cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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la casa di george orwell al numero 22 di portobello road, londra

Winston si portò la mano alla caviglia, grattandosi con cautela l’ulcera varicosa che aveva ricominciato a prudergli. Si finiva sempre per ritornare all’impossibilità di sapere com’era stata veramente la vita prima della Rivoluzione. Prese dal cassetto un libro di storia per bambini che si era fatto prestare dalla signora Parsons e cominciò a ricopiarne un passo nel diario. Diceva:

Tanto tempo fa, prima della gloriosa Rivoluzione, Londra non era la bellissima città che oggi conosciamo. Era un posto buio, sporco e miserabile, in cui quasi nessuno aveva cibo a sufficienza e centinaia, anzi migliaia di poveri andavano a piedi scalzi e non avevano nemmeno un tetto dove poter dormire. I bambini piccoli come voi dovevano lavorare dodici ore al giorno per padroni malvagi che li frustavano se erano troppo lenti e li nutrivano con null’altro che croste di pane e acqua. In mezzo a tutta questa terribile povertà, c’erano però alcune case bellissime, abitate da ricchi che avevano fino a trenta persone al loro servizio. Questi uomini ricchi si chiamavano capitalisti. Erano brutti e grassi, con facce crudeli, come il personaggio che potete vedere nella figura della pagina accanto. Come vedete, indossa una giacca nera che si chiamava finanziera e ha in testa uno strano cappello lucido, come il tubo di una stufa, che si chiamava cappello a cilindro. Lo potevano indossare solo i capitalisti, perché era la loro divisa. I capitalisti possedevano tutte le cose del mondo e tutti gli altri uomini erano loro schiavi. Possedevano tutta la terra, tutte le case, tutte le fabbriche e tutto il denaro. Se qualcuno non obbediva ai loro ordini, potevano metterlo in prigione o togliergli il lavoro, facendolo morire di fame. Quando una persona qualsiasi si rivolgeva a un capitalista, doveva piegare la schiena, inchinarsi, levarsi il cappello e rivolgersi a lui chiamandolo “Signore”. Il capo dei capitalisti si chiamava re, e…

Winston conosceva il resto della canzone. Seguivano certamente i vescovi con le loro lunghe maniche ricamate, i giudici in toga di ermellino, la gogna, i ceppi, la ruota, il gatto a nove code, il banchetto solenne di Sua Eccellenza il Sindaco, e il bacio al piede del Papa. C’era anche qualcosa che aveva il nome di jus primae noctis, ma forse non l’avevano messo in un libro per bambini: si trattava della legge in base alla quale i capitalisti avevano il diritto di dormire con tutte le donne che lavoravano nelle loro fabbriche.

Come si faceva a sapere quanto c’era di vero e quanto di falso? Poteva perfino darsi che oggi l’uomo medio vivesse in condizioni migliori di quelle antecedenti la Rivoluzione. La sola prova contraria era offerta da quella muta protesta che si levava da ogni fibra del vostro essere, dall’impressione istintiva che la vostra esistenza si svolgeva in condizioni intollerabili e che in passato doveva essere stato diverso. Lo colpì il fatto che ciò che veramente caratterizzava la vita moderna non era tanto la sua crudeltà, né il generale senso d’insicurezza che si avvertiva, quanto quel vuoto, quell’apatia incolore. A guardarsi intorno, ci si rendeva conto che la vita non aveva nulla in comune, non solo con quel torrente di menzogne che fluiva dai teleschermi, ma nemmeno con il programma ideale del Partito. Anche per un membro del Partito, infatti, gran parte della vita era un fatto puramente neutro, che non aveva in sé niente di politico: solo un mesto sgobbare, una lotta al coltello per un posto a sedere in metropolitana, un rammendare calzini consunti, un mendicare una pasticca di saccarina, un mettere da parte le cicche delle sigarette. L’ideale propagandato dal Partito era qualcosa di immenso, di terribile, di sfolgorante: un mondo di acciaio e di cemento armato, di macchine mostruose e di armi terrificanti, un popolo di fanatici guerrieri che marciavano in perfetta unità di intenti, tutti pensando allo stesso modo e tutti urlanti i medesimi slogan, impegnati dall’alba al tramonto a lavorare, lottare, trionfare, reprimere… trecento milioni di persone con la stessa, identica faccia. La realtà era fatta invece di città fatiscenti, squallide, in cui uomini e donne malnutriti si trascinavano avanti e indietro nelle loro scarpe sfondate e vivevano in case del secolo prima, rappezzate alla meglio, che esalavano un lezzo di cavolfiore e di cesso. E davanti ai suoi occhi si parò, come in una visione, la sterminata rovina di Londra, la città delle centomila pattumiere, sovrapposta all’immagine della signora Parsons, con le sue rughe e i suoi capelli color sabbia, che cercava invano di sturare uno scarico.

