cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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haute couture libraria_l’atelier della sormani, milano

l’articolo del “corriere della sera” ci porta nel laboratorio di gian antonio garlaschi, self-made man con un passato da odontoiatra e da custode di musei, che cura e ripara i volumi usurati dai troppi prestiti o rovinati da lettori poco attenti. buona lettura.


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Scerbanenco a domicilio

IMG_20160626_194125Scenario: il condominio della gioia, qualche giorno fa.

Il telefono squilla. È sempre Marisa, l’inquilina più anziana e più elegante, cui mi accomuna la passione per Scerbanenco.

“Scusa, Anna, se ti disturbo mentre lavori.”

“Niente affatto, Marisa, dimmi tutto.”

“Volevo avvisarti che ti ho messo nella cassetta della posta un altro articolo del ‘Corriere della Sera’ su Scerbanenco.”

“Grazie, Marisina, sei un tesoro.”

“Allora a presto. Fai un bacino alla [mia figlia]”.

What a Wonderful World.


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Nonne molto in forma

IMG_20151208_110149Tra i sempre generosi scaffali del Libraccio ho trovato la nonna della “Lettura”, l’inserto culturale del “Corriere della Sera”: una nonna centodecenne molto bella, allora mensile, al suo quinto anno, numero IX, e diretta da Giuseppe Giacosa. In sommario, tra l’altro, un servizio sul caffè Pedrocchi di Padova, uno sulle pipe del mondo e uno sulla fusione delle campane.

IMG_20151208_122858Tra i molti bellissimi inserti pubblicitari ne troviamo uno sulle macchine per scrivere Williams, rappresentate in Italia dall’ing. G. Pontremoli di Milano. E il copywriter compone anche un acrostico imperfetto, escludendo l’iniziale W e scrivendo, per il resto: I come Inarrivabile, L come La migliore fra le macchine, L come L’unica scrittura visibile e senza nastro, I come Impossibile la concorrenza, M come Mille e cinquecento in Italia, S come Scrittura visibile.

Qui troverete un articolo esaustivo sulla storia del supplemento culturale del “Corriere”, dalla nascita ai giorni nostri.

Sempre gloria sia al Libraccio.

lettura

La copertina di Dario Densio Andriolo per il numero 195 della “Lettura”, 23 agosto 2015

 

 


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Motivi per i quali preferisco il divano al letto. Con una digressione sullo stato della letteratura italiana

Chesterfield+3+Seater+Buttoned+Seat+Brown+LeatherIl divano è transizione dalla veglia al sonno; rappresenta un momento di sospensione in cui è assente la definitività del sonno ed è perciò un oggetto-stato legato alla vita, baluardo contro la morte.

Se si fanno brevi sonnellini si ha l’impressione di perdere meno tempo che non con una dormita filata; a ogni risveglio corrisponde una piccola rigenerazione, un nuovo inizio.

Istruzioni per l’uso del divano come luogo di piacere o di lavoro

– Stendete sul divano una coperta in inverno o un lenzuolo in estate. Accertatevi della presenza di almeno tre cuscini di buona consistenza: potreste averne bisogno per sistemarvi meglio, puntellarvi adeguatamente, sostenere la schiena.

– Procuratevi tutto l’occorrente per le vostre ore liete: grandi quaderni, matite, matite colorate, gomme, post-it, libri da consultare, eventuale laptop (ma con il laptop c’è meno gusto). L’obiettivo è non alzarsi dal divano per molto tempo. Ah, e non dimenticate l’invenzione più utile degli ultimi cent’anni: Scrivamia di Foppa Pedretti, una scrivania portatile dotata delle seguenti caratteristiche:

Vassoio multiuso con maniglia di trasporto

Piano d’appoggio dotato di lampadina led e di due vani (per matite e bicchiere)

Taschino esterno con cerniera porta lampadina

Cuscino ergonomico per adattarsi a qualunque piano d’appoggio

Multifunzionale: per computer, tablet, per leggere, disegnare, studiare o fare uno spuntino

