cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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autopromozione: “after the tribes”, una mostra dell’artista israeliana beverly barkat

“nello studio della dodici tribù di israele”, dice beverly in un’intervista a rai tre che uscirà a breve, “ho trovato il primo punto di connessione tra me stessa e la terra in cui ho scelto di vivere, israele, a cui sono giunta dal sudafrica.”

Screen Shot 2018-10-19 at 09.42.18nelle parole di giorgia calò, tra gli autori dei saggi, “L’opera è composta da una struttura metallica scandita in dodici riquadri, dove altrettanti dipinti su PVC semitrasparente del diametro di un metro sembrano fluttuare all’interno di ognuno di essi. Le dodici pitture circolari sono animate da una specifica trama cromatica che si rifà agli antichi testi, secondo cui ogni tribù era contraddistinta da una bandiera, o drappo di seta, con il simbolo rappresentante e presiedeva un territorio. Gli stendardi avevano il colore delle pietre preziose poste sul chòshen, il pettorale indossato dai cohanìm (sacerdoti). Sulle dodici gemme, collocate su quattro file, erano incisi i nomi dei figli di Giacobbe. Quando la luce le colpiva, queste emettevano il loro bagliore e i nomi d’Israele apparivano in rilievo rifulgendo a loro volta. I colori vivi e le pietre preziose, incastonate nel chòshen, esercitavano, secondo una tradizione cabalistica, la capacità di attrarre la dimensione spirituale presente e imprigionata nella materia.”

il catalogo della mostra è di marsilio; le traduzioni dall’inglese all’italiano sono della vostra anna albano, in compagnia dei colleghi robert burns e leslie ray per italiano —>inglese.

 

After the Tribes

11 ottobre

31 dicembre 2018

Museo Boncompagni Ludovisi,

Roma


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Pubblicità_Gustav Klimt

La Vienna di Klimt fu quella di Sigmund Freud, Gustav Mahler, Arthur Schnitzler, Karl Kraus, Arnold Schönberg, Theodor Herzl e del giovane Adolf Hitler. Parigi può essersi fregiata del titolo di capitale culturale del mondo occidentale, ma con il senno di poi osserviamo che la culla di gran parte del meglio e del peggio del XX secolo è stata Vienna.

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Gustav Klimt, Donna anziana, 1909

In occasione del centenario della morte di Gustav Klimt, che ricorreva il 6 febbraio scorso, Mondadori Electa ha pubblicato un volume omonimo, scritto da Patrick Bade e tradotto dalla vostra Anna Albano: splendide riproduzioni a colori e una biografia dell’artista completa, che ripercorre tutte le fasi della vita e della carriera.

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Gustav Klimt, particolare dal Fregio di Beethoven, 1902

Questi i contenuti:

Timeline

La Vienna di Klimt

La rivoluzione e la Ringstrasse

Gli inizi

Carattere e vita privata

Le origini dello stile di Klimt

La Secessione

Ver sacrum

Scandalo

Le arti decorative

La Vienna ebraica

Mecenati e collezionisti

Ritratti

Paesaggi

Allegorie e simboli

Klimt, Freud e il sesso

Klimt, Mahler e la musica

Disegni

La fine di un’epoca

Note

Bibliografia selezionata

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Patrick Bade, Gustav Klimt, traduzione di Anna Albano, Electa, Milano 2018, 176 pagine, 29,90 euro


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l’interessante, bizzarro esperimento della professoressa chiusaroli

francesca chiusaroli, docente di linguistica all’università di macerata, propone una traduzione di pinocchio in linguaggio emoji, con testo italiano a fronte. il libro è uscito il 20 novembre per i tipi di apice libri.

qui trovate una opinione sulle faccine espressa dalla traduttrice isabella blum.

