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postcards from taranto 2

raffo-birra-cl33-1.jpga taranto quello della birra raffo è un vessillo che garrisce gloriosamente al vento dei due mari dal 1919, anno in cui vitantonio raffo fonda la sua “fabbrica di birra e ghiaccio”. bevanda prediletta dai tarantini, viene consegnata in gran copia laddove si sfornano pizza, panzerotti e altri prodotti da forni, e bevuta moltissimo al mare, sulle molte spiagge libere della litoranea.

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potenziali consumatori di birra raffo su spiaggia libera tarantina

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bancale con confezioni di birra raffo in consegna nella città vecchia

in città vecchia l’insegna di una botteguccia ne espone ancora l’antico marchio.

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pop on the beach – birra raffo e olio johnson



sulle spiagge ultrapop della litoranea tarantina quest’anno impazzava il johnson’s baby oil. praticamente chiunque, allo scopo di abbronzarsi, attingeva a piene mani all’avita bottiglia col tappo color pastello: il risultato era una distesa di corpi fritti, scurissimi, pelli color cioccolato fondente come puoi vederne solo là. in particolare, nella spiaggia, l’ultrapop sconfinava nel reggae/hip hop e le giornate si snodavano all’insegna dell’immersione rituale nell’olio paraffinato (pare che faccia malissimo) e della cerimonia della birra raffo, che consiste nel berla dalla bottiglia e poi seppellire la stessa nella sabbia fino al collo, presso il proprio asciugamano (con lo sgradevole effetto collaterale del dimenticamento finale e conseguente progressiva vetrificazione dell’intera spiaggia), il tutto al suono della musica tarantina di ultima generazione, da zakalicious a fido guido. la sera, poi, la dolce vita della litoranea prevedeva, oltre ai classici tour de force da discoteca, al cinema all’aperto e alle serate etniche a base di pizzica, alcune performance di artisti locali – musica, pittura e letteratura mescolate in un unico luogo, un locale intitolato “villanova”, in cui hanno preso vita le espressioni della gente che a taranto è rimasta o ritornata e che dal punto di vista delle proposte culturali nemmeno pensa a darsi per vinta. hanno animato queste serate, purtroppo davanti a pochi spettatori, l’appassionato angelo losasso, musicista polistrumentista, videomaker e titolare dei panama studios, dove se sei un musicista o un artista multimediale puoi andare a elaborare le tue cose; shambhu, pittore, grafico e performer multimediale; il poeta e performer vladimiro passannanti. il luogo è ameno: vi si va a mangiare e bere, si assiste agli spettacoli tra fichi, olivi, banani, sotto le stelle. non esiste luogo migliore, nei dintorni, per guardare la luna. prende in consegna la tua macchina un parcheggiatore un po’ sciroccato, che sulla maglietta esibisce una targhetta con su scritto “impresario”.
per tornare alla spiaggia, quest’anno si godeva di giornate particolarmente spassose in virtù della partecipazione di una stella di prima grandezza: la TFT. La Tipica Famiglia Tarantina consta normalmente di un patriarca (figura maschile dominante non necessariamente in età), di sua moglie, dei loro fratelli e sorelle con rispettivi coniugi, dei figli e dei figli dei figli (il patriarca e sua moglie sono spesso nonni giovani). la TFT arriva in spiaggia nell’ora peggiore, intorno alle tre del pomeriggio, per prime le donne cariche di una quantità incalcolabile di borse frigo, poi gli uomini con tavolini, sedie e ombrelloni (loro arrivano dopo perché hanno chiuso la macchina e l’hanno accuratamente parcheggiata all’ombra). la famiglia si sistema in semicerchio: al centro, dove in un tempio antico starebbe la cella con la divinità, il tavolino con le vettovaglie, sormontato dall’ombrellone. cominciano animate discussioni, normalmente condotte dal patriarca (è lui il presentatore dello show), sugli argomenti più disparati, che vanno dal prezzo della frutta al mercato all’educazione che la figlia dovrebbe impartire alla nipotina sara (ci sono anche i nipotini denis, nicole e asia). mentre la discussione impazza, senza alcun riguardo né per la prossemica né per i decibel impazziti, le signore preparano e distribuiscono panini con la peperonata, stappano bottiglie di birra (a taranto la birra raffo è come la corona: si beve, come già detto, dalla bottiglia), riempiono, persino, coni di gelato multigusto per grandi e piccini. quando il dj della spiaggia interrompe il ciclo dell’hip hop/reggae targato taranto con una hit del momento, una delle adorabili matrone – sulla cinquantina, abbronzata, ridanciana, sovrappeso, strizzata incurantemente in un bikini – delizia la spiaggia tutta con un balletto sexy molto ben eseguito, uno spettacolo esaltante che malauguratamente non posso applaudire in quanto rischierei di espormi come ficcanaso e non potrei continuare a spiare. si svolgono così le loro giornate di vacanze a costo zero, direi in serenità perfetta: quella serenità un po’ aggressiva che è caratteristica distintiva di un certo tipo di tarantino, quello che affonda solide radici nella propria città, che non si sogna minimamente di cambiare abitudini in auge anche quarant’anni fa, quello in cui la natura prevale gioiosamente sulla cultura, nella cui famiglia nessuno è emigrato al nord per studiare o lavorare, tarantini interi e solidi come il guscio delle nostre cozze.

