cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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bamboline all’ultima moda, sempre sul pezzo

mi piacevano e mi piacciono le bambole di carta da vestire con abitini diversi, da attaccare al corpo dell’abbiglianda in canottiera e mutande, con le loro linguette. abitini, cappellini, persino scarpine e calzine.

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non devo essere l’unica ad apprezzare questa innocua attività infantile. i social network, facebook in testa, appaiono come un’enorme bambola espansa che gli utenti rivestono a seconda degli eventi che accadono là fuori. vestitino francese dopo il bataclan, fiocchetto antiaids e antiviolenza e anticancro, “je suis” a piacere.

se portiamo un piede oltre la soglia telematica e ci mettiamo a guardare dalla finestra, dall’esterno verso l’interno, l’impressione è quella di un enorme open space in cui solerti impiegati dall’aria un po’ demente vestono e svestono sagome neutre, su cui si avvicendano simboli e drappi sempre nuovi.


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mangiate, vi prego

certe donne, quando mangiano in pubblico (non so poi in privato), centellinano un pacchetto di crackers o una brioche staccandone pezzetti con le mani come uccellini educati: con un garbo tutto femminile, compagno di quello imposto a mrs cosedalibri quando era piccola: “chiudi le gambe”.

io non sono mai stata capace di stare seduta composta: quelle pose con le gambe parallele e poi piegate con grazia non mi sono mai riuscite: non sarei mai potuta andare in vespa al posto del passeggero con le gambe appese di lato. a me le brioches piace morderle, e sulla sedia sto a gambe larghe perché così mi è comodo. e, signore, mangiatele come dio comanda, quelle paste, quei crackerini, siate pantagruel, ché non so se la suora di chaucer fosse molto felice.


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del perché a volte il free wi-fi rimane inutilizzato

free-wifi(1) lo chiameremo bar “l’elefante”. è il bar del nostro quartiere, quello con il dehors, di cui abbiamo parlato anche qui. in questo bar si svolge l’aperitivo condominiale del giovedì, qui arriviamo, la gente del mio palazzo e io, a seconda delle occasioni con un mazzo di fiori per un compleanno, mascherati per carnevale o halloween, in tuta, mazzo di chiavi e cinque euro per pagare l’aperitivo se non abbiamo voglia di stare in ghingheri. di recente sulle pareti del dehors è comparso un cartello che recita “free wi-fi”. il fatto è che nel nostro bar quelli che si siedono con il caffè e il portatile o quelli che guardano il cellulare tutto il tempo si vedono di rado, perché all’“elefante” si ciarla, a volte ci si confida, spesso si lanciano scherzi e lazzi.

è un bar di quartiere, dicevamo: dall’arredamento orrendo, dove passano l’impiegato in cerca di affetto prima di varcare la soglia dell’ufficio, il libero professionista prima di cominciare la giornata di lavoro, le signore in pensione che occupano i tavoli con tante amiche, i negozianti intorno. uno di questi negozianti ha scoperto di stare male, male da inquietarsi, e c’è un gruppo di signore che ogni mattina lo accoglie a un tavolino – si sono messe d’accordo per tirarlo su, perché questi giorni paurosi gli siano un po’ più dolci, e allora giù siparietti per lui. ecco perché “l’elefante” non è il regno del free wi-fi. piuttosto quello del free will, condito con free style. delicious and refreshing. Coca-Cola (189)


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giuseppe catozzella e lo spalatore di merda

palacapita spesso, se vi sintonizzate su radio popolare, di ascoltare la replica di qualche trasmissione passata: è quello che è capitato ieri sera a mrs. cose da libri, che mentre si dedicava alla cucina (ma si farebbe ammazzare piuttosto che rivelare quello che stava preparando. si limiterà a dire che l’adolescentina ha assai apprezzato, e che il colore predominante nel piatto era il verde) prestava distrattamente l’orecchio alla replica di olio di canfora, con la conduzione di dario falcini. è una trasmissione che si occupa di sport e che in virtù di questo l’11 gennaio di quest’anno ha intervistato giuseppe catozzella, recensendo il suo non dirmi che hai paura. è la storia di una giovane, poverissima atleta somala che ambisce a vincere le olimpiadi e che per “inseguire il suo sogno” (his words, not mine) un giorno si imbarca su una nave della speranza e a 57 miglia dalle sponde dell’italia muore in un naufragio. fin qui tutto nella norma, persino i blurbs degli apprezzatori, doverosamente pubblicati sul sito dell’autore prima della fatale indicazione “acquista il libro” e materia ghiotta per il mio amico alberto forni, inventore di fascetta nera (nonché occasione di rivoltamenti nella tomba della povera harper lee). eccoli qui:

Hai la sensazione che queste pagine ti abbiano cambiato.”

