cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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autopromozione: “after the tribes”, una mostra dell’artista israeliana beverly barkat

“nello studio della dodici tribù di israele”, dice beverly in un’intervista a rai tre che uscirà a breve, “ho trovato il primo punto di connessione tra me stessa e la terra in cui ho scelto di vivere, israele, a cui sono giunta dal sudafrica.”

Screen Shot 2018-10-19 at 09.42.18nelle parole di giorgia calò, tra gli autori dei saggi, “L’opera è composta da una struttura metallica scandita in dodici riquadri, dove altrettanti dipinti su PVC semitrasparente del diametro di un metro sembrano fluttuare all’interno di ognuno di essi. Le dodici pitture circolari sono animate da una specifica trama cromatica che si rifà agli antichi testi, secondo cui ogni tribù era contraddistinta da una bandiera, o drappo di seta, con il simbolo rappresentante e presiedeva un territorio. Gli stendardi avevano il colore delle pietre preziose poste sul chòshen, il pettorale indossato dai cohanìm (sacerdoti). Sulle dodici gemme, collocate su quattro file, erano incisi i nomi dei figli di Giacobbe. Quando la luce le colpiva, queste emettevano il loro bagliore e i nomi d’Israele apparivano in rilievo rifulgendo a loro volta. I colori vivi e le pietre preziose, incastonate nel chòshen, esercitavano, secondo una tradizione cabalistica, la capacità di attrarre la dimensione spirituale presente e imprigionata nella materia.”

il catalogo della mostra è di marsilio; le traduzioni dall’inglese all’italiano sono della vostra anna albano, in compagnia dei colleghi robert burns e leslie ray per italiano —>inglese.

 

After the Tribes

11 ottobre

31 dicembre 2018

Museo Boncompagni Ludovisi,

Roma


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Pubblicità_Gustav Klimt

La Vienna di Klimt fu quella di Sigmund Freud, Gustav Mahler, Arthur Schnitzler, Karl Kraus, Arnold Schönberg, Theodor Herzl e del giovane Adolf Hitler. Parigi può essersi fregiata del titolo di capitale culturale del mondo occidentale, ma con il senno di poi osserviamo che la culla di gran parte del meglio e del peggio del XX secolo è stata Vienna.

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Gustav Klimt, Donna anziana, 1909

In occasione del centenario della morte di Gustav Klimt, che ricorreva il 6 febbraio scorso, Mondadori Electa ha pubblicato un volume omonimo, scritto da Patrick Bade e tradotto dalla vostra Anna Albano: splendide riproduzioni a colori e una biografia dell’artista completa, che ripercorre tutte le fasi della vita e della carriera.

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Gustav Klimt, particolare dal Fregio di Beethoven, 1902

Questi i contenuti:

Timeline

La Vienna di Klimt

La rivoluzione e la Ringstrasse

Gli inizi

Carattere e vita privata

Le origini dello stile di Klimt

La Secessione

Ver sacrum

Scandalo

Le arti decorative

La Vienna ebraica

Mecenati e collezionisti

Ritratti

Paesaggi

Allegorie e simboli

Klimt, Freud e il sesso

Klimt, Mahler e la musica

Disegni

La fine di un’epoca

Note

Bibliografia selezionata

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Patrick Bade, Gustav Klimt, traduzione di Anna Albano, Electa, Milano 2018, 176 pagine, 29,90 euro


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l’interessante, bizzarro esperimento della professoressa chiusaroli

francesca chiusaroli, docente di linguistica all’università di macerata, propone una traduzione di pinocchio in linguaggio emoji, con testo italiano a fronte. il libro è uscito il 20 novembre per i tipi di apice libri.

qui trovate una opinione sulle faccine espressa dalla traduttrice isabella blum.

