cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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dove si va alla scoperta del vieux lyon, si approda al museo delle miniature e si passa per rue de juiverie scoprendo che è la mecca delle arti

 

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rue saint jean, casa dello stampatore guillaume leroy

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la libreria diogène

 

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in rue saint jean è sorto anche il primo laboratorio francese di polizia scientifica

 

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il negozio di piante rare “aux azalées”, da xavier

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le piante carnivore di xavier

rue saint jean, che da place du change arriva all’omonima cattedrale nell’omonima piazza, è piena di cibo – molti i bouchons, caratteristiche trattorie locali –, di libri, di cose segrete da vedere, ad esempio i traboules, ingegnosi, talora misteriosi passaggi che collegano una strada all’altra. in quello sito al numero 54 di rue saint jean ho trovato attaccata a una finestra un misteriosa etichetta, che ribadiva la natura un po’ esoterica di questi passaggi, al cui interno ancora esistono piccoli condomini, e infatti su diversi cartelli si legge l’invito, diretto ai turisti, a fare silenzio per non disturbare gli abitanti.

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una traboule in prospettiva

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dal basso

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condominio nella traboule

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traboule, l’etichetta misteriosa

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le secret

 

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non disturbare

al numero civico 60 si trova il musée cinéma et miniature, creato dal minaturista dan ohlmann. quante minuscole meraviglie, in questo luogo, perfettamente allestite: mrs. cosedalibri ha scelto una stamperia e una biblioteca.

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la stamperia in miniatura

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la biblioteca in miniatura

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DSC02398da rue saint jean si prosegue fino alla chiesa di saint georges, nei pressi della quale un ponte sul rodano conduce alla grande sinagoga, un edificio ottocentesco piuttosto austero.

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a tre minuti da rue saint jean, sempre nel cuore della città vecchia, si trova rue juiverie, stradina nel quinto arrondissement che nel medioevo accolse una comunità di ebrei. adesso, passeggiando tra le architetture rinascimentali che rivelano l’influenza dei mercanti e banchieri italiani che vi si riversarono, in rue juiverie si respira l’arte a ogni passo. qui nostradamus faceva stampare le proprie pubblicazioni, perché qui risiedevano, tra gli altri, gli stampatori etienne dolet, sébastien gryphe, jean de tournes, françois juste.

 

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rue juiverie in prospettiva

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qui, e nelle prossime due immagini, la vetrina della librairie sylvain revel in rue de juiverie

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qui e sotto, l’arte del teatro

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l’arte della musica

 

 

 

 


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postcard from lyon 1

dove si va alla ricerca di chérif

anche se non si direbbe, mrs. cosedalibri è una gran romantica, perciò è andata a lione per vedere i luoghi del tournage di chérif, una delle sue serie poliziesche preferite.

emozionatissima, in place bellevue ha visto dal vero la sede del commissariato e di fronte, in rue bodin, la casa di chérif, uno dei poliziotti televisivi più avvenenti del creato.CHERIF (SAISON 2)

primo poliziotto beur di una serie televisiva francese, appassionato egli stesso di serie (da cui cita in continuazione), chérif è un tipo piuttosto anticonformista, che non esita a uscire di casa brandendo lo spazzolino da denti per finire di lavarsi usando l’acqua della fontanella alla fine della scalinata di fronte al commissariato, che però nella vita vera lascia il posto a un cestino della spazzatura.

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il commissariato di chérif e adeline, in place bellevue alla croix rousse

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la freccia rosa indica la porta d’ingresso dell’abitazione di chérif

 

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al posto del cestino della spazzatura in chérif c’è una fontanella

è l’ex sposo dell’ebrea deborah: e in effetti nella fiction sullo stipite destro della sua abitazione – dove kader porta spesso i suoi sospetti per una chiacchierata e un tè – campeggia una mezuzah.

