cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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postcards from taranto 2

raffo-birra-cl33-1.jpga taranto quello della birra raffo è un vessillo che garrisce gloriosamente al vento dei due mari dal 1919, anno in cui vitantonio raffo fonda la sua “fabbrica di birra e ghiaccio”. bevanda prediletta dai tarantini, viene consegnata in gran copia laddove si sfornano pizza, panzerotti e altri prodotti da forni, e bevuta moltissimo al mare, sulle molte spiagge libere della litoranea.

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potenziali consumatori di birra raffo su spiaggia libera tarantina

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bancale con confezioni di birra raffo in consegna nella città vecchia

in città vecchia l’insegna di una botteguccia ne espone ancora l’antico marchio.

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dove si visita, con molta emozione, la casa di un amico di sempre

img_20160917_134154mrs. cosedalibri torna su queste pagine dopo lunga assenza e dopo aver trascorso un breve periodo a londra, città nella quale, tra le altre cose, ha reso visita e onore alla dimora di un uomo tra i più augusti mai vissuti.img_20160917_133100

il lessicografo samuel johnson, nativo di lichfield, visse nella casa londinese di 17 gough square dal 1748 al 1759. il 18 giugno 1746 aveva firmato un contratto con sette librai (robert dodsley, andrew millar, charles hitch, john knapton, paul knapton, thomas longman e il nipote di quest’ultimo) per la stesura di un dizionario della lingua inglese nell’arco di tre anni da compensare con 1575 ghinee (qui la versione digitalizzata dell’opera). lex

il progetto andò avanti per il triplo del tempo. il denaro consentì allo squattrinato johnson di cercare un appartamento che potesse ospitare lui stesso, la moglie elizabeth porter, affettuosamente chiamata “tetty”, e il numero di amanuensi che avrebbero collaborato all’opera.

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veduta dell’esterno dal piano terra

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il parlour della casa

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la sedia di samuel johnson all’old cock tavern in fleet street, adesso in mostra a gough square

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il baule in cui l’attore david garrick conservava i suoi costumi al drury lane theatre. garrick fu allievo e amico di samuel johnson, accanto al quale riposa nell’abbazia di westminster

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the life of samuel johnson, ll.d., in three volumes. james boswell, esq. 2nd edition, vol. I. london: henry baldwin, 1792

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A Dictionary of the English Language: in which words are deduced from their originals, and illustrated in their different significations by examples from the best writers. london: printed by w. strahan for j. and p. knapton et al, 1755

l’ultimo piano della casa, un’ampia mansarda, ospitava quella che timothy wilson-smith definisce la “johnson’s factory”: un luogo zeppo di libri, carte e mobili sgangherati in cui samuel e i suoi aiutanti potevano lavorare al dizionario sicuri di non essere disturbati da nessuno (timothy wilson-smith, samuel johnson [life & times], haus publishing, london 2004).

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la “johnson’s factory”, officina di samuel johnson nella mansarda della casa, dove ai giorni nostri si trovano alcune copie del dizionario a disposizione dei visitatori

la casa è raccolta e bellissima, popolata di appassionati volontari che accolgono i visitatori con grande gentilezza; alla biglietteria c’è un gentiluomo dalla chioma candida cui abbiamo tentato di pagare l’ingresso, apprendendo che quel giorno non ce ne era necessità. interrogato in merito al motivo, l’albocrinito ha risposto un sonoro “i don’t know” che ha scatenato l’omerica risata mia e via via dei presenti tutti. abbiamo poi appreso che era tutto merito dell’open house, un’iniziativa londinese della durata di due giorni volta a consentire la visita gratuita a edifici storici normalmente a pagamento.

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e sempre a proposito del dizionario, sentite il dialogo tra un certo dottor adams e il nostro sammy, raccontato da james boswell nella sua vita di samuel johnson:

adams: “è una grande impresa, signore. come troverà tutte le etimologie?”

johnson: “oh, ecco uno scaffale con junius, e skinner, e altri; ed ecco un gallese che ha pubblicato una collezione di proverbi e che m’aiuterà per la parte gallese.”

a.: “ma come potrà fare un lavoro simile in tre anni?”

j.: “son sicurissimo che lo farò in tre anni.”

a.: “ma l’accademia francese, composta di quaranta membri, ha impiegato quarant’anni a compilare il suo dizionario.”

j.: “proprio così. è questa la proporzione. vediamo un po’: quaranta per quaranta fa milleseicento. un inglese sta a un francese come tre sta a milleseicento.”

così piacevolmente scherzando parlava della fatica che s’era impegnato a compiere.

james boswell, vita di samuel johnson, volume I (1709-1775), traduzione di ada prospero, garzanti, milano 1982


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Natalie Goldberg sullo scrivere di cose vicine a sé

sparrow-19371_640Ecco alcune osservazioni sulla scrittura della brava, brava, brava Natalie Goldberg, che mrs. cosedalibri, inveterata flâneuse, trova particolarmente consonanti e rispondenti alla propria pratica.