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“Montalbano je suis”_i ragazzi del master di editoria del Collegio Santa Caterina pubblicano un (bellissimo) libro sulla traduzione

[…] che senso ha, poniamo, una traduzione delle Metamorfosi di Ovidio in

prosa magiara? Il senso che altrimenti per tutti gli ungheresi che ignorano

il latino le Metamorfosi non esisterebbero per nulla.

Massimo Bocchiola, dall’introduzione al volume

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Del Collegio Universitario Santa Caterina da Siena all’università di Pavia e del suo master di editoria avevamo già parlato agli albori, qui. Le Edizioni Santa Caterina esistevano già e nel frattempo sono cresciute, alimentate dal lavoro svolto ogni anno dagli allievi del master, e con la consulenza dell’editore Interlinea, il cui direttore editoriale è il benemerito Roberto Cicala, docente di editoria libraria alla Cattolica di Milano.

Di recente hanno pubblicato il nono dei Quaderni del Master di Editoria, Echi da Babele. La voce del traduttore nel mondo editoriale, un volume articolato in sei sezioni tematiche – poesia, fantastico, gerghi e dialetti, ragazzi, onirico e narrativa sociale – che si avvale della presentazione di Massimo Bocchiola. Il sommario è ricchissimo – lo pubblichiamo integralmente alla fine del post: Sergio Altieri parla della sua traduzione delle Cronache del ghiaccio e del fuoco (aka Trono di spade) di George R.R. Martin, Anna Jampol’skaja della sua passione per, e conseguente traduzione in russo di, Aldo Palazzeschi (l’ultima fatica è il Codice di Perelà); si affronta la vicenda della revisione e riedizione della saga di Harry Potter del 2011-2014 e si mettono a confronto le due traduzioni di Zazie nel metrò di Franco Fortini e di Viola Cagninelli (godetevi gli specchietti a pagina 158 e pagina 159, che mettono a confronto l’originale, Fortini e Cagninelli su tre colonne).

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Aldo Palazzeschi in costume da gondoliere. Courtesy

Quanto alla traduzione in francese di Andrea Camilleri, il traduttore “Quadruppani decide in primo luogo di utilizzare saltuariamente alcune parole originarie del mezzogiorno francese, ma conosciute in tutto il paese, che diano ‘un parfum de Sud’. È il caso del termine di origine provenzale minot, utilizzato per tradurre picciriddu. Un ulteriore sforzo è quello di evocare, quando possibile, il suono stesso della narrazione camilleriana. Così il pirsona tipico dell’agente Catarella diventa pirsonne e il celebre ‘Montalbano sono’ rimane semplicemente ‘Montalbano je suis’, compiendo una forzatura che per l’orecchio di un francese risulta ben più ardita che per quello di un italiano.”

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Serge Quadruppani, l’inventore di “Montalbano je suis”. Courtesy

Yasmina Melaouah racconta della sua traduzione del ciclo di Malaussène. Da pagina 205 troviamo la rievocazione della scia di sangue che ha portato con sé la traduzione dei Versi satanici di Salman Rushdie, con l’aggressione al coltello dell’italiano Ettore Capriolo, sopravvissuto, l’uccisione del giapponese Itoshi Igarashi e lo scampato attentato all’editore norvegese William Nygaard.

Il volume, confezionato e coordinato molto bene, ha il pregio di contenere molti esempi concreti e di presentarci la viva voce dei traduttori coinvolti: è una lettura consigliabile a chi desidera avvicinarsi al mondo della traduzione, di cui restituisce l’articolazione sfaccettata, ma anche a chi è già professionista, per farsi un’idea del lavoro delle generazioni che stanno arrivando.

AA.VV., Echi da Babele. La voce del traduttore nel mondo editoriale, Edizioni Santa Caterina, Pavia 2016, 280 pagine, 18 euro molto ben spesi

Sommario del volume

TESTI INTRODUTTIVI

Presentazione (Massimo Bocchiola)

Premessa

ECHI DA BABELE

Le lingue del fantastico

Che lingua parla il vento?