Roberto Saviano

“Straordinario per levità, energia, speranza.”

Gad Lerner

Capace di raccontare la più grande epopea del nostro tempo.”

Erri De Luca

Mi ha commosso come, a suo tempo, Il buio oltre la siepe.

Goffredo Fofi

l’intervista, capolavoro di piaggeria da parte di falcini, conferma ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che gli scrittori devono parlare il meno possibile, a meno di non rilasciare un’intervista alla “paris review” (una cosa che a catozzella non accadrà mai).

questo ragazzo un po’ bolso parla con una vocetta bizzarra, in cui si mescolano un’isterica sorpresa per il successo che va arridendo alla sua operina di pancia (scende in campo addirittura goffredo fofi! goffredo! proprio tu, che sei stato amico di grazia!) e un’irreprimibile paraculaggine derivante dalla consapevolezza di appartenere a quel gruppo di miracolati, genericamente ascrivibili alla sinistra pietistica, che tengono un blog sul “fatto quotidiano” – gli fa buona compagnia, sul “fatto”, la paladina degli ultimi veronica tomassini, autrice dallo stile riconoscibilissimo in quanto oscurissimo.

parla, il nostro giuseppe, di emozione, di voler dare emozione, di aver scritto il libro con il cuore – si ascolti il minuto 9:17 del podcast –; dell’eroismo della ragazza somala, che insegue sogni, non si dà per vinta, mette in campo tutta la sua tenacia eccetera e poi muore, pronta per entrare nella cronaca di catozzella.

la quantità di luoghi comuni e banalità diverse espressi nell’intervista è sconcertante. mi ha fatto pensare che se si lascia spazio a contenuti del genere, se non si cerca il più complesso, il nostro palato di utenti – di utenti di tutto, libri, radio, televisione, internet – si andrà sempre più obnubilando, e che i nuovi, i ragazzi che vanno a scuola, gli universitari (già c’è la sfiga della laurea triennale) avranno accesso sempre più difficile ai grandi veri (sì, esiste una gerarchia di qualità).

va profilandosi all’orizzonte una nuova, complicatissima, raffinatissima professione: lo spalatore di merda, quello che ha il compito di eliminarla per portare alla luce argomenti e contenuti che contano, contributi significativi e veri.

 


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Francis Barber, mai schiavo. Mrs. Johnson née Porter, il suo toyboy e la liberalità di pensiero di James Boswell

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Un incontro letterario presso la casa di Sir Joshua Reynolds; molti dei partecipanti furono tra i fondatori di The Club. Da sinistra a destra: James Boswell, Samuel Johnson, Sir Joshua Reynolds, David Garrick, Edmund Burke, Pasquale Paoli, Charles Burney, Thomas Warton, Oliver Goldsmith

Ch’egli [il dottor Johnson] sospendesse i suoi lavori letterari per un certo periodo del 1752 non parrà strano quando si pensi che, subito dopo la conclusione del “Rambler” fu colpito da una perdita che lo riempì di profondissimo dolore. Il 17 marzo sua moglie morì. Non riesco a capire perché sir John Hawkins osi supporre, senz’alcun fondamento, che l’affetto di Johnson per lei fosse artificioso (intendendo con questo simulato o finto) e affermi che, se così non era, si trattava comunque d’una lezione che “aveva imparato a memoria”; a meno che ciò non derivi dalla mancanza in lui di sentimenti del genere. Concludere dal fatto ch’ella era molto più vecchia di Johnson o da qualsiasi altra circostanza, ch’egli non potesse veramente amarla, è cosa assurda; poiché l’amore non si fonda sul ragionamento ma sul sentire, e non esiston quindi principii fissi su cui giudicare in proposito. Ognuno ha i propri gusti e sentimenti particolari e reagisce alle qualità della persona che ammira con impressioni troppo minute e delicate perché si possano esprimere a parole […]

Che il suo amore per la moglie fosse ardentissimo e che, per un lungo periodo di cinquant’anni, non diminuisse col trascorrere del tempo, risulta in modo evidente da diversi brani delle sue Preghiere e meditazioni pubblicate dal rev. Straham, come pure da altri documenti […] L’anello nuziale, che le aveva donato quand’ella era divenuta sua moglie, fu poi, dopo la sua morte, da lui conservato, sinché visse, con cura affettuosa, in una scatoletta di legno rotonda, nell’interno del cui coperchio attaccò una striscia di carta dove scrisse di propria mano, in bei caratteri, quanto segue:

“EHEU!