Lampada LED e 3 batterie LR44 1.5V inclusescrivamia

Risiedere sul divano circondati dagli oggetti che servono a trascorrere lunghe ore di lavoro o di attività creative è immensamente produttivo: elimina la frustrazione e il senso di passività che possono insorgere quando si sta dietro uno schermo; offre una ricompensa inestimabile rappresentata da ciò che si è prodotto – scritto, disegno, pensiero o lavoro che sia. Cercare su un libro, selezionare, sottolineare, contrassegnare con un post-it prevede un sia pur minimo dispendio fisico che nei suoi infinitesimali spostamenti somiglia a un viaggio in miniatura, un viaggio fatto soprattutto con gli occhi e con gli arti.

A proposito di schermi e relativo impigrimento, e con riferimento alla polemica letteraria innescata sulla “Lettura” del “Corriere della Sera” da Franco Cordelli (qui trovate Cordelli e tutte le rispostine degli scrittorelli che si sono sentiti chiamati in causa – leggete Policastro, c’è da sganasciarsi), mi è molto piaciuto l’intervento di Paolo Di Paolo, il quale scrive, a proposito di scrittori italiani e conventicole, con una piccola virata sull’uso dei social network:

“È la tribù a salvarci: qui Cordelli ha ragione. Fino a trent’anni fa c’era l’unica grande tribù della letteratura, riconosciuta da una élite, certo, ma più solida e dai contorni più definiti. E lì convivevano (si fa per dire) i diversi: Calvino e Moravia, Bassani e Morante. Si guardavano a vicenda, dialogavano, si tenevano d’occhio, ma erano soli. Maestosamente soli. Nella palude letteraria in cui siamo condannati a stagnare, ci si tiene d’occhio solo fra amici. Su Facebook se ne ha la triste certezza: ci si sponsorizza a vicenda, ma solo in una ristrettissima cerchia. Un autore pubblicato su ilmiolibro.it sponsorizza un suo compagno di strada pubblicato su ilmiolibro.it, Cortellessa mette nell’antologia i suoi amici, quell’altro posta la recensione appena pubblicata allo straordinario esordio del suo ex compagno di scuola.”

Qui l’articolo nella sua forma integrale.

paolo di paolo il fatto

Click click per leggere l’articolo di Paolo Di Paolo

Sempre Di Paolo, questa volta sul “Fatto Quotidiano”, prende spunto da un paio di recenti scandalucci del mondo delle nostre lettere:

1. Paolo Roversi intervista sua moglie Bea Buozzi (pseudonimo di Eleonora Boggio), magnificandone l’ultimo romanzo e dimenticandosi di scrivere che la Carrie Bradshaw de noantri porta una fede che gli ha donato lui. Lo smaschera Gian Paolo Serino, che ne chiede conto su Twitter a Ferruccio de Bortoli: qui un riassuntino della vicenda.

2. Totalmente esilarante: in base al principio che del maiale non si butta via niente, Antonio Scurati riutilizza disinvoltamente suoi stessi brani traslandoli da un romanzo all’altro.

Scrive Di Paolo, tornando a parlare anche di passività da sosta prolungata su Facebook:

“Non va bene […] che uno scrittore intervisti un collega sulle pagine milanesi del ‘Corriere della Sera’, dandole del lei ed elogiando il romanzo appena uscito, e poi si scopre che è sua moglie. […] È sbagliato e disonesto – lo sanno anche i bambini – copiare senza citare la fonte. […] E se si plagia sé stessi? Sarebbe in teoria legittimo, per carità: ognuno con le proprie parole fa ciò che vuole. Ma Antonio Scurati, in finale allo Strega con Il padre infedele, può far finta di niente se si scopre che diverse pagine di quest’ultimo romanzo vengono quasi di sana pianta da una sua opera precedente? Il lettore si sente preso in giro, e ha diritto a una spiegazione. Qualunque spiegazione, ma non il silenzio. Potrebbe essere scambiato per arroganza, e magari lo è.”