Tradurre il fantastico di Damasio: intervista a Claudia Lionetti

(Lorenzo Cetrangolo)

Ice and Fire: le cronache tradotte

George Martin secondo Sergio Altieri

(Francesco Zamboni)

L’ambiguit. dell’ordinario

Maurizio Nati traduce Humpty Dumpty in Oakland di Dick

(Giuseppe Aguanno)

La metrica della traduzione

Riscoprire l’America

Fernanda Pivano e la costruzione di un’antologia

(Elena Folloni)

Emily-Nessuno e la sua Lettera al Mondo

Ricezione e traduzione di Emily Dickinson in Italia

(Maria Ceraso)

Un atto creativo, non imitativo

La traduzione poetica secondo Franco Buffoni

(Anna Travagliati)

La vita accanto

Fabio Pusterla traduttore di Philippe Jaccottet

(Enea Brigatti)

Aldo Palazzeschi in Russia

Tradizione e traduzione: intervista ad Anna Jampol’skaja

(Andrea Papa)

Di fiore in fiore

L’Antologia Palatina tradotta da Salvatore Quasimodo

(Elena Villanova)

Un gioco da ragazzi

Il Piccolo Principe nasce a New York

Storia e fonti di una traduzione in “casa” Bompiani

(Diletta Rostellato)

Le magie della traduzione

La revisione della saga di Harry Potter

(Anna Guerrini)

Rodari a testa in giù

Una traduzione tra creativita editoriale e propositi educativi

(Mattia Gadda)

Le età di Zazie

Zazie nel metrò: due traduzioni a confronto

(Vanessa Nascimbene)

Gerghi e dialetti

Da Vigata a Parigi

Le traduzioni francesi di Andrea Camilleri

(Flavio Mainetti)

Tradurre la lingua dei morti

El llano en llamas, da Juan Rulfo

a Maria Nicola

(Lorenzo Baccari)

Un romanzo, tante voci, mille colori

La traduzione del ciclo di Malaussène di Daniel Pennac

(Rossana Mancini)

Società e narratori

Le identit. di Gomorra

Viaggio alla scoperta delle edizioni straniere

(Anna Chiara Sartorello)

Una traduzione “pericolosa”

I versi satanici di Salman Rushdie

(Giulia Maurelli)

Manuale per una traduzione accelerata

Pensante, Coupland e la traduzione di Generation X

(Giuseppe Musso)

Pagine oniriche

Un romanzo straniero di un autore italiano

Requiem, storia di un’autotraduzione mancata di Tabucchi

(Letizia Spettoli)

Pecore, amore e fantasia

I titoli che hanno lanciato Murakami Haruki in Italia

(Chiara Costa)

L’impresa epica dell’Ulisse di Joyce

Le fatiche e le avventure del Celati traduttore

(Marco Adornetto)

In conclusione

Fate caso al nome del traduttore?

Un’indagine fra i lettori

(Anna Laura Carrus)

INDICI

Indice dei nomi

Indice delle collane e delle case editrici

 


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editori pezzenti vs. editori pop

a me la newton compton mi ha sempre fatto impazzire per il suo catalogo sterminato fatto di cose diverse, molte molto buone, e di tanti libri-guida, come quello che ho comprato oggi su milano.