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veduta dal piccolo parco nei pressi del commissariato

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nel parchetto un’affascinante signora legge e fuma

CHERIF (SAISON 2)adeline è una parigina ombrosa, apparentemente priva di senso dell’umorismo – ossessionata dalla morte del fratello, egualmente poliziotto, scomparso in circostanze equivoche –, che cede lentamente al fascino di chérif. la storia tra lui (abdelhaid metalsi) e adeline (carole bianic), che si manifesta con una lentezza esasperante (parliamo di stagioni, non di episodi), è frustrantissima, perché ovviamente, prima e dopo il soffertissimo bacio, sulla loro strada compare ogni sorta di ostacoli: ma allo stesso tempo è straordinariamente appassionata ed emozionante.maxresdefault

per andare da chérif si scende alla fermata del métro croix rousse.

sdrdopo il pellegrinaggio, ancora sulle nuvole per la felicità, ho imboccato la grande rue de la croix rousse e l’ho percorsa in tutta la sua lunghezza, imbattendomi tra l’altro nella libreria vivement dimanche, che prende diverse vetrine anche su una stradina laterale e conclude l’angolo sulla grande rue trionfando nella sezione per adolescenti. per l’estate ha confezionato una vetrina dedicata al sud, come dichiara, a base di scrittori italiani e variamente latini.

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nella vetrina di vivement dimanche l’idea di sud: cartoline di roma e venezia, e poi ferrante, d’urbano, de luca, venezia, avallone, sánchez piñol, somoza

per i suoi vent’anni farà una festa, a cui tutti i lettori sono invitati, il 10 settembre.

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l’annuncio della festa sulla vetrina della libreria

a croix rousse c’è anche un monoprix.

davè il momento dell’anno in cui in francia domina la rentrée scolaire, dunque, mi dico, la sezione cancelleria deve essere particolarmente ricca. ed è qui che inaugura la serie dei taccuini francesi / comprati in francia 2017, con uno strepitoso rhodia/clairefontaine grigio argento, con risguardi del medesimo colore e carta a righe.

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postcards from taranto 2

raffo-birra-cl33-1.jpga taranto quello della birra raffo è un vessillo che garrisce gloriosamente al vento dei due mari dal 1919, anno in cui vitantonio raffo fonda la sua “fabbrica di birra e ghiaccio”. bevanda prediletta dai tarantini, viene consegnata in gran copia laddove si sfornano pizza, panzerotti e altri prodotti da forni, e bevuta moltissimo al mare, sulle molte spiagge libere della litoranea.

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potenziali consumatori di birra raffo su spiaggia libera tarantina

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bancale con confezioni di birra raffo in consegna nella città vecchia

in città vecchia l’insegna di una botteguccia ne espone ancora l’antico marchio.

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postcards from london_1

dove si visita, con molta emozione, la casa di un amico di sempre

img_20160917_134154mrs. cosedalibri torna su queste pagine dopo lunga assenza e dopo aver trascorso un breve periodo a londra, città nella quale, tra le altre cose, ha reso visita e onore alla dimora di un uomo tra i più augusti mai vissuti.img_20160917_133100

il lessicografo samuel johnson, nativo di lichfield, visse nella casa londinese di 17 gough square dal 1748 al 1759. il 18 giugno 1746 aveva firmato un contratto con sette librai (robert dodsley, andrew millar, charles hitch, john knapton, paul knapton, thomas longman e il nipote di quest’ultimo) per la stesura di un dizionario della lingua inglese nell’arco di tre anni da compensare con 1575 ghinee (qui la versione digitalizzata dell’opera). lex

il progetto andò avanti per il triplo del tempo. il denaro consentì allo squattrinato johnson di cercare un appartamento che potesse ospitare lui stesso, la moglie elizabeth porter, affettuosamente chiamata “tetty”, e il numero di amanuensi che avrebbero collaborato all’opera.

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veduta dell’esterno dal piano terra

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il parlour della casa

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la sedia di samuel johnson all’old cock tavern in fleet street, adesso in mostra a gough square

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il baule in cui l’attore david garrick conservava i suoi costumi al drury lane theatre. garrick fu allievo e amico di samuel johnson, accanto al quale riposa nell’abbazia di westminster

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the life of samuel johnson, ll.d., in three volumes. james boswell, esq. 2nd edition, vol. I. london: henry baldwin, 1792

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A Dictionary of the English Language: in which words are deduced from their originals, and illustrated in their different significations by examples from the best writers. london: printed by w. strahan for j. and p. knapton et al, 1755

l’ultimo piano della casa, un’ampia mansarda, ospitava quella che timothy wilson-smith definisce la “johnson’s factory”: un luogo zeppo di libri, carte e mobili sgangherati in cui samuel e i suoi aiutanti potevano lavorare al dizionario sicuri di non essere disturbati da nessuno (timothy wilson-smith, samuel johnson [life & times], haus publishing, london 2004).

