cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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tra le pagine di una crêpe_gelateria caffetteria clover, milano

davla gelateria clover, in zona bande nere, è anche una caffetteria, e fa un latte macchiato con i fiocchi. l’interno ospita tre minuscoli tavolini – immacolati, come tutto in questo locale –, in attesa dell’estate, quando torneranno ad animarsi i posti all’esterno. il personale e la proprietaria ricevono i clienti con squisita cortesia.dav

la gelateria clover, a sinistra dell’ingresso, ha una minuscola stazione di bookcrossing. davil primo libro sulla destra, quando al clover è entrata mrs. cosedalibri, era il baco da seta, di robert galbraith, prodotto in condizione di bonaccia, dopo la travolgente tempesta di harry potter, da j.k. rowling sotto pseudonimo. esito superbo della calma, però, da cui è stata tratta strike, una piccola, preziosa serie tv che prende il nome dall’investigatore protagonista ed è prodotta dalla bbc.dav

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fotogramma dalla serie strike. courtesy

al clover si scrive benissimo: puoi fermarti con il tuo taccuino (o il tuo libro – portato da casa o scelto tra quelli che aspettano sul termosifone) ed essere certo che nessuno ti disturberà.dav

al clover si può anche fare merenda, e qui il letterato trova crêpes per i suoi denti: perché le crêpes del clover si chiamano

la storia infinita

piccole donne

madame bovary

i malavoglia

willy wonka

il gattopardo

on the road

gargantua e pantagruel

l’educazione sentimentale

il rosso e il nero

faust

lo hobbit

arancia meccanica

l’insostenibile leggerezza dell’essere

la visita a questa gelateria, che sprizza bonomia pur proponendo anche specialità vegane – non si adontino i seguaci del veganesimo: alcuni tra loro cercano di fare proselitismo instillando sensi di colpa nel prossimo, un atteggiamento assai fastidioso ­– è stato un piccolo dono in una fredda giornata di sole, in cui chi scrive disperava di trovare un luogo accogliente in una zona che proprio accogliente non è. grazie, signore clover*, ci rivedremo senz’altro.dav

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loredana laurenti accanto al mini bookcrossing di clover

*le signore clover sono loredana laurenti e ilaria angelillo, madre e figlia. fanno in casa molte delle delizie che propongono, e ilaria è copywriter di sé stessa. i titoli dei prodotti sono suoi: tra i molti segnalo gli ammutinati, dolcetti al cocco e cioccolato il cui nome fa ironica concorrenza alla celebre barretta industriale.bounty_barretta_cioccolato

gelateria naturale clover
via v.g. orsini 1
milano
http://www.gelateriaclover.it

questo post è stato scritto su un taccuino clairefontaine papier vélin velouté 90g/m2 fabriqué en france par clairefontaine, con una stilografica caran d’ache collezione chromatics che montava una cartuccia montblanc burgundy red.


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l’ombra lunga di gustave_come nascono i discorsi di emmanuel macron

 

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emmanuel macron. courtesy

in un bellissimo articolo di mauro zanon, pubblicato sul “foglio” del 14 ottobre scorso, si traccia il profilo di sylvain fort, il consigliere responsabile dei “discorsi e della memoria” di emmanuel macron.

 

 

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sylvain fort. courtesy

dopo aver dichiarato gli intenti della comunicazione della république – che propugna fondamentalmente una visione dinamica rispetto alla democrazia, da non considerare come bene acquisito una volta per tutte, e rispetto all’identità nazionale, da continuare a costruire riprendendo lo spirito dei lumi e la fiducia nell’europa.

