. In questo caso alla Coazinzola Press va il plauso di chi scrive per la qualità del lavoro editoriale e per la grafica elegante di Raffaella Valsecchi, con quelle belle minuscole in copertina e la font leggermente pastosa, collocata su un’interlinea perfetta, con i filetti in basso, accanto al numero di pagina, che scandiscono visivamente il ritmo della lettura. Non è poco, se si pensa che la Coazinzola è piccola e giovane; d’altra parte, nelle parole dell’editore Riccardo Duranti, la casa editrice “aspira a muoversi nell’aria della letteratura con la stessa eleganza, modestia e vivacità dell’uccellino da cui prende il nome.” Una dichiarazione di intenti che ci pare realizzata.

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Courtesy e © Silvia Gambini

Stella Sacchini, Fuori posto, Coazinzola Press, Mompeo (Ri) 2013, 18 euro.

Si trova su Amazon.it, presso l’editore o dal vostro libraio di fiducia, che ve lo ordinerà

Biografia dell’autrice

Classe 1982, laureata in Filologia bizantina a Macerata e poi master di secondo livello in Traduzione di testi postcoloniali in lingua inglese a Pisa, Stella Sacchini insegna italiano come seconda lingua, traduce dall’inglese, dal latino e dal greco (Fitzgerald, Jane Eyre, Il meraviglioso mago di Oz, Tom Sawyer, racconti di fantasmi di Dickens).

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Courtesy e © Silvia Gambini


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“Un’energia strepitosa della coscienza”: Mario De Santis, l’intellettuale caldo

Mario De Santis al bar di San Telmo, Buenos Aires

Mario De Santis al bar di San Telmo, Buenos Aires.

È caldo, easygoing, disponibile: non è il ritratto di un pornodivo ma quello di Mario De Santis, poeta e giornalista radiofonico, knowledge disseminator dalle frequenze di Radio Capital, infaticabile promotore di cultura. Mario non si risparmia: nel corso della sua conversazione con la signora “cose da libri” ha parlato per una ventina di cartelle da duemila battute.

Abbiamo ragionato sull’opportunità di pubblicare sul blog un testo così lungo, chiedendoci se avremmo dovuto fidarci della soglia di attenzione dei lettori degli anni Duemila, concludendo che sì, e che questa operazione sarebbe stata denominata con il titolo, assai suggestivo, Fidarsi della soglia.

Il conduttore di Soul Food ci parla della sua idea di poesia e di diffusione della lettura, di recensioni, di social network e della nostalgia per la concentrazione pre-Facebook.

Oltrepassiamo la soglia, fidiamoci, ascoltiamo.

Courtesy planetbarberella.blogspot.comSei autore e conduttore radiofonico, scrittore, recensore: sintetizzando in una orrenda espressione sei un “operatore culturale”. Quale è il tuo personale progetto, come intendi questa funzione negli ambiti in cui sei presente? A chi ti rivolgi e cosa ti prefiggi?