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la “johnson’s factory”, officina di samuel johnson nella mansarda della casa, dove ai giorni nostri si trovano alcune copie del dizionario a disposizione dei visitatori

la casa è raccolta e bellissima, popolata di appassionati volontari che accolgono i visitatori con grande gentilezza; alla biglietteria c’è un gentiluomo dalla chioma candida cui abbiamo tentato di pagare l’ingresso, apprendendo che quel giorno non ce ne era necessità. interrogato in merito al motivo, l’albocrinito ha risposto un sonoro “i don’t know” che ha scatenato l’omerica risata mia e via via dei presenti tutti. abbiamo poi appreso che era tutto merito dell’open house, un’iniziativa londinese della durata di due giorni volta a consentire la visita gratuita a edifici storici normalmente a pagamento.

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e sempre a proposito del dizionario, sentite il dialogo tra un certo dottor adams e il nostro sammy, raccontato da james boswell nella sua vita di samuel johnson:

adams: “è una grande impresa, signore. come troverà tutte le etimologie?”

johnson: “oh, ecco uno scaffale con junius, e skinner, e altri; ed ecco un gallese che ha pubblicato una collezione di proverbi e che m’aiuterà per la parte gallese.”

a.: “ma come potrà fare un lavoro simile in tre anni?”

j.: “son sicurissimo che lo farò in tre anni.”

a.: “ma l’accademia francese, composta di quaranta membri, ha impiegato quarant’anni a compilare il suo dizionario.”

j.: “proprio così. è questa la proporzione. vediamo un po’: quaranta per quaranta fa milleseicento. un inglese sta a un francese come tre sta a milleseicento.”

così piacevolmente scherzando parlava della fatica che s’era impegnato a compiere.

james boswell, vita di samuel johnson, volume I (1709-1775), traduzione di ada prospero, garzanti, milano 1982


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Natalie Goldberg sullo scrivere di cose vicine a sé

sparrow-19371_640Ecco alcune osservazioni sulla scrittura della brava, brava, brava Natalie Goldberg, che mrs. cosedalibri, inveterata flâneuse, trova particolarmente consonanti e rispondenti alla propria pratica.

Essere turisti nella propria città

Lo scrittore scrive di cose a cui gli altri non prestano molta attenzione. Per esempio della nostra lingua, dei nostri gomiti, dell’acqua che esce dal rubinetto, dei camion della nettezza urbana di New York, del colore violetto di una vecchia insegna in una piccola città. Ai miei allievi delle elementari raccomando sempre: “Per favore, nelle vostre poesie non voglio sentir parlare di Michael Jackson, di giochi elettronici o di personaggi dei cartoni animati”. Questi hanno già tutta l’attenzione di cui hanno bisogno, più milioni di dollari in pubblicità per garantire loro il massimo della popolarità. Il lavoro dello scrittore consiste nel dar vita al banale, nel ridestare il lettore all’eccezionalità dell’esistente.

Quando viviamo troppo a lungo nello stesso posto, i nostri sensi tendono a intorpidirsi. Non ci accorgiamo più di ciò che abbiamo intorno. Ecco perché viaggiare è così eccitante. […] Lo scrittore è uno che dal Midwest va a New York per la prima volta, ma senza lasciare il Midwest; solo, vede la propria città con gli occhi di un turista che va a New York. E comincia a vedere nello stesso modo anche la propria vita. […] Imparate a scrivere di ciò che è banale. Rendete omaggio alle tazzine da caffè, ai passerotti, agli autobus, ai tramezzini al prosciutto.

Natalie Goldberg, Scrivere zen. Manuale di scrittura creativa, Astrolabio Ubaldini, Roma 1987. Aspiranti scrittori, compratelo: ce n’è ancora qualche copia in giro. È utilissimo.