 

“prima di scrivere i discorsi di macron e tessere il nuovo romanzo nazionale francese, sylvain fort, quarantacinque anni, è stato studente dell’école normale supérieure, professore di lettere classiche all’università paris IV e sciences po, traduttore di friedrich schiller, biografo di puccini e herbert von karajan – un homme de lettres attivissimo che durante la campagna presidenziale ha trovato anche il tempo per pubblicare un vivace libretto su antoine de saint-exupéry”, scrive zanon. intervistato dallo stesso, sylvain fort dichiara che “il discorso è diventato per il presidente il suo modo di esprimersi privilegiato. […] la sua volontà è quella di far passare un messaggio chiaro, netto, comprensibile, e di sfuggire alle frasette, agli off the record selvaggi alle confidenze strappate durante una cena. è una parola voluta, e non subìta. […] in tutti i discorsi non spieghiamo soltanto cosa vogliamo fare, ma anche perché. spieghiamo la coerenza tra quello che è annunciato e l’interesse nazionale. [macron, in quanto presidente] non entra nel microdettaglio tecnico, ma dà ogni volta una dinamica, una direzione generale all’azione politica, che soggiace a ciò che sta dicendo”.

 

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andré malraux. courtesy

ma quello a cui è interessato “cose da libri” è il fondamento culturale, nella fattispecie letterario, che informa l’ideazione e la redazione dei discorsi del giovane emmanuel: “il fil rouge della cultura è anch’esso molto presente nei discorsi di macron, una tradizione che rifà a malraux”. lo scrittore andré malraux istituì il ministero della cultura in francia e scrisse il primo articolo del decreto che lo sanciva: “Il Ministero incaricato degli Affari Culturali ha come missione di rendere accessibili le opere capitali dell’umanità, e ancor prima della Francia; di assicurare la più vasta diffusione del suo patrimonio culturale; di favorire la creazione delle opere dell’arte e dello spirito che lo arricchiscono”.

 

così prosegue l’articolo: “oltre a fort, altri membri della staff del presidente francese hanno dimostrato di avere una vocazione letteraria, oltre che politica. come il giovanissimo quentin lafay, ventisette anni, che oltre a collaborare alla stesura dei discorsi durante i meeting in campagna, ha anche pubblicato un romanzo, la place forte (gallimard). ‘macron ama riunire attorno a sé persone che hanno una certa capacità di enunciazione, persone che non esitano a teorizzare, a concettualizzare, e che hanno bisogno del linguaggio, dunque dei letterati’, dice fort. ‘è attento al fatto che si debbano esprimere le cose nella loro complessità, e che si debba evitare, per assenza di vocabolario o di cultura, di semplificare troppo, di utilizzare un linguaggio semplicistico. […] non rinuncia mai alla precisione delle parole. è convinto del fatto che esprimere le cose con le parole giuste è già un passo importante verso l’azione. se si ha un lessico povero, si ha anche una visione del mondo povera.”

 

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gustave flaubert. courtesy

e adesso sentite gustave: “questa cura della bellezza esteriore che mi rimproverate è per me un metodo. quando trovo una brutta assonanza o una ripetizione in una delle mie frasi, sono sicuro che sto sguazzando nel falso”.
 è quella “tensione flaubertiana verso l’impeccabilità” di cui parla alessandro piperno in un suo bell’articolo sul club della lettura del “corriere della sera”, in cui discetta di stile e mette flaubert al primo posto tra coloro i quali più si sono spesi alla sua ricerca. e allora come possiamo concludere? con la parola continuità. piccardo l’uno, emmanuel macron, e normanno l’altro, gustave flaubert: nati a un centinaio di chilometri l’uno dall’altro, entrambi sotto il segno del sagittario: vive la france.