Radio, scrittura, recensioni sono cose diverse, per cui immaginare un progetto unico è un po’ complesso. Tralasciando una parte del lavoro radiofonico in cui faccio giornalismo e comunicazione nella forma del talk show, con Soul Food propongo libri con la formula dell’intervista, mentre in rete, nel blog o su Facebook scrivo recensioni, in cui mi permetto il lusso di fregarmene del “riquadrino”, del “boxino” a cui sarei costretto se scrivessi in un giornale (il boxino è l’ultima follia dei media di carta, che ormai franano sotto questa coltre di coriandoli inutili, e la cultura è la prima a pagarne il prezzo, salvo baronali eccezioni in qualche riserva indiana di potentati dei grandi quotidiani.
Invece come scrittore sono essenzialmente poeta, e quindi penso realisticamente in partenza di fare un’operazione al contrario, su un pubblico molto più ristretto, minimal, in un ambito ormai di “ricerca” anche per chi legge; vale a dire mi rivolgo a quel pubblico che è in grado di interpretare anche secondo canoni letterari (perché ha fatto un percorso di lettura di testi) la poesia, almeno che proviene da una tradizione del Novecento e che ha al centro la lirica, quella in cui è il linguaggio stesso ad avere un senso, la sua forma. Stiamo quindi parlando di un tipo di esercizio alla lettura che spesso anche certi universitari delle nuove generazioni non fanno più.
Però “ricerca” non vuol dire per me collocare la poesia in un alveo metareferenziale, legato alla tradizione formalista o sperimentale. Qui forse cerco di intravedere una saldatura tra le tre cose; la mia scelta poetica prende le mosse da un dato, lo dico molto semplicemente: la comprensibilità. Ovvero orientare una riconoscibilità della lingua utilizzata, dialogare con una tradizione acquisita per innovare, per modificare quella stessa, una poesia che sia in grado insomma di essere scarto dalla norma, ma proprio per questo non attingere a polifonie di linguaggi, né a mimesi di magma psichico né a riferimenti, a saperi, a filosofia, psicologia, linguistica. Ricordo una frase di Roland Barthes che diceva più o meno “Esiste una morale della forma”. Ovvero una responsabilità verso la comunità nella quale si vuole collocare il testo. E un piacere del medesimo testo, aggiungo io, che resta fondamentale pur nello scartare la norma. Continua a leggere


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Felicità, la sindrome cinese degli imprenditori e una pagina di cahier de doléances on behalf of Mr. Allen Lane

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Per chi scrive spesso la felicità coincide con la cancelleria, comprata, sottratta o ricevuta. E da ieri, nella categoria dei ricevuti – in realtà ieri c’era un altro motivo, nella categoria dei sottratti, ma non si dica a nessuno –, trionfa sulla scrivania di mrs. “cose da libri” un taccuino della serie Penguin, dall’adorata amica inglese.

La cerimonia dello scartamento è avvenuta come sempre sul divano. C’erano un filo di lana, una bustina trasparente, una fascetta esplicativa con la bella storia della nascita degli immortali tascabili. Nel 1935, vi si dice, Allen Lane cambia il mondo inventando “i libri intelligenti a basso prezzo”: è l’inizio dell’era del pinguino. Negli anni duemila qualcuno inventa i taccuini che riproducono i titoli delle prime edizioni, un’idea favolosa, tutti quei colori accesi, e i titoli. Riguardo avidamente la copertina, appunto l’attenzione sulla scritta che indica la collana: “Essays and Belles Lettres”. “Belles Lettres”: perché lo sguardo non si scolla, indugia? “Beiies Lettres”, c’è scritto, in realtà.

IMG_1702Apro, guardo la prima pagina a sinistra e leggo atterrita “I found please return to…”. “I” in luogo di “If”.

IMG_1703Riguardo la fascetta esplicativa, che alla fine della storia di Mr. Allen riporta la dicitura fatale: “Made in China”.

Va bene la delocalizzazione, ma poi c’è anche la globalizzazione: nel senso che le cose vanno in giro, e se vanno in giro vestite in questo modo non si capisce neanche più che sono figlie di Allen Lane, nominato sir nel 1952.

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Massimo Gatti, “Witness of Silence”

copertinaIl 19 novembre si è aperta alla galleria Robilant +Voena di Londra “Witness of Silence”, una mostra che presenta una selezione dei primo lavori di Massimo Gatti.

AtmosphereMassimo Gatti è un fotografo romano, imprenditore prestato all’arte, che da una quindicina di anni ha fatto del suo amore per la fotografia un’attività preponderante.

AtmosphereHa pubblicato diversi volumi con Electa, e con Skira un volume sull’étoile Eleonora Abbagnato.

AtmosphereGatti ha fotografato Belén Rodríguez e Paris Hilton, che compaiono sul suo sito, nella sezione Portrait; e nella stessa sezione troviamo anche ritratti così,

Massimo_Gatti_photo__MG_0813.jpg-bn.jpg-tag.jpg22così

Massimo_Gatti-53e così.Massimo_Gatti-101 La mostra, il cui côté mondano è ben documentato dalla gallery di Dagospia, è accompagnata da un catalogo, edito da Skira, con un testo introduttivo della vostra Anna Albano. Quando ho visto queste immagini –  che a una analisi superficiale appaiono come quadri densamente campiti, e poi scopri che si tratta di riquadri di pareti, di porte, di provette – ho sentito un richiamo forte; ho poi appreso che sono state scattate da Gatti nel corso dei suoi diversi soggiorni in cliniche e ospedali, mentre era in cura per un tumore del sangue.