ELIZ JOHNSON,

NUPTA JUL. 9° 1736,

MORTUA, EHEU!

MART. 17° 1752”

Dopo la sua morte, Francis Barber, suo fedele servo ed erede universale, offrì questo tenero ricordo alla signora Lucy Porter, figlia della signora Johnson; ma avendo essa rifiutato d’accettarlo, lo fece montare come anello da lutto per il vecchio padrone, e lo regalò a sua moglie, signora Barber, che oggi lo possiede.

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Ritratto di Francis Barber attribuito a James Northcote

I brani sono tratti da James Boswell, Vita di Samuel Johnson, I, Garzanti, Milano 1982


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la cultura del piagnisteo (però mariarosa non lagna)

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l’incongrua immagine di helen mirren e russell brand viene da people.com. però bella, no?

cari lettori di “cose da libri”, io direi:

– procuratevi una bella tazza di caffè con molto caffè, possibilmente nescafé;

– riservate dieci minuti di questa mattina di pioggia (almeno qui a milano) a voi stessi (spegnetelo, quel telefono: non accadrà nulla di capitale, mentre non siete connessi);

– cliccate sul link che vi porta all’articolo di mariarosa mancuso sul “foglio”, dall’evocativo titolo Contro il piagnisteo;

– godetevi l’energia.


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dove si comprende da fonti affidabili che l’appello di papa francesco a vergognarsi non ha alcun senso

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ho apprezzato moltissimo le risposte di alain mabankou all’intervista di francesca giommi sul “manifesto”: in particolare l’accenno alla responsabilità degli africani relativamente alla loro attuale condizione, che l’autore apparenta alle colpe del colonialismo. questo riconoscimento di responsabilità è agli antipodi rispetto all’atteggiamento paternalistico e neanche troppo sottilmente razzista di chi vede l’africano esclusivamente come povera carne da curare e accogliere, un eterno bambino, anche un po’ animale. io non compro romanzi allo zenzero e non mi piacciono le borse di pezza multicolori: però comprerò il romanzo di alain mabanckou. molto bravi i 66thand2nd a pubblicarlo.

qui, qui, qui e qui una manciata di antichi post sul vecchio “cose da libri” sul modo di considerare i negri, anche da parte di una certa mefitica sinistra, che prende spunto da un omicidio avvenuto a milano cinque anni fa.


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La vispa Michela, ovvero: la trasfigurazione del banale

Sempre Guido “vale-la-pena-leggerlo” Vitiello su Michela Marzano e altro.

Guido Vitiello

vispa_teresa_1918L’una ha scritto Volevo essere una farfalla, l’altra voleva acciuffare gentil farfalletta; per il resto, non si notano differenze apprezzabili tra Michela Marzano e la Vispa Teresa. E chi si accanirebbe contro la Vispa Teresa? Non stilleremo una sola goccia di sarcasmo sull’ultimo libro della filosofa e deputata, L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore, che Utet pubblica in questi giorni. Ma un innocente gioco di contrappunto questo sì, sarà istruttivo per illuminare un meccanismo che va ben al di là del libro e della sua autrice.

Dalla recensione di Leonetta Bentivoglio su Repubblica del 29 agosto: “Un percorso irregolare e quasi spavaldamente eccentrico, che attinge a innumerevoli scenari intellettuali ed espressivi: le citazioni riguardano Stendhal, la Dickinson, Lacan, Zagdanski, Bauman”. Da L’amore è tutto di Michela Marzano: “L’amore, in fondo, è quel segreto che ci portiamo dentro. Due linee parallele che non si incontrano mai…

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I commessi delle librerie devono morire

indiaprwire.com

“[…] Che chiuda l’orrenda Feltrinelli di via del Babuino a Roma è un fatto positivo, va colto il lato positivo: si sfrondano le finzioni ipocrite, cadono censura e autocensura, si va direttamente al nucleo dell’autenticità. Oggi entravo in una Feltrinelli, orripilato da quanto vedevo: pochissimi libri sul bancale, per fare posto a un allucinante caffè sotterraneo, frequentato da personaggi estranei a tutto. Chiedevo copie di libri di recente uscita e non li avevano; domandavo se li avessero riordinati e la risposta era: ‘Boh’. A rispondermi così era una commessa gentilissima che, evidentemente, nulla sapeva non soltanto di catalogo, ma anche di nuove uscite.
Dovete andare a casa tutti, voi che avete ingolfato il mio presente di credenze idiote e proiezioni assurde sull’immediato futuro. Non sapete cosa e come fare: andate via.
Io penso che tra qualche anno nessun editore vorrà pubblicare libri che scriverò. Me ne farò una ragione, pubblicando per i cavoli miei e di chi avrà interesse, su una libreria on line che stamperà e spedirà anche carta, oltre che digitale”.