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eugène delacroix, la liberté guidant le peuple. courtesy

 


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Scrivere al (con) Massimo: di precisione e bellezza, con accenno finale alla perfida Albione

61XFfr6uqaL._SX336_BO1,204,203,200_Cosa è lo stile, per Massimo Birattari? Non è “il bello stile astratto, ma lo stile efficace, il mezzo per raggiungere i nostri scopi comunicativi” (il corsivo è mio). Nel suo È più facile scrivere bene che scrivere male Birattari ci offre, in otto capitoli al sapore di Calvino (Semplicità, Chiarezza, Precisione, Leggerezza, Ironia, Eleganza, Espressività, Consapevolezza), un percorso con tappe a struttura fissa: una breve introduzione dell’autore con un brano originale da leggere, una scheda di nomenclatura, idee pratiche, indicazioni su come non scrivere, brevi esercizi e infine L’altra campana, una sorta di contraddittorio in cui, secondo le parole dell’autore, si mostra il rovesciamento, da parte di uno scrittore, del principio ispiratore del capitolo. Così si dipana, ad esempio, il capitolo 2:

 CHIAREZZA

  1. La chiarezza logica

La lettura: Galileo spiega la relatività

  1. Scrivere per farsi ascoltare

La lettura: Gadda raccomanda di parlare chiaro

  1. CHIAREZZA, GRAMMATICA E SINTASSI
  2. AMBIGUITÀ DA EVITARE
  3. SFORZARSI DI NON ESSERE OSCURI

Il manuale di istruzioni • Il biglietto del treno • Il contratto di assicurazione • Gli elenchi telefonici e la tutela della privacy • Il saggio specialistico / La comunicazione commerciale

IDEE PER SCRIVERE CON CHIAREZZA

L’ALTRA CAMPANA: Montale e l’oscurità dei poeti

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Ah, Gustave

Dal capitolo Precisione, in un brano dedicato ai sinonimi, leggiamo parole di ascendenza flaubertiana – “Questa cura della bellezza esteriore che mi rimproverate è per me un metodo. Quando trovo una brutta assonanza o una ripetizione in una delle mie frasi, sono sicuro che sto sguazzando nel falso”, ebbe a dire lo scrittore di Rouen, strenuo sostenitore del mot juste: “Anche in questo campo, tuttavia [quello delle parole polisemiche], si potrebbe sostenere che “i sinonimi non esistono”: non perché siamo obbligati a ricorrere a uno e un solo termine, ma perché non esistono (di norma) due parole perfettamente sovrapponibili in tutti i loro significati, o che si possano impiegare in tutti i contesti.

Esprimersi con precisione, evitando errori e improprietà, vuol dire trovare in ogni contesto la parola giusta.”

Completano il volume un’appendice dedicata all’italiese e all’influenza dell’inglese sulla lingua italiana, seguite da una serie di bellissime indicazioni bibliografiche ragionate.

Ho messo in mano all’allora adolescentina, quando ancora studiava al liceo classico, il libro di Birattari. Adesso l’adolescentina è una young adult, studia letteratura comparata all’estero e il libro lo ha lasciato a casa; io torno a sfogliarlo sempre con gran piacere. E adesso che è piena estate amo l’idea di ripercorrerlo, per cercarvi ancora stimoli e reimparare cose da tenere da parte per quando scriveremo con il fresco, in autunno.

Massimo Birattari, È più facile scrivere bene che scrivere male, Ponte alle Grazie, Milano 2011, 16 euro molto ben spesi

la stanza di massimo birattari

Lo studio di Massimo Birattari: anche qui, precisione e rigore


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Lodi cittadina di libri, con un autentico scoop

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2015-10-06 09.54.03A Lodi si fa l’esordio col botto. Via Dante, che dalla stazione porta in centro, è sede dell’Istituto comprensivo Francesco Cazzulani, i cui muri esterni sono decorati con ceramiche bianco-blu dedicato a donne importanti, tra cui spiccano Elena Cazzulani, scrittrice locale autrice di biografie di altre donne importanti, e la star letteraria locale Ada Negri, prima accademica d’Italia. Un baluardo antidegrado della città che fa dimenticare il consesso di lestofanti e facciacce che domina la stazione ferroviaria.

A Lodi è tutto piccolo: le case, le vetrine, le strade. Non le librerie.

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Quella del Sole, ad esempio, ha quattro o cinque stanze, mangiate nel tempo dalla titolare Maria Assunta Mecca all’edificio nel quale la libreria è ospitata dal 1984, a mano a mano che se ne presentava la possibilità.

