cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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autopromozione: “after the tribes”, una mostra dell’artista israeliana beverly barkat

“nello studio della dodici tribù di israele”, dice beverly in un’intervista a rai tre che uscirà a breve, “ho trovato il primo punto di connessione tra me stessa e la terra in cui ho scelto di vivere, israele, a cui sono giunta dal sudafrica.”

Screen Shot 2018-10-19 at 09.42.18nelle parole di giorgia calò, tra gli autori dei saggi, “L’opera è composta da una struttura metallica scandita in dodici riquadri, dove altrettanti dipinti su PVC semitrasparente del diametro di un metro sembrano fluttuare all’interno di ognuno di essi. Le dodici pitture circolari sono animate da una specifica trama cromatica che si rifà agli antichi testi, secondo cui ogni tribù era contraddistinta da una bandiera, o drappo di seta, con il simbolo rappresentante e presiedeva un territorio. Gli stendardi avevano il colore delle pietre preziose poste sul chòshen, il pettorale indossato dai cohanìm (sacerdoti). Sulle dodici gemme, collocate su quattro file, erano incisi i nomi dei figli di Giacobbe. Quando la luce le colpiva, queste emettevano il loro bagliore e i nomi d’Israele apparivano in rilievo rifulgendo a loro volta. I colori vivi e le pietre preziose, incastonate nel chòshen, esercitavano, secondo una tradizione cabalistica, la capacità di attrarre la dimensione spirituale presente e imprigionata nella materia.”

il catalogo della mostra è di marsilio; le traduzioni dall’inglese all’italiano sono della vostra anna albano, in compagnia dei colleghi robert burns e leslie ray per italiano —>inglese.

 

After the Tribes

11 ottobre

31 dicembre 2018

Museo Boncompagni Ludovisi,

Roma


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Pubblicità_Gustav Klimt

La Vienna di Klimt fu quella di Sigmund Freud, Gustav Mahler, Arthur Schnitzler, Karl Kraus, Arnold Schönberg, Theodor Herzl e del giovane Adolf Hitler. Parigi può essersi fregiata del titolo di capitale culturale del mondo occidentale, ma con il senno di poi osserviamo che la culla di gran parte del meglio e del peggio del XX secolo è stata Vienna.

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Gustav Klimt, Donna anziana, 1909

In occasione del centenario della morte di Gustav Klimt, che ricorreva il 6 febbraio scorso, Mondadori Electa ha pubblicato un volume omonimo, scritto da Patrick Bade e tradotto dalla vostra Anna Albano: splendide riproduzioni a colori e una biografia dell’artista completa, che ripercorre tutte le fasi della vita e della carriera.

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Gustav Klimt, particolare dal Fregio di Beethoven, 1902

Questi i contenuti:

Timeline

La Vienna di Klimt

La rivoluzione e la Ringstrasse

Gli inizi

Carattere e vita privata

Le origini dello stile di Klimt

La Secessione

Ver sacrum

Scandalo

Le arti decorative

La Vienna ebraica

Mecenati e collezionisti

Ritratti

Paesaggi

Allegorie e simboli

Klimt, Freud e il sesso

Klimt, Mahler e la musica

Disegni

La fine di un’epoca

Note

Bibliografia selezionata

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Patrick Bade, Gustav Klimt, traduzione di Anna Albano, Electa, Milano 2018, 176 pagine, 29,90 euro


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Piero Ambrogio Pozzi sulla traduzione, su Hemingway, Ivancich e Pivano: un lavoro che continua e una conferenza a ottobre

Da un paio d’anni “cose da libri” segue l’attività di Piero Ambrogio Pozzi, traduttore e studioso di letteratura americana che va conducendo da tempo un’opera di demistificazione del lavoro di traduzione di Fernanda Pivano sui testi di Ernest Hemingway.

Qui e qui avevamo presentato le tesi di Pozzi; nel primo articolo in particolare si può vedere la sua opera sul campo, interessantissimi esempi concreti di traduzione e “de-traduzione”.