Prima di sapere di cosa si trattasse, durante la riunione preliminare, questi oggetti hanno comunicato con me attraverso un linguaggio misterioso e attraente. Di seguito il testo dell’introduzione, che ho scritto con gran gusto.

Asciutto, tenace

Anna Albano

La carne è forte, pensava, più forte di quel che crediamo. Vuole sempre andare avanti.

John Williams, Stoner

C’è un’immagine, tra le fotografie che compongono questo libro, una porta in fondo a un corridoio, una fuga prospettica di un gelido blu che trasmette a chi osserva un senso di inquietudine, come a suggerire che varcare quella soglia non è consigliabile. Massimo Gatti ha scattato questa e le altre immagini di Witness nelle cliniche di Europa e di America, che ha frequentato in veste di paziente dopo che nel 1999 gli era stata diagnosticata una grave forma di tumore del sangue.

Gravato del suo carico emotivo e munito di una piccola macchina fotografica non professionale, ha scattato una serie di immagini spiazzanti, che quasi mai dicono il vero: dettagli di luoghi e oggetti che diventano altra cosa in un tentativo di manipolare la realtà per dominarla, per contenere l’angoscia.

Gatti, sicuramente memore delle opere degli artisti minimal di cui colleziona le opere da decenni, dispone sulla scena pochi elementi geometrici disincarnati, colori densi e pieni. Sono campiture compattissime che chiamano a raccolta le energie, forme e colori essenziali che comunicano una intensa volontà di lotta (in altri casi, a controcanto, le tinte si fanno più sfocate e confuse).

AtmosphereDi fronte alla possibilità della morte si esclude inesorabilmente qualunque orpello, tutto si riduce a un’unica speranza di restare. Di fronte alla possibilità del nulla si smarrisce anche l’ateo: risulta per questo ancora più potente l’ombra compatta del crocifisso (come non pensare a Dan Flavin, ma un Flavin alla rovescia, in cui la luce fa da contorno al suo contrario), con quel chiodo infisso nel muro che richiama la Passione, la sofferenza della carne, e un chiodo buca e ferisce, ma serve anche a rimanere attaccati, a sostenere.

grgv 001Tanto che a volte Gatti allarga l’obiettivo sino all’iperrealismo: piccole luci sugli schermi delle apparecchiature medicali paiono strane stelle in un cielo fosco, due strisce orizzontali rosso e oro dettagli giganteschi di paramenti ecclesiastici: come a testimonianza di una forte necessità di trattenere la realtà rappresentandola più grande e potente. Nelle geometrie delimitate, nei rossi intensissimi – campiture di sangue vitale che si oppongono al nero – c’è sempre il senso di un confine da proteggere, oltre il quale si avverte il pericolo. Sono immagini raggelanti nella loro essenzialità apparentemente muta, che tuttavia a un secondo sguardo si caricano di un pathos contenuto a stento, di una ribellione sottile ben rappresentata dall’immagine che chiude la serie: una barella vuota, in perfetto ordine, su uno sfondo caldo di arancio e di giallo, presenza quasi beffarda, il segreto sberleffo di un uomo che se ne è alzato sano, a cui non serve più.

Massimo Gatti, Witness of Silence – Abstract Forms of Light, con un’introduzione di Anna Albano, edizione bilingue iitaliano e inglese, Skira editore, Milano 2013, 49 euro.


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Grazia, dove sei?

Page_1Quelli che seguono sono due stralci dalle recensione del libro Prima che tu mi tradisca, scritto da Antonella Lattanzi e pubblicato da Einaudi. Non dirò di chi è la recensione, né il (pomposo) sito da cui è tratta. Non aggiungerò altro. O forse concluderò che il mondo dei recensori è tutto un pot pourry.