2015-10-06 11.21.51La più vasta, dove si possono ammirare, tra l’altro, un dinosauro gonfiabile e un camino vero, è dedicata ai libri per ragazzi, con un vasto assortimento di volumi e qualche gioco. C’è poi la stanza del design e dei viaggi, con una piccola, buona selezione di libri, tra cui le raffinate guide Vuitton alle città del mondo curate da Pierre Léonforte.

2015-10-06 11.23.30Un’altra stanza allestita come una cucina, con tanto di tavolo e sedie, è dedicata ai libri che se ne occupano, con l’aggiunta di un po’ di giardinaggio.

2015-10-06 11.23.42E a proposito di giardinaggio, si vedano i bellissimi taccuini verdi a esso dedicati che fanno bella mostra di sé sul detto tavolo: sono i Gardener’s One Line a Day, di Chronicle Books. La libreria del Sole è decorata e colorata con gusto; risulta calda per l’abbondanza di gialli e arancioni.

2015-10-06 11.24.04I librai (ho conosciuto Francesco e Massimo) sono gentili. Francesco mi ha raccontato di come il negozio si sia evoluto, dagli anni settanta a oggi, da luogo militante a cantuccio intimo per lettori grandi e piccoli. Alla libreria del Sole si discute, si consiglia, si ordina se il libro non c’è.

Per questo (attenzione, qui arriva lo scoop), l’imminente apertura del primo Libraccio di Lodi, prevista dietro l’angolo, non rappresenterà l’avvento di un competitor, dato che ciascuno opererà nel proprio ambito.

2015-10-06 11.27.17Mrs. cosedalibri ha incontrato l’amico Michele, libraio del Libraccio Vittorio Veneto a Milano poi passato a Piazzale Martini, mentre era impegnato nell’allestimento del negozio, e “cose da libri” è in grado di documentare fotograficamente il making of per l’apertura prevista intorno alla seconda metà di ottobre.

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Infine lui, Michele: onusto ma oh, quanto venusto

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2015-10-06 10.01.46La prima libreria lodigiana che si incontra oltrepassato il monumento a Vittorio Emanuele II che saluta il viandante, e passata la sbronza di raspadüra e prosecco, è la Sommaruga, in corso Roma: tre vetrine bene allestite e al centro un testo di Alice Munro da Segreti svelati, che dice tra l’altro: “Ma probabilmente esistono altre persone che aprono un negozio sperando di trovare un riparo, tra gli oggetti che più apprezzano – lana o tazze da tè o libri – e con la sola idea di affermare qualcosa in tutta tranquillità”.2015-10-06 10.14.15

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In corso Roma e per tutto il centro di Lodi i portoni si spalancano su bellissimi cortili.

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Ceci n’est pas une cour

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2015-10-06 11.49.57Le persone sono cordiali e desiderose di aiutare i forestieri, gli amici si attardano in conversazione portando a mano la bicicletta.

amici

Sotto i portici di piazza Vittoria2015-10-06 10.26.21c’è una libreria Mondadori, sulla quale non ci soffermiamo a causa del suo flavor un po’ standard.

2015-10-06 13.02.52Sempre sotto i portici c’è il caffè Calicantus, con la parete più lunga interamente dedicata a Ada Negri, un cui brano ricorre anche in piazza Ospitale, dove sotto un bell’albero sta una lastra di marmo che reca incisi versi della poetessa lodigiana.

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Dietro piazza Vittoria ci sono il Museo civico e la Biblioteca Laudense: un posto pulito, illuminato benissimo, con bibliotecari disponibili e cortesi, a cui ho chiesto informazioni su certe iscrizioni in ebraico che ho trovato nel cortile del caffè letterario della biblioteca, con ingresso, manco a dirlo, in via Fanfulla da Lodi. Non solo mi hanno dato subito in visione un libro che si sono adoperati per cercare, ma hanno promesso di mandarmi tutte le indicazioni che riusciranno a trovare su quel cortile, che sorge su un antico cimitero ebraico.