Essere turisti nella propria città

Lo scrittore scrive di cose a cui gli altri non prestano molta attenzione. Per esempio della nostra lingua, dei nostri gomiti, dell’acqua che esce dal rubinetto, dei camion della nettezza urbana di New York, del colore violetto di una vecchia insegna in una piccola città. Ai miei allievi delle elementari raccomando sempre: “Per favore, nelle vostre poesie non voglio sentir parlare di Michael Jackson, di giochi elettronici o di personaggi dei cartoni animati”. Questi hanno già tutta l’attenzione di cui hanno bisogno, più milioni di dollari in pubblicità per garantire loro il massimo della popolarità. Il lavoro dello scrittore consiste nel dar vita al banale, nel ridestare il lettore all’eccezionalità dell’esistente.

Quando viviamo troppo a lungo nello stesso posto, i nostri sensi tendono a intorpidirsi. Non ci accorgiamo più di ciò che abbiamo intorno. Ecco perché viaggiare è così eccitante. […] Lo scrittore è uno che dal Midwest va a New York per la prima volta, ma senza lasciare il Midwest; solo, vede la propria città con gli occhi di un turista che va a New York. E comincia a vedere nello stesso modo anche la propria vita. […] Imparate a scrivere di ciò che è banale. Rendete omaggio alle tazzine da caffè, ai passerotti, agli autobus, ai tramezzini al prosciutto.

Natalie Goldberg, Scrivere zen. Manuale di scrittura creativa, Astrolabio Ubaldini, Roma 1987. Aspiranti scrittori, compratelo: ce n’è ancora qualche copia in giro. È utilissimo.


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Trieste, o della gentilezza_feuilleton_quattro e fine

Dove si frequenta un bar anonimo, si scrivono cartoline in un bar storico e si conclude in bellezza al Museo della Bora

Questa mattina facciamo colazione in un bar piuttosto anonimo, per quanto in piena Cavana: un bar del nord come ne vedevo quando cominciavo a conoscere i bar del nord e che avevo dimenticato, pieni di gente solo del nord che parla di cose del nord, con proprietari e baristi del nord. Questa mattina desideriamo solo vagabondare, guardare negozi, comprare cartoline che poi scriviamo durante una sosta all’Antico Caffè Torinese, negozio storico dove mangiamo un lussuosissimo toast su un tavolino minuscolo dietro la vetrina, da cui possiamo osservare il passeggio dei triestini sotto una pioggia sottile.

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Interno dell’Antico Caffè Torinese. Courtesy

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Antico Caffè Torinese, il tavolino presso la finestra. Courtesy

L’ultima tappa triestina è il Museo della Bora, formidabile stanza dei venti allestita dal suo ideatore e direttore Rino Lombardi (si veda qui, qui e qui) come una serie di microambienti: ci sono le mensole dei venti, dove barattoli che contengono aria dei punti più disparati della terra stanno in fila come vasetti di marmellata; una ben fornita biblioteca a tema; le testimonianze entusiastiche dei visitatori.

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Museo della Bora. Sulla vetrina è riprodotta una citazione di Stendhal che scrive di bora. Un mobile che mrs. cosedalibri agognerebbe di avere per la propria dimora

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Al cappello rosso è attaccato un bastone: il tutto serve per giocare a far finta di perdere il cappello a causa della bora.

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Il messaggio di un siciliano che ha inviato il vento dell’Etna al Museo della Bora

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Starnuti dalla Francia 1

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Starnuti dalla Francia 2

Durante la visita, Rino è capace di condensare il lavoro di anni, con la grazia del visionario e la benevola ironia di un eccentrico vero – è una guida competente, che porge senza sforzo le informazioni che conosce, dentro il museo e fuori (perché lui Trieste la conosce come le sue tasche). Alla fine della visita veniamo solennemente nominate socie visitatrici del museo.

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La biblioteca del Museo della Bora e uno scorcio del direttore Rino Lombardi

Presi i bagagli e salutato il Belcinque, ci dirigiamo alla fermata dell’autobus che ci porterà alla stazione. Qui troviamo un uomo di una quarantina d’anni che ci conferma la direzione. Mi tolgo lo zaino dalle spalle per prendere il biglietto, richiudo, poi mentre faccio per sistemarmi le bretelle sulle spalle sento un tocco. Quando mi volto a controllare l’uomo mi dice con semplicità “Ti aiuto”, e così fa con lo spallaccio dello zaino, condensando la cifra che distingue un gran numero di abitanti di questa città che in pochi giorni mi ha ammaliata: quel “tu” innocente, esente da qualsiasi sospetto di maleducazione, e quella gentilezza tranquilla che ridà un senso al nostro appartenere al consorzio civile. A presto, matti.