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Viaggiare attorno alla propria stanza lavorando in editoria (con lode finale alla condizione di libero professionista)

Dove sono stata? Accade spesso, se si lavora sui libri, di doversi per così dire assentare dalle cose sociali. Capita, in alcuni periodi, di essere talmente assorbiti da non poter svolgere compiti anche molto piacevoli come quello di scrivere sul proprio blog. Quando la grande ondata si va ritirando, tuttavia, può essere molto piacevole fare un bilancio del proprio percorso, diciamo, dell’ultimo mese.

Sono stata in Belgio

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Dove ho incontrato committenti e colleghi gentili e rispettosi del lavoro altrui, rilassati, informali ma competentissimi. Persone che salutano, ringraziano, comunicano e non ritengono scandaloso parlare di soldi.

Sono stata in Inghilterra

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Dove ho incontrato committenti e colleghi gentili e rispettosi del lavoro altrui, contraddistinti da quella stralunatezza unica, tipica di un paese che conferisce onorificenze a divi pop. E in effetti, se un progetto riguardava un luogo piuttosto paludato della cultura, il secondo è pervaso da un’essenza ancora più british: in un luogo superpaludato della cultura, a Londra, in maggio si terrà un evento psichedelico che richiede un libro psichedelico. Protagonisti: un leggendario prisma e un gruppo di autori assai bizzarri. I creativissimi grafici hanno concepito un volume in cui prisma e triangolo ricorrono nel font e in altri luoghi strategici dell’impaginato: una fonte di gioia e straordinario entusiasmo per chi scrive, che quando ha visto l’impaginato in anteprima ha quasi pianto.

Sono stata negli Stati Uniti

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Dove necessitava di traduzione il materiale pubblicitario di un gioielliere simbolo di New York, che per il 2017 ha creato una collezione (bellissima) ispirata proprio a quella città.

Sono rimasta in Italia

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A Venezia, dove fervono i lavori per una grande manifestazione in cui trionfa l’arte contemporanea.

A Roma, dove il simbolo ebraico per eccellenza sarà l’oggetto di una mostra, in maggio.

A Milano, dove si è aperta alla Triennale la mostra dedicata alla collezione di arte italiana tra le due guerre di Giuseppe Iannaccone, cui è stato dedicato un monumentale catalogo in doppia edizione italiana e inglese, con testi di autori varii curati in entrambe le lingue dalla vostra e pubblicato da Skira editore. La grafica è stata pensata da Mousse, con copertina in tela.

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Lode finale alla condizione di libero professionista

Essere editor e traduttori è una condizione che a volte può apparire intellettualmente stancante, soprattutto nei periodi più pieni: ma la sensazione di trovarsi costantemente sulla soglia di altri mondi, di dover affrontare ogni volta questioni diverse, che richiedono la presenza del patrimonio professionale che si è costruito e un grande slancio verso le cose che stanno arrivando (perché non si può perdere nulla) è incomparabile. Nulla, credo, si può paragonare all’entusiasmo che ti assale quando sul piatto c’è un progetto nuovo, una sfida diversa, una richiesta insolita; nulla è più istruttivo e formativo, nel campo dei rapporti umani, dell’avere a che fare con persone diverse, del doversi psicologicamente confrontare con tante mentalità. Nulla, soprattutto, è più eccitante della libera professione: quell’idea di te stesso come persona eternamente in crescita.

 


6 commenti

cose da traduttori

di-traduzione

° il professor giovanni bogliolo ha vinto il premio stendhal per la sua traduzione dal francese di germinal, di émile zola. menzione giovani a camilla diez per tram 83, di fiston mwanza mujila e menzione speciale della giuria ad alessandro giarda per un barbare en asie, di henri michaux.

° compleanno dell’antologia di spoon river, di edgar lee masters, e festeggiamenti con la nuova traduzione di luigi ballerini. ne parla nel video bruno ventavoli di “tuttolibri”.


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Piero Ambrogio Pozzi sulla traduzione, su Hemingway, Ivancich e Pivano: un lavoro che continua e una conferenza a ottobre

Da un paio d’anni “cose da libri” segue l’attività di Piero Ambrogio Pozzi, traduttore e studioso di letteratura americana che va conducendo da tempo un’opera di demistificazione del lavoro di traduzione di Fernanda Pivano sui testi di Ernest Hemingway.