Si portò di nuovo la mano alla caviglia e di nuovo si grattò l’ulcera. Giorno e notte i teleschermi vi riempivano le orecchie di statistiche comprovanti che adesso la gente aveva più cibo, più vestiti, case migliori, divertimenti migliori… che viveva più a lungo, che lavorava per un numero minore di ore, che, rispetto a cinquant’anni prima, era più in carne, più sana, più forte, più felice, più istruita. Non era possibile dimostrare o contestare nulla di tutto ciò. Il Partito sosteneva, per esempio, che oggi era alfabetizzato il 40 per cento dei prolet, di contro al 15 per cento del periodo antecedente la Rivoluzione.

George Orwell, 1984, traduzione di Stefano Manferlotti, Oscar Classici Moderni, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2000

oh, e ben ritrovati.


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Viaggiare attorno alla propria stanza lavorando in editoria (con lode finale alla condizione di libero professionista)

Dove sono stata? Accade spesso, se si lavora sui libri, di doversi per così dire assentare dalle cose sociali. Capita, in alcuni periodi, di essere talmente assorbiti da non poter svolgere compiti anche molto piacevoli come quello di scrivere sul proprio blog. Quando la grande ondata si va ritirando, tuttavia, può essere molto piacevole fare un bilancio del proprio percorso, diciamo, dell’ultimo mese.

Sono stata in Belgio

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Dove ho incontrato committenti e colleghi gentili e rispettosi del lavoro altrui, rilassati, informali ma competentissimi. Persone che salutano, ringraziano, comunicano e non ritengono scandaloso parlare di soldi.

Sono stata in Inghilterra

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Dove ho incontrato committenti e colleghi gentili e rispettosi del lavoro altrui, contraddistinti da quella stralunatezza unica, tipica di un paese che conferisce onorificenze a divi pop. E in effetti, se un progetto riguardava un luogo piuttosto paludato della cultura, il secondo è pervaso da un’essenza ancora più british: in un luogo superpaludato della cultura, a Londra, in maggio si terrà un evento psichedelico che richiede un libro psichedelico. Protagonisti: un leggendario prisma e un gruppo di autori assai bizzarri. I creativissimi grafici hanno concepito un volume in cui prisma e triangolo ricorrono nel font e in altri luoghi strategici dell’impaginato: una fonte di gioia e straordinario entusiasmo per chi scrive, che quando ha visto l’impaginato in anteprima ha quasi pianto.

Sono stata negli Stati Uniti

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Dove necessitava di traduzione il materiale pubblicitario di un gioielliere simbolo di New York, che per il 2017 ha creato una collezione (bellissima) ispirata proprio a quella città.

Sono rimasta in Italia

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A Venezia, dove fervono i lavori per una grande manifestazione in cui trionfa l’arte contemporanea.

A Roma, dove il simbolo ebraico per eccellenza sarà l’oggetto di una mostra, in maggio.

A Milano, dove si è aperta alla Triennale la mostra dedicata alla collezione di arte italiana tra le due guerre di Giuseppe Iannaccone, cui è stato dedicato un monumentale catalogo in doppia edizione italiana e inglese, con testi di autori varii curati in entrambe le lingue dalla vostra e pubblicato da Skira editore. La grafica è stata pensata da Mousse, con copertina in tela.

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Lode finale alla condizione di libero professionista

Essere editor e traduttori è una condizione che a volte può apparire intellettualmente stancante, soprattutto nei periodi più pieni: ma la sensazione di trovarsi costantemente sulla soglia di altri mondi, di dover affrontare ogni volta questioni diverse, che richiedono la presenza del patrimonio professionale che si è costruito e un grande slancio verso le cose che stanno arrivando (perché non si può perdere nulla) è incomparabile. Nulla, credo, si può paragonare all’entusiasmo che ti assale quando sul piatto c’è un progetto nuovo, una sfida diversa, una richiesta insolita; nulla è più istruttivo e formativo, nel campo dei rapporti umani, dell’avere a che fare con persone diverse, del doversi psicologicamente confrontare con tante mentalità. Nulla, soprattutto, è più eccitante della libera professione: quell’idea di te stesso come persona eternamente in crescita.

 


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“Montalbano je suis”_i ragazzi del master di editoria del Collegio Santa Caterina pubblicano un (bellissimo) libro sulla traduzione

[…] che senso ha, poniamo, una traduzione delle Metamorfosi di Ovidio in

prosa magiara? Il senso che altrimenti per tutti gli ungheresi che ignorano

il latino le Metamorfosi non esisterebbero per nulla.