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Trieste, o della gentilezza_feuilleton_tre

3 aprile

Dove si visita la pasticceria Pirona (senza riuscire a sciogliere un mistero), si entra nella bellezza dell’hotel Victoria, si visitano i musei di Svevo e di Joyce per poi imbattersi, hélas, in un oste disonesto, prima di andare a dormire il sonno del giusto

pasticceria pironaStamattina si va al caffè Pirona, a cercare le tracce di Joyce, di cui si dice che in questo luogo abbia concepito l’Ulisse. Fantastichiamo di un gran caffè, con sedie e tavolini a profusione, salvo poi trovarci in una stanza quadrata, con legni e un bancone bellissimo ma priva di un posto per sedersi purchessia. I dolci sono squisiti, l’ambiente assai settentrionale (una signora, riferendo di un furto subìto da sua figlia, davanti ai volti attoniti delle sue interlocutrici ha subito precisato “naturalmente a Roma”, come se proprio, ancora, non fosse possibile immaginare un evento di una tale portata a Trieste). Discettiamo per un poco di dove e come Joyce avesse potuto concepire l’Ulissse in questa pasticceria: in piedi, presso il bancone? Ci risolviamo a chiedere lumi alla proprietaria, la quale ci assicura che i tavolini al Pirona non ci sono mai stati. Trovo inconcepibile creare in posizione eretta, ma nel caso di Joyce sono costretta ad accettare la realtà. Almeno quella che mi presenta la proprietaria del caffè. Quasi di fronte a Pirona si trova il Victoria, hotel letterario che abbiamo avuto la fortuna di visitare con l’eccellente Daniela Corazza, un passato da editor, responsabile della biblioteca e della dotazione libraria di ogni camera. DSC01609Sì, perché al Victoria i libri sono ovunque: si comincia all’ingresso, con il libro della settimana; subito a destra si trova un piccolo angolo rilassante, con due poltroncine e un tavolino su cui poggia un altro libro a disposizione degli ospiti.

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slide_04Le camere sono ampie, la pulizia impeccabile (ogni stanza, dopo la partenza degli ospiti, viene sottoposta a un processo di sanificazione, una nozione che si contempera assai con la natura tendente all’igienico ottenuto per cauterizzazione di mrs. cosedalibri), gli scaffali ben riforniti di volumi; in alcune stanze è simulata una libreria domestica a parete, in tutte c’è una selezione di libri poggiata su una mensola. DSC01581 Le stanze del quinto piano si distiguono dalle altre per i colori più chiari. DSC01586

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La suite Joyce

C’è una suite dedicata a Joyce, con le sue parole riprodotte ovunque. Servizio-Victoria-125C’è una spa piccola e compatta, un gioiello di sintesi funzionale.

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La biblioteca dell’hotel

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Libri in attesa di sistemazione

E infine la biblioteca: volumi su Trieste e i suoi scrittori, altri libri selezionati e la raffinata collana dei premi Strega editi da Utet, scelti da Corazza, che ci parla del suo lavoro con una energia e un desiderio fuori dal comune: ci avvolge, letteralmente, con il suo entusiasmo. DSC01601

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Le collane Utet dedicate al Premio Strega

Dio benedica questa friulana dai capelli scurissimi e gli occhi vagamente a mandorla, autentica bellezza locale (sarà veramente friulana? se non lo è, lo sembra assai). Daniela ci presenta il direttore dell’hotel, al quale sottopone il quesito che a nostra volta l’adolescentina e io le avevamo sottoposto, non paghe: possibile che Joyce avesse concepito l’Ulisse in piedi? Impossibile, risponde risolutamente il direttore, anche perché spesso in piedi non si reggeva, per motivi alcolici: un tempo i tavolini al Pirona c’erano senz’altro. Verremo mai a capo di questo mistero? Dopo un cordialissimo congedo torniamo a dirigerci verso il centro, alla volta del Museo Sveviano e Joyciano, con annesso il Petrarchesco Piccolomineo, piccola e antichissima biblioteca della città.

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La stilografica di Italo Svevo, conservata al Museo Sveviano

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Pannello al Museo Petrarchesco Piccolomineo: l’amicizia tra Petrarca e Boccaccio

La sera ceniamo in una trattoria trascurabile nei pressi delle Rive, l’unico luogo insoddisfacente nel quale ci siamo imbattute finora in questa Trieste fonte incessante di delizie architettoniche e umane. Al Belcinque ci attendono la cucina che dorme, con il frigorifero che ha raffreddato l’acqua da bere nella notte, vecchie puntate di X-Factor, un libro sul comodino che non apriremo poiché ci abbandoneremo al sonno ancora prima di affrontarlo, cullate dalla voce educata di Mika.xfactor-2013-mika-giudice [continua]