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Silhouettes di lettori sulle pareti

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L’opera di Flaubert nella sezione dedicata alla letteratura francese

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IMG_20151006_143051Nel cortile c’è anche una bicicletta in ferro, con un cestino su cui al momento delle visita faceva bella mostra di sé Il settimo papiro di Wilbur Smith.

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IMG_20151006_143015Vicinissima alla biblioteca c’è l’orrenda via Lodino, una specie di enclave con abitanti provenienti da Nordafrica, Medio Oriente, forse America Latina, la cui presenza ha fatalmente trasformato questa via dal nome pieno di grazia in una piccola Barbès, fatalmente degradata, fatalmente trascurata.

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2015-10-06 13.27.35E dire che sulla strada da Fanfulla a Lodino c’è un negozio di ceramiche locali, le famose ceramiche di Lodi, che appende le sue produzioni ai muri esterni e il cancello lo chiama cancellino: un luogo adorabile.

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A Lodi c’è anche la pasticceria La Lombarda, un posto bellissimo

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Tra il popolare e il populista

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Ci sono bellissimi balconi

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e la sede del “Giorno”

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Poesia in lode di Lodi sulla tovaglietta in un bar di corso Roma

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Un eccellente momento di Prosecco e di scrittura

E insomma, la lunga flânerie di mrs. cosedalibri ha rivelato una Lodi molto di libri, per la grande felicità della suddetta.

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IMG_20151006_182313Che per finire in bellezza, sulla via del ritorno, al numero 8 di un bel viale di Milano, ha incontrato un libro che se ne stava al lato della soglia, ordinatamente collocato dal suo abbandonatore. Era Mandala, un’opera di Pearl S. Buck, scrittrice che ultimamente compare parecchio negli incontri serendipitari della vostra. Vorrà dire che presto dovrò dedicarmi alla letteratura anglocinese? Nell’attesa di stabilirlo, consiglio ai lettori una gita a Lodi, luogo gioviale e pieno di sorprese, non alieno da quella sottile malinconia lombarda che tanto prende il cuore.


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della necessità di disporre di un gran numero di stoviglie diverse, a tutto beneficio dell’attività intellettuale

cinderellaspazzare, rigovernare, rassettare: sono verbi di sapore arcaico (tutti invalsi tra il XIII e il XIV secolo, come ci dice il sabatini coletti), funzioni che l’umanità è arrivata a trasferire pagando suoi simili per svolgerle, ma non ancora a eliminare. si spende settimanalmente un tempo enorme per occuparsi delle cose domestiche (36 ore le donne e 14 gli uomini), un tempo sprecato principalmente da esseri di sesso femminile. perché il copione, poi, è ripetitivo sino all’ossessione. usiamo oggetti e sporchiamo praticamente qualunque cosa facciamo, e non esiste via di uscita. su questa realtà si sono costruiti abitudini, comportamenti e malattie prevalentemente femminili: dall’imposizione dell’so delle pattine ai membri della famiglia, quando era ancora frequente dare la cera ai pavimenti (so anche di alcune spostate che non ti fanno entrare in casa se non ti togli le scarpe, parente o amico che tu sia: esse hanno acquistato pianelle di ogni misura e foggia, e le tengono nell’ingresso per scongiurare l’entrata del nemico) all’ordine compulsivo da infliggere agli sventurati che vivono in casa con la pazza agli atteggiamenti di recriminazione perpetua di molte signore che parlando di sé stesse come di schiave, nel migliore dei casi martiri, cui non si tributa il minimo rispetto.

presso la casa di mrs. cose da libri le condizioni sono assai variabili. dipendono dalla quantità di parole da lavorare, dall’umore del giorno, dal gusto di mettersi in libertà lasciando cose in giro (un gusto molto spiccato presso l’adolescentina di casa, che da questo punto di vista pratica con profitto il massimo della nonchalance). e poi dipendono, le condizioni della casa, massime della cucina, dalla quantità di stoviglie rimaste pulite.