E sul “pacioso e allegrotto mondo intellettuale italiano”:

“Pieno di persone che non prendono sul serio nulla fuorché loro stesse e la loro carriera. Pieno di piccoli potenti in giacca e cravatta, alti o bassi funzionari convinti che a dare il peggio fossero politici e banchieri mentre loro – nell’innocente e meno esposto mondo dei libri – battevano ogni record. Simpatici frequentatori di terrazze che si sono spostati sui social network e passano lì le giornate: a cazzeggiare, a giudicare l’Italia e il mondo, senza mai alzarsi dalla poltrona. Non dico per andare a fare, a dire, a scrivere qualcosa di utile, qualcosa di serio. Anche solo per guardarsi allo specchio. Potrebbe essere un trauma.”

Ecco che torna il tema proposto da “cose da libri”: il divano come luogo di lavoro e di produzione creativa, dove le azioni non soggiacciono alla logica dell’immediato prodotta da un comodo clic perché tra il pensare e il fare ci sono le forbici, gli occhi, le mani. Pause perfette, scansioni temporali che generano senso e distensione. Poltrona da Facebook contro divano della gioia.

Appendicina

Writing+Well

Il cuscino sul divano di William Safir. Courtesy 63highlanders.blogspot.com

anabokov_1130

Vladimir Nabokov scrive sul divano. Courtesy Flavorwire.com

Truman-Capote

Truman Capote su una ottomana, o poltrona, comunque in posizione orizzontale come piaceva a lui. Courtesy swoonlagoon.blogspot.com

sofa

QWERTY sofa di ZO_loft. Courtesy zo-loft.com


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sulla via della seta_nostalgia di cary grant

il “corriere della sera” online ospita nel suo sito “la ventisettesima ora”, un improbabile blog di femmine dove si discute della maniera di conciliare lavoro e famiglia, oppure se si può giustificare l’atteggiamento di una colf filippina che improvvisamente abbandona la bambina milanese sveva perché ha trovato un lavoro più remunerativo e non fa più la babysitter, oppure parte per le filippine e torna dopo tre mesi perché è andata a trovare i suoi, di bambini, che stanno con la nonna e studiano per merito della madre che ha cambiato i pannolini alla bambina milanese sveva, e allora le signore si accalorano e dicono che insomma la colf filippina è una mamma pure lei e avrà pur diritto, di tanto in tanto, di vedere i suoi figli, sì però, risponde qualcuna, non pensavo si potesse essere così insensibili, in fondo sveva la conosce fin dalla nascita, epperò signore, dico io, il lavoro, un certo tipo di lavoro, è un puro scambio prestazione-soldi, e la signora filippina nella maggioranza dei casi di sveva se ne frega e si interessa dei suoi, di bambini, che mi sembra una cosa ovvia, o forse il vostro modello di domestica è la mamie di “via col vento”, umile, materna e fedele fino alla morte, più realista del re, più bianca dei bianchi?

e insomma l’altro giorno ho letto su questo blog un post sulla moda maschile contrapposta a quella femminile, su abiti e potere, con annessa marchettina di miuccia prada, e tra i pareri espressi dai lettori mi ha fatto molto ridere quello di gattamatta 75, una signora che afferma: “A me l’uomo col completo piace sempre. Certo, deve essere un completo fatto bene, e soprattutto l’uomo che sta dentro al completo deve indossarlo con disinvoltura (chi non è abituato a portare la giacca e la cravatta si vede subito…).
Se il diavolo è nei dettagli, preferisco una bella grisaglia e delle scarpe con mascherina ad uno che mi arriva col pantalone molle, le scarpe slacciate e la giacca destrutturata, avvolto in un mega-foulard di Etro, tipo viaggiatore della Via della Seta…”


