cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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qualcosa su roth e qualcosa su un nuovo blog

oggi non scriviamo nulla ma ci affidiamo pigramente a un brano del bravo, bravo collega stefano bandera, che pubblica sulla “rivista intelligente“, sulla “valigia di shackleton” e ha aperto di recente “la veranda” con due amici. dove si segue un errore di traduzione fino al suo epilogo.


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Anche le macchine si scusano_Google Translate e la protesta gay

Fino al 26 gennaio appena scorso Google Traduttore traduceva la parola “gay” con parole dispregiative come “pansy boy“, “fairy“, “faggot“.

Poi si sono ribellati in cinquantamila (questo è il numero delle firme raccolte su AllOut, come riporta Will Stroude su “Attitude”) e Google si è scusata, affermando tramite un suo portavoce che i suoi sistemi traducono fondandosi su materiale già esistente sul web. Davvero bizzarro che in questo caso la politically correctness non sia passata dagli uffici di Google. In effetti adesso gay si traduce gay.gayE Google è gentile anche con le donne: fra i traducenti di woman troviamo sì la parola “gallina”, ma al terzo posto, sotto la donna, troviamo “queen”.dColonna sonora

Tomboy, It’s Ok to Be Gay


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Le cavolate di Fernanda. Dove si parla di Hemingway, dei suoi biografi menzogneri e di altre disattenzioni

In concomitanza con l’uscita dell’ebook Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana – La storia di Ernest e Adriana, “cose da libri” è lieto di ospitare un guest post del suo autore Piero Ambrogio Pozzi, studioso di letteratura americana del Novecento e traduttore, che dà conto delle sue ricerche su alcuni elementi biografici travisati da parte di chi ha scritto biografie di Hemingway, ci regala alcune precisazioni importanti sull’amore italiano di Hem, Adriana Ivancich, e rende giustizia a parecchi errori di traduzione perpetrati da Fernanda Pivano nella versione italiana di Di là dal fiume e tra gli alberi. Pozzi, su Fernanda, ha scritto anche una irresistibile scheda pubblicata nell’Enciclopedia delle donne, qui.

A proposito di Ernest Hemingway. Cavolate    

Piero Ambrogio Pozzi

Ernest Hemingway è tra gli scrittori che hanno avuto il maggior numero di biografi. Alcuni, contro la sua volontà, erano al lavoro mentre ancora era in vita. Aveva ragione di opporsi: ne hanno scritte di cavolate i bravi professori! Con un’analisi paziente, biografia dopo biografia, si troverebbero imprecisioni e balle di gente che tutto ha fatto tranne che interrogare le fonti primarie: Ernest e i libri di Ernest, una vera autobiografia a puntate. Prendiamo come esempio un suo controverso romanzo, Across the River and Into the Trees. C’è una pagina di Wikipedia su quel libro. Lasciamo perdere la versione italiana, per carità di patria, e leggiamo quella inglese com’è alla data del 16 aprile 2014, ovviamente costruita cogliendo fior da fiore nel giardino dei biografi.

“The title is derived from the last words of Confederate General Thomas J. (Stonewall) Jackson.”

Le parole, prese dal libro I Rode With Stonewall di Henry Kyd Douglas, sono queste: “No, no, let us cross over the river and rest under the shade of the trees.” Perfetto, direte. Invece si tratta di uno specchietto per le allodole, lettori, critici e biografi, che Ernest vuole distrarre dall’origine vera del titolo. Il protagonista colonnello Cantwell muore nel punto esatto dov’era nato l’amore di Ernest per Adriana Ivancich, il punto del loro primo incontro, a Latisana, sulla strada per Codroipo. Rispetto a quel punto la casa di Adriana, bombardata dagli Alleati, è across the river, il Tagliamento, and into the trees, gli alberi secolari della villa Mocenigo-Ivancich, a San Michele. Meno di un chilometro in linea d’aria, controllate su Google Maps. Autobiografia neanche sospettata.

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Rovine della barchessa sud della villa Mocenigo-Ivancich, a San Michele al Tagliamento. Foto P.A. Pozzi, luglio 2013

“The first chapter opens on the last day in the life of antagonist, Colonel Richard Cantwell, who is duck hunting in Trieste.”

