cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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✍️ cose da libri gialli ✍️

L’associazione CARTACANTA di Civitanova Marche, in collaborazione con la Biblioteca Comunale “S. Zavatti“ di Civitanova Marche, il Comune di Civitanova Marche, l’Associazione “Pina Vallesi”, il Centro Giovanile Casette di Casette d’Ete, il Comune di Sant’Elpidio a Mare e il Consiglio Regionale Marche, indice la tredicesima edizione del premio letterario GIALLOCARTA 2017 per il miglior racconto inedito di genere thriller/giallo.
Il resto del bando per questo concorso libero e gratuito si può prelevare qui.
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su una panchina lungo il tamigi, verso la tate modern. il fiume è una favolosa corrente d’oro

Il fiume – col lampeggio del sole nelle sue onde danzanti, con la luce che colora d’oro i tronchi dei faggi grigioverdi, e che, scintillando nei bui, freschi sentieri dei boschi, ammucchia le ombre nei fossi, scaglia diamanti dalle ruote dei mulini, getta baci ai gigli, si trastulla con l’acqua spumosa degli sbarramenti, inargenta i muri e i ponti coperti di musco, ravviva ogni minuscolo casolare, fa dolce ogni viottolo e ogni prato, si impiglia nei giunchi, spia, ride da ogni rigagnolo, e irradia lieta dalle molte vele lontane, riempiendo l’aria di gloria – il fiume è una favolosa corrente d’oro.

Jerome Klapka Jerome, Tre uomini in barca


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a londra i muri parlano, oh quanto, e dicono e mostrano cose bellissime. a brick lane e dintorni, poi, è tutta una dichiarazione.

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“create or die” mi piace moltissimo: non solo ha qualche attinenza con un paleotatuaggio che mrs. cosedalibri si fece fare da un amico francese quando ancora i negozi di tatuaggi non esistevano – quando andavamo alla ricerca dei tre moschettieri in guascogna –, ma in qualche modo attiene anche alla definizione del lavoro come la concepisce rabbi isidor grunfeld: “il lavoro è la prerogativa dell’uomo nato libero e fornito di genio creativo.” (isidor grunfeld, lo shabbàth. guida alla comprensione e all’osservanza del sabato, giuntina, firenze 2000)

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pur tra scarabocchi e pedate, l’einstein di kreweduzoo
resiste bene, e ribadisce l’esistenza della creatività come unica forma di esistenza possibile.

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street art in salsa royal: elisabetta I e una dichiarazione di appartenenza: “home street home”

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dichiarazione sconfortata sulla generazione con le cuffie

adesso è ora di girare per una piccola perpendicolare di brick lane alla volta degli allen gardens, sino a fleet street hills. qui si trovano i nomadic gardens, un luogo di visionari, contadini, anarchici et similia. coltivano fiori e insalatine, creano sculture con i copertoni, fanno teatro, organizzano concerti e accolgono tutti. una sorta di centro sociale molto gentile, un minuscolo miracolo fuori dal tempo in piena metropoli.

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il benvenuto al visitatore (con dichiarazione d’intenti)

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teatro, arti diverse, costumi

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la casa di george orwell al numero 22 di portobello road, londra

Winston si portò la mano alla caviglia, grattandosi con cautela l’ulcera varicosa che aveva ricominciato a prudergli. Si finiva sempre per ritornare all’impossibilità di sapere com’era stata veramente la vita prima della Rivoluzione. Prese dal cassetto un libro di storia per bambini che si era fatto prestare dalla signora Parsons e cominciò a ricopiarne un passo nel diario. Diceva:

Tanto tempo fa, prima della gloriosa Rivoluzione, Londra non era la bellissima città che oggi conosciamo. Era un posto buio, sporco e miserabile, in cui quasi nessuno aveva cibo a sufficienza e centinaia, anzi migliaia di poveri andavano a piedi scalzi e non avevano nemmeno un tetto dove poter dormire. I bambini piccoli come voi dovevano lavorare dodici ore al giorno per padroni malvagi che li frustavano se erano troppo lenti e li nutrivano con null’altro che croste di pane e acqua. In mezzo a tutta questa terribile povertà, c’erano però alcune case bellissime, abitate da ricchi che avevano fino a trenta persone al loro servizio. Questi uomini ricchi si chiamavano capitalisti. Erano brutti e grassi, con facce crudeli, come il personaggio che potete vedere nella figura della pagina accanto. Come vedete, indossa una giacca nera che si chiamava finanziera e ha in testa uno strano cappello lucido, come il tubo di una stufa, che si chiamava cappello a cilindro. Lo potevano indossare solo i capitalisti, perché era la loro divisa. I capitalisti possedevano tutte le cose del mondo e tutti gli altri uomini erano loro schiavi. Possedevano tutta la terra, tutte le case, tutte le fabbriche e tutto il denaro. Se qualcuno non obbediva ai loro ordini, potevano metterlo in prigione o togliergli il lavoro, facendolo morire di fame. Quando una persona qualsiasi si rivolgeva a un capitalista, doveva piegare la schiena, inchinarsi, levarsi il cappello e rivolgersi a lui chiamandolo “Signore”. Il capo dei capitalisti si chiamava re, e…

Winston conosceva il resto della canzone. Seguivano certamente i vescovi con le loro lunghe maniche ricamate, i giudici in toga di ermellino, la gogna, i ceppi, la ruota, il gatto a nove code, il banchetto solenne di Sua Eccellenza il Sindaco, e il bacio al piede del Papa. C’era anche qualcosa che aveva il nome di jus primae noctis, ma forse non l’avevano messo in un libro per bambini: si trattava della legge in base alla quale i capitalisti avevano il diritto di dormire con tutte le donne che lavoravano nelle loro fabbriche.

Come si faceva a sapere quanto c’era di vero e quanto di falso? Poteva perfino darsi che oggi l’uomo medio vivesse in condizioni migliori di quelle antecedenti la Rivoluzione. La sola prova contraria era offerta da quella muta protesta che si levava da ogni fibra del vostro essere, dall’impressione istintiva che la vostra esistenza si svolgeva in condizioni intollerabili e che in passato doveva essere stato diverso. Lo colpì il fatto che ciò che veramente caratterizzava la vita moderna non era tanto la sua crudeltà, né il generale senso d’insicurezza che si avvertiva, quanto quel vuoto, quell’apatia incolore. A guardarsi intorno, ci si rendeva conto che la vita non aveva nulla in comune, non solo con quel torrente di menzogne che fluiva dai teleschermi, ma nemmeno con il programma ideale del Partito. Anche per un membro del Partito, infatti, gran parte della vita era un fatto puramente neutro, che non aveva in sé niente di politico: solo un mesto sgobbare, una lotta al coltello per un posto a sedere in metropolitana, un rammendare calzini consunti, un mendicare una pasticca di saccarina, un mettere da parte le cicche delle sigarette. L’ideale propagandato dal Partito era qualcosa di immenso, di terribile, di sfolgorante: un mondo di acciaio e di cemento armato, di macchine mostruose e di armi terrificanti, un popolo di fanatici guerrieri che marciavano in perfetta unità di intenti, tutti pensando allo stesso modo e tutti urlanti i medesimi slogan, impegnati dall’alba al tramonto a lavorare, lottare, trionfare, reprimere… trecento milioni di persone con la stessa, identica faccia. La realtà era fatta invece di città fatiscenti, squallide, in cui uomini e donne malnutriti si trascinavano avanti e indietro nelle loro scarpe sfondate e vivevano in case del secolo prima, rappezzate alla meglio, che esalavano un lezzo di cavolfiore e di cesso. E davanti ai suoi occhi si parò, come in una visione, la sterminata rovina di Londra, la città delle centomila pattumiere, sovrapposta all’immagine della signora Parsons, con le sue rughe e i suoi capelli color sabbia, che cercava invano di sturare uno scarico.

