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Figurine: scrittori come non li avete mai, mai visti

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Il “Manga”, come lo chiamavano tutti, era un giocatore fuori dalle regole e stravagante, ma sempre a modo suo. Aveva un debole per il suo indirizzo romano, via Chinotto 8, interno 8: quando andava in trasferta spediva delle cartoline a se stesso. Non possedeva fuoriserie e non frequentava ragazze, come fanno di solito le teste matte del calcio. In compenso aveva la passione delle lingue straniere e parlava correntemente l’ungherese e lo swahili.

 Così Silvano Calzini nel capitolo dedicato a Giorgio Manganelli su Figurine – I grandi scrittori raccontati come campioni del pallone, edito da Ink Edizioni. In Figurine l’autore unisce calcio e letteratura, ambiti nei quali è ugualmente versato, scrivendo le biografie di cinquanta scrittori-calciatori e assegnando un ruolo a ciascuno. Così abbiamo i portieri Camus e Nabokov; i difensori Bassani, Beckett, Freud, Fruttero & Lucentini, Gadda, Sciascia; i centrocampisti Buzzati, Calvino, Conan Doyle, D’Annunzio, Gozzano, Kafka, Longanesi, Malaparte, Mann, Márai, Montale, Pavese, Scerbanenco, Svevo, Tomasi di Lampedusa; gli attaccanti Bianciardi, Casanova, Faletti, Flaiano, Gary, Hemingway, Marinetti, Mastronardi, Moravia, Pasolini, J. Roth, Sartre, Simenon, Stevenson; i fantasisti Arbasino, Garcia Márquez, Hrabal, Manganelli, Pirandello, Wilde, Wodehouse; i senza ruolo Borges, Céline, Cioran, Joyce, Pessoa, Walser. A ogni scrittore sono dedicate due pagine, nelle quali Calzini riesce a tratteggiare doti, difetti e peculiarità di ciascuno mantenendo la metafora calcistica senza mai parere artificiale. Così Luciano Bianciardi “un bel giorno decise che ne aveva pieni i corbelli della vita agra del calciatore e durante il primo tempo di una partita mandò affanculo l’arbitro, i segnalinee, l’allenatore, i compagni di squadra, gli avversari, i giornalisti e i tifosi”, mentre in Filippo Tommaso Marinetti troviamo “rifiuto radicale di ogni finezza stilistica ed esaltazione del tackle duro e violento, definito da Marinetti ‘sola igiene del calcio'” e Georges Simenon “è passato alla storia per il numero incredibile di partite che ha disputato nella sua lunghissima carriera”.

Leggere Figurine vuol dire ripercorrere le vite degli autori che si amano da una prospettiva insieme straniante e familiare, un piacevolissimo ripasso con sorpresa. Significa anche, a margine, senza farsi vedere, commuoversi un po’. Perché Calzini riesce a essere sensibile a ciglio asciutto ed è capace di accompagnare uno scrittore alla fine della vita in questo modo: “In realtà era un uomo troppo sensibile, fragile e vulnerabile. Così in una piovosa giornata di primavera del 1979 fu visto incamminarsi solo, chino, sotto la pioggia, verso il ponte del Ticino. Verrà trovato due giorni dopo, impigliato in un’ansa del fiume, annegato” (così la fine di Lucio Mastronardi, “L’estroso di Vigevano”).

Il registro generale del libro sta comunque sospeso tra surrealtà e allegria: una cifra, quest’ultima, messa in risalto anche da Antonio D’Orrico, che di Figurine ha scritto la postfazione: “Alla fine, il collezionista di queste figurine capirà che quella di Calzini è una grande (e allegra) invenzione letteraria che si tramuta (tutto è metamorfosi nell’album) in una scoperta scientifica. La scoperta che gli scrittori e i giocatori sono una cosa sola, facce della stessa medaglia, che letteratura e football coincidono perché hanno, entrambi, un’identica funzione, servono a far sognare”.

“cose da libri” segue Silvano Calzini da parecchio e ha avuto occasione di parlarne qui, qui, qui e qui.  Nei post a cui si rimanda troverete notizie su altre opere dello scrittore e anche alcuni scritti inediti, tagliati sempre sulla misura breve, assai congeniale al nostro autore inveteratamente milanese.

Silvano Calzini, Figurine – I grandi scrittori raccontati come campioni del pallone, Ink Edizioni, Milano 2015, 152 pagine, 12 euro veramente ben spesi

Note tecniche

Il libro è molto ben confezionato, ben impaginato, privo di refusi e rilegato in una solida brossura. Il formato è piccolo e maneggevole. Altamente consigliato anche per chi si sposta: i maschi potranno metterlo in tasca e le femmine in borsa senza fatica.