Qui e qui avevamo presentato le tesi di Pozzi; nel primo articolo in particolare si può vedere la sua opera sul campo, interessantissimi esempi concreti di traduzione e “de-traduzione”.

Piero sarà relatore in occasione di “Hemingway & Adriana”, manifestazione che si terrà a San Michele al Tagliamento il 1° e 2 ottobre di quest’anno tra Villa Mocenigo-Biaggini-Ivancich e il Municipio, con mostre, passeggiate, incontri sulle tracce di Hemingway.

Anticipiamo una parte degli argomenti che saranno affrontati, come sempre con le parole dello stesso autore.

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Ernest e Adriana. Courtesy

Quando la traduzione è un ostacolo, o peggio

Dagli appunti per la conferenza Ritorno a San Michele (45°46’31.1”N 12°59’31.1”E), sulla storia di Ernest Hemingway e Adriana Ivancich

Piero Ambrogio Pozzi

La prima edizione del romanzo di Ernest Hemingway Across the River and Into the Trees era uscita nel settembre del 1950. Più di quattordici anni dopo, nel febbraio del 1965, e più di tre anni dopo la morte di Ernest, Mondadori pubblicava nella collana Medusa la versione italiana, col titolo Di là dal fiume e tra gli alberi. La versione francese usciva in maggio da Gallimard. Finché era in vita, Hemingway ne aveva impedito la pubblicazione o la sceneggiatura in lingua straniera per cercare di proteggere Adriana Ivancich, la sua ispiratrice principale e modello fisico per il personaggio della protagonista, Renata. Il pubblico, assecondato dalla concorde ottusità di giornalisti, critici, studiosi e traduttori, aveva identificato nei comportamenti di Renata quelli di Adriana, subito perseguitata da maldicenze irresponsabili che sarebbero durate fino al suo suicidio nel 1983, e che ancora durano.

Per la versione italiana il libro era stato affidato a Fernanda Pivano, che già aveva tradotto altre opere di Hemingway, in particolare A Farewell To Arms e The Old Man and the Sea, dopo un inizio di carriera favorito dallo stretto rapporto con Cesare Pavese.

Nel 1943, nel pieno della guerra, Einaudi aveva pubblicato l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, nella prima e ormai leggendaria traduzione della Pivano. A quei tempi Fernanda era in rapporto sentimentale con Cesare Pavese, che già le aveva chiesto di sposarlo e che ancora gliel’avrebbe chiesto, invano. Con la sua costante e capace presenza Pavese ebbe una importanza fondamentale in quella traduzione. La tesi di laurea di Iuri Moscardi, Cesare Pavese e la traduzione di Spoon River di Fernanda Pivano, premiata a Santo Stefano Belbo nel 2012, chiarisce che Pavese ebbe modo di intervenire ripetutamente nel lavoro della Pivano in sede di correzione e revisione stilistica, e che l’ultima parola sulla versione italiana fu sua. Questa la motivazione del premio: “Tesi interessante ed originale, che affronta un tema poco indagato, se non del tutto trascurato, dalla critica accademica. Si tratta di una disamina attenta ed accurata, esaustiva e ampiamente articolata che, con cura filologica e con documenti inoppugnabili, evidenzia il poderoso intervento di Pavese nella traduzione di Spoon River operata dalla Pivano. Lo scrittore interviene, infatti, con abilità e competenza, non solo su evidenti errori di lessico, ma anche sulla struttura e sulle scelte stilistiche tanto che davvero la traduzione può essere definita «frutto di un lavoro a quattro mani».” È probabile che Pavese abbia rinunciato a comparire come traduttore o revisore del libro, con l’evidente e generosa intenzione di lanciare la carriera della persona che allora amava. Al tempo della morte di Cesare Pavese, nell’agosto del 1950, Fernanda Pivano era ormai affermata come la traduttrice ufficiale di Hemingway.