[…] Parla del rapporto di amore/odio tra due sorelle – come tra madre-figlia – la seconda prova di Lattanzi, già apprezzata per l’esordio Devozione (Einaudi), che qui affina ulteriormente la capacità narrativa per originalità di linguaggio, pot pourry di dialetto barese, lunghi dialoghi, descrizioni ambientali che ti fanno credere di stare dove sono le parole (Bari come limitazione, immobilità, grezzume; Roma come possibilità spesso delusa), introspezioni a rivoltare i sentimenti come panni sporchi. […]

Solo Michela sa e si cuce la bocca per vent’anni. Nascondere una verità sì ingombrante è il tradimento per eccellenza. Ma è l’unico modo affinché si accorgano di lei, la vedano come quella figlia perfetta che non è mai stata perché siamo umanamente fallibili. Riassumere la trama sarebbe limitante, molte cose accadono, i capitoli si intrecciano complicandosi, slegandosi per poi riannodarsi in un gioco di specchi in cui ci si osserva negli occhi degli altri. Oltre ad essere un romanzo sulla sorellanza è il ritratto di una famiglia pugliese che tira emotivamente a campare e che, come molte famiglie, nasconde segreti e bugie e si rifiuta di imparare che cosa significhi davvero volersi bene.


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Dalla Spagna, “Alice nel mondo reale”

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“Ogni vita è un viaggio e il percorso non è sempre quello desiderato”: è l’incipit di Alice nel mondo reale, graphic novel scritto da Isabel Franc e illustrato da Susanna Martín che affronta due temi complessi: il tumore al seno e l’omosessualità femminile.

Pages from COOP Alicia_IT_DEVoce e tratto si mantengono lievi, in questo racconto autobiografico che sa evitare la retorica dall’inizio alla fine e racconta di amori, affetti, indipendenza, di amiche invadenti ma pronte al sostegno, di capelli che cadono e ricrescono a chemio terminata, di una convalescenza in Toscana e di una soluzione assai creativa per risolvere il problema della cicatrice lasciata da una mastectomia.

Pages from COOP Alicia_IT_DE copyAlice nel mondo reale sarà presentato il 31 ottobre al Vanilia & Comics di Bologna, alle 18:30; qui trovate una scheda ben fatta su libro e autrici.

Isabel Franc, Susanna Martín, Alice nel mondo reale, collana 9L, Panini, Modena 2013, 15, 30 euros ben spesi.


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BOOK’N’ROLL: SCRITTORI, LIBRAI, MUSICISTI COME NON LI AVETE MAI VISTI

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Irene Chias

Irene Chias a Book’n’Roll con “Esercizi di sevizia e seduzione”

 Venerdì 15 novembre alle 19:00, alla libreria Utopia di Milano.

Parole: Irene Chias e Lucio Morawetz

Musica: MaiPiùSenza

Aperitivo: Osteria Utopia

In uno dei capitoli più belli del libro, significativamente intitolato Manifesto programmatico, l’autrice dichiara che il suo scopo è “riequilibrare la percezione di normalità dell’abuso sessuale fra i due generi” e lo fa riscrivendo dal punto di vista di una donna e mettendo in scena per vittime uomini, opportunamente narcotizzati, descrizioni di sevizie di famose opere letterarie (gli autori citati sono, tra gli altri, Ellis, Marinetti e Burgess).

 BOOK’N’ROLL: SCRITTORI, LIBRAI, MUSICISTI COME NON LI AVETE MAI VISTI.

Book’n’Roll è una rassegna di presentazioni multisensoriali che fa parlare i libri con voce, musica e video.

Irene Chias è nata a Erice e dal 2003 vive a Milano, dove lavora come giornalista. Ha pubblicato diversi racconti e nel 2010 il romanzo Sono ateo e ti amo. Esercizi di sevizia e seduzione è uscito quest’anno per Mondadori.

I MaiPiùSenza sono Rose Zerri, voice, animals and noise; Alez Stang, guitar, percussion, ukulele bass, toy piano and drum machine: producono funambolici, affascinanti, irriverenti percorsi musicali al limite della legalità.