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“Non fate troppi pettegolezzi”: lo presenta Demetrio Paolin a Milano

“[…] credo che nessuna letteratura mondiale abbia mai potuto vantare nel giro di pochi chilometri quadrati la triade Pavese, Primo Levi e Beppe Fenoglio.”

Demetrio Paolin, intervista, in “Sul romanzo”, 17 settembre 2009

coverLa signora “cose da libri” segnala con molto piacere l’uscita di Non fate troppi pettegolezzi, dello scrittore piemontese Demetrio Paolin, dove si parla di Cesare Pavese, di Primo Levi, di Emilio Salgari, di Franco Lucentini e di Torino.

Lo pubblica Liber Aria (qui la scheda editoriale del volume), giovane editore di Bari, che lo ha dotato di una bella copertina dalla grafica a un tempo rigorosa e attraente.

L’autore ha gentilmente concesso a questo blog il permesso di pubblicare un frammento del libro appena uscito, in cui il corpo di Primo Levi e quello di Erich Priebke a confronto ci danno occasione di riflettere su quanto c’è in noi dell’uno e dell’altro.

conaltrimezzi.com

Courtesy conaltrimezzi.com

Paolin e la sua faccia saracena saranno domani alle 18:30 alla libreria Les Mots di Milano per la presentazione del volume. Venite, o lettori, ché Paolin merita: è serio e appassionato, di sobrietà berlingueriana, cliente dell’Oviesse. E, dettaglio non trascurabile, quando cominci a leggere le sue parole vuoi continuare, perché senti che su quella pagina ci sono segni grafici con molto dentro.

“Mi chiedo come fosse il corpo di Primo Levi, come è il corpo di uno che è sopravvissuto a percosse, malattie e torture. Certe volte, leggendo le sue pagine limpide e chiare, il suo ragionare sempre sereno, mi dimentico che è stato un uomo rinchiuso e umiliato. Il suo corpo sarà stato pieno di cicatrici e poco per volta i suoi carcerieri l’avranno disfatto pezzo a pezzo, giorno dopo giorno, tortura dopo tortura. Hanno preso un uomo e l’hanno ridotto a ramo secco. Come si sente un uomo così? Cosa prova quando torna a casa e abbraccia i suoi? Li riconosce ancora? E loro? Oppure è estraneo a se stesso e agli altri? Quali sono gli incubi e le ossessioni che si è portato dietro dalla prigionia? Quando dormiva nel suo letto scattava in piedi al minimo rumore? Avrà sentito un leggero fastidio allo stomaco nei giorni in cui mangiava troppo? Penso al corpo di Levi e al corpo di Priebke. Li accomuno per distinguerli, li metto accanto perché voglio che si veda la differenza. Il corpo di Levi non ci turba. Il giusto non ci turba mai, quello di Priebke è invece odioso, perché ci costringe a dover decidere se esercitare su di lui la pietas o meno. Io il corpo di Priebke lo odio, mentre amo il corpo di Levi. Odio il corpo di Priebke perché mi costringe a rinunciare alla mia cultura, costruita sull’umanesimo. Il corpo di Priebke è fuori da qualsiasi perimetro di civiltà: non è degno di cerimonie funebri, di sepolture o tombe. È degno solo della scomparsa e della sparizione; il corpo dell’SS è l’idea che quel male è presente, e per sempre.

Odio il corpo di Priebke perché mi insinua il dubbio, lo stesso che arrovellava Levi, che lo ha consumato come un veleno silenzioso: ovvero che infine loro, i nazisti, fossero riusciti nell’intento di mostrare il vero cuore dell’uomo, che non è né buono né tantomeno nobile. Provo disgusto per il sorriso di Priebke che ho visto nelle foto e provo disgusto per i pensieri miei sul quel corpo morto, perché hanno a che fare più con la sorda rabbia di Achille e il vilipendio del cadavere di Ettore che non con la religiosa compostezza di Antigone. Provo disprezzo per me che mi dico che del corpo di Priebke bisognava occuparsene da vivo e non ora che è inerte come un sacco di farina. Fatico a definire questo sentire come ‘mio’. Eppure sono io che lo formulo: questo sentimento è me.”

 Il libro

Demetrio Paolin, Non fate troppi pettegolezzi, Liber Aria, Bari 2014, 132 pagine, 10 euro.

L’autore

Demetrio Paolin nasce a Canelli e vive a Torino. Ha scritto alcuni libri e romanzi. Ha appena pubblicato Non fate troppi pettegolezzi [l’understatement che caratterizza queste righe biografiche è di Paolin medesimo]