Trieste è il punto di partenza del colonnello, di stanza in quella città, verso Venezia, dove incontrerà Renata, per poi partecipare alla caccia sulla strada del ritorno a Trieste. Il colonnello, alter ego di Ernest, è il protagonista e non l’antagonista (ma questo lo consideriamo un refuso). Renata è l’alter ego di Adriana Ivancich, che ha ispirato il libro. Ma soprattutto la caccia avviene nella Valle di San Gaetano presso Caorle, nella tenuta degli amici Franchetti, circa a metà strada tra Venezia e Trieste. Geografia ignorata.

 

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Il casone di caccia di San Gaetano, oggi. Foto P.A. Pozzi, luglio 2013

“One biographer and critic sees a parallel between Hemingway’s Across the River and Into the Trees and Thomas Mann’s Death in Venice.”

Nel libro di Ernest non c’è nulla che richiami anche indirettamente il libro di Thomas Mann. Chissà perché invece, a un certo punto, il colonnello suggerisce al suo autista, un meccanico del Wyoming, di leggere i libri di Gabriele d’Annunzio, in particolare il Notturno. Io ho raccolto l’invito del colonnello/Ernest. Sorpresa! Il Notturno, scritto trent’anni prima, è con tutta evidenza il modello del libro di Ernest. «Si può verificare che il Notturno ha una struttura molto vicina a quella di Across the River. Come dice Elena Ledda nella prefazione all’edizione Garzanti del libro di D’Annunzio, “…l’opera sembra fondata su una sorta di sovrapposizione fantastica e allucinatoria di tre piani temporali che vicendevolmente si scambiano: il presente della scrittura e della malattia, il passato recente degli episodi di guerra, il passato remoto dei ricordi d’infanzia […]. E pochi ma essenziali sono gli elementi attorno ai quali si sviluppa questa narrazione frammentata: la morte, la guerra, la cecità, la donna.” Basta sostituire alla cecità la malattia cardiaca, e il canovaccio è identico. Oltre alla struttura, anche l’ambientazione è straordinariamente simile: D’Annunzio infermo lascia fluire i suoi ricordi di guerra, vita e morte steso sul letto della Casetta Rossa, il colonnello Cantwell prossimo a morire lascia scorrere pensieri simili steso su un letto del vicino Hotel Gritti, nel sestiere di San Marco, a Venezia. E spesso parlano degli stessi campi di battaglia, sul Carso, sul Pasubio, nel Basso Piave; o di sorella Morte, che per Cantwell è Thanatos, il fratello del Sonno. Non bastasse, è noto come il giovanissimo d’Annunzio fosse attratto dalle “gemme ereditarie” delle nobildonne romane, e che lui stesso, nella maturità, fu destinatario del dono di smeraldi come talismani dalla sua compagna Eleonora Duse. Anche il Colonnello riceve smeraldi-talismano, gemme ereditarie, da Renata. Un dono troppo singolare per non essere ispirato alla biografia dannunziana.»[1]

 

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La Casetta Rossa di D’Annunzio sul Canal Grande a Venezia, a 150 metri dall’Hotel Gritti. Foto P.A. Pozzi, marzo 2010

Converrete che, dagli esempi riportati, la lettura del romanzo in originale riserva sorprese. Tante che mi sono convinto della necessità di ritradurlo, alla ricerca di frammenti autobiografici ignorati da critici, biografi e traduttori. Ne ho trovati molti, e molti altri ritraducendo anche il libro successivo di Ernest, The Old Man and the Sea. Tutti, commentati e circostanziati, hanno costituito la base per la scrittura di un ebook appena uscito, Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana, La storia di Ernest e Adriana. Ma restiamo nel merito di Across the River: è interessante il collegamento che ho scoperto tra una frase del colonnello Cantwell e The Tyger, la famosa poesia di William Blake, all’inizio del capitolo XIII.

«They went out the side door of the hotel to the imbarcadero and the wind hit them. The light from the hotel shone on the blackness of the gondola and made the water green. She looks as lovely as a good horse or as a racing shell, the Colonel thought. Why have I never seen a gondola before? What hand or eye framed that darked symmetry?

Uscirono sull’imbarcadero dalla porta laterale dell’albergo, e il vento li investì. La luce proveniente dall’albergo splendeva sul nero della gondola e rivelava il verde dell’acqua. È bella come un buon cavallo o come una barca da corsa, pensò il colonnello. Perché non ho mai osservato prima una gondola? Quale occhio o mano ha foggiato una simile abbrunata armonia?