A Farewell To Arms aveva conferito a Pivano un’aureola di coraggio e competenza: si diceva che, a seguito di una perquisizione alla casa editrice Einaudi di Torino, la Gestapo avesse arrestato Pivano dopo aver rinvenuto il contratto di traduzione del romanzo che offendeva l’onore dell’esercito italiano, travolto dagli austro-tedeschi a Caporetto durante la prima Guerra Mondiale. Pivano stessa racconta invece, in Leggende americane, di come corse all’Albergo Nazionale, allora sede della Gestapo, per scagionare il fratello Franco fermato per equivoco. Per cavarsela le bastò negare ogni addebito, né si capisce di che cosa si sarebbero dovuti offendere i tedeschi, che a Caporetto avevano vinto. Ad ogni modo Pivano non fu mai arrestata. Einaudi non pubblicò A Farewell to Arms ma cedette i diritti a Mondadori, che stampò la sua versione nel 1949.

Pivano aveva poi tradotto The Old Man and the Sea, uscito in Italia nel 1952, l’opera che avrebbe portato Hemingway al Premio Pulitzer e al Nobel, aggiungendo ulteriore lustro alla propria fama di americanista ed entrando nella indiscussa considerazione dell’establishment culturale italiano. La sua traduzione, malamente o mai revisionata da Mondadori, conteneva e contiene infelici scelte di traduzione, mai contestate prima delle mie segnalazioni, per quanto mi è noto.

La resa di A Farewell to Arms era stata di migliore qualità, che attribuisco alla cura redazionale e al fatto che già esistevano due traduzioni dello stesso libro: quella del 1945 di Bruno Fonzi, stampata abusivamente a Roma da Jandi Sapi, e quella del 1946 di Dante Isella, Giansiro Ferrata e Puccio Russo, sempre per Mondadori. Isella era un filologo e traduttore, poi critico letterario e accademico della Crusca, Ferrata uno scrittore, traduttore e critico letterario, poi direttore della collana I Meridiani, Russo un traduttore storico di Mondadori. Cito dalla rivista QB della Fondazione Mondadori:

La prima edizione di Addio alle armi viene pubblicata nel giugno 1946, con una tiratura di 5934 copie, nella elegante collana “Il Ponte” (il prezzo di copertina è di 500 lire), ed è presentata a Hemingway come «a new collection […] which collects the best names in the international literary field». La traduzione è stata preparata «con devozione» da Giansiro Ferrata, Puccio Russo e Dante Isella a Friburgo, nel periodo dell’internamento in Svizzera. Le illustrazioni sono di Renato Guttuso.

Pivano conosceva la traduzione di Fonzi, per averla giudicata “bella”. Quella di Isella, Ferrata e Russo era stata pubblicata dalla sua stessa casa editrice, ma non la trovo citata da Pivano. Così parla di una terza, pubblicata in Svizzera: “molto ricalcata su quella francese, voglio dire con lo stesso fraseggiamento di quella francese” : evidentemente si riferisce all’edizione svizzera della traduzione Isella-Ferrata-Russo uscita a Lugano presso la Ghilda del Libro, anch’essa nel 1946. Aveva dunque disponibili per la consultazione due versioni italiane e una francese, tre solidi riferimenti.

Perché Mondadori commissionò la versione Pivano, quando già aveva in catalogo la Isella-Ferrata-Russo? Perché Hemingway aveva potuto concordare – direttamente con Alberto Mondadori – le caratteristiche che dovevano avere i volumi delle sue opere soltanto dopo la pubblicazione italo-svizzera di A Farewell to Arms del 1946, e gli accordi comprendevano la scelta del traduttore, che Hemingway fece cadere avventatamente su Pivano. Questo vale anche per Across the River, come è evidente dalla lettera del 23 marzo 1950 da bordo dell’Île-de-France, dove in più Hemingway si riserva la scelta del disegnatore della sovraccoperta .

