cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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Burroughs, Sitwell e Chanel

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“A Sitwell non piaceva leggere William S. Burroughs, e quando fu pubblicato Il pasto nudo, nel 1959, scrisse diverse lettere al ‘Times Literary Supplement’, in cui diceva ‘Non voglio passare il resto della vita col naso incollato ai gabinetti degli altri. preferisco Chanel N° 5’.”

Terry Newman, Legendary Authors and the Clothes They Wore, Harper Design, New York 2017

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horst p. horst, edith sitwell, new york, 1948. courtesy

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willliam burroughs. courtesy

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gabrielle chanel. courtesy


1 Commento

con quella bocca puoi dire ciò che vuoi

chanel_rougecocostylo003favola

articolo

storia

romanzo

racconto

messaggio

lettera

copione

 

chanel_rougecocostylo004i nuovi rossetti chanel sono tutti dedicati alla parola scritta. come si fa a non adorare coco?

 

thebeautylookbook.com

tutte le nuances di rouge coco stylo. courtesy

p.s.: godetevi l’intervista a irma boom, l’artista che ha creato un libro chanel tutto bianco.

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la nuance “conte”


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parigi feuilleton 4

Parigi feuilleton 4, 27 dicembre 2012

In pellegrinaggio sotto la pioggia, incuranti del maltempo – Qualche digressione commerciale – Scrivere bianco – Nobili necessità corporali, in oh quanto nobile luogo – Champagne

“Se tu sapessi quanto mi rendi superstizioso. Da quando mi metto al lavoro mi infilo al dito il talismano; questo anello mi rimane al dito durante tutte le ore di lavoro, lo metto al primo dito della mano sinistra, con la quale tengo il foglio, in modo che il tuo pensiero mi abbracci, sei qui con me, adesso invece di cercare le parole e le idee nell’aria le chiedo a questo delizioso anello […].”

Lettera di Balzac a Madame Hanska

A chi scrive è capitato di recente, appena prima di Natale, di stare sveglia per un paio di notti intere in ottemperanza a una serie di doveri lavorativi. Ore stranianti, davanti allo schermo acceso che con lo scorrere del tempo si andava facendo sempre più nemico. Il caffè tiepido non era la stessa corroborantissima bevanda mattutina accompagnati dalla quale si attraversa la soglia tra la notte che protegge il nostro bisogno di anarchia e il giorno produttivo. A questo pensavo mentre, sotto una pioggia battente (che però era stonata, perché molto meglio si sarebbe attagliata alla situazione una bella quantità di bruma. Bruma: fumo leggero che si leva dai campi, Ottocento, ardere di candele negli interni, un belato lontano, il verso di un uccello notturno, un pascoliano maggese), mi recavo in pellegrinaggio alla casa di Balzac.

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L’edificio presso il quale per sette anni Honoré trovò rifugio dai creditori è in rue de Raynouard 47, metropolitana Passy. Le notti di Passy, mi dico, quelle notti di folli produttività carburate a caffeina, quell’angoscioso senso di ineludibilità della propria condizione di debitore, Honoré, penso, ti voglio bene: “Lavorare è alzarmi tutte le sere a mezzanotte, scrivere fino alle otto, pranzare in un quarto d’ora, lavorare fino alle cinque, cenare, andare a letto e ricominciare l’indomani”, scriveva a Madame Hanska in una lettera del 15 febbraio 1845.

Lo studio di Balzac è molto piccolo, così come incongruamente piccolo appare quello scrittoio che tanto lavoro ha fecondato. La poltrona appare comoda, pare ampia abbastanza da aver potuto accogliere il massiccio corpo dello scrittore per tutte quelle ore, ogni giorno. E la caffettiera, inaspettatamente leziosa se accostata all’apparenza, quasi rozza, del Nostro: di porcellana bianca con il monogramma rosa.

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balz13_caminetto“Balzac va dritto allo scopo. Afferra la società moderna in un corpo a corpo. A tutti strappa qualcosa, agli uni l’illusione, agli altri la speranza, a questi un grido, a quelli una maschera. Fruga nel vizio, seziona la passione. Scava nell’uomo, ne sonda l’anima, il cuore, le viscere, il cervello, l’abisso che ciascuno ha in sé”: così Victor Hugo durante l’orazione funebre dello scrittore, il 29 agosto 1850.

È tempo di lasciare la casa di Honoré per un giro di shopping che poi si rivela un tentativo malriuscito: per qualche motivo non si riesce a comprare nulla, ma alle Galeries Lafayette troviamo, tutte insieme, le fragranze esclusive di Chanel, che ci precipitiamo ad annusare con grave sdegno degli elegantissimi commessi.

laf2Mi perdo nel Cuir de Russie che, come recita la descrizione, “è la trasposizione sotto forma di profumo delle cavalcate selvagge, degli aromi di tabacco biondo e degli odori degli stivali di cuoio conciato con corteccia di betulla indossati dall’esercito russo.”