Ecco la prima strofa della poesia di Blake:

Tyger! Tyger! burning bright

In the forests of the night,

What immortal hand or eye

Could frame thy fearful symmetry?

Tigre! Tigre! che bruci luminosa

Nelle foreste della notte,

Quale occhio o mano immortale

Poté foggiare la tua tremenda armonia?

La nera gondola è dapprima paragonata a un buon cavallo o a una barca da corsa, e si può supporre che il riferimento sia ancora alla bruna Adriana Ivancich, che Ernest chiamava Great Black Horse. Ma subito Ernest passa alla citazione di Blake, evocando una luminosa tigre che brucia nelle foreste della notte. Sono convinto che la sua intenzione cambi alla biondissima Marlene Dietrich, che brucia felina nel buio delle sale cinematografiche e nelle notturne foreste del desiderio maschile, lei che è un sex symbol per definizione: per due capitoli palpiterà sotto la mano rovinata del colonnello Cantwell, in una scena che trasmette al lettore una tensione erotica incompatibile con l’ancora segreta femminilità di una nobile diciottenne educata rigidamente nella religione cattolica, dedita a opere di carità e mai ancora innamorata, per quanto sia bella ed esuberante come Adriana.»[2]

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Marlene Dietrich

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Ernest e Adriana a Percoto nel 1954

Perché proprio Marlene Dietrich, direte. Perché Ernest le aveva scritto una lettera nel settembre del 1949, poco prima che finisse la stesura di Across the River: «“Daughter, cerca per favore di stare in contatto d’ora in avanti perché sto ultimando un libro che dovrebbe essere completo tra circa tre settimane. Penso che ti piacerà moltissimo. Se ne hai piacere ti darò una copia carbone del manoscritto. Tu ci sei dentro e non c’è dentro nessun altro perché è tutto inventato. Ma è inventato bene come so fare io.”»[3] Evidentemente Ernest non è del tutto sincero con Marlene, ma credo che Marlene ci sia dentro davvero, e non può essere che lì, introdotta dall’accenno a Blake.

Le sorprese non si esauriscono nella lettura del romanzo in lingua originale. La lettura della traduzione corrente mondadoriana, di Fernanda Pivano, ne riserva moltissime altre, in negativo: gli errori di traduzione sono molti, spesso clamorosi, grotteschi. Rimando alla lettura degli articoli sulle Reti di Dedalus, citati in calce, per avere un quadro preciso della situazione. Per farvi un’idea vi basti leggere la traduzione corrente del brano riportato sopra: «Uscirono dalla porta secondaria dell’albergo sull’imbarcadero e furono investiti dal vento. La luce dell’albergo brillava sul nero della gondola e rendeva verde l’acqua. La ragazza era bella come un buon cavallo o un proiettile lanciato, pensò il colonnello. Perché non ho mai visto una gondola prima d’ora? Quale mano o quale occhio avevano incorniciato quella simmetria annerita?»[4] La gondola diventa una ragazza, una barca da corsa diventa un proiettile lanciato, il colonnello espertissimo di Venezia non aveva mai visto una gondola prima d’allora, la simmetria di una gondola notoriamente asimmetrica viene incorniciata. Il libro è pieno di cavolate così. Mondadori, messa abbondantemente sull’avviso, ha recentemente “ristampato” l’Oscar del romanzo in una versione emendata dei più evidenti errori materiali, senza dichiararlo. La redazione ha voluto rimediare non con una ritraduzione integrale nel rispetto di Hemingway, ma cercando di salvare il mediocre lavoro di un’icona della traduzione. Come contorno, la copertina dell’Oscar “ristampato” mostra la triste foto in bianco e nero di un pensionato che butta becchime ai piccioni in Piazza San Marco, sullo sfondo dell’Isola di San Giorgio Maggiore; una copertina del cavolo firmata da ben tre professionisti, per presentare un romanzo di Amore, Onore e Morte! Cavolate, appunto.

image012Questo post trova riferimento nella serie di articoli pubblicata sulle Reti di Dedalus:

Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana

http://www.retididedalus.it/Archivi/2009/ottobre/TRADUCENDO_MONDI/1_hemingway.htm

Perché occorre ritradurre l’Hemingway della maturità

http://www.retididedalus.it/Archivi/2010/gennaio/TRADUCENDO_MONDI/4_revisioni.htm

Quella Renata tanto erotica non era Adriana, bensì Marlene

http://www.retididedalus.it/Archivi/2011/gennaio/TRADUCENDO_MONDI/1_giochi.htm

Il mito Pivano non si tocca

http://www.retididedalus.it/Archivi/2013/marzo/TRADUCENDO_MONDI/1_hemingway.htm

La traduzione come indagine biografica: Emily Holmes Coleman ed Ernest Hemingway (2)

http://www.retididedalus.it/Archivi/2014/gennaio/TRADUCENDO_MONDI/2_esperienze.htm

———-

[1] Piero Ambrogio Pozzi, Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana, ebook Dragomanni, aprile 2014, capitolo Vestito di blu.