* * *

L’attesa versione di Across the River, pubblicata senza aver subìto alcuna seria revisione, fu desolante, piena della stessa varietà di errori che Cesare Pavese aveva corretto nell’Antologia di Spoon River. Ma Pavese ormai non c’era più, e probabilmente nelle redazioni di Mondadori Fernanda non era particolarmente amata: si possono sospettare malevole omissioni nella cura per la stampa, oppure lo staff aveva paura di inimicarsela segnalandone le pecche. Soltanto dopo 45 anni l’edizione in brossura Oscar è stata “ristampata”, emendata occultamente degli errori più evidenti da un oscuro redattore che ha probabilmente attinto alle segnalazioni che avevo direttamente inviato o al mio Diario di traduzione apparso a puntate nel 2005 su Intramel, il vecchio benemerito blog di Giuseppe Iacobaci. Al Diario erano seguiti diversi altri articoli e schede su Le Reti di Dedalus, Biblit e l’Enciclopedia delle Donne online. Non sono note precedenti iniziative dirette a sollecitare riparazioni del guasto, né a mettere in discussione il mito di Fernanda Pivano. Immagino che proprio per salvare il mito di “Nanda” – e il folto catalogo delle sue pubblicazioni – Mondadori non abbia preso in considerazione ritraduzioni radicali per The Old Man e Across the River. Questa, o qualsiasi altra ragione, anche il rispetto della scelta contrattuale di Pivano come traduttrice fatta a suo tempo dall’inconsapevole Hemingway, fanno comunque torto a uno dei protagonisti della letteratura del Novecento.

La traduzione di Across the River nell’edizione rilegata dei Meridiani è tuttora quella originale di Fernanda Pivano, che ha impedito al pubblico potenzialmente più aperto alla comprensione della narrazione, quello italiano, di goderla appieno. I personaggi e le ambientazioni risultanti dalla versione italiana del minuzioso e complesso lavoro di Hemingway non sono riconoscibili, nemmeno con le percezioni di chi, vivendo nei luoghi di quella storia, avrebbe potuto apprezzare la lettura del controverso libro. I più fortunati, come me che l’ho ritradotto di mia iniziativa, avrebbero potuto scoprire in una traduzione decente il filo di vicende personali, perché Hemingway ha scritto Across the River rischiando, ma insieme augurandosi, di essere compreso oltre l’intreccio grazie alla cifrata ma sincera rappresentazione di se stesso nel colonnello Cantwell, trascrizione letteraria di una vita privata sofferta, pregna di un amore in gran parte inespresso.

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Lettera di Hemingway ad Adriana, 27 giugno 1950. Courtesy

Poche, le poesie scritte da Hemingway. Una tra le più lunghe, rivelatrice (visibile qui https://lepleiadi9638.wordpress.com/2008/07/13/poesie-damore-del-novecento-edito-mondadori-2/), l’ha scritta per Adriana quando ha capito di dover rinunciare a lei. È l’ottantasettesima delle 88 poesie tradotte per Mondadori da Vincenzo Mantovani che, fuorviato da alcune arbitrarie note di Nicholas Gerogiannis alla raccolta originale e dalle chiacchiere sempre nell’aria, l’ha completamente travisata, scambiando l’annuncio della stesura del capolavoro di Ernest, Il vecchio e il mare, per lo sbrigativo congedo a una ninfetta italiana…