Piero sarà relatore in occasione di “Hemingway & Adriana”, manifestazione che si terrà a San Michele al Tagliamento il 1° e 2 ottobre di quest’anno tra Villa Mocenigo-Biaggini-Ivancich e il Municipio, con mostre, passeggiate, incontri sulle tracce di Hemingway.

Anticipiamo una parte degli argomenti che saranno affrontati, come sempre con le parole dello stesso autore.

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Ernest e Adriana. Courtesy

Quando la traduzione è un ostacolo, o peggio

Dagli appunti per la conferenza Ritorno a San Michele (45°46’31.1”N 12°59’31.1”E), sulla storia di Ernest Hemingway e Adriana Ivancich

Piero Ambrogio Pozzi

La prima edizione del romanzo di Ernest Hemingway Across the River and Into the Trees era uscita nel settembre del 1950. Più di quattordici anni dopo, nel febbraio del 1965, e più di tre anni dopo la morte di Ernest, Mondadori pubblicava nella collana Medusa la versione italiana, col titolo Di là dal fiume e tra gli alberi. La versione francese usciva in maggio da Gallimard. Finché era in vita, Hemingway ne aveva impedito la pubblicazione o la sceneggiatura in lingua straniera per cercare di proteggere Adriana Ivancich, la sua ispiratrice principale e modello fisico per il personaggio della protagonista, Renata. Il pubblico, assecondato dalla concorde ottusità di giornalisti, critici, studiosi e traduttori, aveva identificato nei comportamenti di Renata quelli di Adriana, subito perseguitata da maldicenze irresponsabili che sarebbero durate fino al suo suicidio nel 1983, e che ancora durano.

Per la versione italiana il libro era stato affidato a Fernanda Pivano, che già aveva tradotto altre opere di Hemingway, in particolare A Farewell To Arms e The Old Man and the Sea, dopo un inizio di carriera favorito dallo stretto rapporto con Cesare Pavese.

Nel 1943, nel pieno della guerra, Einaudi aveva pubblicato l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, nella prima e ormai leggendaria traduzione della Pivano. A quei tempi Fernanda era in rapporto sentimentale con Cesare Pavese, che già le aveva chiesto di sposarlo e che ancora gliel’avrebbe chiesto, invano. Con la sua costante e capace presenza Pavese ebbe una importanza fondamentale in quella traduzione. La tesi di laurea di Iuri Moscardi, Cesare Pavese e la traduzione di Spoon River di Fernanda Pivano, premiata a Santo Stefano Belbo nel 2012, chiarisce che Pavese ebbe modo di intervenire ripetutamente nel lavoro della Pivano in sede di correzione e revisione stilistica, e che l’ultima parola sulla versione italiana fu sua. Questa la motivazione del premio: “Tesi interessante ed originale, che affronta un tema poco indagato, se non del tutto trascurato, dalla critica accademica. Si tratta di una disamina attenta ed accurata, esaustiva e ampiamente articolata che, con cura filologica e con documenti inoppugnabili, evidenzia il poderoso intervento di Pavese nella traduzione di Spoon River operata dalla Pivano. Lo scrittore interviene, infatti, con abilità e competenza, non solo su evidenti errori di lessico, ma anche sulla struttura e sulle scelte stilistiche tanto che davvero la traduzione può essere definita «frutto di un lavoro a quattro mani».” È probabile che Pavese abbia rinunciato a comparire come traduttore o revisore del libro, con l’evidente e generosa intenzione di lanciare la carriera della persona che allora amava. Al tempo della morte di Cesare Pavese, nell’agosto del 1950, Fernanda Pivano era ormai affermata come la traduttrice ufficiale di Hemingway.