Così scrive Giuseppe Genna in un suo post su Facebook. A parte la straordinaria chiusa autombelicale, il fatto che Genna, così come altri, quasi plauda alla chiusura della libreria in via del Babuino mi pare inquietante e di una arroganza senza limiti all’interno di una visione molto limitata. Nessuno si straccia la vesti, nessuno piange per un pezzo di cultura che lascia il quartiere. Se la Feltrinelli fosse stata una libreria di quartiere di proprietà di Tizio Vattelapesca, il mite libraio che con i suoi consigli ha allevato generazioni di lettori e che era sempre pronto per un consiglio e una chiacchierata, ci sarebbe stata l’indignazione generale, i frusti discorsi contro le librerie di catena e magari anche un piccolo flash mob. Invece, per soprammercato, i commenti dei seguaci di Genna sono forse più inquietanti di quelli del titolare della bacheca:

 Commentatrice: prendo l’occasione, grazie giuseppe, per raccontarti questo. dopo dieci anni in molte librerie non ne ho più trovata una. sono stata ‘rimbalzata’ due volte dall’interinale gi group che gestisce le mondadori multicenter. inizialmente non mi hanno dato spiegazioni del mio essere non ‘idonea’ ma alla fine riesco ed ottengo il motivo: perché il mio profilo era troppo alto. in una libreria, dove qualsiasi manager partirebbe dal presupposto che il mio ‘profilo’ troppo alto è solo essere più veloce, mettere a posto, e anche sì, conoscere i libri un po’ di più di commesse prese per pochi mesi e poi lasciate a casa, sono questi i librai che tu stai raccontando. io ero talmente furente che ho ipotizzato, sperando, che la mondadori in tre anni potesse chiudere.

Giuseppe Genna: La Mondadori venderà prodotti, non libri, passando per un periodo in cui cercherà di smerciare editoria per bimbi e young adults. La Mondadori, intendo la catena di librerie, HA GIA’ CHIUSO, come anche Feltrinelli – deve soltanto prenderne atto… Ci impiegheranno pochi anni, secondo me meno di dieci.

 Qui si può seguire il resto del thread.

Il mio parere è che ci sia posto per tutti. Per la Feltrinelli, per i librai che non lagnano ma intraprendono, per i bravi editor o redattori. C’è posto anche per gli editor cani e per i librai insopportabili, in questa nostra meravigliosa epoca di capitalismo un po’ marcio. Quello che mi dà da pensare, e mi dà anche molta noja, è l’insorgere di scrittori, operatori culturali, e peggio ancora gente che a vario titolo lavora in editoria (mezze calzette, ché i bravi redattori e correttori di bozze sono difficili da trovare: molti tra quelli che lavorano in editoria se la tirano, aderiscono a San Precario perché, asseriscono, gli editori sono cattivoni e non valorizzano le loro immense capacità. Così, invece di continuare a studiare e di prepararsi, vanno in piazza a protestare. Poi la sera, davanti a un aperitivo, preferibilmente a Milano, si lagnano ancora davanti a un canapè vegano. Normalmente non sanno una beata fava, in alcuni casi scrivono po’ con l’accento. Ma va bene. Abbiamo voluto le lauree triennali, no?), i quali osano proporre ancora la distinzione tra il commesso ignorante della Feltrinelli e il libraio che ha dedicato la sua vita a leggere i libri per te, il cui consiglio è sempre avveduto e ti rassicura mentre navighi nel mare magnum dell’offerta libraria contemporanea. E dicono che questa figura è necessaria per spiegare l’offerta libraria al popolo, e che le Feltrinelli e le Mondadori diseducano sempre lo stesso popolo che tanto sta loro a cuore.

C’è posto per tutti, vince chi compete meglio. C’è il mainstream (perché non si dovrebbe leggere un Harmony? Se io schifo Fabio Volo, perché il mio vicino di treno deve essere biasimato in quanto lettore del fornaio bresciano?), c’è la benedetta nicchia, ci sono le scoperte individuali, le biblioteche, un amico che ti consiglia. Se c’è il caffè, se c’è il cibo, meglio ancora. Se posso trovare anche un pacchetto di cicche alla cassa, considero la cosa una possibilità supplementare. Possibilità: ce le abbiamo.

Addendum: qualche anno fa “cose da libri” irrideva una certa modalità feltrinelliana, in questo post. Ciò non toglie valore al post che avete appena letto.

immagine courtesy indiaprwire.com