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perché non si capisce come faccia a mantenere prezzi strepitosi (forse non ha collaboratori e fanno tutto raffaello & famiglia, forse i collaboratori sono pagati una miseria o non lo sono affatto; forse la maggior parte del lavoro, come spesso avviene – per i vivi – è demandato all’autore), ciò che non riesce a case editrici che godono di maggior credito presso certi: la sellerio, con il suo catalogo infinito di refusi (datato, ma ancora memorabile, lo scempio di un bel volume di daria galateria, e un altro su un libro del bravo giuseppe scaraffia; si veda anche qui), o l’attuale einaudi (in particolare stile libero*). eppure queste case editrici “piccole ma di qualità”, vedi per l’appunto sellerio, o voland, o la defunta isbn – queste ultime due non pagatrici conclamate: si veda qui e qui –, sono popolari presso i devoti del libro ben curato, altro che la monnezza mainstream di mondadori o rizzoli. eppure, signori, rizzoli e mondadori i collaboratori ce li hanno e li pagano, perlopiù puntualmente. e mentre so per certo (fonte: traduttori ingaggiati amici miei) che feltrinelli paga 12 euro a cartella per la ritraduzione di un classico della letteratura inglese, so altrettanto per certo che editori dal cuore meno rosso e tradizionalmente meno interessati alla sorte del popolo dei lavoratori pagano i traduttori dai 15 euro in su, con punte di 26 euro (fonte: chi scrive). e so che ho dovuto chiedere non so quante volte, fino alla minaccia, i miei diritti d’autore – spiccioli – a un piccolo editore talmente interessato alle sorti del mondo da distribuire le produzioni eque e solidali di eloísa cartonera, per il bene dei compagni argentini (era un po’ meno interessato alle mie, di sorti).

e so per certo, come tutti coloro i quali lavorano in editoria, che questi pitocchi malpaganti (quelli in malafede, beninteso: parlo solo di quelli) si nascondono spesso dietro la lagna “siamo piccoli, abbiamo molte spese, vendiamo poco, alla feltrinelli fanno le pigne di fabio volo vicino alle casse, non possiamo pagare i collaboratori ma siamo gli alfieri della ricerca e della qualità”.

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giacomo ceruti detto il pitocchetto, il pitocco filosofo

risultato: libri spesso mal curati e pieni di refusi al costo triplo di quelli di newton compton. eppure è proprio da newton compton che potrebbero partire, ad esempio, i genitori desiderosi di allestire in economia una bibliotechina domestica di classici per i loro figli: con questi prezzi le scuse del genere “sì, però i libri costano troppo” sarebbero impossibili.

tornando a noi, triplo urrà per l’editore romano no frills, low cost, spesso veramente utile.

*li metto nel calderone dei refusari, ma per einaudi, che non è un piccolo editore, il discorso è ovviamente diverso e simile a quello generale relativo a molti editori: deprezzamento economico dei professionisti dell’editoria; tendenza a concentrare su una figura singola almeno tre funzioni – lettura, correzione di bozze, revisione; sciatterie invalse per motivi diversi, formazione insufficiente dei nuovi. il tutto, nel caso dell’einaudi, brucia ancora di più se si pensa all’einaudi dei tempi d’oro.


6 commenti

cose da traduttori

di-traduzione

° il professor giovanni bogliolo ha vinto il premio stendhal per la sua traduzione dal francese di germinal, di émile zola. menzione giovani a camilla diez per tram 83, di fiston mwanza mujila e menzione speciale della giuria ad alessandro giarda per un barbare en asie, di henri michaux.

° compleanno dell’antologia di spoon river, di edgar lee masters, e festeggiamenti con la nuova traduzione di luigi ballerini. ne parla nel video bruno ventavoli di “tuttolibri”.


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Piero Ambrogio Pozzi sulla traduzione, su Hemingway, Ivancich e Pivano: un lavoro che continua e una conferenza a ottobre

Da un paio d’anni “cose da libri” segue l’attività di Piero Ambrogio Pozzi, traduttore e studioso di letteratura americana che va conducendo da tempo un’opera di demistificazione del lavoro di traduzione di Fernanda Pivano sui testi di Ernest Hemingway.

Qui e qui avevamo presentato le tesi di Pozzi; nel primo articolo in particolare si può vedere la sua opera sul campo, interessantissimi esempi concreti di traduzione e “de-traduzione”.

Piero sarà relatore in occasione di “Hemingway & Adriana”, manifestazione che si terrà a San Michele al Tagliamento il 1° e 2 ottobre di quest’anno tra Villa Mocenigo-Biaggini-Ivancich e il Municipio, con mostre, passeggiate, incontri sulle tracce di Hemingway.