A Farewell To Arms aveva conferito a Pivano un’aureola di coraggio e competenza: si diceva che, a seguito di una perquisizione alla casa editrice Einaudi di Torino, la Gestapo avesse arrestato Pivano dopo aver rinvenuto il contratto di traduzione del romanzo che offendeva l’onore dell’esercito italiano, travolto dagli austro-tedeschi a Caporetto durante la prima Guerra Mondiale. Pivano stessa racconta invece, in Leggende americane, di come corse all’Albergo Nazionale, allora sede della Gestapo, per scagionare il fratello Franco fermato per equivoco. Per cavarsela le bastò negare ogni addebito, né si capisce di che cosa si sarebbero dovuti offendere i tedeschi, che a Caporetto avevano vinto. Ad ogni modo Pivano non fu mai arrestata. Einaudi non pubblicò A Farewell to Arms ma cedette i diritti a Mondadori, che stampò la sua versione nel 1949.

Pivano aveva poi tradotto The Old Man and the Sea, uscito in Italia nel 1952, l’opera che avrebbe portato Hemingway al Premio Pulitzer e al Nobel, aggiungendo ulteriore lustro alla propria fama di americanista ed entrando nella indiscussa considerazione dell’establishment culturale italiano. La sua traduzione, malamente o mai revisionata da Mondadori, conteneva e contiene infelici scelte di traduzione, mai contestate prima delle mie segnalazioni, per quanto mi è noto.

La resa di A Farewell to Arms era stata di migliore qualità, che attribuisco alla cura redazionale e al fatto che già esistevano due traduzioni dello stesso libro: quella del 1945 di Bruno Fonzi, stampata abusivamente a Roma da Jandi Sapi, e quella del 1946 di Dante Isella, Giansiro Ferrata e Puccio Russo, sempre per Mondadori. Isella era un filologo e traduttore, poi critico letterario e accademico della Crusca, Ferrata uno scrittore, traduttore e critico letterario, poi direttore della collana I Meridiani, Russo un traduttore storico di Mondadori. Cito dalla rivista QB della Fondazione Mondadori:

La prima edizione di Addio alle armi viene pubblicata nel giugno 1946, con una tiratura di 5934 copie, nella elegante collana “Il Ponte” (il prezzo di copertina è di 500 lire), ed è presentata a Hemingway come «a new collection […] which collects the best names in the international literary field». La traduzione è stata preparata «con devozione» da Giansiro Ferrata, Puccio Russo e Dante Isella a Friburgo, nel periodo dell’internamento in Svizzera. Le illustrazioni sono di Renato Guttuso.

Pivano conosceva la traduzione di Fonzi, per averla giudicata “bella”. Quella di Isella, Ferrata e Russo era stata pubblicata dalla sua stessa casa editrice, ma non la trovo citata da Pivano. Così parla di una terza, pubblicata in Svizzera: “molto ricalcata su quella francese, voglio dire con lo stesso fraseggiamento di quella francese” : evidentemente si riferisce all’edizione svizzera della traduzione Isella-Ferrata-Russo uscita a Lugano presso la Ghilda del Libro, anch’essa nel 1946. Aveva dunque disponibili per la consultazione due versioni italiane e una francese, tre solidi riferimenti.

Perché Mondadori commissionò la versione Pivano, quando già aveva in catalogo la Isella-Ferrata-Russo? Perché Hemingway aveva potuto concordare – direttamente con Alberto Mondadori – le caratteristiche che dovevano avere i volumi delle sue opere soltanto dopo la pubblicazione italo-svizzera di A Farewell to Arms del 1946, e gli accordi comprendevano la scelta del traduttore, che Hemingway fece cadere avventatamente su Pivano. Questo vale anche per Across the River, come è evidente dalla lettera del 23 marzo 1950 da bordo dell’Île-de-France, dove in più Hemingway si riserva la scelta del disegnatore della sovraccoperta .