[2] Ibidem, capitolo Sotto le Procuratie.

[3] Ibidem, capitolo Sotto le Procuratie.

[4] Ernest Hemingway, Romanzi, vol. 2, Di là dal fiume e tra gli alberi, a cura di Fernanda Pivano, pag. 974. Meridiani Mondadori, Milano 2005.

 

L’autore

Piero Ambrogio Pozzi è nato a Milano nel 1944. Studia letteratura americana del Novecento, dedicandosi ora principalmente alla trascrizione e alla traduzione dell’opera poetica di Jeffrey Rudick (vivente) e di Emily Holmes Coleman (Oakland, CA, 1899 – Tivoli, NY, 1974). Di E.H. Coleman ha tradotto il romanzo The Shutter of Snow (Il manto di neve, Robin Edizioni, Roma 2008), la raccolta di scritti La tempesta si avvicina, e tre volumi di versi: Mani quiete, Una via e Da Kansas City, Missouri. Dopo aver ritradotto Across the River and Into the Trees e The Old Man and the Sea di Hemingway, ha scritto Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana, un saggio sulla storia di Ernest Hemingway e Adriana Ivancich. Ha vinto i Premi Città di Forlì 2005 e 2010 per la traduzione di poesia. Esempi di poesie tradotte e articoli sono reperibili sulla rivista di Manni l’immaginazione e online su Bibliomanie, Biblit, Bookstand.gr, Le Reti di Dedalus e Peopleandideas.gr.

Nel giugno 2011 ha partecipato al 13° Congresso Internazionale Ernest Hemingway, a Cuba, presentando una memoria sulla storia dello scrittore americano e di Adriana Ivancich. Nel maggio 2012 ha presentato una memoria dal titolo Ritradurre Hemingway, conoscere Ernest e Adriana al convegno Literary Translation in Practice presso l’Università del Salento di Lecce. Ha scritto per l’Enciclopedia delle Donne http://www.enciclopediadelledonne.it/ le voci su Emily Holmes Coleman, Adriana Ivancich Biaggini, Peggy Guggenheim, Fernanda Pivano.

Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana – La storia di Ernest e Adriana, Dragomanni, 3,99 euro, in vendita su Amazon e le altre librerie online


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esercizi di traduzione_vocabulary

Courtesy slouchingtowardsthatcham.wordpress.com

Courtesy slouchingtowardsthatcham.wordpress.com

Vocabulary è un tuffo nel dizionario di Jason Schneiderman, privo di metrica e rime. Ne tento una traduzione qui sotto; l’originale si trova qui. Come sempre, si auspicano suggerimenti, correzioni, tirate di orecchie.

Lessico

Un tempo mi piacevano le parole,

ma non mi piaceva cercarle nel dizionario.

Adesso amo entrambe le cose,

il sapere,

e il cercare,

l’assurdità

di scoprire che “boreal”

ha significato “northern” per tutto questo tempo

o che “estrus”

è una parola molto più adeguata

nelle situazioni in cui verosimilmente

avrei detto “in heat”.

Quando traducevo

il dizionario era il mio nemico,

il deposito di una conoscenza

che sembravo incapace

di conservare. La parola straniera

per “inflatable” semplicemente

non mi rimaneva in testa,

sebbene il termine inglese “deictic”,

dopo averlo incontrato un’unica volta,

mi fosse rimasto ficcato in mente per un anno.

Una volta persi “desiccated

per dieci anni, dopo averlo incontrato

in un inclemente ritratto

di Ronald Reagan; poi,

alla fine, ritornò a me

in un articolo sul formaggio.

Mi innamorai di mio marito

non quando mi disse

il significato della parola “apercus”

ma quando la cercai

e vidi che aveva ragione.

Esiste anche una parola

per quando si usa una parola

non per significare il suo significato,

ma come parola in sé stessa,

e vi direi qual è

se me la ricordassi.