p.s.: nel corso della giornata le matrone della TFT fanno periodicamente il giro dei parenti munite di sacchetti per la spazzatura: alla loro partenza, dei loro banchetti, non rimane traccia alcuna. la TFT in esame appartiene alla sottocategoria dei “pulitazzi”, come vengono localmente definite le persone pulite e civili.


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trendsetting 3 – la città dei due mari




io vorrei caldamente raccomandare una vacanza a taranto. dico proprio taranto e non il suo pur bellissimo litorale. perché taranto condivide con alcune altre città peculiarissime, anzi uniche (una per tutte, napoli), una sua inconfondibile identità, che è nota ai suoi cittadini più consapevoli e ai villeggianti che vi soggiornano per più di una stagione.
taranto, città dei due mari, dell’ilva e delle morti sul lavoro (per incidenti e per incidenza. di cancro ai polmoni), è una città di media grandezza, funestata nel tempo da una serie di sindaci inadeguati o sindachesse malfattrici. il suo museo archeologico nazionale è stato ristrutturato e riordinato nel 2007 (secondo me benissimo, e meriterebbe più visitatori oltre alle scolaresche) e custodisce la memoria di noi magnogreci, che dimostriamo un attaccamento alla tradizione tanto profondo quanto inconsueto nei suoi aggiornamenti: al cimitero di taranto mi è capitato di assistere all’inserimento, nella bara di un morto giovane, del suo corredo funerario. non un’anfora greca dal collo cinto di alloro, a simboleggiare la vittoria contro la morte, ma un telefono cellulare con tanto di scatola (non si sa mai, per eventuali cambi, avranno pensato gli affranti epperò previdentissimi congiunti – non sono riuscita a verificare la presenza dello scontrino). taranto è piena di assenze – gente emigrata perlopiù a bologna e milano, ma non mancano qualche stilista di vaglia direttore artistico di givenchy – riccardo tisci – e l’esimio fotografo dei divi pino settanni, residente a roma. per non parlare di nico pillinini, lo sceriffo della vignetta (che però forse abita ancora a taranto, indagherò). di francesco grant e dei suoi energipsy, della scrittrice anna russo, che abitano a roma pure loro. e qui mi fermo.
tra i residenti, il villeggiante dovrà assolutamente mettersi alla ricerca di ciccio de mitri, fabbricante di statuette dedicate ai santi (in primis san cataldo, patrono della città, seguito dalla coppia san cosma + san damiano) e ai riti tarantini più importanti, quelli della pasqua: ciccio fabbrica delle deliziose miniprocessioni complete di madonne, penitenti (detti perdoni) e lucine, sistemate su piattaforme di legno rettangolari. le sue figurine, in particolare i santi, sono glassate come i taralli di pasqua, che a taranto sono ricoperti di un lucido strato di zucchero candido. e questo per quanto riguarda i più anziani custodi della tradizione.
decisamente più giovane è zakalicious, un reggae man locale che non canta in inglese ma in un tarantino pieno di schwa, trasudante cemento, birra raffo e cozze arraganate. zakalicious (a.k.a. salvatore friuli) ambienta le sue storie al quartiere salinella, una zona di taranto particolarmente degradata, restituendoci indimenticabili ritratti di energiche signore tarantine: non può mancare nelle playlist più trendy il suo “grazie ma’” (si può scaricare sulla sua pagina myspace; chi avesse bisogno di una traduzione può scrivere a chi scrive). all’accademia del gioco dimenticato suggerisco di mettersi in contatto con zakalicious per farsi raccontare in cosa consiste “u’ spezzidde”, passatempo da lui citato nella suddetta canzone.
taranto è percorsa da una doppia vena di tranquilla bonomia (esclusi i semafori: all’apparire del verde il tarantino medio perde la testa e suona nervosamente il clacson a quello davanti) e di piacevole follia. lungo il litorale tarantino, d’estate, colonie di cittadini si cullano nella dolce vita, mentre le piccole lumache dal guscio bianco, le “cozze nude”, si moltiplicano sugli sterpi giallognoli al tramonto. accorrete numerosi.