Lines to a Girl 5 Days After Her 21st Birthday (Versi a una ragazza per 5 giorni dopo, il 21° compleanno, come se all’originale mancasse una virgola, secondo una mia personale interpretazione) è una poesia rigorosamente autobiografica, che riverbera la condizione creativa ed emozionale di Ernest e Adriana al culmine del soggiorno cubano di Adriana a casa di Ernest, a cavallo tra il 1950 e il 1951. Il titolo è stato tradotto Versi per una ragazza 5 giorni dopo il suo 21esimo compleanno. Ovviamente la poesia è stata scritta prima del compleanno, il 30 o il 31 dicembre 1950, in coerenza con la data dell’originale, perché Adriana compì il suo 21° anno il 4 gennaio del 1951. Già allora erano giunte a Cuba notizie dello scandalo sollevato in Italia dalla pubblicazione di Across the River, sebbene ancora non tradotto in italiano. Le malelingue, in particolar modo veneziane, avevano riconosciuto in Adriana la Renata che nel romanzo fa l’amore in gondola con l’attempato colonnello Cantwell, evidente alter ego di Ernest. Hemingway non aveva fatto molto per impedire un simile equivoco, conseguenza di una specie di celato cameo di Marlene Dietrich nel romanzo, una dedica in ricordo del flirt che aveva avuto con lei a bordo del transatlantico Paris, nel 1934. Ne avrebbe portato il rimorso fino alla tomba.

Diversamente dalle altre poesie di Hemingway, in questa tutte le parole del primo verso hanno l’iniziale maiuscola: Ernest non scrive mai nulla a caso, e le maiuscole devono portare un significato. Potrebbero semplicemente segnalare al lettore che si tratta di una poesia appunto diversa dalle precedenti, una poesia che segna un inizio, un po’ come i capilettera degli antichi testi miniati; e potrebbero essere un richiamo alle fatidiche Quattro Strade del primo incontro con Adriana e alla Quarta Dimensione creativa di Ernest. Le quattro iniziali formano inoltre l’acronimo BTTP, Back To The Past, ritorno al passato, spesso accennato in tutta l’opera dedicata ad Adriana, a partire da Across the River. Anche i titoli di Across the River and Into the Trees e The Old Man and the Sea portano quattro iniziali maiuscole.

La composizione apre sull’imminente e amaro ritorno a Venezia di Adriana, poi accenna ai suoi maligni coetanei perditempo, giovani brocchi che crescono a fieno nelle stalle, mentre lei, spirito aperto (che Ernest chiama il Gran Cavallo Nero), corre libera sui prati. Di seguito Ernest invita la ragazza a rivivere il tempo dell’armonia a Venezia e in laguna e, nella chiusa, si sostituisce ad Adriana per stimolare se stesso a scrivere l’opera più bella, quella che ora sa come scrivere, forte della carica d’amore e dolore.

Il Palazzo del primo verso (Back To The Palace) non è, a differenza dell’interpretazione attestata per Palace, l’albergo Gritti Palace. È invece la dimora del “ramo veneziano della famiglia” – come Ernest definiva gli Ivancich – ora Palazzo Ivancich-Rota, in calle del Rimedio, a due passi da Piazza San Marco.

Il secondo verso (And home to a stone) non può essere inteso come nella versione italiana (Tra le lenzuola), se non con l’intenzione di associare una allusione lasciva all’arbitraria interpretazione di Palace per Albergo. Tutta la traduzione mondadoriana corrente è una successione di invenzioni, errori, cambi di genere e numero che sembrano soltanto scelte per compiacere il gossip più schifoso.

Quei due versi che ritornano, She travels the fastest / Who travels alone, sono una citazione al femminile da una poesia di Rudyard Kipling, I vincitori (He travels the fastest / Who travels alone), per consolare Adriana nell’imminente separazione: la sua creativa intelligenza avrà campo libero verso il successo. Con la poesia ispirata a Kipling per la maggior età di Adriana, Ernest rinnova il dono per il Natale del 1950 appena trascorso, una moneta d’oro messicana con impressa una Vittoria alata. Assieme, un augurio e una profezia: la scrittura di The Old Man and the Sea, con quel protagonista, Santiago, specchio dell’innocenza e della semplicità di Adriana, avrebbe portato entrambi alla vittoria del Premio Nobel, due anni più tardi. Lui lo scrittore, lei la musa e autrice della straordinaria copertina dove il mare di Cuba si fonde col cielo. Quel libro è il capolavoro espresso dalla White Tower Incorporated, la società Torre Bianca, il cui statuto firmato col sangue da Ernest, Adriana e Gianfranco, fratello maggiore di Adriana e amico fraterno di Ernest, è sepolto in una bottiglia nel giardino della Finca, presso la Torre Bianca della ragione sociale. La Torre Bianca, la turris eburnea priva di telefono dove Ernest e Adriana si isolavano su piani diversi, a scrivere e disegnare nella loro quarta dimensione.