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anonimo lettore batte nichi

ieri sera, invitato a otto e mezzo della 7, nichi vendola, richiesto di una previsione su qualcosa, ha risposto così: “non ho la palla di vetro”. non è la prima volta che sento pronunciare questa espressione al posto della più elegante “sfera di cristallo”. 
sempre ieri, un anonimo, raffinatissimo lettore del “corriere della sera”, in calce a un articolo che dava conto della presenza di molte donne nella giunta comunale presentata da giuli pisapia, così esprimeva il suo commento: 

“10.06|17:04

Lettore_16845
Mi pare un’assoluta normalità. Se si tratta di amministrare una città ci vorranno indubitabilmente i due generi che compongono l’identità umana, mica potrà essere rappresentata una civiltà dimidiata, un corpo tagliato a metà. Leggo una serie di stranissimi commenti che usano la parola totem “meritocrazia”. Immagino che meritocrazia significhi le capacità e le competenze che una persona è in grado di esprimere. Come ci possano essere delle capacità e delle competenze senza che ci sia l’identità della persona, mi rimane del tutto oscuro.”
dimidiata… già lo/la adoro.


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laura fa qualcosa di sinistra – apre a milano la libreria del mondo offeso





“Ho pensato di poter organizzare un grande incontro tutti assieme. Non sto parlando di un appuntamento politico, ma di un modo per far diventare la nostra amicizia più vera, non solo un rapporto che si chiude una volta spento il computer. Certo sarà l’occasione per parlare di politica e di vita. Ci vediamo il 13 dicembre a Roma, non so ancora dove, dipenderà da quanti di voi vorranno partecipare, fatemelo sapere da subito. Se qualcuno di voi quella sera vuole suonare, allestire una mostra con delle foto, portare dei filmati, cercheremo di organizzarci per farlo. A presto, un abbraccio, Walter.”

quello sopra è l’invito che walter veltroni rivolge agli amici di sito dalla sua pagina di facebook, il 22 ottobre 2008. io non so cosa voglia ricavare walter da questo incontro in cui, en passant, infila anche la parola “politica”. so però che ieri, alle 18.30, ha aperto i battenti la “libreria del mondo offeso”, un paio di splendidi locali squisitamente arredati in un cortile interno di corso garibaldi 50. eugenio allegri ha letto con voce fascinosa brani tratti da Un canto clandestino saliva dall’abisso, di mimmo sammartino, che narra del naufragio di portopalo. laura ligresti ha concepito una libreria schierata a manca, le pareti di mattoni a vista, in cui si respira una complottarda atmosfera da bistrot. su una parete campeggia un bel ritratto di che guevara; su un’altra è attaccato un invito a salvare “il manifesto” dalla chiusura – lo stesso invito è stato rivolto ai presenti da sammartino, che esortava ad aderire alla sottoscrizione per il quotidiano organizzata in libreria.
il pubblico, miscellaneo, annoverava le consuete signore di una certa età con rossetti molto appariscenti, alcuni distinti signori di una certa età provvisti di capigliatura fluente e anelli agli orecchi, un po’ di ventenni.
laura ligresti si aggirava tra i convenuti frastornata ed emozionatissima: per lei, i più calorosi auguri – oltre ad aver fatto una cosa di sinistra, ha fatto una cosadalibri, alla quale non si può che plaudire.

finale con sorpresa
finita la presentazione, esco e svolto in via palermo, dove noto attraverso la vetrina il bancone di un locale occupato, invece che da zuccheriere o altre suppellettili, da una bella fila di volumi delimitata sui due lati da due grandi bottiglie a mo’ di reggilibri. scopro che è “la libera”, birreria con cucina dei soci italo manca e gino narducci, dove da ventotto anni si cena, anche dopo il teatro, in un ambiente molto confortevole. mi riceve gino (è il signore della foto), che mi racconta l’origine casuale della fila di libri – qualche volume dimenticato da clienti, qualche dono da parte di giornalisti del “corriere della sera”, dalla vicinissima via solferino, qualche acquisto autonomo. su dieci clienti, mi dice gino, otto si fermano volentieri a sfogliare. prosit.