P103462_LARGEAh, quanto languore, alle Galeries! Dall’Opéra ritorniamo agli Champs Élysées, dove Naf Naf ha allestito le sue creazioni tra pareti rivestite di macchine per scrivere dipinte di bianco.

naf nafLa giornata letteraria, però, a dispetto delle apparenze, non termina con questo pallido richiamo in mezzo ai vestimenti. Ben altri orizzonti ci aspettano nella più prosaica delle ricerche fuori casa, quella di una toilette, e i tre franchi che spenderemo nelle Toilettes les plus propres du monde saranno i meglio impiegati di questa giornata.

toil0Durante i minuti di coda individuo deliziata la mia toilette ideale: un quadro all’esterno della porta raffigura uno scaffale di libri, e io mi dico che sarà mia o ingaggerò battaglia. Battaglia di cui non ci sarà alcun bisogno, perché la gentile hostess delle toilettes mi traghetta proprio presso quella porta fatale, che introduce in una stanza da bagno foderata di carta da parati simulante un’intera biblioteca.

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toil6Un’indescrivibile felicità mi lascia un’ebbrezza che continua ben oltre l’uscita, finché non decido di rafforzarla con un’iniezione di champagne, bevanda che chiedo come scandaloso accompagnamento di una crêpe, spendendo una cifra folle in un locale nei pressi degli Champs.

[…] continua


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night in abu dhabi


mio padre lavorava come operaio specializzato per un’azienda che costruiva laminatoi, piattaforme petrolifere e altre grandi strutture in paesi per me, al tempo, lontanissimi. questo lo portava dal venezuela alla liberia, dal perù all’iran all’algeria. i suoi compagni e lui lavoravano per tre, sei, nove mesi in uno di questi luoghi: vivevano in un accampamento all’interno del quale disponevano di un cuoco italiano e di qualche altra sparuta facility. disponevano anche di quello che si chiamava pocket money: somme in valuta locale che gli operai dovevano necessariamente spendere prima di tornare in patria. allora lui, arrivato all’aeroporto, comprava profumi francesi, liquori, sigarette: e al suo ritorno noi – mia madre, mia sorella, io – potevamo inopinatamente indossare le fragranze più care e à la page: miss dior, chanel numero 5 e numero 19, l’air du temps di nina ricci, ô de lancôme.
al ritorno da non so quale viaggio, una volta, portò, insieme con la consueta mercanzia, un’audiocassetta dall’evocativo titolo night in abu dhabi. occupata com’ero a cercare di strimpellare le canzoni di bob dylan, non credo di averla mai ascoltata: ma quel titolo mi è rimasto sempre in mente, con il suo carico di indistinte favolose sensazioni.
ho appena finito di leggere per lavoro un libro sull’avveniristica (ma è un avvenire già presente) architettura negli emirati arabi uniti: schiere di studi di architetti tra i più prestigiosi al mondo all’opera per progettare e realizzare una serie di utopie costruttive, oltre qualunque limite tecnologico, con l’enorme vantaggio di non dover badare a spese e di potersi così permettere il lusso di pensare anche all’ecologia e alla sostenibilità.
gli emirati sono lungimiranti: consapevoli dell’inevitabile venturo esaurimento delle risorse del loro sottosuolo, da qualche decennio pianificano una diversificazione dell’economia: creano servizi di investimento legati alla finanza e al turismo al fine di attirare capitali stranieri e, potendo pagare molto bene, coinvolgono i professionisti migliori e puntano a eguagliare gli standard qualitativi dei paesi più avanzati. tra le altre sfrontate meraviglie architettoniche di cui gli avveduti sceicchi si stanno circondando, è in progetto la saadiyat island, l’isola della felicità: su una superficie sabbiosa a 550 metri da abu dhabi sorgerà il polo culturale più grande del mondo: nel cultural district (ma in italia esiste un equivalente? a milano o a roma esiste, non so, il “quartiere della cultura”?) troveranno posto un louvre firmato da jean nouvel, un guggenheim di frank o. gehry, l’abu dhabi performing arts centre progettato da zaha hadid, il museo marittimo di tadao ando. ci saranno poi il museo dedicato alle tradizioni locali e una ventina di padiglioni per una biennale dell’arte, collegati da un canale navigabile, nonché un campus creativo con scuola di belle arti, per allevare le future generazioni di artisti. il louvre di abu dhabi è talmente louvre che ha ricevuto la benedizione dal vero louvre; eppure – sarà che in maggioranza sono ancora progetti e ho potuto vedere solo quelli, sarà che le simulazioni hanno qualcosa di inquietante, ma a ben guardare tanto il cultural district quanto il resto degli emirati restituiscono, più che l’idea di un’area in fermento evolutivo, un algido senso di second life. poi, come sempre accade, la natura farà il suo corso, forse qualche filo d’erba sfuggirà alle forbici degli implacabili giardinieri arabi. i progetti diventeranno costruito e l’aria salmastra del golfo produrrà qualche crepa, una breccia nei costosissimi materiali impiegati per le costruzioni. sarà il momento di trascorrere una notte ad abu dhabi.