 


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Tim Parks sui traduttori, con un’interessante osservazione sulla traduzione tecnica

conversationalreading.com:tim-parks-interview

Nella prima parte di quest’anno Tim Parks ha pubblicato una trilogia di articoli sull’edizione online della “New York Review of Books” (In the Tumult of Translation, 19 gennaio 2016; A Long Way from Primo Levi, 2 febbraio 2016; The Translation Paradox, 15 marzo 2016), in cui fa un lavoro di comparazione molto interessante sulla base di una serie di traduzioni di Primo Levi in inglese, contenute nei Complete Works dell’autore italiano, a cura di Ann Goldstein e tradotto da diversi traduttori.

befan.it

Nel primo articolo Parks mette a confronto una traduzione uscita nel 1959 e una del 2015, entrambe di Stuart Woolf – che si auto-rivede –, evidenziando che lo sforzo di Woolf non è risolutivo: “In general, Woolf’s revisions to his 1959 translation are very light”. L’interesse del tutto sta ovviamente nel confronto riga per riga di alcuni brani e nel commento di Parks. Particolarmente interessante è il caso in cui esamina l’italiano di Levi e la traduzione di Woolf (1959), proponendo alla fine la propria:

[Levi]

Molti, bestialmente, orinano, correndo per risparmiare tempo, perché entro cinque minuti inizia la distribuzione del pane, del pane-Brot-Broit-chleb-pain-lechem-kenyér, del sacro blocchetto grigio che sembra gigantesco in mano del tuo vicino e piccolo da piangere in mano tua.

Woolf’s 1959 text gave:

Some, bestially, urinate while they run to save time, because within five minutes begins the distribution of bread, of bread-Brot-Broid-chleb-pain-lechem-keynér, of the holy grey slab which seems gigantic in your neighbour’s hand, and in your own hand so small as to make you cry.

Why we have “some” (which would be qualcuno or alcuni in Italian) rather than “many” is not clear. Bestialmente can be used in Italian to mean simply, like an animal. “Bestially” sounds rather like a criticism of these desperate folk. And do we usually invert verb and subject “begins the distribution of bread”? Wouldn’t we normally put an article—”of the bread”? Again, the Italian is entirely standard here, by which I mean that one could hardly think of a simpler way of putting this. However, if the translator uses a more standard English—”Because in five minutes the bread distribution begins”—he will have a problem of the phrase in apposition immediately afterwards (“of bread-Brot-Broid-chleb”, etc.). Since this needs to be tagged directly onto the word “bread,” Woolf decides to leave the Italian structure intact. Of course, this solution is entirely possible in English, but gives the feeling of something rather more elaborate and less spoken than the Italian. In the end, the only things revised here in the 2015 edition are the English spelling (grey/neighbor), the use of “which” rather than “that” and the repetition of the word “hand.”

My own sense of Levi’s original might go like this:

To save time many are urinating as they run, like animals, because in five minutes they’ll be handing out the bread, Brot-Broid-chleb-pane-pain-lechem-keynér, that sacred gray slab that looks so huge in the hands of the man next to you and so small you could cry in your own.