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welcome to the club


nei pressi del ponte delle gabelle, in via san marco 33, zona brera, il viandante alla ricerca di ristoro trova un approdo sicuro nel milanese “solferino take away”, dove federico castelbarco, oste cortese con un passato da manager, lo sfama en souplesse. questa bella locanda risale alla fine degli anni settanta ed è gestita da federico “freddie” e altri tre soci dall’inizio del 2000.
la passione per il cibo sano e il buon vino affonda le sue radici nel passato della famiglia castelbarco (federico ve ne racconterà volentieri le vicende); al “solferino take away” il côté naturale è molto sviluppato, così come la cura dei gestori per le materie prime. tra gli hit nella carta non bisogna mancare il risotto alla milanese, l’ossobuco e un’eccellente torta di pere e cioccolato fatta in casa. una menzione a parte merita l’insalata di farro, presente nel menù sin dai primordi, in tempi in cui ancora non andava di moda.
luogo ideale per creativi e flaneurs, questo raccolto bistrot ospita un numero moderato di tavolini, che nella bella stagione si estendono all’esterno; sebbene sia anche luogo da pausa pranzo (è vicinissimo al “corriere della sera”: un giorno sulla soglia è comparso uno sconsolato pierluigi battista, arrivato a ora tarda e rimasto perciò a bocca asciutta), invita alla sosta e – rarità nel panorama milanese – nessuno preme sul cliente per liberare il tavolo.
scriveva joseph addison sullo “spectator”: “I nostri circoli moderni famosi sono fondati sul mangiare e sul bere, punti su cui la maggior parte degli uomini va d’accordo e in cui gli istruiti e gli ignoranti, i tristi e gli allegri, i filosofi e i buffoni possono tutti sostenere una parte. Si dice che lo stesso Kit-Cat sia stato originato da un pasticcio di montone. Né il circolo della Bistecca né quello della Birra d’Ottobre sono contrari al mangiare e al bere, se possiamo formarcene un giudizio dai rispettivi nomi.” (10 marzo 1711).
nell’inghilterra dei primi del settecento i circoli (i club: ricordate il giro del mondo in ottanta giorni?) erano assai fiorenti – tra l’altro il kit-cat di cui si fa menzione nel frammento citato fu fondato da un libraio, jacob tonson – e contribuirono, in quanto luoghi di discussione, alla diffusione delle prime gazzette, quali appunto lo “spectator” di addison e steele. mi piace pensare che il bistrot di castelbarco viva di settecentesca leggerezza, di chiacchiere scambiate davanti a un pasticcio di montone e di civili discussioni: d’altra parte il locale condivide con il kit-cat una qualche vocazione alla cultura e ospita volentieri incontri proporzionati alle sue dimensioni: nel 2007 “rom cabaret”, spettacolo costruito con testi della poesia popolare, canzoni e racconti della cultura rom a cura di giuseppe di leva e dijana pavlovic; e poi ancora per molti lunedì sera “bancone di prova”, performances di giovani drammaturghi della scuola di teatro paolo grassi passati poi al crt di piazzale abbiategrasso, nonché, recentemente, un po’ di chick-lit, con la serata di presentazione del libro di maria elena molteni e giulia rossi “alice & friends”.
al “take away” non si disdegnano neanche le soirées chantantes, né i reading di poesia; la sua atmosfera raccolta ne fa un luogo ideale per piccole manifestazioni di qualità.
eccellente sarebbe, in un simile contesto, promuovere gli incontri a scadenza fissa di qualche reading group (editori, si attende la versione italiana del libro di susan osborne!): schermaglie letterarie davanti allo squisito spumante di freddie e a qualche delizia uscita dal suo forno, quale serata migliore?