Anticipiamo una parte degli argomenti che saranno affrontati, come sempre con le parole dello stesso autore.

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Ernest e Adriana. Courtesy

Quando la traduzione è un ostacolo, o peggio

Dagli appunti per la conferenza Ritorno a San Michele (45°46’31.1”N 12°59’31.1”E), sulla storia di Ernest Hemingway e Adriana Ivancich

Piero Ambrogio Pozzi

La prima edizione del romanzo di Ernest Hemingway Across the River and Into the Trees era uscita nel settembre del 1950. Più di quattordici anni dopo, nel febbraio del 1965, e più di tre anni dopo la morte di Ernest, Mondadori pubblicava nella collana Medusa la versione italiana, col titolo Di là dal fiume e tra gli alberi. La versione francese usciva in maggio da Gallimard. Finché era in vita, Hemingway ne aveva impedito la pubblicazione o la sceneggiatura in lingua straniera per cercare di proteggere Adriana Ivancich, la sua ispiratrice principale e modello fisico per il personaggio della protagonista, Renata. Il pubblico, assecondato dalla concorde ottusità di giornalisti, critici, studiosi e traduttori, aveva identificato nei comportamenti di Renata quelli di Adriana, subito perseguitata da maldicenze irresponsabili che sarebbero durate fino al suo suicidio nel 1983, e che ancora durano.

Per la versione italiana il libro era stato affidato a Fernanda Pivano, che già aveva tradotto altre opere di Hemingway, in particolare A Farewell To Arms e The Old Man and the Sea, dopo un inizio di carriera favorito dallo stretto rapporto con Cesare Pavese.

Nel 1943, nel pieno della guerra, Einaudi aveva pubblicato l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, nella prima e ormai leggendaria traduzione della Pivano. A quei tempi Fernanda era in rapporto sentimentale con Cesare Pavese, che già le aveva chiesto di sposarlo e che ancora gliel’avrebbe chiesto, invano. Con la sua costante e capace presenza Pavese ebbe una importanza fondamentale in quella traduzione. La tesi di laurea di Iuri Moscardi, Cesare Pavese e la traduzione di Spoon River di Fernanda Pivano, premiata a Santo Stefano Belbo nel 2012, chiarisce che Pavese ebbe modo di intervenire ripetutamente nel lavoro della Pivano in sede di correzione e revisione stilistica, e che l’ultima parola sulla versione italiana fu sua. Questa la motivazione del premio: “Tesi interessante ed originale, che affronta un tema poco indagato, se non del tutto trascurato, dalla critica accademica. Si tratta di una disamina attenta ed accurata, esaustiva e ampiamente articolata che, con cura filologica e con documenti inoppugnabili, evidenzia il poderoso intervento di Pavese nella traduzione di Spoon River operata dalla Pivano. Lo scrittore interviene, infatti, con abilità e competenza, non solo su evidenti errori di lessico, ma anche sulla struttura e sulle scelte stilistiche tanto che davvero la traduzione può essere definita «frutto di un lavoro a quattro mani».” È probabile che Pavese abbia rinunciato a comparire come traduttore o revisore del libro, con l’evidente e generosa intenzione di lanciare la carriera della persona che allora amava. Al tempo della morte di Cesare Pavese, nell’agosto del 1950, Fernanda Pivano era ormai affermata come la traduttrice ufficiale di Hemingway.

A Farewell To Arms aveva conferito a Pivano un’aureola di coraggio e competenza: si diceva che, a seguito di una perquisizione alla casa editrice Einaudi di Torino, la Gestapo avesse arrestato Pivano dopo aver rinvenuto il contratto di traduzione del romanzo che offendeva l’onore dell’esercito italiano, travolto dagli austro-tedeschi a Caporetto durante la prima Guerra Mondiale. Pivano stessa racconta invece, in Leggende americane, di come corse all’Albergo Nazionale, allora sede della Gestapo, per scagionare il fratello Franco fermato per equivoco. Per cavarsela le bastò negare ogni addebito, né si capisce di che cosa si sarebbero dovuti offendere i tedeschi, che a Caporetto avevano vinto. Ad ogni modo Pivano non fu mai arrestata. Einaudi non pubblicò A Farewell to Arms ma cedette i diritti a Mondadori, che stampò la sua versione nel 1949.