I’ve risked a little confusion using two “they”s with different referents in the first line, though in the context of the paragraph the sense will be clear enough. Italian has no other word but distribuire for the idea of distributing, but English has “handing out.” Why go for the more formal “distribute” for this rather brutal process of handing over slabs of stale bread? I’ve introduced pane into the list of words for bread, since it seems strange to eliminate Italian from the languages the inmates are speaking. I’ve also used the straightforward “looks” instead of “seems” (again Italian has no choice here) and I’ve speeded up the end “so small you could cry in your own” in line with Levi’s extremely condensed piccolo da piangere in mano tua. Meanwhile, il tuo vicino is a tricky problem. It means “the person next to you,” hence also “your neighbor.” So it could take on a Biblical ring. But it is also absolutely the word you would use for the guy standing next to you in a line at a bus stop. The question is, how much attention do we want to draw in the English to a word that draws none at all to itself in Italian?

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Il secondo articolo continua sulla stessa linea ma aggiunge al confronto gli altri traduttori di Levi. Per concludere che

In any event, the moral of the tale is that what all we translators most need, aside from a thorough grounding in the language we are working from and a matching resourcefulness in the language we are working toward, is a damn good editor, someone who will go through our work meticulously, pointing out all interferences and awkwardness, inviting us to reconsider and reflect.

Il terzo articolo è una critica piuttosto serrata al ruolo di editor svolto da Anne Goldstein, sempre in riferimento all’opera omnia di Levi, sempre con dovizia di esempi e con qualche pessimismo. Parks mette poi in discussione i criteri di scelta dei traduttori da parte degli editori, parlando di una sorta di pigrizia:

Alcune reputazioni non vengono mai messe in discussione. Viviamo in un piccolo mondo, in cui semplicemente non è saggio dire ciò che si pensa. […] Chi ha voglia di fare il guastafeste dicendo che molte pagine dello Zibaldone sono tradotte male e che in una certa misura il progetto è stata un’occasione mancata? Ma credo che la questione sia molto più profonda, che sia forse sintomatica dell’epoca in cui viviamo e della diminuzione dell’importanza della parola scritta, e in particolare della letteratura, nella nostra società. Semplicemente, molti lettori, molti critici non se ne accorgono. O se lo fanno, non gli interessa particolarmente. Leggono per il contenuto. Di fatto, lo scrittore il cui lavoro era soprattutto un risultato di stile e di densità linguistica, un’indagine sulle possibilità del linguaggio, rivolto a una comunità in grado di comprendere la natura dell’esperimento – Joyce, Woolf, Gadda, Faulkner – è prevalentemente cosa del passato. […] Perciò la tendenza è consegnare il libro a un traduttore di qualche fama, meritata o meno, e di chiudere la faccenda. In particolare, c’è una tendenza a privilegiare coloro i quali gravitano attorno al mondo letterario, come se questo fosse una sorta di garanzia di competenza linguistica. Non è così.

Dopodiché, a sostegno di ciò che potrebbe apparire come un’eresia, Parks racconta di un corso tenuto a un gruppo di traduttori desiderosi di migrare dalla traduzione tecnica a quella letteraria. Persone ignorate dagli editori cui si rivolgono per chiedere di tradurre narrativa. E tuttavia, continua l’autore,

sospetto che Anne Milano Appel sia così brava […] perché ha fatto una enorme quantità di traduzioni non letterarie, commerciali, pubblicitarie, di marketing, lavoro che obbliga a diventare consapevoli del modo di usare il linguaggio ogni giorno. Se io stesso ho imparato a tradurre più o meno bene è stato per i quindici anni trascorsi a tradurre praticamente qualunque documento un’azienda possa produrre, dalle riviste di moda sulle scarpe alle istruzioni per produrre i filtri diesel. La mia prima traduzione letteraria, i racconti erotici di Alberto Moravia […] mi sembrò infinitamente più facile e congeniale delle tariffe giornaliere contenute negli opuscoli turistici e dei manuali degli impianti di estrazioni.

Perché, allora, una traduttrice brava come Anne Milano Appel, adesso più che settantenne, non è conosciuta meglio? Perché la gloria, per il traduttore, è gloria in prestito. Nessuno dei libri che ha tradotto Milano Appel ha catturato l’immaginazione del pubblico.

AMA 12-27-08