Massimo Bocchiola, dall’introduzione al volume

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Del Collegio Universitario Santa Caterina da Siena all’università di Pavia e del suo master di editoria avevamo già parlato agli albori, qui. Le Edizioni Santa Caterina esistevano già e nel frattempo sono cresciute, alimentate dal lavoro svolto ogni anno dagli allievi del master, e con la consulenza dell’editore Interlinea, il cui direttore editoriale è il benemerito Roberto Cicala, docente di editoria libraria alla Cattolica di Milano.

Di recente hanno pubblicato il nono dei Quaderni del Master di Editoria, Echi da Babele. La voce del traduttore nel mondo editoriale, un volume articolato in sei sezioni tematiche – poesia, fantastico, gerghi e dialetti, ragazzi, onirico e narrativa sociale – che si avvale della presentazione di Massimo Bocchiola. Il sommario è ricchissimo – lo pubblichiamo integralmente alla fine del post: Sergio Altieri parla della sua traduzione delle Cronache del ghiaccio e del fuoco (aka Trono di spade) di George R.R. Martin, Anna Jampol’skaja della sua passione per, e conseguente traduzione in russo di, Aldo Palazzeschi (l’ultima fatica è il Codice di Perelà); si affronta la vicenda della revisione e riedizione della saga di Harry Potter del 2011-2014 e si mettono a confronto le due traduzioni di Zazie nel metrò di Franco Fortini e di Viola Cagninelli (godetevi gli specchietti a pagina 158 e pagina 159, che mettono a confronto l’originale, Fortini e Cagninelli su tre colonne).

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Aldo Palazzeschi in costume da gondoliere. Courtesy

Quanto alla traduzione in francese di Andrea Camilleri, il traduttore “Quadruppani decide in primo luogo di utilizzare saltuariamente alcune parole originarie del mezzogiorno francese, ma conosciute in tutto il paese, che diano ‘un parfum de Sud’. È il caso del termine di origine provenzale minot, utilizzato per tradurre picciriddu. Un ulteriore sforzo è quello di evocare, quando possibile, il suono stesso della narrazione camilleriana. Così il pirsona tipico dell’agente Catarella diventa pirsonne e il celebre ‘Montalbano sono’ rimane semplicemente ‘Montalbano je suis’, compiendo una forzatura che per l’orecchio di un francese risulta ben più ardita che per quello di un italiano.”

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Serge Quadruppani, l’inventore di “Montalbano je suis”. Courtesy

Yasmina Melaouah racconta della sua traduzione del ciclo di Malaussène. Da pagina 205 troviamo la rievocazione della scia di sangue che ha portato con sé la traduzione dei Versi satanici di Salman Rushdie, con l’aggressione al coltello dell’italiano Ettore Capriolo, sopravvissuto, l’uccisione del giapponese Itoshi Igarashi e lo scampato attentato all’editore norvegese William Nygaard.

Il volume, confezionato e coordinato molto bene, ha il pregio di contenere molti esempi concreti e di presentarci la viva voce dei traduttori coinvolti: è una lettura consigliabile a chi desidera avvicinarsi al mondo della traduzione, di cui restituisce l’articolazione sfaccettata, ma anche a chi è già professionista, per farsi un’idea del lavoro delle generazioni che stanno arrivando.

AA.VV., Echi da Babele. La voce del traduttore nel mondo editoriale, Edizioni Santa Caterina, Pavia 2016, 280 pagine, 18 euro molto ben spesi

Sommario del volume

TESTI INTRODUTTIVI

Presentazione (Massimo Bocchiola)

Premessa

ECHI DA BABELE

Le lingue del fantastico

Che lingua parla il vento?

Tradurre il fantastico di Damasio: intervista a Claudia Lionetti

(Lorenzo Cetrangolo)

Ice and Fire: le cronache tradotte

George Martin secondo Sergio Altieri

(Francesco Zamboni)

L’ambiguit. dell’ordinario

Maurizio Nati traduce Humpty Dumpty in Oakland di Dick

(Giuseppe Aguanno)

La metrica della traduzione

Riscoprire l’America

Fernanda Pivano e la costruzione di un’antologia

(Elena Folloni)

Emily-Nessuno e la sua Lettera al Mondo

Ricezione e traduzione di Emily Dickinson in Italia

(Maria Ceraso)

Un atto creativo, non imitativo

La traduzione poetica secondo Franco Buffoni

(Anna Travagliati)

La vita accanto

Fabio Pusterla traduttore di Philippe Jaccottet

(Enea Brigatti)