Pivano aveva poi tradotto The Old Man and the Sea, uscito in Italia nel 1952, l’opera che avrebbe portato Hemingway al Premio Pulitzer e al Nobel, aggiungendo ulteriore lustro alla propria fama di americanista ed entrando nella indiscussa considerazione dell’establishment culturale italiano. La sua traduzione, malamente o mai revisionata da Mondadori, conteneva e contiene infelici scelte di traduzione, mai contestate prima delle mie segnalazioni, per quanto mi è noto.

La resa di A Farewell to Arms era stata di migliore qualità, che attribuisco alla cura redazionale e al fatto che già esistevano due traduzioni dello stesso libro: quella del 1945 di Bruno Fonzi, stampata abusivamente a Roma da Jandi Sapi, e quella del 1946 di Dante Isella, Giansiro Ferrata e Puccio Russo, sempre per Mondadori. Isella era un filologo e traduttore, poi critico letterario e accademico della Crusca, Ferrata uno scrittore, traduttore e critico letterario, poi direttore della collana I Meridiani, Russo un traduttore storico di Mondadori. Cito dalla rivista QB della Fondazione Mondadori:

La prima edizione di Addio alle armi viene pubblicata nel giugno 1946, con una tiratura di 5934 copie, nella elegante collana “Il Ponte” (il prezzo di copertina è di 500 lire), ed è presentata a Hemingway come «a new collection […] which collects the best names in the international literary field». La traduzione è stata preparata «con devozione» da Giansiro Ferrata, Puccio Russo e Dante Isella a Friburgo, nel periodo dell’internamento in Svizzera. Le illustrazioni sono di Renato Guttuso.

Pivano conosceva la traduzione di Fonzi, per averla giudicata “bella”. Quella di Isella, Ferrata e Russo era stata pubblicata dalla sua stessa casa editrice, ma non la trovo citata da Pivano. Così parla di una terza, pubblicata in Svizzera: “molto ricalcata su quella francese, voglio dire con lo stesso fraseggiamento di quella francese” : evidentemente si riferisce all’edizione svizzera della traduzione Isella-Ferrata-Russo uscita a Lugano presso la Ghilda del Libro, anch’essa nel 1946. Aveva dunque disponibili per la consultazione due versioni italiane e una francese, tre solidi riferimenti.

Perché Mondadori commissionò la versione Pivano, quando già aveva in catalogo la Isella-Ferrata-Russo? Perché Hemingway aveva potuto concordare – direttamente con Alberto Mondadori – le caratteristiche che dovevano avere i volumi delle sue opere soltanto dopo la pubblicazione italo-svizzera di A Farewell to Arms del 1946, e gli accordi comprendevano la scelta del traduttore, che Hemingway fece cadere avventatamente su Pivano. Questo vale anche per Across the River, come è evidente dalla lettera del 23 marzo 1950 da bordo dell’Île-de-France, dove in più Hemingway si riserva la scelta del disegnatore della sovraccoperta .