* * *

L’attesa versione di Across the River, pubblicata senza aver subìto alcuna seria revisione, fu desolante, piena della stessa varietà di errori che Cesare Pavese aveva corretto nell’Antologia di Spoon River. Ma Pavese ormai non c’era più, e probabilmente nelle redazioni di Mondadori Fernanda non era particolarmente amata: si possono sospettare malevole omissioni nella cura per la stampa, oppure lo staff aveva paura di inimicarsela segnalandone le pecche. Soltanto dopo 45 anni l’edizione in brossura Oscar è stata “ristampata”, emendata occultamente degli errori più evidenti da un oscuro redattore che ha probabilmente attinto alle segnalazioni che avevo direttamente inviato o al mio Diario di traduzione apparso a puntate nel 2005 su Intramel, il vecchio benemerito blog di Giuseppe Iacobaci. Al Diario erano seguiti diversi altri articoli e schede su Le Reti di Dedalus, Biblit e l’Enciclopedia delle Donne online. Non sono note precedenti iniziative dirette a sollecitare riparazioni del guasto, né a mettere in discussione il mito di Fernanda Pivano. Immagino che proprio per salvare il mito di “Nanda” – e il folto catalogo delle sue pubblicazioni – Mondadori non abbia preso in considerazione ritraduzioni radicali per The Old Man e Across the River. Questa, o qualsiasi altra ragione, anche il rispetto della scelta contrattuale di Pivano come traduttrice fatta a suo tempo dall’inconsapevole Hemingway, fanno comunque torto a uno dei protagonisti della letteratura del Novecento.

La traduzione di Across the River nell’edizione rilegata dei Meridiani è tuttora quella originale di Fernanda Pivano, che ha impedito al pubblico potenzialmente più aperto alla comprensione della narrazione, quello italiano, di goderla appieno. I personaggi e le ambientazioni risultanti dalla versione italiana del minuzioso e complesso lavoro di Hemingway non sono riconoscibili, nemmeno con le percezioni di chi, vivendo nei luoghi di quella storia, avrebbe potuto apprezzare la lettura del controverso libro. I più fortunati, come me che l’ho ritradotto di mia iniziativa, avrebbero potuto scoprire in una traduzione decente il filo di vicende personali, perché Hemingway ha scritto Across the River rischiando, ma insieme augurandosi, di essere compreso oltre l’intreccio grazie alla cifrata ma sincera rappresentazione di se stesso nel colonnello Cantwell, trascrizione letteraria di una vita privata sofferta, pregna di un amore in gran parte inespresso.

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Lettera di Hemingway ad Adriana, 27 giugno 1950. Courtesy

Poche, le poesie scritte da Hemingway. Una tra le più lunghe, rivelatrice (visibile qui https://lepleiadi9638.wordpress.com/2008/07/13/poesie-damore-del-novecento-edito-mondadori-2/), l’ha scritta per Adriana quando ha capito di dover rinunciare a lei. È l’ottantasettesima delle 88 poesie tradotte per Mondadori da Vincenzo Mantovani che, fuorviato da alcune arbitrarie note di Nicholas Gerogiannis alla raccolta originale e dalle chiacchiere sempre nell’aria, l’ha completamente travisata, scambiando l’annuncio della stesura del capolavoro di Ernest, Il vecchio e il mare, per lo sbrigativo congedo a una ninfetta italiana…

Lines to a Girl 5 Days After Her 21st Birthday (Versi a una ragazza per 5 giorni dopo, il 21° compleanno, come se all’originale mancasse una virgola, secondo una mia personale interpretazione) è una poesia rigorosamente autobiografica, che riverbera la condizione creativa ed emozionale di Ernest e Adriana al culmine del soggiorno cubano di Adriana a casa di Ernest, a cavallo tra il 1950 e il 1951. Il titolo è stato tradotto Versi per una ragazza 5 giorni dopo il suo 21esimo compleanno. Ovviamente la poesia è stata scritta prima del compleanno, il 30 o il 31 dicembre 1950, in coerenza con la data dell’originale, perché Adriana compì il suo 21° anno il 4 gennaio del 1951. Già allora erano giunte a Cuba notizie dello scandalo sollevato in Italia dalla pubblicazione di Across the River, sebbene ancora non tradotto in italiano. Le malelingue, in particolar modo veneziane, avevano riconosciuto in Adriana la Renata che nel romanzo fa l’amore in gondola con l’attempato colonnello Cantwell, evidente alter ego di Ernest. Hemingway non aveva fatto molto per impedire un simile equivoco, conseguenza di una specie di celato cameo di Marlene Dietrich nel romanzo, una dedica in ricordo del flirt che aveva avuto con lei a bordo del transatlantico Paris, nel 1934. Ne avrebbe portato il rimorso fino alla tomba.