Si portò di nuovo la mano alla caviglia e di nuovo si grattò l’ulcera. Giorno e notte i teleschermi vi riempivano le orecchie di statistiche comprovanti che adesso la gente aveva più cibo, più vestiti, case migliori, divertimenti migliori… che viveva più a lungo, che lavorava per un numero minore di ore, che, rispetto a cinquant’anni prima, era più in carne, più sana, più forte, più felice, più istruita. Non era possibile dimostrare o contestare nulla di tutto ciò. Il Partito sosteneva, per esempio, che oggi era alfabetizzato il 40 per cento dei prolet, di contro al 15 per cento del periodo antecedente la Rivoluzione.

George Orwell, 1984, traduzione di Stefano Manferlotti, Oscar Classici Moderni, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2000

oh, e ben ritrovati.


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Viaggiare attorno alla propria stanza lavorando in editoria (con lode finale alla condizione di libero professionista)

Dove sono stata? Accade spesso, se si lavora sui libri, di doversi per così dire assentare dalle cose sociali. Capita, in alcuni periodi, di essere talmente assorbiti da non poter svolgere compiti anche molto piacevoli come quello di scrivere sul proprio blog. Quando la grande ondata si va ritirando, tuttavia, può essere molto piacevole fare un bilancio del proprio percorso, diciamo, dell’ultimo mese.

Sono stata in Belgio

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Dove ho incontrato committenti e colleghi gentili e rispettosi del lavoro altrui, rilassati, informali ma competentissimi. Persone che salutano, ringraziano, comunicano e non ritengono scandaloso parlare di soldi.

Sono stata in Inghilterra

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Dove ho incontrato committenti e colleghi gentili e rispettosi del lavoro altrui, contraddistinti da quella stralunatezza unica, tipica di un paese che conferisce onorificenze a divi pop. E in effetti, se un progetto riguardava un luogo piuttosto paludato della cultura, il secondo è pervaso da un’essenza ancora più british: in un luogo superpaludato della cultura, a Londra, in maggio si terrà un evento psichedelico che richiede un libro psichedelico. Protagonisti: un leggendario prisma e un gruppo di autori assai bizzarri. I creativissimi grafici hanno concepito un volume in cui prisma e triangolo ricorrono nel font e in altri luoghi strategici dell’impaginato: una fonte di gioia e straordinario entusiasmo per chi scrive, che quando ha visto l’impaginato in anteprima ha quasi pianto.

Sono stata negli Stati Uniti

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Dove necessitava di traduzione il materiale pubblicitario di un gioielliere simbolo di New York, che per il 2017 ha creato una collezione (bellissima) ispirata proprio a quella città.

Sono rimasta in Italia

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A Venezia, dove fervono i lavori per una grande manifestazione in cui trionfa l’arte contemporanea.

A Roma, dove il simbolo ebraico per eccellenza sarà l’oggetto di una mostra, in maggio.

A Milano, dove si è aperta alla Triennale la mostra dedicata alla collezione di arte italiana tra le due guerre di Giuseppe Iannaccone, cui è stato dedicato un monumentale catalogo in doppia edizione italiana e inglese, con testi di autori varii curati in entrambe le lingue dalla vostra e pubblicato da Skira editore. La grafica è stata pensata da Mousse, con copertina in tela.

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Lode finale alla condizione di libero professionista

Essere editor e traduttori è una condizione che a volte può apparire intellettualmente stancante, soprattutto nei periodi più pieni: ma la sensazione di trovarsi costantemente sulla soglia di altri mondi, di dover affrontare ogni volta questioni diverse, che richiedono la presenza del patrimonio professionale che si è costruito e un grande slancio verso le cose che stanno arrivando (perché non si può perdere nulla) è incomparabile. Nulla, credo, si può paragonare all’entusiasmo che ti assale quando sul piatto c’è un progetto nuovo, una sfida diversa, una richiesta insolita; nulla è più istruttivo e formativo, nel campo dei rapporti umani, dell’avere a che fare con persone diverse, del doversi psicologicamente confrontare con tante mentalità. Nulla, soprattutto, è più eccitante della libera professione: quell’idea di te stesso come persona eternamente in crescita.