* * *

L’attesa versione di Across the River, pubblicata senza aver subìto alcuna seria revisione, fu desolante, piena della stessa varietà di errori che Cesare Pavese aveva corretto nell’Antologia di Spoon River. Ma Pavese ormai non c’era più, e probabilmente nelle redazioni di Mondadori Fernanda non era particolarmente amata: si possono sospettare malevole omissioni nella cura per la stampa, oppure lo staff aveva paura di inimicarsela segnalandone le pecche. Soltanto dopo 45 anni l’edizione in brossura Oscar è stata “ristampata”, emendata occultamente degli errori più evidenti da un oscuro redattore che ha probabilmente attinto alle segnalazioni che avevo direttamente inviato o al mio Diario di traduzione apparso a puntate nel 2005 su Intramel, il vecchio benemerito blog di Giuseppe Iacobaci. Al Diario erano seguiti diversi altri articoli e schede su Le Reti di Dedalus, Biblit e l’Enciclopedia delle Donne online. Non sono note precedenti iniziative dirette a sollecitare riparazioni del guasto, né a mettere in discussione il mito di Fernanda Pivano. Immagino che proprio per salvare il mito di “Nanda” – e il folto catalogo delle sue pubblicazioni – Mondadori non abbia preso in considerazione ritraduzioni radicali per The Old Man e Across the River. Questa, o qualsiasi altra ragione, anche il rispetto della scelta contrattuale di Pivano come traduttrice fatta a suo tempo dall’inconsapevole Hemingway, fanno comunque torto a uno dei protagonisti della letteratura del Novecento.

La traduzione di Across the River nell’edizione rilegata dei Meridiani è tuttora quella originale di Fernanda Pivano, che ha impedito al pubblico potenzialmente più aperto alla comprensione della narrazione, quello italiano, di goderla appieno. I personaggi e le ambientazioni risultanti dalla versione italiana del minuzioso e complesso lavoro di Hemingway non sono riconoscibili, nemmeno con le percezioni di chi, vivendo nei luoghi di quella storia, avrebbe potuto apprezzare la lettura del controverso libro. I più fortunati, come me che l’ho ritradotto di mia iniziativa, avrebbero potuto scoprire in una traduzione decente il filo di vicende personali, perché Hemingway ha scritto Across the River rischiando, ma insieme augurandosi, di essere compreso oltre l’intreccio grazie alla cifrata ma sincera rappresentazione di se stesso nel colonnello Cantwell, trascrizione letteraria di una vita privata sofferta, pregna di un amore in gran parte inespresso.

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Lettera di Hemingway ad Adriana, 27 giugno 1950. Courtesy

Poche, le poesie scritte da Hemingway. Una tra le più lunghe, rivelatrice (visibile qui https://lepleiadi9638.wordpress.com/2008/07/13/poesie-damore-del-novecento-edito-mondadori-2/), l’ha scritta per Adriana quando ha capito di dover rinunciare a lei. È l’ottantasettesima delle 88 poesie tradotte per Mondadori da Vincenzo Mantovani che, fuorviato da alcune arbitrarie note di Nicholas Gerogiannis alla raccolta originale e dalle chiacchiere sempre nell’aria, l’ha completamente travisata, scambiando l’annuncio della stesura del capolavoro di Ernest, Il vecchio e il mare, per lo sbrigativo congedo a una ninfetta italiana…

Lines to a Girl 5 Days After Her 21st Birthday (Versi a una ragazza per 5 giorni dopo, il 21° compleanno, come se all’originale mancasse una virgola, secondo una mia personale interpretazione) è una poesia rigorosamente autobiografica, che riverbera la condizione creativa ed emozionale di Ernest e Adriana al culmine del soggiorno cubano di Adriana a casa di Ernest, a cavallo tra il 1950 e il 1951. Il titolo è stato tradotto Versi per una ragazza 5 giorni dopo il suo 21esimo compleanno. Ovviamente la poesia è stata scritta prima del compleanno, il 30 o il 31 dicembre 1950, in coerenza con la data dell’originale, perché Adriana compì il suo 21° anno il 4 gennaio del 1951. Già allora erano giunte a Cuba notizie dello scandalo sollevato in Italia dalla pubblicazione di Across the River, sebbene ancora non tradotto in italiano. Le malelingue, in particolar modo veneziane, avevano riconosciuto in Adriana la Renata che nel romanzo fa l’amore in gondola con l’attempato colonnello Cantwell, evidente alter ego di Ernest. Hemingway non aveva fatto molto per impedire un simile equivoco, conseguenza di una specie di celato cameo di Marlene Dietrich nel romanzo, una dedica in ricordo del flirt che aveva avuto con lei a bordo del transatlantico Paris, nel 1934. Ne avrebbe portato il rimorso fino alla tomba.