bisogna sapere che in casa c’è una grande quantità di piatti, bicchieri e posate, spesso utilizzati fino all’esaurimento, all’ultimo cucchiaino di riserva.writers

perché, signori, chi si sogna di lavare i piatti ogni santa volta, se nell’altra stanza c’è un divano da occupare, una pila di libri da sfogliare, leggere, piluccare, matite per sottolineare, taccuini per prendere appunti e poi george, william, gustave, honoré, patricia, philip, saul e giacomo che ti aspettano?Catalogue Notebooks2010 A4_IT.indd

e, dulcis in fundo, il moleskine fatto apposta per registrare e classificare i libri che hai letto?

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Della vostra febbre e delle vostre coliche_Gustavo, sei il primo dio del mio pantheon

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Rue Gustave Flaubert, cartolina, 1906

“[…] Hai sempre l’idea di venire qui a curarmi se fossi malato. Ti confesso che non mi piacerebbe, per tutte le scene che susciterebbe. E poi non ho mai capito la mania che hanno gli uomini di mostrare le piaghe a coloro che a quella vista dovrebbero soffrire, d’andar a cercare il cuore che vi ama per farlo testimone della vostra febbre e delle vostre coliche. Quest’abitudine è di un egoismo rivoltante, e se vuoi che ti confessi una mia debolezza, un difetto del mio carattere, sarei imbarazzato dalla tua presenza in quello stato, che è sempre ridicolo.”

Gustave Flaubert – Lettere a Louise Colet, lettera 44, a cura di Maria Teresa Giaveri, Feltrinelli, Milano 1984


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Un commissario esordiente: “Natura morta in riva al mare”, di Jean-Luc Bannalec

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Paul Gauguin, La vision du sermon, la lutte de Jacob avec l’Ange, 1888. Courtesy italiq-expos.com

Abbiamo inaugurato l’estate con Gavino Angius, in Sardegna. Poi l’estate è diventata molto variabile, pertanto si rivela opportuno mettere in valigia o sul comodino il giallo di Piemme Natura morta in riva al mare, dell’esordiente (sotto pseudonimo) Jean-Luc Bannalec, ambientato a Concarneau, nel Finistère, luogo dove il tempo variabile è la norma. Tre centinaia di pagine all’aroma di Atlantico, di caffè e di petits pains.

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Concarneau, Bretagna. Courtesy infrancia.org

La vicenda è presto detta: il facoltoso albergatore novantunenne Pierre-Louis Pennec – proprietario del leggendario hotel Central di Pont-Aven, dimora nel passato di artisti come Paul Gauguin –, appreso di dover morire a breve, chiede al proprio notaio una modifica del testamento, ma prima che l’incontro  possa avvenire viene assassinato. Il commissario Georges (senz’altro Simenon: d’altra parte a Concarneau il grande belga ambienta sia Il cane giallo sia Le signorine di Concarneau) Dupin (senz’altro Auguste), piuttosto insofferente a regole e gerarchie, da Parigi (di cui ha offeso il sindaco) viene trasferito a Concarneau, piccolo centro bretone a una decina di chilometri da Pont-Aven, sede della celebre scuola che si formò al seguito di Gauguin.

Dupin, poliziotto bisognoso di molti caffè e dell’aiuto costante di un taccuino per supplire a una memoria non sempre benigna – i taccuini del commissario sono quadernetti Clairefontaine, su cui scrive con penne Bic: una scelta di cancelleria, a parere di chi scrive, ineccepibile –, lavora, parigino tra bretoni non sempre fiduciosi e collaborativi, alla soluzione del caso Pennec. Di indole riflessiva, ha spesso bisogno di raccogliersi in solitudine e propizia questi momenti lasciando nel cellulare lunghe scie di chiamate inevase. Gli hanno assegnato un appartamento con balconcino sul mare, dal quale si vede la Roccia di Flaubert: “Si diceva che Flaubert stesse sempre seduto lì quando era a Concarneau”, p. 95. “Comme j’ai besoin de sortir du milieu où j’agonise, dès le commencement de septembre, je m’en irai à Concarneau, près de Georges Pouchet, qui travaille là-bas les poissons. J’y resterai le plus longtemps possible.”: così Flaubert in una lettera a Zola del 13 agosto 1875.