Il mio amico legge il vocabolario

per la sua prospettiva sulla cultura,

e ride quando dico che

i libri di consultazione non sono veri

libri, ma database ante litteram.

La mia maestra di terza

diceva scherzando che se ci annoiavamo

potevamo copiare qualche pagina dal vocabolario,

ma quando lo facevo, anch’io per scherzo,

inorridiva invece che divertirsi.

La scoperta è sempre venata

di tristezza, il sapere

che hai vissuto

con la mancanza di qualcosa,

perciò cerchiamo di far sì che l’apprendimento

rientri nella sfera dei giovani,

che hanno meno tempo per rammaricarsi

di essere vissuti nell’ignoranza.

I miei studenti si perdono

nei vocabolari,

incapaci di figurarsi perché

“categorize” significhi

“collocare in categorie”

oppure perché la quinta definizione di “standard” è quella

che darà un senso alla frase in questione.

Mi meraviglio di come chiunque possa vivere senza conoscere

la parola “wonder”.

Un famoso autore

ha detto una volta in un’intervista

che terminava i suoi romanzi

con una parola dal significato oscuro

che era certo i suoi lettori

non conoscessero

perché gli piaceva l’idea

che andassero a cercarla.

Voleva che il lettore,

non appena chiuso il suo libro, ne aprisse

un altro, e che quel secondo libro

fosse un dizionario,

e per quanto avessi molto amato

quell’autore, dopo aver letto

quella storia

(questo forse vi sorprenderà)

lo amai di meno.

 

 

 

Vocabulary, © 2012 by Jason Schneiderman. Tradotto da Anna Albano e pubblicato su cose da libri con il consenso dell’autore

 

 


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esercizi di traduzione_any morning

shirtoid.comfuggire dal mondo, indossare una maschera: è il consiglio che ci dà William Stafford in Any Morning, di cui tento una traduzione* qui sotto. l’originale si trova qui. William ci dice che abbiamo il diritto di nasconderci, di proteggerci, di non conformarci. chi, tra i lettori, pratica questa forma di autotutela?

* si accettano e auspicano suggerimenti, correzioni, tirate di orecchie.

 

Stare distesi sul divano ed essere felici

Mormorare tra sé e sé, il suono tranquillo nella testa.

I guai hanno da fare altrove al momento, hanno

molte cose da fare nel mondo.

Le persone che potrebbero giudicare perlopiù dormono; non possono

tenerti sotto controllo continuamente, e a volte se ne dimenticano.

Quando al di là della siepe sarà alba piena potrai

alzarti e fingere di avere da fare.

Angolini come questo, frammenti di Paradiso

lasciati in giro possono essere raccolti e conservati.

La gente non si accorgerà nemmeno che ce li hai,

tanto sono leggeri e facili da nascondere.

Più avanti nel giorno potrai comportarti come gli altri.

Potrai scuotere la testa. Aggrottare le sopracciglia.

 

William Stafford, Any Morning, da The Way It Is, Graywolf Press, Minneapolis, MN, 1999

 

immagine courtesy shirtoid.com


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da mariarosa a walter, passando per george e louise

 