Diversamente dalle altre poesie di Hemingway, in questa tutte le parole del primo verso hanno l’iniziale maiuscola: Ernest non scrive mai nulla a caso, e le maiuscole devono portare un significato. Potrebbero semplicemente segnalare al lettore che si tratta di una poesia appunto diversa dalle precedenti, una poesia che segna un inizio, un po’ come i capilettera degli antichi testi miniati; e potrebbero essere un richiamo alle fatidiche Quattro Strade del primo incontro con Adriana e alla Quarta Dimensione creativa di Ernest. Le quattro iniziali formano inoltre l’acronimo BTTP, Back To The Past, ritorno al passato, spesso accennato in tutta l’opera dedicata ad Adriana, a partire da Across the River. Anche i titoli di Across the River and Into the Trees e The Old Man and the Sea portano quattro iniziali maiuscole.

La composizione apre sull’imminente e amaro ritorno a Venezia di Adriana, poi accenna ai suoi maligni coetanei perditempo, giovani brocchi che crescono a fieno nelle stalle, mentre lei, spirito aperto (che Ernest chiama il Gran Cavallo Nero), corre libera sui prati. Di seguito Ernest invita la ragazza a rivivere il tempo dell’armonia a Venezia e in laguna e, nella chiusa, si sostituisce ad Adriana per stimolare se stesso a scrivere l’opera più bella, quella che ora sa come scrivere, forte della carica d’amore e dolore.

Il Palazzo del primo verso (Back To The Palace) non è, a differenza dell’interpretazione attestata per Palace, l’albergo Gritti Palace. È invece la dimora del “ramo veneziano della famiglia” – come Ernest definiva gli Ivancich – ora Palazzo Ivancich-Rota, in calle del Rimedio, a due passi da Piazza San Marco.

Il secondo verso (And home to a stone) non può essere inteso come nella versione italiana (Tra le lenzuola), se non con l’intenzione di associare una allusione lasciva all’arbitraria interpretazione di Palace per Albergo. Tutta la traduzione mondadoriana corrente è una successione di invenzioni, errori, cambi di genere e numero che sembrano soltanto scelte per compiacere il gossip più schifoso.

Quei due versi che ritornano, She travels the fastest / Who travels alone, sono una citazione al femminile da una poesia di Rudyard Kipling, I vincitori (He travels the fastest / Who travels alone), per consolare Adriana nell’imminente separazione: la sua creativa intelligenza avrà campo libero verso il successo. Con la poesia ispirata a Kipling per la maggior età di Adriana, Ernest rinnova il dono per il Natale del 1950 appena trascorso, una moneta d’oro messicana con impressa una Vittoria alata. Assieme, un augurio e una profezia: la scrittura di The Old Man and the Sea, con quel protagonista, Santiago, specchio dell’innocenza e della semplicità di Adriana, avrebbe portato entrambi alla vittoria del Premio Nobel, due anni più tardi. Lui lo scrittore, lei la musa e autrice della straordinaria copertina dove il mare di Cuba si fonde col cielo. Quel libro è il capolavoro espresso dalla White Tower Incorporated, la società Torre Bianca, il cui statuto firmato col sangue da Ernest, Adriana e Gianfranco, fratello maggiore di Adriana e amico fraterno di Ernest, è sepolto in una bottiglia nel giardino della Finca, presso la Torre Bianca della ragione sociale. La Torre Bianca, la turris eburnea priva di telefono dove Ernest e Adriana si isolavano su piani diversi, a scrivere e disegnare nella loro quarta dimensione.