Aggiunge un tocco pop alla personalità del nostro commissario un vezzo che pare proprio mutuato da quello del Tenente Colombo (peraltro anch’egli utilizzatore di malandati taccuini): Dupin tende infatti a congedare coloro che ha interrogato, salvo poi porre loro un’ultima domanda quando quelli, sollevati, stanno già infilando la porta.

L’albergo al centro dell’indagine, “alle cui pareti bianche erano appese, come dappertutto a Pont-Aven, le immancabili copie dei dipinti della colonia di artisti di fine Ottocento” (p. 18), ha un impianto di condizionamento eccessivamente professionale ed efficiente. Questa riflessione del commissario Dupin darà la stura a una serie di verifiche che coinvolgeranno una nota storica dell’arte di Brest e il direttore del Musée d’Orsay, chiamati a coadiuvare il parigino mentre cerca di districarsi tra figli frustrati, nuore meno innocue di quanto appaiano, ambiziosi professori di provincia e un luminosissimo color arancione.

L’indagine attorno all’omicidio, pur complessa, coinvolgente e serrata (durerà in tutto quattro giorni), non sta da sola al centro del racconto. Le acque – mare, fiume e pioggia –, il vento dell’Atlantico, la vegetazione, i repentini mutamenti atmosferici, in una parola la vincolante natura della Bretagna, sono sostanziosi comprimari nello svolgersi della vicenda e riflettono chiaramente l’amore dell’autore per quella terra. Il tutto intessuto nelle giornate e nei ritmi corporali del commissario Dupin, capace di lavorare senza pensare a nient’altro e di avvertire improvvisamente una fame irresistibile, che soddisfa con portate di cucina bretone, da lui molto amata, le quali letteralmente escono dalla pagina per offrirsi al lettore: e se da una parte la bulimia caffeinica di Dupin è tutta balzachiana – “Aveva sempre bisogno di tanti, tantissimi caffè … Senza una massiccia dose di caffeina il suo cervello non funzionava; di ciò era fermamente convinto”, p. 39 –, tutto rabelaisiano è l’elenco dei cibi citati: e sono fragranti petits pains, grands crèmes, sandwich jambon-fromage, crêpes complètes, entrecôtes innaffiate da Languedoc “pastoso, vellutato e morbido”, frutti di mare, grassi pesci, Sancerre, litri di acqua Badoit, burro, gâteau breton, patate fritte e senape.

Altro non posso svelare: però posso invitarvi a partire per la Bretagna restando a casa vostra con questo libro, assai soddisfacente per cervello, pancia e cuore (sì, anche cuore, perché a un certo punto il commissario e Marie Morgane…).

566-3111-1_c7c23c834bd36f18e4092af5397ac7b3Cahier de doléances

Chi scrive ha trovato nel libro un unico refuso, un accento circonflesso superfluo sulla prima a della parola “plateau”, a p. 119. Deve però citare una ricorrenza eccessiva, a tratti ossessiva, dell’aggettivo “incredibile” e del suo avverbio “incredibilmente”, che si leggono davvero ogni poco. Non ha letto l’originale, ma ritiene che il traduttore, con la collaborazione del revisore, avrebbe potuto sforzarsi di trovare qualche alternativa.

Jean-Luc Bannalec, Natura morta in riva al mare, traduzione di Giulia Cervo, Piemme, Milano 2013, 308 pagine, 16,90 euro ben spesi