dunquedunquedunque: sabato scorso sono tornata a scuola per frequentare il workshop di revisione di testi tradotti condotto dall’ottima mariarosa bricchi di bruno mondadori, meritoriamente organizzato dalla rivista online “la nota del traduttore”.
nel corso delle dense ore del laboratorio si è parlato molto della sconsigliabile tendenza di alcuni traduttori a rendere più bello il testo sinonimizzando, con esempi da kafka e letture da kundera, coetzee, nabokov. è emersa come esiziale la tentazione di innalzare il registro, dell’overtranslating, mediante il quale il traduttore paga un tributo di rispetto al testo allo stesso tempo tradendolo. 
e poi si è girovagato per l’antilingua di calvino, la vita agra, l’accademia della crusca e la grammatica del serianni: una bella ripassata lavorando su piccoli esempi concreti e la possibilità di confrontarsi con colleghi provenienti da ambiti diversi.
e insomma, dopo aver tanto discettato di testi in altre lingue, verso la fine qualcuno ha chiesto a bricchi quali autori italiani contemporanei apprezzasse e lei ha risposto che non legge volentieri gli italiani, che negli ultimi quindici anni ha apprezzato moltissimo solo walter siti con i suoi Troppi paradisi, e forse, sì, scrive benino anche lagioia.
la pletora di scrittorelli che operano in direzione del proprio ombelico – questo, concordavamo bricchi e io, è uno dei loro difetti principali –, con relativo pollaio su litblog e facebook, è poco interessante per chi scrive, che però nella sua antitalianità si era persa pure siti. finito il workshop, ho deciso che avrei avuto Troppi paradisi senza por tempo in mezzo, e il vicino libraccio è servito all’uopo. e, signori, se mariarosa aveva ragione! ne ho lette centocinquanta pagine e dalla prima riga ho gustato un testo che usa le esatte sacre parole che si devono usare per dire ciò che vuole dire. che in pagine dichiaratamente finte colloca verità molto mediocri e dolorose in cui ci si può specchiare.
“Mi chiamo Walter Siti, come tutti. Campione di mediocrità. […] Se non fossi medio troverei l’angolatura per criticare questo mondo, e inventerei qualcosa che lo cambia.” (p. 3).
E sulla famiglia, sulle vecchie serie televisive:
“[…] la televisione è il mio centro di calore, la distributrice di emozioni. Le situation comedy, soprattutto, sono la famiglia che avrei voluto avere; genitori spiritosi, molti figli, battute che riescono sempre e villette isolate col giardino. Qualche volta, un cane rompicoglioni che però non abbaia di notte – le tensioni si scioglieranno per forza cinque minuti prima della fine, che è prossima perché il tutto dura mezz’ora. I genitori a letto commentano, i figli crescono bene, l’esterno non è più minaccioso, spenta la luce faranno l’amore perché nonostante l’età lo fanno ancora volentieri. I Jefferson, i Robinson, i Keaton, la famiglia Bradford. Oppure qualche madre divorziata, che però funge da madre e da padre.”
la stazione televisiva k2 propone sei giorni se sette, da una certa ora in poi, la Seratissima Jefferson. chi scrive non se ne perde una. i due ex ragazzi di harlem, la pepata domestica florence, l’evidente intimità ancora in circolo tra george e louise “weezy”, il gruppo dei vicini-amici: tutto rimanda energia, amore e affetto. ebbene, se parliamo di jefferson, io sono con walter: e adesso scusate, ma devo sintonizzarmi sul mio canale preferito.


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esercizi di traduzione_vegetarian nightmare

Breve panegirico
Mark Strand
Adesso che l’incubo vegetariano è finito
e siamo tornati alla nostra dieta di carne
di nuovo profondamente influenzati dalle nostre oscure, bellissime abitudini
e possiamo parlare con calma dell’essere sopravvissuti,
che l’alito del futuro tocchi e tocchi ancora i nostri ampi corpi affamati.
Rechiamoci svelti al mercato, ad abbracciare il macellaio;
mettiamoci alle spalle l’anno della carota, il mese della cipolla,
onoriamo l’arrosto o lo stufato che ancora una volta prendono posto
nel sacro centro del tavolo da pranzo.
l’originale è questo:
A Short Panegyric
Now that the vegetarian nightmare is over 
and we are back to our diet of meat 
and deep in the sway of our dark and beautiful habits 
and able to speak with calm of having survived, 
let the breeze of the future touch and retouch our large and hungering bodies. 
Let us march to market to embrace the butcher and put the year of the carrot, the month of the onion behind us, let us worship the roast or the stew that takes its place once again 
at the sacred center of the dining room table.
la traduzione è di chi scrive. notizie su mark strand qui


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delle cose che si possono trovare nei vecchi libri, di qualunque natura essi siano

di questa poesia di Scott Poole mi è molto piaciuto il lato domestico, così l’ho tradotta:

La Bibbia
Nel caso servisse
è sempre là.
Perché devi averne almeno una.
La parte che sempre torno a leggere
è la dedica
alla nonna di mia moglie.
Immagino Dio a un book signing,
mentre firma la sua copia,
“Cara Eva, grazie per la tua devozione”.
Ma più che altro penso a quando
lei potrebbe averla tenuta in mano:
qualche volta in chiesa,
in un paio di momenti di smarrimento, in camera da letto
e una strana volta dopo la messa
quando andò dal fruttivendolo
e la posò un attimo su un mucchio di mele
mentre esaminava le banane alla ricerca di ammaccature.
Scott Poole, The Bible, da The Sliding Glass Door, by permission of Colonus Publishing, Spokane, WA, 2011