 


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Lavori manuali: Ungaretti traduce Shakespeare

“[…] Per le opere letterarie, c’è un inconveniente, se si tratta di traduzioni: nessuna traduzione è felice, oppure è un’altra cosa, una nuova opera d’arte come nel caso della poesia di Poe tradotta da Mallarmé. Non credo sia ancora possibile a nessuno di tradurre in modo almeno conveniente i Canti di Giacomo Leopardi, che è pure il poeta più profondo del secolo XIX.”

Giuseppe Ungaretti*

ungaSono in mostra presso l’Archivio del Novecento della Sapienza di Roma (Edificio ex Facoltà di Lettere e Filosofia, piazzale Aldo Moro, 5) trentatré carte del fondo Falqui con il making of delle traduzioni dei Sonetti di WIlliam Shakespeare a cura di Giuseppe Ungaretti, nell’ambito delle celebrazioni per i 400 anni della nascita del Bardo. Qui, sul sito di Rai News, si trovano l’annuncio e una serie di belle immagini relative alle bozze corrette amano: splendido esempio di lavoro manuale.

Il tutto culminerà il 20 aprile alla Casa delle Letterature, che ospiterà la lettura delle traduzioni di Ungà: beato chi abita a Roma.

 * Giuseppe Ungaretti, L’artista nella società moderna, in “Aut Aut”, n. 11, settembre 1952, ripubblicato in Angela Madesani, Ungà, Nomos Edizioni, Busto Arsizio 2014


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Pubblicità_Pics Off!

Quando si trattava dei nostri spettacoli dal vivo, non era nostra intenzione intrattenere la gente. Volevamo ributtare sul pubblico le bassezze e la cattiveria della strada. […] Alcune sere sbarravamo le porte in modo che non avessero scelta se non rimanere a sentirci. Ogni notte era come fare una rivoluzione.

Alan Vega sulle performance dei Suicide

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È approdato su Amazon, e auspicabilmente anche nelle librerie fisiche, Pics Off! – L’estetica della nuova onda punk. Fotografie e dischi 1976-1982, pubblicato da Nomos Edizioni, combattivo editore di Busto Arsizio. L’autore è Matteo Torcinovich e il progetto grafico – che come tutti i progetti grafici di pregio restituisce il contenuto nella sua luce più pertinente – è di Sebastiano Girardi (sul suo sito si può sfogliare il volume, qui: non perdetevi l’esperienza).

La vostra Anna Albano ha curato l’editing e la traduzione dei testi dall’inglese all’italiano: un doppio ruolo assai coinvolgente.

Dal punto di vista dell’editing è stato necessario trovare il modo di conservare nello stile quell’aura “trasgressiva” storicamente e inevitabilmente legata al punk1, badando nello stesso tempo a non indulgere a un linguaggio giovanilistico che avrebbe tolto autorevolezza a quella che è una vera e propria storia della new wave ripercorsa attraverso i materiali fotografici scartati nella scelta per le copertine, un documento preziosissimo per cogliere il flavor dell’epoca. Nelle parole dell’autore:

Pics Off! si situa al di qua del confine cronologico che di fatto segna la fine dell’importanza estetica della copertina, facendolo tuttavia da una prospettiva ribaltata, che mette sullo sfondo le immagini finali e fa parlare, invece, gli scatti secondari, i tentativi falliti, gli scarti di lavorazione. Sono loro, grazie alla testimonianza del materiale originale messo a disposizione dai fotografi, a diventare i protagonisti di questo appassionante racconto sulla genesi di immagini divenute nel tempo icone di un’epoca.

I materiali esposti, provenienti dagli archivi di venti fotografi che hanno lavorato con alcune delle band punk new wave più interessanti dell’epoca, consistono in un centinaio di immagini: stampe di prova realizzate dagli stessi fotografi per la scelta delle copertine o per la semplice archiviazione, ma, soprattutto, riproduzioni in grande formato dei provini a contatto scattati durante i set.”

Il grande interesse della parte di traduzione è consistito nel lavoro sulle interviste ai fotografi, fonti dirette per l’approfondimento nel backstage, o sulle dichiarazioni degli artisti, spesso tratte da rare riviste dell’epoca.