Diversamente dalle altre poesie di Hemingway, in questa tutte le parole del primo verso hanno l’iniziale maiuscola: Ernest non scrive mai nulla a caso, e le maiuscole devono portare un significato. Potrebbero semplicemente segnalare al lettore che si tratta di una poesia appunto diversa dalle precedenti, una poesia che segna un inizio, un po’ come i capilettera degli antichi testi miniati; e potrebbero essere un richiamo alle fatidiche Quattro Strade del primo incontro con Adriana e alla Quarta Dimensione creativa di Ernest. Le quattro iniziali formano inoltre l’acronimo BTTP, Back To The Past, ritorno al passato, spesso accennato in tutta l’opera dedicata ad Adriana, a partire da Across the River. Anche i titoli di Across the River and Into the Trees e The Old Man and the Sea portano quattro iniziali maiuscole.

La composizione apre sull’imminente e amaro ritorno a Venezia di Adriana, poi accenna ai suoi maligni coetanei perditempo, giovani brocchi che crescono a fieno nelle stalle, mentre lei, spirito aperto (che Ernest chiama il Gran Cavallo Nero), corre libera sui prati. Di seguito Ernest invita la ragazza a rivivere il tempo dell’armonia a Venezia e in laguna e, nella chiusa, si sostituisce ad Adriana per stimolare se stesso a scrivere l’opera più bella, quella che ora sa come scrivere, forte della carica d’amore e dolore.

Il Palazzo del primo verso (Back To The Palace) non è, a differenza dell’interpretazione attestata per Palace, l’albergo Gritti Palace. È invece la dimora del “ramo veneziano della famiglia” – come Ernest definiva gli Ivancich – ora Palazzo Ivancich-Rota, in calle del Rimedio, a due passi da Piazza San Marco.

Il secondo verso (And home to a stone) non può essere inteso come nella versione italiana (Tra le lenzuola), se non con l’intenzione di associare una allusione lasciva all’arbitraria interpretazione di Palace per Albergo. Tutta la traduzione mondadoriana corrente è una successione di invenzioni, errori, cambi di genere e numero che sembrano soltanto scelte per compiacere il gossip più schifoso.

Quei due versi che ritornano, She travels the fastest / Who travels alone, sono una citazione al femminile da una poesia di Rudyard Kipling, I vincitori (He travels the fastest / Who travels alone), per consolare Adriana nell’imminente separazione: la sua creativa intelligenza avrà campo libero verso il successo. Con la poesia ispirata a Kipling per la maggior età di Adriana, Ernest rinnova il dono per il Natale del 1950 appena trascorso, una moneta d’oro messicana con impressa una Vittoria alata. Assieme, un augurio e una profezia: la scrittura di The Old Man and the Sea, con quel protagonista, Santiago, specchio dell’innocenza e della semplicità di Adriana, avrebbe portato entrambi alla vittoria del Premio Nobel, due anni più tardi. Lui lo scrittore, lei la musa e autrice della straordinaria copertina dove il mare di Cuba si fonde col cielo. Quel libro è il capolavoro espresso dalla White Tower Incorporated, la società Torre Bianca, il cui statuto firmato col sangue da Ernest, Adriana e Gianfranco, fratello maggiore di Adriana e amico fraterno di Ernest, è sepolto in una bottiglia nel giardino della Finca, presso la Torre Bianca della ragione sociale. La Torre Bianca, la turris eburnea priva di telefono dove Ernest e Adriana si isolavano su piani diversi, a scrivere e disegnare nella loro quarta dimensione.