Book’n’Roll nasce da un pensiero di Anna Albano del blog “cose da libri” e dalla disponibilità di Lucio Morawetz di Utopia.

Qui la recensione di “cose da libri” a Esercizi di sevizia e seduzione .

 


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Altro che mocio

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“Quando un brand ‘targettizza’, deve farlo sul serio; altrimenti son soldi buttati – e si sa quanto il marketing pesi. Arcasa, beninteso, ha chiarissimo il background dei suoi pulitori: casalinghe veterotestamentarie, alle prese con diluvî e marróssi.
Quanto all’accento del ‘Mosé’, non se ne abbia il redattore moderno: l’ebraico è una lingua senza vocali”.

Devo la recensione del secchio che separa le acque all’arguzia della collega Antonella Gallino; per completezza aggiungo un link ad altre recensioni, decisamente di tutt’altro stampo.

Ah, e attenti alla Gallino, che è un vulcano: knowledge worker a tutto tondo, cantante e yogista, nei prossimi mesi potrebbe riservarci straordinarie sorprese.


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Le colte mosche di Gianni Pezzani

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Gianni Pezzani, Mouche à lire, Kerouac, 2013. Courtesy e copyright Gianni Pezzani

“Ho iniziato tutto ammazzando qualche mosca per caso, chiudendo libri a Torrechiara, in estate, dove avevo affittato una casa in mezzo alle vigne. Ho notato che le mosche si posavano su certe parole, e ho pensato che avrei potuto riprendere le mosche che leggono. La prima foto la ho scattata a una mosca posata sulla Camera chiara di Roland Barthes e sulla frase ‘La foto diventa sorpresa… che non si sa perché sia stata fatta’ […]”.

L’immagine sopra è parte della serie Mouches à lire di Gianni Pezzani, a sua volta presentata nel venturo libro Orme / Shadows, in preparazione presso Skira. La vostra Anna Albano ne cura l’editing in italiano e in inglese. Nel volume, tra l’altro, troverete Milano notte (2008-2011), una strepitosa serie di immagini dedicate alla città: non vi compaiono persone, ma automobili e luci in primo piano. E Cucina della mamma sospesa nella notte (1981): iperrealismo misurato e affettuoso di oggetti domestici.

Pages from ombre_menabo_280x225_03Qui sotto qualche appetizer dai testi: enjoy.

Vi sono una serie di scoperte sul piano tecnico che sono solo la superficie, l’aspetto più evidente della ricerca di Pezzani, che ha inventato un modo diverso di pensare i luoghi delle sue origini, le terre della piana del Po, la Bassa, per trasformarle da luoghi contemplati in spazi diversi, misteriosi. Come egli abbia fatto, e come abbia poi trasferito queste iniziali scoperte nelle ricerche degli anni seguenti e fino a quelle dell’ultimo decennio, è la storia di questo libro, è la storia che intendo raccontare.

Arturo Carlo Quintavalle

Si scappellò ripetutamente
tanto nel bosco
non c’era tanta gente
erano solo in tre.
A.G. Pinketts

Pezzani come sempre è portatore di un’eleganza di altri tempi; completamente vestito di lana, calza scarpe inglesi e ordina Franciacorta.

Bryan

Su Gianni non conosco negatività, forse l’unica nel momento migliore dei nostri rapporti; la sua partenza per il Giappone nel 1984.

Lanfranco Colombo

Un “on the road” della fotografia come il mitico, per noi di “quella” generazione, Jack Kerouac, eroe osservatore e protagonista di coinvolgenti avventure, adorabile narratore che sapeva scrivere come Gianni sa fotografare.
Renato Corsini

Sono orgoglione e orgoglioso di essere amico di Gianni Pezzani, raffinatissimo artista-artigiano della fotografia.
Roberto Freak Antoni

Nasce nel 1951 a Colorno, dove all’età di quindici anni ha il primo approccio con il mezzo fotografico: una camera a fuoco fisso con cui ritrae alcuni amici del paese, mostrando una precoce attenzione alla “messa in scena” di piccole narrazioni.

Dalla biografia nel volume