Le fotografie recuperate da Torcinovich, seppure scarti di produzione, sono bellissime, composte in pagine effervescenti, dai colori a tratti dolorosi o in bianchi e neri elegantissimi. Pics Off! non è un libro d’arte, ma una micro-opera d’arte, che nessuno potrebbe abbandonare a impolverarsi su un tavolino da caffè

 

Si parla di: The Ramones, Various Artists, Heartbreakers, Blondie, Iggy Pop, Cherry Vanilla, The B-52’s, Lizzy Mercier, Descloux, Teenage Jesus and The Jerks, Lydia Lunch, Alan Vega, Plasmatics, Plastics, Suicide, The Damned, Ian Dury ,The Jam, Ultravox!, David Bowie, Elvis Costello, Lene Lovich, Generation X, Nina Hagen Band, The Tourists, The Cure, Yellow Magic, OrchestraSheena & The Rokkets, Public Image Ltd, The Specials, Joe Jackson, The Pretenders, Echo and the Bunnymen, John Foxx, Bow Wow Wow, Japan, Depeche Mode, Bauhau

Matteo Torcinovich, Pics off! L’estetica della nuova onda punk. Fotografie e dischi (1976-1982), Nomos, Busto Arsizio 2016, 224 pagine, 24, 90 euro

1 Come spiega molto bene Torcinovich: “Il punk è stato indubbiamente l’ultimo movimento d’avanguardia rivoluzionario, non tanto musicalmente parlando ma in quanto fatto di costume per le energie creative che liberò in quasi tutto il mondo. Il punk è il figlio adolescente delle avanguardie storiche del Novecento, figlio scapestrato, pasticcione e senza grandi pretese, a parte quella di cambiare il mondo – ricordiamoci la scritta sulla camicia della ditta Westwood-MacLaren: ‘Be Resonable Demand The Impossible’. Molto è stato scritto, e il più delle volte a sproposito. Definirlo vuol dire ucciderne la sua vera natura, che è delirio e desiderio; l’attitudine ‘I Wanna Be Me’ e ‘Do It Yourself’ è l’anima stessa del punk, anima che disconosce ogni paternità, anche quella più evidente, per puro spirito di contraddizione.”
david

Brian Duffy, Lodger, David Bowie, 1979. La copertina fu il frutto della collaborazione tra Bowie, l’art director Derek Boshier […] e il fotografo Brian Duffy […]. Nel pieghevole originale presente nell’album, la fotografia di Bowie nei panni di una vittima di un incidente stradale viene associata all’immagine del cadavere di Che Guevara e a una riproduzione del Cristo morto di Mantegna. Derek Boshier: La copertina per Lodger fu il frutto di una collaborazione tra David, il fotografo Duffy e me. Mi piaceva moltissimo la soluzione al problema di David fotografato mentre cadeva: inquadrandolo dall’alto, su una tavola costruita appositamente per combaciare con la forma che cadeva. La tavola era stata progettata per essere completamente coperta dal corpo di David. Il lavandino fu collocato sotto la tavola, sul pavimento.

 


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cose per chi vuole tradurre 4

etimo

un bell’articolo di “booksblog” che intervista davide sapienza, traduttore rock (ma non solo). Qui sotto un frammento sulla traduzione delle frasi idiomatiche. Ma leggete anche il resto, ché Sapienza dice cose interessanti e inconsuete.

“Ho iniziato traducendo canzoni di gruppi rock famosi (il primo libro al mondo degli U2, per Arcana Editrice, gennaio 1985) e contemporaneamente scrivendo da giornalista musicale, senza trascurare la mia traduzione poetica. Per queste ragioni, credo, ho sempre avuto una predilezione, spesso osteggiata in fase di ‘redazione’ alla fedeltà assoluta al testo, anche nell’uso di frasi idiomatiche. Io mi domandavo sempre, e chiedevo ai redattori, ‘ma se noi non traduciamo alcune frasi idiomatiche per quel che sono, non trasmettiamo a sufficienza sulla cultura di origine del testo.’ Sono scelte difficili, sempre e comunque.”