Aldo Palazzeschi in Russia

Tradizione e traduzione: intervista ad Anna Jampol’skaja

(Andrea Papa)

Di fiore in fiore

L’Antologia Palatina tradotta da Salvatore Quasimodo

(Elena Villanova)

Un gioco da ragazzi

Il Piccolo Principe nasce a New York

Storia e fonti di una traduzione in “casa” Bompiani

(Diletta Rostellato)

Le magie della traduzione

La revisione della saga di Harry Potter

(Anna Guerrini)

Rodari a testa in giù

Una traduzione tra creativita editoriale e propositi educativi

(Mattia Gadda)

Le età di Zazie

Zazie nel metrò: due traduzioni a confronto

(Vanessa Nascimbene)

Gerghi e dialetti

Da Vigata a Parigi

Le traduzioni francesi di Andrea Camilleri

(Flavio Mainetti)

Tradurre la lingua dei morti

El llano en llamas, da Juan Rulfo

a Maria Nicola

(Lorenzo Baccari)

Un romanzo, tante voci, mille colori

La traduzione del ciclo di Malaussène di Daniel Pennac

(Rossana Mancini)

Società e narratori

Le identit. di Gomorra

Viaggio alla scoperta delle edizioni straniere

(Anna Chiara Sartorello)

Una traduzione “pericolosa”

I versi satanici di Salman Rushdie

(Giulia Maurelli)

Manuale per una traduzione accelerata

Pensante, Coupland e la traduzione di Generation X

(Giuseppe Musso)

Pagine oniriche

Un romanzo straniero di un autore italiano

Requiem, storia di un’autotraduzione mancata di Tabucchi

(Letizia Spettoli)

Pecore, amore e fantasia

I titoli che hanno lanciato Murakami Haruki in Italia

(Chiara Costa)

L’impresa epica dell’Ulisse di Joyce

Le fatiche e le avventure del Celati traduttore

(Marco Adornetto)

In conclusione

Fate caso al nome del traduttore?

Un’indagine fra i lettori

(Anna Laura Carrus)

INDICI

Indice dei nomi

Indice delle collane e delle case editrici

 


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cose per chi vuole scrivere 18

venus

se per caso foste di ancona, per voi c’è il laboratorio di scrittura tenuto dallo sceneggiatore rai paolo logli, dal 26 marzo.

se per caso foste di milano e foste bambini, per voi i laboratori gratuiti della fabbrica delle parole.

se per caso foste di siracusa e voleste fare una cosa bizzarra, per voi, da marzo, il corso di scrittura geroglifica al museo del papiro.

se per caso voleste ascoltare e leggere, in tutta italia, le venticinque lezioni di scrittura di giuseppe pontiggia, originariamente trasmesse per radio, per voi c’è il libro delle edizioni belleville.

 


2 commenti

Prendete e leggetene tutti

Segnalo, dal sito della “Ricerca”, meritoria rivista online di Loescher editore (cliccate qui se volete prelevare il n. 11 in pdf) , un paio di articoli interessanti, entrambi di Elena Franchi. Buona lettura.

s-l225Occhi bassi e capo chino

“Per secoli la donna è stata educata in vista del ruolo che avrebbe dovuto svolgere in famiglia e nella società. La sua formazione era prevalentemente di tipo manuale, un “saper fare” che presupponeva anche il controllo sulla postura del corpo e sull’attività della mente: gli occhi bassi, la testa china sul lavoro delle mani; la mente occupata nell’attività e non in preda a pericolose fantasie.”

È un sintetico excursus sull’istruzione delle bambine, dall’Enciclopedia della fanciulla a, vivaddio, Pippi Calzelunghe, passando per l’assenza di Stevenson, Kipling, Twain, Collodi.

prl-1950-fila-antica-scatola-antique-matita-matiteAmate matite

“Pare che siano stati due italiani, Simonio e Lyndiana Bernacotti, i primi a pensare di inserire un’anima di grafite in un contenitore in legno, ma fu soltanto alla fine del Settecento che il francese Nicolas-Jacques Conté mise a punto lo strumento, composto da una sottile mina − un impasto principalmente composto da polvere di grafite e argilla −, entro un’asticciola di legno tenero facilmente temperabile.”

Non solo Olivetti: in questo articolo scopriamo che nell’Ottocento Lotar Faber, discendente del pioniere della matita Kaspar, provvede a migliorare la qualità del lavoro dei suoi dipendenti con l’assistenza sanitaria, la garanzia della pensione e una cassa di risparmio interna, poi, sempre per i lavoratori, fonda un asilo, costruisce appartamenti e, last but not least, apre per loro una biblioteca. Non perdetevi la gallery di immagini.